C’è un filo che attraversa la nuova puntata di Torrazzo con vista (disponibile da oggi sulle principali piattaforme podcast): quello che lega arte e inclusione attraverso diversi linguaggi. Ospiti del video-podcast di Trc sono stati Siria Bertorelli, arte-terapeuta del centro Ticonzero, e Matteo Lorandi, dottorando del Politecnico di Milano, entrambi impegnati a dimostrare come l’arte possa diventare spazio condiviso, linguaggio comune, occasione di apertura. Anche al futuro.
Bertorelli ha ricordato che portare l’arte fuori dai musei è spesso la chiave per avvicinare realtà che, altrimenti, non si incontrerebbero. «Per molte persone con disabilità – ha spiegato – l’arte è una delle poche forme di comunicazione espressive che riescono a utilizzare. E se l’arte permette loro di dialogare, allora è importante che questo dialogo non resti chiuso in se stesso, ma si apra ad altre realtà». Da qui nasce l’idea che i luoghi artistici possano diventare ponti: «Quando esperienze differenti si incontrano, scoprono di poter parlare la stessa lingua, di condividere emozioni, di abitare lo stesso spazio».
Il valore relazionale ritorna anche nel lavoro di Matteo Lorandi, che ha presentato in puntata un progetto innovativo condotto al Museo Archeologico San Lorenzo di Cremona: «Qui i visitatori possono indossare un visore di realtà virtuale e camminare dentro la ricostruzione della domus romana originaria. Durante l’esperienza, un dispositivo applicato sui polpastrelli misura alcune variazioni della pelle per valutare il livello di coinvolgimento emotivo». Un’informazione preziosa, perché permette di capire come il pubblico vive il percorso. Ma non si ferma qui, perché, «al termine dell’esperienza, la consegna di un buono sconto da regalare ad altre persone permette di una sorta di “indice relazionale” che completa la valutazione del gradimento». Anche qui la connessione tra persone, emozioni e narrazione rimane il nucleo essenziale.
La puntata ha offerto l’occasione per riflettere su un aspetto sempre più rilevante nella museologia italiana: l’ingresso di strumenti digitali, social e interattivi nelle sale. Lorandi ha osservato che si tratta di un’evoluzione naturale: «Se l’arte è una forma di comunicazione, allora è inevitabile che segua la traiettoria delle modalità comunicative delle persone. Nuovi linguaggi, nuovi dispositivi, nuove esperienze immersive. Benvenga, quindi, l’ingresso della tecnologia e del mondo digital, purché sia uno strumento al servizio delle persone».
Bertorelli ha sottolineato come questa trasformazione possa diventare decisiva sul fronte dell’inclusione. «Rendere accessibili i musei non significa solo eliminare barriere architettoniche, ma ripensare gli allestimenti affinché nessuno resti privo dell’esperienza. Penso, ad esempio, a chi si muove in carrozzina, e non può osservare quadri posti troppo in alto; o ai bambini, che sono spesso esclusi da percorsi pensati per adulti. Realtà virtuale, audio-narrazioni, ricostruzioni aumentate, supporti tattili: ogni strumento diventa una possibilità in più per partecipare, comprendere e sentirsi parte dell’esperienza».
Cremona, nel dialogo tra professionisti diversi, sta dimostrando che l’arte può farsi davvero inclusiva quando torna ad essere ciò che è da sempre: un modo per comunicare, incontrarsi, riconoscersi. E quando l’incontro avviene, l’inclusione smette di essere un progetto e diventa una presenza viva dentro le nostre città, attraverso declinazioni e modalità differenti ma fortemente e necessariamente umane.












