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La preghiera del vescovo Antonio sulla tomba di Gianluca Firetti a Sospiro

La mattina di sabato 30 gennaio, poco ora prima dell'ordinazione episcopale, mons. Napolioni ha voluto rendere omaggio al giovane morto esattamente un anno fa. Presto in libreria un nuovo libro che parla di questo ragazzo straordinario

Nella mattinata di sabato 30 gennaio, ad un anno esatto di distanza dalla scomparsa di Gianluca Firetti, il giovane di Sospiro morto di osteosarcoma lo scorso anno, il nuovo vescovo di Cremona mi chiede di accompagnarlo al cimitero, nella mattinata della sua ordinazione. Gian è da lui conosciuto perché un prete marchigiano, suo ex alunno al Pontificio Seminario Regionale di Ancona glielo ha regalato tempo fa. Lui lo ha letto e meditato e una sera mi fa le sue considerazioni su questa storia di fede e di dolore. Chiama queste esperienze di dolore e di risurrezione “evangelizzazione”. E così, con partenza dal Seminario, verso le 9,30 arriviamo al cimitero di Sospiro. Io sono d’accordo con la famiglia per una preghiera e anche con gli amici di Gian, ma nessuno sa nulla. Il Vescovo chiede di non diffondere la notizia prima.

All’arrivo al cimitero la mia Panda è riconoscibile, ma quando scende il vescovo Antonio che abbraccia i genitori di Gian, il fratello Federico, poi saluta gli amici che si sono raccolti insieme, la commozione è forte. Si sta vivendo, grazie a Gian, un momento di grande comunione, per quello che lui ha lasciato, divenendo segno eloquente di quanto il Signore ha scritto nel suo cuore e nel cuore di tanti che lo hanno incontrato, grazie al suo libro “Spaccato in due. L’alfabeto di Gianluca”.

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Questo libro sta facendo il giro d’Italia, con molta facilità. Viene acquistato, regalato, presentato, offerto, meditato e pregato. Non lo dico per orgoglio. Lo dico con umiltà, proprio perché non avrei mai immaginato la quantità di incontri (104) che sono stati fatti. “Ai giovani devono parlare i testimoni” dice il vescovo Antonio. E Gian si fa sentire. Questo è anche il senso del testo che, sempre per la San Paolo (collana “storie vere” come “Spaccato in due”) sta per essere pubblicato. Il nuovo libro, dal titolo “Gianluca Firetti, santo della porta accanto”,  parla degli ultimi giorni della vita di Gian. Se il primo ha tenuto in vita lui, ed è stato per Gian una gioiosa fatica, questo tiene in vita noi e ci obbliga a non dimenticare la sofferenza del Calvario che si apre a squarci di luce e di risurrezione. Gian è stato un Vangelo gioioso, una porta di misericordia per quelli che lo hanno avviniato. Per questo Gian non è morto disperato, ma affidato. Non se n’è andato sbattendo la porta, ma incamminandosi. Non ha chiuso l’esistenza imprecando per un buio che non si meritava, ma desiderando un incontro con la Luce del mondo, appena contemplata nella gioia del Natale.

Quella di Gian, umanamente, è una storia di dolore. Evangelicamente, una storia di grazia e di bellezza. A soli vent’anni ha dimostrato che si può essere abitati da Dio e dagli uomini. È possibile farsi amare e amare. Per questo ho voluto raccogliere gli ultimi giorni di Gian e quanto, in questo anno, il Signore è andato costruendo in tante comunità pèarrocchiali e civili della diocesi e dell’Italia.

Il vescovo Antonio, al termine della visita a Gian, ha salutato il parroco di Sospiro, don Federico Celini e il sindaco, Paolo Abruzzi con grande semplciità e cordialità.

