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Intervista al nuovo rettore del Seminario che anticipa alcune novità per il prossimo anno

Don Marco D'Agostino, soresinese doc, classe 1970, nelle scorse settimane è stato nominato dal vescovo nuovo responsabile della formazione dei futuri sacerdoti

Lo scorso 9 giugno, durante il Consiglio presbiterale diocesano, mons. Antonio Napolioni ha annunciato la nuova équipe formativa del Seminario. Don Marco D’Agostino è il nuovo rettore, che sostituisce don Trevisi nominato parroco a Cristo Re in città, don Francesco Cortellini è il vicerettore che prende il posto proprio di don Marco, mentre don Primo Margini lascia a don Maurizio Lucini il delicato ministero di direttore spirituale. A don Marco D’Agostino, soresinese doc, classe 1970, abbiamo rivolto qualche domanda all’inizio del suo nuovo incarico.

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Annunciate nuove nomine del Vescovo Antonio: nove sacerdoti interessati

Durante le celebrazioni eucaristiche di domenica 26 giugno. Costituita una nuova unità pastorale tra le parrocchie di Pizzighettone, Roggione e Regona

Durante le celebrazioni eucaristiche di domenica 26 giugno sono stati comunicati, nelle parrocchie interessate, diversi provvedimenti che coinvolgono ben nove sacerdoti. Il più evidente riguarda la costituzione di una nuova unità pastorale tra le parrocchie di Pizzighettone, Regona e Roggione. Mons. Napolioni  ha nominato moderatore don Andrea Bastoni, già collaboratore nelle stesse comunità e parroci in solido don Gabriele Battaini, sinora vicario a Covo, e don Attilio Spadari, già collaboratore a Soresina. Di seguito pubblichiamo integralmente il comunicato della Cancelleria Vescovile.

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Il vescovo Antonio celebra i Santi Pietro e Paolo a Barbata

Domenica 26 giugno il presule ha benedetto anche una statua di San Francesco D'Assisi e la sede del presidio della Croce Verde Martesana

Un’altra prima volta per il vescovo Antonio in un’altra parrocchia della Bassa Bergamasca. Dopo Fornovo San Giovanni venerdì sera, domenica mattina mons. Napolioni è stato a Barbata per celebrare la messa solenne in onore dei Santi Patroni Pietro e Paolo ed inaugurare e benedire la nuova statua di San Francesco d’Assisi, collocata in piazza IV Novembre, e la sede del presidio della Croce Verde Martesana.

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Il Vescovo a Fornovo per celebrare S. Giovanni Battista

Venerdì 24 giugno mons. Napolioni ha ricordato la figura del Precursore e il compito di ogni cristiano di annunciare Gesù ai fratelli

Prima volta a Fornovo San Giovanni per il vescovo Antonio che, in occasione della solennità del patrono San Giovanni Battista, venerdì 24 giugno, alle 20.30, ha celebrato la Messa solenne e presieduto la processione per le vie del paese con la statua del Santo. Chiesa parrocchiale gremita di fedeli per la celebrazione, allietata dalle voci dei cantori della schola cantorum parrocchiale diretta da Cleo Canevisio: sull’altare, assieme al vescovo, i sacerdoti don Antonio Aresi, pro-rettore del santuario di Caravaggio, e don Giambattista Aresi, entrambi nativi di Fornovo, ed il collaboratore parrocchiale don Roberto Cremona.

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Domenica 26 la Giornata della Carità del Papa

Intervista del Sir a mons. Giovanni Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della S. Sede

Una pratica molto antica che arriva fino a oggi. È l’Obolo di San Pietro, la colletta che si svolge in tutto il mondo cattolico, per lo più il 29 giugno o la domenica più vicina alla Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (quest’anno il 26 giugno). La colletta rimanda alle origini del Cristianesimo, quando vengono sostenuti materialmente «coloro che hanno la missione di annunciare il Vangelo, perché possano impegnarsi interamente nel loro ministero, prendendosi cura dei più bisognosi». È quanto sottolinea anche monsignor Giovanni Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Il Sir – Servizio informazioni Religiose – lo ha incontrato alla vigilia di questo appuntamento, conosciuto come Giornata per la carità del Papa.

