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Libia: ecco cosa sta succedendo tra Serraj, Haftar e Putin in attesa dell’incontro a Berlino

La ripartenza potrebbe iniziare a Berlino o è già cominciata a Mosca, avvalorando così la tesi che singoli Paesi possono diventare qualcosa di più che semplici spettatori di una crisi ormai prolungata che gli equilibri di forza al momento non possono in alcun modo condurre ad una conclusione

Probabilmente è la conferma che ogni proposta negoziale per avviare a soluzione il conflitto in Libia serve a poco se non c’è la volontà di un buon numero di Stati. Così si potrebbe riassumere l’ulteriore scenario apertosi in una guerra da cui non sono estranee le principali Cancellerie, tutte protese a guardare i fatti libici come possibile trama per riequilibrare rapporti di forza, magari per chiudere partite iniziate da decenni, o ancora per verificare se, e come, sia possibile una diversa gestione di altre situazioni oltre quella militare. È facile il riferimento al comparto energetico o alla mobilità umana e alle migrazioni forzate, mentre più complesso è il rapporto tra le diverse anime dell’Islam, la minaccia terroristica, un più generale equilibrio nell’oriente mediterraneo.

Tutte situazioni legate a una mai sopita volontà di controllo esterno di quello scacchiere strategico che da sempre affascina uomini di governo, interessa gli analisti e gli studiosi, richiama le imprese e le attività economiche.

La ripartenza potrebbe iniziare a Berlino o è già cominciata a Mosca, avvalorando così la tesi che singoli Paesi – e l’Unione europea? – possono diventare qualcosa di più che semplici spettatori di una crisi ormai prolungata che gli equilibri di forza – interni ed esterni – al momento non possono in alcun modo condurre ad una conclusione. La sfida, infatti, va certamente oltre lo scontro tra le due macro realtà in cui è ripartito il controllo di quel territorio. Tale analisi, seppur comoda, sembra non tener conto di quelle micro divisioni che permettono di leggere la situazione libica (dai Tuareg nel sud ovest, ai miliziani Tubu nel sud). Immagini certamente non nuove ma che fanno probabilmente la differenza. In questo momento ciò significa impedire alla Cirenaica di annettere la Tripolitania, o fare in modo che quest’ultima possa continuare ad essere l’entità riconosciuta ufficialmente dalla Comunità internazionale. E anche qui le distinzioni, o piuttosto le perplessità, sono tante: il riconoscimento sin qui è stato non solo politico ma quantitativo, lontano da una valutazione della capacità politica e dal peso di alleanze dalle quali tutti attendevano una stabilizzazione dell’intero territorio nazionale.

La preannunciata conferenza, se non pensata in questi termini, rischia di essere solo una possibilità, forse l’ultima. Così come ad una tregua va attribuita la funzione di non compromettere altre ipotesi, oltre a far tacere temporaneamente l’uso massiccio delle armi. Su fallimenti di entrambe le iniziative pesa l’indicazione verso una definitiva suddivisione del territorio in due entità autonome e distinte, o in una pace armata mediante la presenza di una colazione militare che, se pure nel quadro Onu, rischia in partenza di essere un caleidoscopio delle potenze interessate che potranno posizionarsi nelle rispettive aree di influenza. Più che soluzione sarebbe il preludio di uno status quo, immobile e precario.

Saranno dunque le potenze esterne a giocare un ruolo essenziale per salvaguardare i loro interessi, anche quelli delocalizzati rispetto al territorio libico. Oppure – secondo uno scenario non nuovo anzi ritornante nello svolgersi delle relazioni internazionali – andranno a comporre le basi per un “giusto equilibrio”. La motivazione, che rischia di diventare l’obiettivo, sarà certamente legata alla convinzione che la Libia è ingovernabile, o alla retorica che solo il potere esercitato da Gheddafi poteva farla parlare con una sola voce (dato realistico, per altro, se si guarda la frammentazione attuale), o ancora che è necessario salvaguardare la frontiera sud dell’Europa rispetto ai flussi migratori. Questo dimenticando che la Libia rappresenta anche la frontiera nord di una realtà complessa come il continente africano: quell’area sahariana e sub-saheliana diventata ormai un crocevia di instabilità endemica, di sottosviluppo persistente, di povertà inguaribile delle popolazioni e allo stesso tempo di interesse per le potenze europee, di quelle del Golfo e dell’oriente, anche estremo.