Il prossimo appuntamento con Gian sarà, sempre a Sospiro sabato 12 marzo alle ore 21 nel teatro comunale dove Federico Benna, con la regia di Danio Belloni, presenterà “Spaccato in due”, come spettacolo teatrale. Un’altra occasione per riflettere e ringraziare, come faceva Gian, per il dono della vita.

don Marco D’Agostino

GianlucaFiretti

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L’attesa è finita: oggi la Chiesa cremonese avrà un nuovo pastore

Dalla diocesi in dono a mons. Napolioni un pastorale da utilizzare nelle sue visite alle parrocchie

L’attesa è finita. Oggi, presumibilmente verso le 16.30, mons. Napolioni, con la mitra in capo e il pastorale nella mano, siederà sulla cattedra e assumerà la guida della Chiesa cremonese come suo, almeno per la cronologia ufficilae, 85° pastore. La macchina organizzativa di questo storico pomeriggio è davvero imponente e grazie alla stretta collaborazione tra l’amministrazione civile ed ecclesiale tutto andrà per il meglio: il vescovo eletto, scortato da due agenti della polizia locale in motocicletta, giungerà dal Seminario in piazza del Duomo alle 14.55. Sarà accolto dal suono festoso del Complesso Bandistico Città di Cremona e dall’abbraccio del sindaco Gianluca Galimberti. Prima dei discorsi ufficiali Sara Castellani, 15enne dell’Istituto superiore di studi musicali “Claudio Monteverdi” eseguirà un brano sacro al violoncello. Poi la parola al primo cittadino, affiancato dalle massime autorità civili e militari del territorio, tra di esse il sottosegretario Pizzetti e il prefetto Picciafuochi. Sul palco anche il primo cittadino di Camerino Gianluca Pasqui e quello di San Severino Marche Cesare Martini con diversi assessori. Mons. Napolioni risponderà brevemente con un suo saluto alla città.

Terminata la parte istituzionale il vescovo eletto entrerà in Cattedrale accolto dal presidente del capitolo mons. Giuseppe Perotti: bacerà lo stipite, il crocifisso e aspergerà l’assemblea con l’acqua benedetta.

La Cattedrale, che aprirà i battenti alle 14, sarà colma di fedeli. La composizione dell’assemblea dice la storia di quest’uomo, parso a tutti, fin dall’inizio, affabile e concreto. Ci saranno circa 500 fedeli della diocesi di Camerino-San Severino Marche soprattutto parrocchiani del “don Orione” dove don Antonio è stato parroco per cinque anni, ma anche persone che lo hanno apprezzato nei suoi tanti incarichi diocesani, ultimo dei quali quello di vicario episcopale per la pastorale. Ci saranno tanti preti marchigiani che hanno sperimentato la sua paternità prima come vicerettore e poi come rettore del Seminario regionale. Ci saranno gli Scout, provenienti un po’ da tutta Italia, per manifestare gratitudine al loro assistente nazionale. Ci saranno oltre quaranta vescovi – tra di essi i cardinali Menichelli, Coccopalmerio, De Giorgi e Farina – che dicono l’apprezzamento e l’affetto della Chiesa italiana per questo nuovo pastore. Sarà presente, spiritualmente, la comunità di Taizè che don Antonio conosce bene e che stasera pregherà in modo speciale per lui. E ci saranno i cremonesi – preti, religiose, laici – desiderosi di abbracciare il loro nuovo vescovo, ma anche di cominciare a conoscerlo: atteso è il suo discorso che pronuncerà al termine della celebrazione, subito dopo il canto del Te Deum e la sua prima benedizione episcopale.

Il rito – ripreso da ben cinque televisioni e seguito da oltre 30 giornalisti e fotografi – sarà lungo e complesso, ma assai affascinante. A memoria d’uomo si ricorda solo mons. Tagliaferri che si fece ordinare vescovo nella nostra Cattedrale. La prima parte della celebrazione sarà presieduta da mons. Lafranconi che con i vescovi Brugnaro e Gioia consacrerà don Antonio. Bella e significativa la scelta di chiedere al vescovo Dante di presiedere il rito e di donare lo Spirito: gesto che manifesta chiaramente la successione apostolica, ma anche il desiderio di imboccare, pur nel rinnovamento, una strada già tracciata.