Eccellenza, l’Obolo di San Pietro è una pratica molto antica che rimanda alle origini del cristianesimo. Quali sono i motivi che la rendono ancora attuale?
«Direi gli stessi di un tempo, fondamentalmente due: offrire un sostegno materiale a chi vive per annunciare il Vangelo, quindi alle necessità dell’apostolato, comprese anche le attività della Santa Sede; e prendersi cura dei più bisognosi, che purtroppo non mancano mai, non solo vicino a noi, ma anche in tanti contesti di sofferenza, spesso dimenticati».

Qual è il senso spirituale ed ecclesiale della Giornata per la carità del Papa?
«Oltre alla carità, che parla già da sé, c’è, come lei ha detto, un importante significato ecclesiale: non si tratta solo di dare un aiuto a chi ne ha bisogno o una mano a chi fa del bene, ma di farlo come Chiesa. Partecipare alla carità del Papa è un gesto fortemente simbolico, perché manifesta la vicinanza delle comunità e dei fedeli al Papa, la partecipazione alla sua sollecitudine. È un segno, semplice e antico, di unità nell’amore. Per questo è e dev’essere, com’era anche nella Chiesa delle origini, un gesto spontaneo. Mi piace anche ricordare che l’obolo avviene attorno alla solennità di San Pietro: è, in fondo, il “regalo” delle Chiese al Successore di Pietro, che non lo tiene per sé, ma a sua volta lo distribuisce secondo i bisogni delle Chiese e dei poveri».

Una nota particolare viene data a questo appuntamento annuale dal Giubileo della misericordia che stiamo vivendo. In tale senso è efficace lo slogan scelto dalla Conferenza episcopale italiana per la Giornata del 26 giugno: “Apriamo i cuori alla misericordia”. Ma è possibile coniugare carità e misericordia? E in che modo?
«Direi che sono già coniugate, sono strettamente apparentate: la misericordia indica un cuore aperto, che non rimane chiuso in se stesso, un cuore che sa abbassarsi, sa chinarsi verso le miserie, come fa Dio con noi. La carità nasce da qui, come un buon gesto viene da un buon cuore, come un sorriso dalla gioia. Il Papa ci ricorda più volte che, per essere vera, la carità deve essere concreta. Vuol dire che non può fermarsi al pensiero o al sentimento, ma deve raggiungere pure le tasche! E vuol dire anche, soprattutto oggi, che le opere di carità devono essere sapientemente pensate e ben gestite, per arrivare veramente a chi ha bisogno, senza sprechi».

Sono molto frequenti i richiami del Papa a non volgere lo sguardo altrove rispetto alle situazione di povertà, esclusione e disagio. Molto spesso però non vengono colti appieno. Frequenti, infatti, sono le “accuse” di pauperismo, populismo, peronismo. Perché tutto questo?
«Mi verrebbe da dire che la prima reazione, quando un invito è scomodo e fa pensare, è proprio quella di muovere qualche critica un po’ stizzita che poi alla fine, se ci pensiamo, sa spesso di astratto, di ideologico, di partitico, e soprattutto non aiuta. Credo che in questi casi la cosa più importante sia davvero andare oltre e non lasciarsi amareggiare: si sa che “trovare la pagliuzza nell’occhio del fratello” è uno degli sport più diffusi al mondo. Ebbene, la Chiesa è chiamata a non fare così, ma ad andare avanti nel bene con fiducia, guardando solo al Vangelo e non ad altro, nemmeno ai propri ritorni di immagine».

Alle parole e alle denunce, infatti, il Papa aggiunge l’esempio concreto: basta pensare alla visita a Lesbo e al gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie siriane.
«Sì, ma, conoscendolo un poco, direi che proprio non gli interessa farlo per “strategia mediatica”. Lo fa, e credo che la gente lo veda, con naturalezza, in modo direi connaturale, unendo spontaneamente quello che crede e quello che fa. Mi viene in mente un’espressione di Papa Benedetto: «Il programma del cristiano è un cuore che vede». Non è un fuoco d’artificio pubblicitario, ma uno sguardo che vede i bisogni e un cuore che si dà da fare, senza bisogno dell’approvazione altrui, e senza volerla ricercare».