Questi ultimi elementi ed assetti costruiscono un quadro che lascia perplessi – come anche vede assente l’informazione – da cui resta esclusa la popolazione, a meno che non la si voglia far corrispondere con i combattenti in azione e pertanto sostenere che i libici sono tutti identificati con le parti in conflitto. Probabilmente è un modo per escludere, e non sarebbe la prima volta, dai giochi dalla trattativa e finanche dal tavolo negoziale quanti del conflitto, della frammentazione, della violenza sono le vittime, magari ignare, dell’interesse sul loro territorio.

Esclusi senza che una ragione convincente sia almeno manifestata e non si limiti ad essere espressione dell’interesse, della potenza, della ragion di Stato. Fattori che per i rapporti internazionali non sono una novità, ma sarebbe chiaramente sprezzante se diventassero la conclusione già scritta dello spiraglio che in questo momento speriamo di poter leggere per la Libia in una tenue volontà negoziale, nella ponderata disponibilità delle parti in lotta a far tacere le armi e in altri segnali che sembrano accedere verso la speranza. Quella speranza che lo scorso 9 gennaio Papa Francesco poneva come obiettivo e come conseguenza dell’azione internazionale che voglia costruire una pace fatta di stabilità, legalità internazionale, rispetto delle regole e, obiettivo sempre più da perseguire, convinzione della centralità del negoziato multilaterale rispetto a quello determinato dalle volontà individuali, che restano sempre veicoli di separazione e contrapposizione.

AgenSir
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Visita pastorale a Brignano Gera d’Adda, cenacolo missionario che trova nuova linfa nella Parola

Ricca agenda di incontri per il Vescovo in ascolto dei fedeli e del mondo politico e sociale della popolosa comunità cristiana bergamasca

Cenacolo dei discepoli missionari. È questo il tema sviluppato nella visita pastorale del Vescovo, scelto dalla comunità parrocchiale di Brignano Gera d’Adda dopo aver meditato il secondo capitolo della sua lettera «Gesù per le strade». Le riflessioni condivise si sono concentrate sul ripensamento della vita della comunità – piccolo «cenacolo di discepoli», appunto – dentro la grande Chiesa, luogo privilegiato, oltre alle famiglie e ai gruppi, per custodire e comunicare le grandi verità della Parola di Dio. Si è compresa l’urgenza di passare dalle dimensioni di ascolto, catechesi, tradizioni e liturgia alla vita quotidiana testimoniale, ripensando metodi e strumenti per intraprendere percorsi di comunione. Continue reading »

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Il 18 e il 19 gennaio a Pizzighettone una mostra dedicata al santo patrono

Ripercorre la storia di una lunga devozione di Pizzighettone verso San Bassiano, scelto nel XII secolo come santo titolare della chiesa parrocchiale

La Parrocchia e la Pro Loco di Pizzighettone, per celebrare i millesettecento anni dalla nascita del Patrono del paese, hanno realizzato la mostra “Bassiano: un uomo, un santo”, che narra le tappe della vita di questo santo, esemplare esempio di vescovo al servizio della sua comunità. Continue reading »

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Sant’Agata, Sant’Ilario e Sant’Agostino sono ufficialmente unità pastorale

La costituzione durante la Messa presieduta nella mattinata di domenica 12 gennaio dal Vescovo a conclusione della visita pastorale

Si conclude questa mattina, domenica 12 gennaio, la prima tappa della visita pastorale del vescovo Antonio Napolioni che da venerdì ha coinvolto, nel centro storico di Cremona, le parrocchie di Sant’Agata, Sant’Ilario e Sant’Agostino. Sarà proprio in questa ultima chiesa che questa mattina alle 10 il vescovo presiederà la Messa conclusiva, che sarà anche occasione per dare ufficialmente avvio all’unità pastorale delle tre comunità cittadine, sotto la guida del moderatore don Irvano Maglia. Continue reading »