Saranno un centinaio i cantori diretti da don Graziano Ghisolfi: oltre al coro della Cattedrale di Cremona hanno dato la loro disponibilità il coro della Parrocchia della Cattedrale, quello di Castelverde, il S. Pio V di Soncino, il “Il Discanto” e il coro interparrocchiale di S. Severino Marche. All’organo Mascioni il maestro Fausto Caporali, all’organo positivo Giani ci sarà Camillo Fiorentini. Non mancheranno neppure alcuni altri strumenti di supporto: alle trombe Antonio Stabilini e Gigi Ghezzi, ai tromboni Ivo Salvi e Massimo Blini e al corno Matteo Taboni. Sotto la direzione di don Graziano Ghisolfi, sarà proposto un repertorio che privilegia autori cremonesi come Claudio Monteverdi, Antonio Concesa, Federico Caudana, Federico Mantovani, Fausto Caporali e Roberto Grazioli.

Momento centrale sarà dopo l’omelia di mons. Lafranconi con l’interrogazione dell’ordinando circa gli impegni episcopali, il canto delle litanie, l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione. Seguiranno i riti esplicativi: anzitutto l’unzione con l’olio del sacro crisma a significare la particolare partecipazione del vescovo al sacerdozio di Cristo, poi la consegna del libro dei Vangeli con l’invito ad annunziare la Parola di Dio con grandezza d’animo e dottrina. Mons. Napolioni riceverà quindi l’anello, che mons. Lafranconi gli metterà al dito anulare della mano destra: si tratta dell’anello conciliare che san Giovanni Paolo II donò all’arcivescovo Gioia, che ha voluto a sua volta donarlo a mons. Napolioni, già suo segretario. A seguire l’imposizione della mitra, dono (come la casula) della comunità cristiana di San Severino: delle famiglie della parrocchia e delle monache clarisse. Infine la consegna del bastone pastorale: quello usato da mons. Bruno Frattegiani (già arcivescovo di Camerino – San Severino Marche che ordinò sacerdote mons. Napolioni il 25 giugno 1983) e che il novello Vescovo tante volte da bambino tenne durante il servizio da ministrante.

L’insediamento alla Cattedra, il saluto della Chiesa cremonese con alcuni suoi rappresentanti e l’abbraccio di pace con gli altri vescovi concluderanno questo momento solenne. Con l’offertorio mons. Napolioni assumerà la presidenza dell’assemblea celebrando, per la prima volta, da vescovo e da cremonese l’Eucaristia.

Alla fine della celebrazione mons. Franzini, parroco della Cattedrale, consegnerà a mons. Napolioni il dono della diocesi: un pastorale da usare nelle visite alle parrocchie.

Quando ormai sarà calata la sera, con il Comune illuminato dalle torce, sacerdoti e vescovi usciranno dalla Cattedrale e sulle note degli inni sacri della banda cittadina accompagneranno mons. Napolioni nella sua nuova casa, il palazzo vescovile.

“Servite Domino in laetitia” recita il motto scelto dal nuovo pastore. È l’augurio di tutta la Chiesa cremonese.

Claudio Rasoli

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Il pastorale dono della diocesi al nuovo vescovo

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L’abbraccio dei consacrati al vescovo Antonio: «Dove ci sono i religiosi c’è la gioia»

Lunedì 2 febbraio, nella giornata mondiale loro dedicata, mons. Napolioni ha presieduto il canto del Vespro nella chiesa monastica di San Sigismondo. Ricordati gli anniversari di professione

«Dove ci sono i religiosi c’è la gioia». È con questa iniezione di fiducia e di speranza che mons. Napolioni ha concluso la sua meditazione durante l’incontro con i religiosi e le religiose della diocesi nella ventesima Giornata mondiale della vita consacrata celebrata il 2 febbraio nella chiesa monastica di San Sigismondo a Cremona. Una giornata, vissuta nell’anno santo della misericordia, che chiude solennemente l’anno della vita consacrata così fortemente voluto da papa Francesco. Continue reading »