Nepal, Repubblica Centrafricana, Kenya, Uganda, Niger… Sono alcuni Paesi su cui si è intervenuti nel 2015 con le offerte giunte da tutto il mondo all’Obolo. Senza dimenticare i cristiani perseguitati nelle guerre e i poveri della città di Roma. Insomma, la carità del Papa non conosce confini…
«Non deve conoscerne! Un aspetto molto importante è essere presenti soprattutto presso le realtà che vengono dimenticate troppo in fretta. Da molte parti del mondo, senza clamore mediatico, giungono al Papa accorate richieste e grida di aiuto. Bisogna prestarvi attenzione. Si fa presto oggi a scordarsi di quello che succede nel mondo, presi dalla curiosità per le ultime novità di casa nostra. La missione del Papa e della Chiesa, invece, è proprio quella di abbracciare tutti, in particolare i più dimenticati e lontani, che purtroppo non hanno risalto sulle prime pagine di tanti media».

Qual è il suo auspicio e il suo appello per la raccolta del 2016?
«Vorrei far mio quel che scriveva san Paolo, quando chiedeva di contribuire a una colletta per la Chiesa: più che fare propaganda o inseguire il risultato, dava valore al gesto, dicendo che “Dio ama chi dona con gioia”. Ecco, il mio auspicio è che l’obolo di quest’anno sia un’occasione concreta per ritrovare la gioia pura e semplice di donare».

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Il Papa al convegno della diocesi di Roma cita Mazzolari

Il Santo Padre ha ricordato la famosa predica del giovedì santo dedicata a Giuda

Papa Francesco cita don Primo Mazzolari. Lo fa giovedì 16 giugno 2016 all’interno del discorso di apertura del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano.  Il tema del Convegno era incentrato sulla recente esortazione apostolica dedicata all’amore nella famiglia: «“La letizia dell’amore”: il cammino delle famiglie a Roma alla luce dell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco».

La citazione è collocata all’interno del commento di Amoris Laetitia 308. Il Vangelo richiede di non giudicare e di non condannare, ma di assumere la compassione verso le fragilità umane. A questo punto papa Francesco ha aperto una parentesi per spiegare il concetto che la Chiesa non è tenuta a condannare:

«Mi è venuta tra le mani – voi la conoscete sicuramente – l’immagine di quel capitello della Basilica di Santa Maria Maddalena a Vézelay, nel Sud della Francia, dove incomincia il Cammino di Santiago: da una parte c’è Giuda, impiccato, con la lingua di fuori, e dall’altra parte del capitello c’è Gesù Buon Pastore che lo porta sulle spalle, lo porta con sé. È un mistero, questo. Ma questi medievali, che insegnavano la catechesi con le figure, avevano capito il mistero di Giuda. E Don Primo Mazzolari ha un bel discorso, un Giovedì Santo, su questo, un bel discorso. E’ un prete non di questa diocesi, ma dell’Italia. Un prete dell’Italia che ha capito bene questa complessità della logica del Vangelo. E quello che si è sporcato di più le mani è Gesù. Gesù si è sporcato di più. Non era uno “pulito”, ma andava dalla gente, tra la gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere. Torniamo all’immagine biblica: “Ti ringrazio, Signore, perché sono dell’Azione Cattolica, o di questa associazione, o della Caritas, o di questo o di quello…, e non come questi che abitano nei quartieri e sono ladri e delinquenti e…”. Questo non aiuta la pastorale!»

Il riferimento esplicito è alla celeberrima predica del giovedì santo 3 aprile 1958, quando a Bozzolo Mazzolari tiene un discorso incentrato sulla figura di Giuda. Omelia recentemente pubblicata in un agile volume, curato da B. Bignami e G. Vecchio e edito da EDB, Misericordia per Giuda. Di fronte al mistero del male e alla decisione di Giuda di vendere il Cristo per trenta denari, don Primo non si è limitato a condannare Giuda, ma ha visto rispecchiato in lui la stessa debolezza e lo stesso peccato che abita il cuore di ogni uomo. Compito di Cristo, e quindi anche della Chiesa, non è di condannare, ma di chiamare a conversione.

