Torrazzo con vista, quando la fotografia può cambiare lo sguardo

In occasione della mostra "The nature of hope" la nuova puntata del podcast di TRC accende i riflettori sulla fotografia con Laura Covelli ed Enrico Madini

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Uno scatto non è mai solo un’immagine. È un incontro, una scoperta, una storia che prende forma. La nuova puntata di Torrazzo con vista ha acceso i riflettori sulla fotografia, in occasione della mostra “The nature of hope”, allestita presso il Museo diocesano di Cremona. Ospiti Laura Covelli, curatrice della rassegna di fotografia etica, ed Enrico Madini, medico e fotografo. Entrambi hanno raccontato come nasce il loro rapporto con la fotografia.

Per Covelli tutto parte da una scoperta inattesa: «da bambina, grazie a un’insegnante che ci fece conoscere la camera oscura». Un’esperienza capace di aprire uno sguardo nuovo sul mondo. Per Madini, invece, «il primo passo è stato sott’acqua, con la fotografia subacquea, per poi emergere e lasciarmi sorprendere da ciò che accade in superficie», nei volti e nelle storie delle persone.

Da qui il primo nodo della riflessione: che cos’è la fotografia. «È un linguaggio capace di mettere in comunicazione le persone, perché racconta mondi, paesaggi, sguardi», ha spiegato Covelli. Uno strumento universale, che supera barriere linguistiche e culturali. Un’esperienza che Madini conosce bene: nei suoi viaggi tra Africa e Asia molte delle sue immagini nascono proprio da incontri: non scatti rubati, ma relazioni costruite. «Anche grazie a un piccolo espediente: una Polaroid che porto sempre con me. Fotografare e consegnare subito l’immagine crea stupore, rompe la distanza, apre alla condivisione».

La fotografia, dunque, come relazione. Ma anche come responsabilità. Il tema della fotografia etica, al centro della mostra, si gioca su due piani. «Da una parte riguarda ciò che si racconta: il desiderio è dare voce a chi non ce l’ha, portare alla luce storie e realtà che rischiano di rimanere invisibili», ha sottolineato Covelli. Dall’altra parte c’è il modo in cui si fotografa: il rispetto per le persone, per i contesti, per l’ambiente.

Un aspetto che Madini traduce in un atteggiamento preciso: disponibilità a lasciarsi stupire. Niente preconcetti, niente immagini già in mente da confermare. «Non bisogna smettere di fotografare perché non si trova quello che ci si aspettava, ma vivere pienamente ciò che accade, accogliere la meraviglia che si incontra», è il senso del suo invito. Solo così lo scatto diventa autentico, capace di restituire la verità di un momento.

In questo intreccio tra sguardo e realtà, la fotografia assume anche un valore di testimonianza. Covelli lo ha detto chiaramente: «I fotografi, insieme ai giornalisti, sono gli ultimi veri testimoni, perché stanno sul campo, nei luoghi dove le cose accadono davvero, condividono tempi e spazi con la natura e le persone». Un’idea che attraversa anche il lavoro di Madini, nelle sue esperienze tra culture diverse, dove ogni immagine è traccia di un incontro reale.

La mostra “The nature of hope”, visitabile sino al 17 maggio al Museo diocesano di Cremona, si inserisce proprio in questa prospettiva: uno sguardo che non si limita a documentare, ma che invita a fermarsi, a riflettere. Perché, come ha ricordato Covelli, «la fotografia può essere un’occasione per pensare, per interrogarsi su ciò che vediamo e su ciò che spesso non vediamo perché passa in secondo piano».

In un tempo in cui le immagini scorrono veloci e si consumano in pochi secondi, la fotografia etica chiede invece lentezza e profondità. Chiede di tornare a guardare davvero. E, soprattutto, di non dimenticare che dietro ogni scatto c’è sempre una storia, e prima ancora una relazione.

 

 

“The Nature of Hope”: al Museo Diocesano di Cremona la fotografia diventa un manifesto di speranza e impegno ambientale

TeleRadio Cremona Cittanova
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