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La preghiera del priore di Taizè per il vescovo Antonio e la diocesi

Sabato nella preghiera serale di intercessione ci sarà un ricordo particolare per mons. Napolioni e per la Chiesa cremonese

Anche a Taizé, nella comunità monastica ecumenica ed internazionale fondata nel 1940 da Roger Schutz, meglio conosciuto come frère Roger, sabato 30 gennaio, si pregherà per mons. Antonio Napolioni e per la diocesi di Cremona. Un monaco, fr. John particolarmente legato al nuovo vescovo, avrebbe dovuto partecipare all’ordinazione, ma proprio il 30 gennaio si tiene il Consiglio della comunità. I religiosi, però, manifesteranno la loro vicinanza durante la preghiera della sera recitando una particolare intenzione scritta da fr. Alois, successore di fr.Roger. La pubblichiamo integralmente perchè tutti possano farla propria nel giorno dell’ordinazione e dell’ingresso di mons. Napolioni.

Per don Antonio Napolioni, vescovo di Cremona:

Sii laudato, Gesù Cristo, per la bella vocazione che hai indirizzato al tuo servo Antonio. Continua a sostenerlo, a dargli la fedeltà e la gioia nel compimento del suo ministero episcopale a Cremona.

Dio eterno, tu mandi il tuo Spirito Santo su tutta la creazione e lo deponi nel cuore di ognuno. Per mezzo di lui vuoi attirare tutti gli esseri umani a te. Per mezzo di lui, tu mandi il tuo servo Antonio come testimone di Cristo a coloro che tu gli affidi

Preghiamo per tutti i presbiteri e i fedeli della diocesi tra i quali egli è ora chiamato ad essere servitore della comunione. E con lui diciamo: Vieni, Spirito Santo.

Frère Alois, priore di Taizé

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La prima settimana a Cremona del vescovo Napolioni: tutti gli appuntamenti dal 31 gennaio al 7 febbraio

Domenica 31, in mattinata, il presule visiterà la Casa della Speranza, nel pomeriggio sarà al santuario di Caravaggio per affidare alla Vergine il suo ministero episcopale

Sarà particolarmente intensa e ricca di incontri la prima settimana cremonese del nuovo vescovo mons. Antonio Napolioni. Già il giorno successivo all’ordinazione, domenica 31 gennaio, il novello pastore, alle 9.30, visitera la Casa della Speranza, l’opera segno di Caritas Cremonese, che dal 2001 accoglie persone affette da HIV/AIDS. Nel pomeriggio, invece, sarà al santuario di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio: alle 16 presiederà una solenne Eucaristia e affiderà alla Vergina Maria l’inizio del suo nuovo ministero episcopale.

Lunedì 1° febbraio, alle 9, mons. Napolioni celebrerà la sua seconda Messa in Cattedrale, questa volta per affidare al Signore tutti i fedeli defunti. Alle 12.30, invece, visiterà la Casa dell’Accoglienza e pranzerà con gli ospiti della struttura guidata da don Antonio Pezzetti e dal dottor Cristiano Beltrami.

Martedì 2 febbraio, festa della Presentazione al tempio di Gesù, presso il monastero di San Sigismondo a Cremona, alle ore 16.30, il presule presiederà la celebrazione del Vespro nella XVII Giornata mondiale della vita consacrata: sarà la prima occasione di incontro con i religiosi e le religiose che operano nella nostra diocesi.

Giovedì 4 febbraio, in Seminario, il Vescovo parteciperà al consueto ritiro mensile del clero, mentre venerdì 5, alle 11.30, presso il Palazzo Vescovile, presiederà la preghiera e incontrerà gli operatori della Curia.

Sabato 6 febbraio, memoria liturgica del beato Francesco Spinelli, mons. Napolioni sarà a Rivolta d’Adda presso la casa madre delle suore adoratrici del Santissimo Sacramento. Alle 10 nella cappella maggiore celebrerà l’Eucaristia nella festa del fondatore quindi incontrerà gli ospiti e il personale di “Casa famiglia” e successivamente le suore di “Casa Santa Maria”. In serata, a Cavatigozzi, alle ore 21, presso la palestra comunale, presiederà la veglia di preghiera in preparazione alla Giornata nazionale per la vita.