La citazione mazzolariana all’interno del Convegno della diocesi di Roma conferma l’avvicinamento che si è consolidato in questi anni tra il papa venuto dalla fine del mondo e il parroco di Bozzolo. Il papa argentino ha potuto accostare alcuni testi di Mazzolari e vi ha trovato vicinanza di sguardi e affinità spirituali. Già lo scorso febbraio, in quaresima, infatti, aveva avuto modo di riflettere che Dio vuole salvare tutti, Pilato e Giuda compresi.

Tutto ciò fa molto piacere di questi tempi alla Fondazione Mazzolari di Bozzolo e alla diocesi di Cremona. Ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, fa capire che il parroco di Bozzolo ha avuto intuizioni che solo oggi, cinquant’anni dopo il Concilio Vaticano II, possiamo assaporare come profezie. La sua sofferenza per le incomprensioni subite alla metà del secolo scorso non è stata vana. Quando si dice che il tempo è superiore allo spazio…

don Bruno Bignami

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Il Vescovo a don Francesco: «La misericordia sia un tratto decisivo del tuo sacerdozio»

Mons. Antonio Napolioni ha presieduto l'ordinazione presbiterale di don Gandioli, originario di Gallignano, in una affollata Cattedrale nel tardo pomeriggio di sabato 11 giugno

«Se sarai un buon prete, lo diranno gli occhi commossi, riconciliati e sereni, di chi avrà incrociato parole e gesti del tuo ministero. E, accolto e amato, ricomincerà a sperare. Vedrai, così, che i più poveri sono davvero i migliori maestri e allenatori del buon prete». Francesco Gandioli, giovane diacono orginario di Gallignano, è diventato prete, nel tardo pomeriggio di sabato 11 giugno, con questo augurio del vescovo Antonio che ha presieduto la sua prima ordinazione sacerdotale in una Cattedrale gremita di sacerdoti e fedeli.  Continue reading »

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La prima messa di don Francesco Gandioli a Gallignano

Il sacro rito è stato celebrato nel tardo pomeriggio di domenica 12 giugno nella chiesa arcipretale del paese

La prima Messa è l’avvenimento centrale, dopo l’ordinazione presbiterale, per un prete novello. E lo è stato anche per don Francesco Gandioli, che l’ha celebrata nella propria parrocchia d’origine, Gallignano, domenica 12 giugno, alla presenza di numerosi compaesani, amici e parenti.

La Messa. Il centro della vita del sacerdote, il mistero più alto che l’uomo può sperimentare. Per se stesso e per coloro che ha accanto. Ma questo non basta per essere prete. Lo ha ricordato anche don Lino Viola, parroco di Gallignano, durante l’omelia.
Dopo aver dichiarato la propria felicità ed emozione nel vivere un momento così speciale per la comunità che gli è stata affidata, don Viola ha sottolineato la particolarità dello stile di vita di Gesù: aperto alle relazioni, disponibile ad incontrare e lasciarsi incontrare, capace di dialogo vero ed edificante. Questa attenzione alla relazionalità, secondo il parroco di Gallignano, non può essere ritenuta secondaria, bensì centrale nella prospettiva di vita di un sacerdote. “È l’incontro con Gesù il punto di partenza”, ha proseguito don Viola, “da lì scaturisce lo spirito di servizio e l’amore per il prossimo”.

Parole forti, ricche di senso, pronunciate con un obiettivo ben preciso: ricordare al novello prete, e a tutti i presenti, l’importanza di coltivare un rapporto personale ed intenso con il Signore che, con il suo amore e la sua misericordia, ci riempie dei suoi doni e della sua grazia.

La solenne celebrazione è poi proseguita in modo lineare e spedito fino al momento dei ringraziamenti da parte di don Francesco, che ha voluto dire il proprio “grazie” al Signore e a tutti coloro che gli hanno permesso di incontrarLo: familiari, amici, sacerdoti e compagni di seminario. Il prete novello ha chiuso chiedendo a tutti un ricordo nella preghiera ed augurando a ciascuno la grazia che ha ricevuto dal Signore: imparare a riconoscere, seguire ed amare la propria vocazione.