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“Riposo durante la fuga d’Egitto”, dal 12 marzo esposizione alla Pinacoteca di Cremona

La mostra, curata da Mario Marubbi con le opere di Orazio Gentileschi, ripercorre il tema iconografico della Fuga in Egitto e dei molteplici episodi ad esso collegati

Dal 14 marzo alla Pinacoteca Ala Ponzone di Cremona si possono ammirare, l’una di fianco all’altra, due versioni del “Riposo durante la fuga in Egitto”, capolavori di Orazio Gentileschi. In una straordinaria mostra promossa dal Comune di Cremona attraverso i suoi Civici Musei, con la curatela da Mario Marubbi. Continue reading »

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Notte del liceo classico Vida: la bellezza che guarda al contemporaneo

Una serata di incontri, eventi e riflessioni con gli studenti protagonisti dell'iniziativa

Il Classico va sempre di moda. Può essere sintetizzata con questa semplice e superficiale battuta l’idea che sostiene la Notte bianca del liceo classico, andata in scena presso il Liceo Vida di Cremona, in contemporanea con gli oltre 250 licei classici d’Italia, nella serata di venerdì 17 gennaio.

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Andrea Bassani
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“Le due madri”, il libro di Gianfranco Mattera sul tema dell’affido

L’affidamento familiare visto da dentro, nella sua complessità: non una storia di burocrazia, ma una duplice storia d’amore

“Non ci sono scuole per diventare delle brave mamme. Non ci sono insegnanti che preparano all’avventura irripetibile di crescere un figlio. A volte non si è pronti. A volte si è troppo fragili e schiacciati dalle proprie difficoltà per prendersi cura di un figlio. A volte si ha bisogno d’aiuto e non si è capaci di chiederlo, o di accettarlo. Solo un figlio può far nascere una mamma. Perché la domanda più complessa non è come cresce un figlio, ma come cresce una mamma. L’affidamento familiare visto da dentro, nella sua complessità. Non una storia di burocrazia, ma una duplice storia d’amore”. Continue reading »

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Rapporto Open Doors 2020: nel mondo un cristiano su otto è discriminato

Le persecuzioni riguardano 260 milioni di persone in 73 Paesi. Critica la situazione in Corea del Nord e nel Sahel, mentre continuano a diminuire le comunità in Iraq e Siria. In calo le uccisioni

Un cristiano su otto nel mondo subisce atti persecutori a causa della propria fede, un numero pari a 260 milioni di persone. È questo il dato che emerge dalla World Watch List 2020 dell’ong Porte Aperte / Open Doors, presentato oggi alla Camera dei Deputati italiana. Il rapporto analizza i fatti avvenuti nel mondo dal primo novembre 2018 allo scorso 31 ottobre in cento Paesi potenzialmente interessati dal fenomeno e mostra come rispetto all’anno scorso i cristiani discriminati a un livello definito “alto”, “molto alto” ed “estremo” siano aumentati di 15 milioni.

In calo il numero dei cristiani uccisi

Diminuisce il numero di cristiani uccisi (da 4.305 a 2.983 vittime), con la Nigeria che rimane il Paese più pericoloso per i cristiani a causa degli attacchi delle tribù Fulani e degli islamisti di Boko Haram. Al secondo posto la Repubblica Centrafricana in guerra e al terzo lo Sri Lanka, dove a Pasqua 2019 morirono oltre 200 persone.

Esclusi dalla vita pubblica e perseguitati in privato

“Sono diminuite le morti e le uccisioni, ma è un dato che solitamente cambia a seconda dell’anno e quindi è molto altalenante”, spiega Cristian Nani, direttore di Porte Aperte/ Open Doors. Quello che è costante, invece, è l’aumento della pressione che riguarda la vita privata e la vita pubblica nella comunità e nella Chiesa. “Secondo vari parametri che noi analizziamo – discriminazioni, violenze, esclusione dal lavoro, dalla sanità e dalle cure mediche, leggi che proibiscono l’esistenza dei cristiani o leggi contro le conversioni che vengono utilizzate contro i cristiani”, spiega ancora Nani, “tutto questo insieme comporta un aumento della pressione in moltissimi Stati. In almeno 73 nazioni i cristiani sperimentano un alto livello di persecuzione”.