Domenica 7 febbraio saranno due gli appuntamenti in agenda: alle 10 celebrerà l’Eucaristia nella chiesa cittadina di Sant’Agata in occasione della festa patronale, mentre alle 20.30, in Cattedrale, assisterà, insieme a mons. Lafranconi, al concerto del Coro delle voci bianche del teatro alla Scala di Milano.

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Il saluto del vescovo Dante al Seminario: «Siate discepoli su cui Gesù può contare»

Giovedì 21 gennaio mons. Lafranconi ha celebrato l'Eucaristia con i futuri sacerdoti e poi si è trattenuto a cena

Giovedì 21 gennaio, mons. Lafranconi ha voluto salutare la comunità del Seminario a pochi giorni dalla conclusione del suo servizio episcopale a Cremona. L’incontro è stato semplice, ma allo stesso tempo intenso, in quanto ancora una volta il vescovo Dante ha mostrato la sua tenera paternità. L’incontro ha preso inizio alle 18.30 con due liturgie, entrambe presiedute dal Vescovo: la recita comunitaria dei Vespri e la Santa Messa, concelebrata dai Superiori: don Enrico Trevisi, rettore, don Marco D’Agostino, vice rettore e don Primo Margini, direttore spirituale, a cui si sono aggiunti anche don Paolo Fusar Imperatore, don Antonio Facchinetti – residenti in Seminario – e don Flavio Meani, segretario particolare.
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Ordinazione episcopale di mons. Napolioni: il liturgista don Cavagnoli spiega il suggestivo rito

I due atteggiamenti, che scandiranno la sequenza rituale della festosa celebrazione di sabato 30 gennaio, si possono focalizzare nel silenzio adorante e nell’imposizione delle mani.

Mancano davvero pochi giorni all’ordinazione episcopale di mons. Antonio Napolioni, un rito complesso e suggestivo, ricco di gesti e di segni che non a tutti sono di facile comprensione. A don Gianni Cavagnoli, docente di liturgia e parroco di Cristo Re in città, abbiamo chiesto di introdurci a questa celebrazione così da poterla vivere con consapevolezza e attenzione.

L’esultanza di una Chiesa per l’elezione all’episcopato di un pastore, in questo caso mons. Antonio Napolioni, raggiunge il suo apice nel momento dell’ordinazione. Già nel III secolo un documento assai noto, la Tradizione Apostolica, così delineava tale celebrazione nella sua essenzialità: “Si riuniranno, di domenica, il popolo, il collegio dei sacerdoti e i vescovi presenti. Questi ultimi, con il consenso di tutti, impongano le mani sull’eletto, mentre i sacerdoti assistano senza fare nulla. Tutti tacciano, ma preghino in cuor loro per la discesa dello Spirito Santo” (cap. 2). I due atteggiamenti, che scandiscono la sequenza rituale della festosa celebrazione di sabato 30 gennaio, si possono allora focalizzare nel silenzio adorante e nell’imposizione delle mani.

1.    La gratuita azione divina

Il primo esprime lo stupore della Chiesa, riunita nella sua differenziazione ministeriale, di fronte alla scelta divina e all’azione interiore dello Spirito Santo. Nella fattispecie, si può veramente proclamare questo prioritario intervento, in quanto l’eletto, don Antonio, del tutto alieno da aspirazioni di arrivismo ecclesiale, si protende ancor più nell’approfondimento del servizio.

Qui davvero tutto è grazia e le Chiese di Camerino e di Cremona esultano, ascoltando le assodate affermazioni del vescovo s. Agostino: “Ora noi che il Signore, per bontà sua e non per nostro merito, ha posto in questo ufficio dobbiamo distinguere molto bene due cose: la prima cioè che siamo cristiani, la seconda che siamo posti a capo. Perciò, dovremo rendere conto a Dio prima di tutto della nostra vita, come cristiani, ma poi dovremo rispondere in modo particolare dell’esercizio del nostro ministero, come pastori” (Disc. 46).

