I volti, le famiglie, le povertà… si è conclusa la Visita pastorale del vescovo Napolioni a Casalmaggiore (GALLERY E VIDEO)

Monsignor Napolioni ha presieduto la celebrazione domenicale nel Duomo di Santo Stefano dopo tre giorni di incontri, ascolto e preghiera con la comunità. Significativa la visita al capo dei Sinti in città

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È terminata domenica 28 febbraio con la Messa festiva delle ore 11 nella Chiesa di S. Stefano in Casalmaggiore la Visita Pastorale del vescovo Napolioni alla città iniziata nella giornata di venerdì.

Particolarmente significativa, tra i molti incontri vissuti dal Vescovo Napolioni, la visita al Campo della comunità Sinti di Casalmaggiore, avvenuta sabato 27 in mattinata. Dopo aver incontrato la Comunità Socio-Sanitaria “Casa Giardino”, struttura gestita dalle suore di Gesù sofferente, che accoglie ragazzi disabili, anziani soli e persone con parziale o temporanea non autosufficienza, il Vescovo è stato accompagnato dal parroco don Claudio Rubagotti, alla presenza di don Arrigo Durante e di don Angelo Bravi, presso campo sinti di via del Porto, che da decenni ospita diverse famiglie di etnia sinti e che nel 2013 è divenuta a tutti gli effetti un quartiere di Casalmaggiore, grazie a un importante processo di integrazione e riqualificazione urbana.

Ad accogliere monsignor Napolioni c’era Maria, abitante del campo dalla prima generazione, quando nel 1986 i rom sinti provenienti dalla regione indiana del Punjub decisero di divenire stanziali e di farlo in questa zolla di terra casalasca dimenticata da tutti: da un lato il fiume Po e dall’altro la discarica cittadina.

«Vi ringrazio di avermi accolto nella vostra casa» ha dichiarato il Vescovo salutando i bambini che numerosi accorrevano a lui. «Oggi con voi conosco un angolo di Casalmaggiore che non mi era noto». A contenere l’entusiasmo dei bimbi Achemi, Paola e Marisa, che con il marito Franco costituiscono da sempre il nucleo centrale del campo.

È proprio Franco a spiegare il perché della specificità di questo quartiere di Casalmaggiore che un tempo veniva definito, contro tutte le evidenze, “campo nomadi”. «Mio nonno è originario della Sicilia – ha spiegato al Vescovo -. Ma noi siamo lombardi da generazioni e abitiamo in case fisse. Per noi la stanzialità è una scelta».

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Nel campo di Casalmaggiore, infatti, le tipiche roulotte a cui il nostro immaginario si è abituato sono state sostituite alla fine degli anni ‘80 da case con tutte le forniture idro-elettriche. È il risultato di uno storico accordo tra gli abitanti del Campo e l’allora Amministrazione comunale, che ha permesso a tanti bambini sinti di frequentare la scuola. E che fa sì che dal 1998 a Casalmaggiore si abbia la prima generazione scolarizzata tra i Sinti di tutta la Regione Lombardia.

Al Vescovo sono state narrate le storie belle di rivalsa, di diplomi presi, di matrimoni riusciti, di integrazione. Così come i problemi comuni a tutti i quartieri di una città di medie dimensioni. «Non si può vivere – ha denunciato Marisa- sui fontanazzi sopra cui sono state costruite le nostre case. Ad ogni alzata del fiume portano centimetri d’acqua tra bagno e cucina». Il Vescovo, in ascolto silenzioso, ha condiviso preoccupazioni e portato il suo conforto.

Non è mancata poi la visita alla piccola chiesetta costruita al centro del Campo, dove ogni settimana (in periodo di Covid i tempi si sono dilatati) viene ricevuto il pastore della Chiesa Evangelica di Mantova o di Piacenza e i tanti giovani del campo pregano e cantano inni al Signore.

Cantano come avvenuto sabato mattina, sotto il pergolato apparecchiato per l’occasione con un lauto aperitivo. Imbracciata la chitarra, Kamir (divenuto dopo gli studi capo-magazziniere in un noto supermercato della zona) ha intonato il primo canto di Lode a Dio, accompagnato da Dameris, Sciatilo, Jessica, Mosè, Achemi, Keira, Belen, Freida e molti altri. Sono la terza generazione dei Sinti di Casalmaggiore. Qualcuno abita ancora nel campo, altri hanno trovato una sistemazione diversa ma tornano sempre nelle occasioni speciali, come questa della visita del Vescovo Antonio. Loro, che non si dichiarano cattolici ma uomini di profonda fede, per cui Dio ha lasciato segni indelebili nelle loro vite, alzano le braccia al cielo in segno di preghiera, tutti insieme, padroni di casa e ospiti, invocando il Padre Nostro in un clima di fratellanza e reciproca fiducia. «Oggi ci avete testimoniato l’amore che parla al Signore -ha concluso Mons. Napolioni- che dà senso alla fatica di crescere e di costruire un mondo nuovo insieme, a partire dallo stesso Gesù». E, benedicendo i presenti, «su di voi, sui vostri sogni, sui vostri desideri, scenda la benedizione di Dio che ci unisce oggi in una grande e sola famiglia».