Ascolta l’intervista integrale a Cristian Nani, presidente di Porte Aperte

Corea del Nord e Afghanistan i Paesi più pericolosi

Sono infatti 11 i Paesi in cui la persecuzione contro i cristiani è definita “estrema”. Al primo posto per il diciottesimo anno consecutivo c’è la Corea del Nord, dove secondo Open Doors ci sono tra i 50 mila e i 70 mila cristiani detenuti in campi di lavoro a causa della loro fede. Seguono poi Paesi in guerra da anni e con una componente fondamentalista islamica molto alta come Afghanistan, Somalia e Libia, a cui segue il Pakistan dove, nell’anno della liberazione di Asia Bibi, rimane comunque in vigore la legge contro la blasfemia.

Peggiora la situazione in Sahel

Per la prima volta entrano, tra i primi 50 Paesi per discriminazioni contro i cristiani, Burkina Faso e Camerun, a testimonianza della difficile situazione nell’area del Sahel, dove operano almeno 27 gruppi jihadisti. Nel nord del Burkina Faso sono state chiuse più di 200 chiese. “Uno dei punti essenziali dell’agenda di questi movimenti è comunque l’eliminazione della presenza cristiana”, spiega ancora Nani: “Arrivano nei villaggi del nord del Burkina Faso dando un ultimatum di 3 giorni alle famiglie cristiane per sparire dal posto. Se questo non avviene dopo tre giorni li uccidono”.

In Iraq e Siria i cristiani rischiano di sparire

Dura da anni invece la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente. In Iraq prima della guerra del 2003 erano un milione e mezzo. Oggi sono circa 200 mila e anche i ritorni nella piana di Ninive dopo la cacciata dello Stato islamico sono difficili per la mancanza di condizioni di sicurezza. In Siria, in guerra ormai da nove anni, i cristiani sono passati da oltre 2 milioni a 744 mila.

Oltre 8 mila abusi sulle donne cristiane

In generale, quasi diecimila chiese sono state chiuse o attaccate, mentre sono oltre ottomila i casi di abusi sulle donne causati dalla discriminazione religiosa. “Si tratta della punta dell’iceberg”, afferma ancora Nani, “perché siamo ancora poco capaci di tracciare questi fenomeni, come quello dei matrimoni forzati”. Le stime, afferma, sono “che almeno 23 donne cristiane ogni giorno subiscano una violenza sessuale” in quanto tali.

L’America Latina

Da segnalare infine anche la situazione in America Latina, dove rischiano la vita i sacerdoti e i fedeli che sfidano la criminalità organizzata in Paesi come la Colombia e Messico.

VaticanNews
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Oratori, educatori professionali e cooperative: percorsi di formazione con la Focr

Presso la sede della Federazione oratori, incontro di approfondimento mercoledì 11 marzo alle 21

La collaborazione della Federazione oratori cremonesi con le Cooperative di area educativa e di ispirazione cattolica continua anche per il 2020 attraverso un tavolo di confronto e coordinamento. Lo ricorda l’ultimo numero del “Mosaico” che tra le prospettive di pastorale giovanile per la Diocesi cremonese focalizza il delicato ed avvincente capitolo delle collaborazioni educative professionali. Nella prima parte dell’anno, come già da qualche tempo, Focr e Cooperative del territorio sviluppano una collaborazione importante per accompagnare e formare gli Operatori che lavorano durante l’anno e nel periodo estivo in Oratorio. Continue reading »

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Il “Cortile dei sogni” in zona IV: un’opportunità per ripensare insieme l’oratorio

L'incontro si è svolto nella serata di venerdì 17 gennaio presso l'oratorio di San Daniele Po

Dopo un momento di convivialità nei locali dell’oratorio di San Daniele Po, ha preso il via l’incontro tra gli oratori della Zona pastorale 4 per il progetto il “Cortile dei sogni”, che guarda un ripensamento condiviso degli oratori nella prospettiva di un’apertura verso nuove possibili alleanze educative. Dopo la preghiera iniziale, don Paolo Arienti, incaricato diocesano per la pastorale giovanile, ha introdotto e guidato l’incontro. Continue reading »

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