L’imposizione delle mani silenziosa da parte del vescovo emerito Dante e degli altri vescovi presenti garantirà questo evento, convalidandolo con l’accorata preghiera di ordinazione: “O Padre, che conosci i segreti dei cuori, concedi a questo tuo servo, da te eletto all’episcopato, di pascere il tuo santo gregge. Egli ti serva notte e giorno, per renderti sempre a noi propizio e per offrirti i doni della tua santa Chiesa”.

Servizio che sarà ancor più visibilizzato allorché a don Antonio verrà unto il capo con l’olio del crisma, per esprimere la sua particolare partecipazione al sacerdozio di Cristo: in altri termini, la generosa donazione di sé a un gregge che, in nome del Signore, è chiamato ad amare e a servire in tutte le sue componenti, particolarmente nei poveri e nei sofferenti.

È quanto viene garantito anche dall’antico rito della consegna del pastorale: “Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio”.

2.    I compiti del vescovo ordinato

Una lunga requisitoria di ben nove interrogativi, posta all’esordio del rito, mette sull’attenti chi è ordinato: gli vengono richiamati i compiti essenziali che si assume, perché dichiari la sua disponibilità di fondo: “Sì, lo voglio”. Sarà la vita, poi, a conferire spessore di concretezza a quanto viene enucleato in una sequenza così gravosa.

Ma questo tassello si unisce subito al singolare rito della prostrazione a terra, mentre si enumerano, nell’invocazione orante, i vari santi. È proprio da questo incontro tra la nostra povertà, espressa simbolicamente da una corporeità prona, quasi affossata nella “sepoltura” di sé, e la ricchezza della potenza divina, implorata mediante le personalità “riuscite” nell’esperienza cristiana, che va delineandosi il senso della speranza, pregnante in tutta l’ordinazione: “Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento”.

Si comprendono in pienezza, allora, sia la consegna del libro dei Vangeli, espressione precipua del compito del vescovo nei confronti della Parola, che dovrà annunciare in ogni occasione, opportuna e non opportuna (cfr 2 Tm 4, 2); sia la consegna della mitra, che gli richiama la santità a cui deve tendere; sia soprattutto la consegna dell’anello, segno di fedeltà alla Chiesa cremonese, che dovrà custodire come sposa nella integralità della fede e nella purezza della vita.

Insomma, lo snodarsi calmo e solenne di questa ritualità va tratteggiando gradualmente l’autenticità di una figura, quella vescovile, che trova il suo posto adeguato alla sede/cattedra, segno espressivo del suo magistero.

Una ricchezza prospettica che evidenzia, da una parte, la meravigliosa azione del Padre: egli solo scruta i cuori e dona, a quanti sceglie, quello “Spirito che regge e guida”, già trasmesso al suo Figlio. Dall’altra, la richiesta di corrispondenza a un ministero, colto e vissuto nel suo riferimento a Cristo, di cui l’eletto dovrà rendere conto a Dio.

Simile indirizzo proietta l’episcopato, e la figura di don Antonio proprio nel momento in cui lo assume, verso l’orizzonte delineato da S. Agostino: “Cristo capo affida le pecorelle a Pietro, come figura del corpo, cioè Cristo e Pietro vennero a formare una cosa sola, come lo sposo e la sposa. Egli solo pertanto pasce nei pastori, ed essi pascono in lui solo. Tutti perciò si trovino nell’unico pastore ed esprimano l’unica voce del pastore. Le pecore ascoltino questa voce e seguano il loro pastore: non questo o quell’altro, ma uno solo. E tutti in lui facciano sentire una sola voce, non abbiano voci diverse” (Disc. 46).

È l’augurio che formuliamo al vescovo Antonio, nel giorno della sua ordinazione, mentre con lui dichiariamo di voler servire il Signore nella gioia, per sempre.