 

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Nel pomeriggio il Vescovo ha avuto l’occasione di incontrare gli operatori della carità, in un dialogo aperto e sincero sulle necessità che le associazioni locali impegnate nel sociale stanno riscontrando, in tempi in cui la povertà aumenta e le risorse vanno equamente distribuite. «Saremo giudicati sulla carità perché questo è il nostro primo comandamento» Monsignor Napolioni ha incitato i rappresentanti delle associazioni presenti nella Chiesa di San Francesco, Centro di aiuto alla vita, San Vincenzo de’ Paoli, Croce Rossa, Protezione Civile e Acli. Alla presenza di don Pier Codazzi, responsabile di Caritas Cremona, il Vescovo, ha rilanciato su alcuni risultati che vanno perseguiti: maggiore partecipazione dei giovani alle azioni di volontariato, maggiore sinergia tra gli enti e le istituzioni, cambio di mentalità nell’ottica di riconoscere come “fratelli tutti”, principio fondatore della Croce Rossa Italiana che richiama da vicino il senso e il titolo dell’ultima enciclica di Papa Francesco.

«C’è un’urgenza – ha dichiarato il Vescovo -. Come dare speranza alle tante famiglie che hanno necessità impellenti». E, citando un brano di “Fratelli tutti”, ha ricordato che per avere un mondo aperto servono uomini e donne dal cuore aperto.

«Non esiste carità senza preghiera, senza oratorio e senza fare rete. Dobbiamo aprirci di più per far crescere la rete. Per noi tutti sono figli di Dio. In quest’ottica la comunità deve avere un progetto condiviso, che vada al di là degli steccati ideologici».

Ha concluso l’incontro un pensiero di don Codazzi: «Ho il desiderio che tutte queste realtà qui rappresentate trovino un senso di unità», aggiungendo «Vorrei che la Casa di accoglienza (fondata nel 1989 da don Paolo Antonini, ndr) ritornasse ad essere un segno per tutta la cittadinanza». Il riferimento implicito è all’avvio del Progetto APRI di Caritas Italiana anche a Casalmaggiore, grazie ad alcune famiglie che vi hanno aderito con entusiasmo.

Nel pomeriggio hanno fatto seguito altri incontri, con le famiglie di bambini e ragazzi in procinto di ricevere i Sacramenti; e un incontro ecumenico tra il Vescovo e la comunità cattolica ghanese di Casalmaggiore, la comunità pentecostale e quella metodista. Entrambi i momenti hanno richiamato numerosi cittadini, che hanno potuto dialogare francamente con il loro Vescovo.

Infine, ultima tappa della Visita, la celebrazione della S. Messa di domenica 28, presieduta dal Vescovo, concelebrata dal parroco don Claudio Rubagotti e dai collaboratori don Angelo Bravi e don Cesare Castelli.

«Oggi vengo da voi per confermare che Dio è con noi e che ad ogni sofferenza segue la risposta della trasfigurazione» ha esordito il Vescovo nell’omelia, facendo riferimento alla Parola del giorno. «Il Padre ha trasfigurato il dolore in amore eterno. A noi spetta consegnare ai giovani la speranza della trasfigurazione, superando la tentazione della continua lamentela». E ha concluso dando appuntamento al prossimo anno per raccontarsi se siamo stati in grado di «percorrere la strada dell’amato che ci indica il cammino».

A chiusura della celebrazione la comunità ha voluto fargli dono di un segno ricco di significato, una croce pettorale di color argento su sfondo color oro. Ad accompagnare il gesto Letizia Frigerio, conservatore del Museo del Bijou di Casalmaggiore.

«Nel pensare quest’opera – ha dichiarato la Frigerio – l’artista si è ispirato al patrimonio del Museo del Bijou, in ricordo di operai e operaie capaci di creare con materiali umili oggetti belli e preziosi. Lo doniamo a Lei con la speranza di imparare ad essere parte viva di una Chiesa umile in un mondo fragile».

È seguito, tra gli applausi, un pensiero all’«amato don Alberto Franzini che – ha dichiarato il Vescovo- avrebbe sicuramente apprezzato». La celebrazione si è conclusa con i ringraziamenti da parte del Parroco don Rubagotti a tutti coloro che si sono impegnati in questa tre giorni di Visita Pastorale.

Sara Pisani
TeleRadio Cremona Cittanova
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