Il rito  si è conclusa con la benedizione apostolica con annessa indulgenza plenaria.

A seguire tutti i presenti hanno avuto l’occasione di intrattenersi col nuovo sacerdote durante il rinfresco tenutosi nell’oratorio parrocchiale. A concludere la serata, i ragazzi del paese hanno messo in scena un recital per ringraziare don Francesco ed augurargli un buon cammino all’interno del presbiterio cremonese.

Ma tutta la festa, in sè, non vale niente se non trova il proprio fondamento in quel Signore che, per amore, ha chiamato Francesco e gli ha indicato il cammino da seguire per essere felice.

Andrea Bassani

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Nomine in Seminario: don D’Agostino rettore, don Cortellini vice e don Lucini direttore spirituale

L'annuncio è stato dato dal vescovo Antonio al termine del Consiglio prebisterale di giovedì 9 giugno

Al termine del Consiglio presbiterale diocesano allargato ai responsabili degli uffici pastorali della Curia vescovile, tenuto in Seminario giovedì 9 giugno, il vescovo, mons. Antonio Napolioni, ha annunciato la nuova équipe formativa del Seminario. Nuovo rettore sarà don Marco D’Agostino, che finora ha ricoperto l’incarico di vicerettore e responsabile del Centro Diocesano Vocazioni, vicerettore e responsabile dell’anno di propedeutica sarà don Francesco Cortellini, finora vicario di Sant’Abbondio in città, mentre nuovo direttore spirituale, al posto di don Primo Margini, sarà don Maurizio Lucini. Lasciano quindi l’incarico di rettore don Enrico Trevisi (dal 2004) e di direttore Spirituale don Primo Margini (dal 1987).

 

BIOGRAFIE

Don Marco D’Agostino è nato a Soresina il 3 giugno 1970 ed è stato ordinato sacerdote il 17 giugno 1995. È stato vicario a Casalbuttano (1995-2000), poi per tre anni (2000-2003) si è trasferito a Roma per ottenere la licenza in Scienze Bibliche. Dal 2003 è vicerettore del Seminario, insegnante sia nello studentato teologico sia al liceo Vida, responsabile del Centro Diocesano Vocazioni, membro del consiglio pastorale diocesano. Don D’Agostino è anche laureato in lettere ed ha scritto numerosi volumi, soprattutto di carattere biblico e spirituale.

Don Francesco Cortellini è nato a Cremona il 4 luglio 1982 ed è stato ordinato il 14 giugno 2008 mentre risiedeva a Torre de’ Picenardi. Dal 2008 al 2013 ha risieduto a Roma per conseguire la licenza in Teologica Dogmatica. Dal 2013 è vicario a Sant’Abbondio in Cremona e dal 2014 è insegnante all’Istituto di Scienze Religiose di Crema-Cremona-Lodi.

Don Maurizio Lucini è nato a Viadana, parrocchia di San Pietro Apostolo, il 23 luglio 1969 ed è stato ordinato sacerdote il 15 giugno 2002. Dal 2002 al 2008 è stato vicario a Piadena, mentre dal 2008 è assistente settore giovani e ragazzi dell’Azione Cattolica, assistente spirituale a tempo parziale dell’Ospedale Civile di Cremona. Dal 2009 è consulente ecclesiastico dei medici e dei farmacisti cattolici e responsabile dell’ufficio diocesano di pastorale della salute. Dal 2013 è assistente ecclesiastico dell’Unitalsi diocesana.

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Oltre 17 milioni di europei usa droga. Don Codazzi: “Non stanchiamoci di educare”

Una riflessione del responsabile del servizio diocesano per il disagio giovanile sui risultanti della relazione europea 2016 sull'uso dei stupefacenti

Cannabis sempre più potente e diffusa. In tutto 17,8 milioni di consumatori. È lei la droga più usata in Europa. Ma crescono anche le nuove droghe e c’è un nuovo boom dell’ecstasy e della cocaina. Il picco dei consumi di cannabis in Francia, dove la usano 4 adulti su dieci. Poi Danimarca e Italia con un terzo degli adulti consumatori abituali. In tutta Europa si calcolano 88 milioni di persone che hanno provato sostanze illecite nel corso della loro vita.

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