Gianni Cavagnoli

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Gli esercizi spirituali per giovani a Montecastello

Dalle 19.30 di venerdì 19 febbraio al pranzo di domenica 21 febbraio. Le meditazioni saranno dettate da Fra Giorgo Peracchi, Cappuccino del Convento cremonese di via Brescia e responsabile per l’Ordine della pastorale giovanile e vocazionale della Lombardia

Come di consueto, la Federazione Oraotri cremonesi propone gli Esercizi spirituali di inizio Quaresima nella confortevole casa di Montecastello che sovrasta Tignale e la sponda occidentale del Lago di Garda. La proposta è rivolta ai giovani perché si ritaglino un tempo opportuno di riflessione, ascolto della Parola, preghiera e confronto con una guida. Il tema scelto per il 2016 prende corpo dalla chiusa della parabola del Buon Samaritano, “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”,  e sviluppa alcune risonanze decisive dell’anno giubilare, in formato giovani.

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La storia dei Napolioni: insigne famiglia originaria del piccolo comune di Pievebovigliana

Pur essendo possidenti fondiari, alcuni membri si sono dati alle professioni liberali occupandosi spesso del governo della cosa pubblica

Il comune di Pievebovigliana, paese che conta poco meno di 900 abitanti in provincia di Macerata, è il luogo d’origine della famiglia del nuovo vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni. Egli, pur essendo nato a Camerino, è tuttora residente a Pievebovigliana dove si trova ancora l’antica casa di famiglia. Di seguito una scheda che l’amministrazione comunale ci ha inviato sulla storia della famiglia Napolioni.

La famiglia Napolioni è originaria del comune di Pievebovigliana, in provincia di Macerata, ma risiede fin dal XVIII secolo a Camerino. Essa si colloca nel ceto sociale dei possidenti fondiari, anche se alcuni membri si sono dati alle professioni liberali. A Pievebovigliana, questa importante famiglia borghese conserva il suo palazzo, posto lungo la via principale del Castello.

Alcuni membri del casato emergono per le loro idee e per le loro attività politiche. Don Angelo, primo preside del ginnasio camerte, alla fine del Settecento si mostrò aperto ai fermenti innovatori che provenivano dalla Francia. Per la sua vicinanza alle idee giacobine, durante la Restaurazione, fu sospeso dall’insegnamento universitario e sottoposto al soggiorno obbligato a Pievebovigliana. Nel 1849 fu annoverato tra i consiglieri liberamente eletti dal popolo in occasione della breve esperienza della Repubblica Romana. Don Angelo venne trovato morto, in circostanze sospette, nel letto della propria abitazione nel 1850.

I Napolioni appartengono, quindi, a quella ideale comunità di studiosi, intellettuali e proprietari innovatori di diversa estrazione sociale, che tra Sette e Ottocento trovarono nelle ideologie riformatrici e nelle speranze di un concreto rinnovamento dei solidi punti di riferimento, non soltanto riguardanti la cultura.

Dopo l’Unità tre membri della famiglia ricoprirono la carica di sindaco di Pievebovigliana: si tratta dell’ingegnere Valerio (1837-1890), che resse il Comune dal 1865 al 1870, di suo fratello Flaminio (dal 1879 al 1886) e di Angiolo (dal 1912 al 1924).

Il personaggio più noto è sicuramente Flaminio, nato nel 1842 e morto nel 1907, figlio di Luigi, a sua volta nipote di don Angelo. Nei necrologi pubblicati nel periodico “Chienti e Potenza” viene ricordato come “uomo di carattere fermo, di principi liberali, di una onestà scrupolosa, di intelligenza non comune […], amante di tutto ciò che poteva essere nuova manifestazione di progresso e di civiltà”. Oltre ad essere sindaco di Pievebovigliana e di Camerino, Flaminio, interpretando fino in fondo il suo ruolo di notabile, è presente in numerose amministrazioni pubbliche: membro della Società Operaia di Mutuo Soccorso, deputato e poi presidente della Congregazione di Carità di Camerino, consigliere e deputato provinciale. Egli è anche tra gli artefici della costruzione della ferrovia elettrica che collega la città di Camerino alla stazione di Castelraimondo. Il sindaco di Pievebovigliana, Francesco Liberti, così lo ricordò nel 1907: “Con Flaminio Napolioni è scomparso il più fedele dei nostri amici, la gloria più fulgida del nostro Paese, il propugnatore strenuo ed autorevole dei nostri diritti e dei nostri interessi”.

