Alle 9.41 Papa Leone XIV ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro, con l’apposito rito a sancire la fine del Giubileo ordinario del 2025, sul tema “Pellegrini di speranza”, aperto dal suo predecessore, Papa Francesco, il 24 dicembre 2024, nella notte dello scorso Natale. Tra i presenti al rito, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Il rito di chiusura è cominciato alle 9.30 in punto, con la processione d’ingresso e il canto dell’inno del Giubileo. “Con animo grato ci accingiamo a chiudere questa Porta Santa, varcata da una moltitudine di fedeli, sicuri che il Buon Pastore tiene sempre aperta la porta del suo cuore per accoglierci tutte le volte che ci sentiamo stanchi e oppressi”, ha detto il Papa all’inizio del rito. Poi Leone si è recato a piedi davanti alla Porta Santa e, dopo averla attraversata, si è inginocchiato e raccolto in preghiera. Quindi, rialzatosi in piedi, ha chiuso da solo i due battenti.
I conflitti e la pace. “Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle”. Il Papa ha concluso l’omelia della messa per l’Epifania, presieduta nella basilica di San Pietro subito dopo il rito di chiusura della Porta Santa, con questo messaggio liberante. “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”, ha ricordato sulla scorta di questa “misteriosa espressione” di Gesù, riportata nel Vangelo di Matteo. “Non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti”, ha commentato riferendosi al tragico scenario attuale: “Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino”.
“Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace”,
l’appello durante l’Angelus pronunciato dalla Loggia centrale della basilica di San Pietro. Al centro dell’omelia, il contrasto tra la gioia dei Magi e il turbamento di Erode, tra la resistenza e l’obbedienza, tra la paura e il desiderio. Perché nel momento in cui Dio si manifesta, “nulla rimane come prima”. È questo l’inizio della speranza, tema dell’anno giubilare appena concluso: “Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: Non c’è niente di nuovo sotto il sole”. “È bello diventare pellegrini di speranza”, ha concluso il Pontefice: “Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora”.
“Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”, profeti di “una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”.
Il bilancio del Giubileo. La ricerca dei nostri contemporanei è “molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere”, e “ci interroga con particolare serietà”, il bilancio del Giubileo della speranza, in cui milioni di persone hanno varcato la Porta Santa. “Si, i Magi esistono ancora”, ha assicurato il Papa: “Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”. “Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino”, l’immagine scelta: “Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita”.
“Luoghi santi come le cattedrali, le basiliche, i santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato”,
l’appello. “Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”, le domande esigenti di Leone XIV per un esame di coscienza collettivo. Nel racconto evangelico, Erode “prova ad approfittare del desiderio dei Magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio”: “È pronto a mentire, e disposto a tutto; la paura, infatti, accieca”. La gioia del Vangelo, invece, “libera: rende prudenti, si, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse”. “Il Giubileo e venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuole essere il Dio-con-noi”, la portata esistenziale dell’anno appena trascorso. “Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate!”, ha esclamato Leone: “Vanno però sottratte alle intenzioni di Erode, a paure sempre pronte a trasformarsi in aggressione”.
Un Dio che non si compra. “Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto”, ha denunciato inoltre il Papa: “il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare”. “Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore?”, la proposta per un altro esame di coscienza: “Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”. “Il modo in cui Gesù ha incontrato tutti e da tutti si e lasciato avvicinare ci insegna a stimare il segreto dei cuori che lui solo sa leggere”, l’indicazione di rotta di Leone XIV: “Con lui impariamo a cogliere i segni dei tempi. Nessuno può venderci questo. Il Bambino che i Magi adorano e un Bene senza prezzo e senza misura. E’ l’Epifania della gratuita. Non ci attende nelle ‘location’ prestigiose, ma nelle realtà umili”.