L’avvocato Angiolo, figlio di Flaminio, nato nel 1885, importante figura liberale antifascista, oltre a ricoprire la carica di sindaco di Pievebovigliana, fu il primo presidente della Deputazione provinciale, nominato dal Comitato di liberazione nazionale alla fine della seconda guerra mondiale.

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Il messaggio del Papa per la Quaresima: «Risvegliamo la coscienza sopita davanti alla povertà»

“Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare” è il tema della riflessione del Pontefice per il tempo forte che prepara alla Pasqua

“Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione!”. È l’appello con il quale Papa Francesco conclude il suo messaggio per la Quaresima 2016 che si apre il 10 febbraio, mercoledì delle Ceneri. Tema del documento, presentato il 26 gennaio in Vaticano, “Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare”.

Nel testo, il Pontefice richiama l’auspicio espresso nella Misericordiae Vultus, che “la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio” che, spiega, è “un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona”.Per questo, richiamando il n. 18 della bolla d’indizione dell’Anno Santo, spesso citata nel messaggio, ricorda: “Nel tempo della Quaresima invierò i missionari della misericordia perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio”.

Proprio il 10 febbraio, infatti, nella solenne celebrazione del mercoledì delle Ceneri nella basilica di san Pietro, alla presenza delle spoglie di due grandi confessori, i cappuccini san Leopoldo Mandic e san Pio da Pietrelcina, il Pontefice conferirà il mandato a 800 “missionari della misericordia”.

Le opere di misericordia corporale e spirituale, sottolinea il Papa, “ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo”. Ecco perché Francesco auspica che, durante il Giubileo, siano “un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo”.

Nel povero “la carne di Cristo ‘diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura’”. Si tratta di un “inaudito e scandaloso mistero”, soprattutto “quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede”.

Ma il “povero più misero”, avverte Francesco, è chi “non accetta di riconoscersi tale. Crede di essere ricco, ma è in realtà il più povero tra i poveri” e “schiavo del peccato”. “E tanto maggiore è il potere e la ricchezza a sua disposizione, tanto maggiore può diventare quest’accecamento menzognero” da non voler vedere “Lazzaro che mendica alla porta della sua casa”, figura del Cristo che “mendica la nostra conversione” e “possibilità di conversione che Dio ci offre e che forse non vediamo”. Un accecamento che “si accompagna ad un superbo delirio di onnipotenza, in cui risuona sinistramente quel demoniaco ‘sarete come Dio’ che è la radice di ogni peccato” e che, il monito del Papa, “può assumere anche forme sociali e politiche, come hanno mostrato i totalitarismi del XX secolo, e come mostrano oggi le ideologie del pensiero unico e della tecnoscienza, che pretendono di rendere Dio irrilevante e di ridurre l’uomo a massa da strumentalizzare”.

Francesco mette in guardia anche dalle “strutture di peccato collegate ad un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli”.

La Quaresima di questo Anno giubilare è un tempo favorevole per “poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia”, l’incoraggiamento del Papa nella parte conclusiva del messaggio. “Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati – spiega -, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori”. Per questo non vanno mai separate. Grazie ad esse, “toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso”, anche “i ‘superbi’, i ‘potenti’ e i ‘ricchi’” possono accorgersi “di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro” e dunque convertirsi.

Ma le opere di misericordia, da sole, non bastano. Di qui l’invito anche ad un “ascolto operoso” della Parola.

Scarica il messaggio integrale

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