Maschere, fantasia, improvvisazione e stupore: sono questi gli ingredienti della nuova puntata del podcast Torrazzo con Vista dedicata al legame profondo tra carnevale e teatro. Ai microfoni Stefano Priori, in arte Beru, esperto di animazione e docente, e Lorenzo Garozzo, drammaturgo e formatore teatrale.
Il dialogo, in prima battuta, ha messo al centro un oggetto solo apparentemente semplice: la maschera. Per Stefano Priori, «le maschere tradizionali di carnevale, quelle che molti adulti ricordano dalla propria infanzia, affondano le radici nella commedia dell’arte, esperienza teatrale in cui i personaggi erano fortemente caratterizzati, quasi macchiettistici, immediatamente riconoscibili: Arlecchino, Pantalone, Pierrot». Figure tipizzate che incarnavano vizi e virtù, rese vive proprio dalla maschera. Oggi quella tradizione resiste, ma in forme diverse: «Anche nel teatro contemporaneo esiste una caratterizzazione dei personaggi, seppure meno marcata. L’espressione artistica contemporanea è diversa, ma resta un elemento comune: quando si sale sul palco si indossa sempre una maschera», ha osservato Priori. E in fondo, lo stesso accade a carnevale: si entra in un ruolo, si sperimenta un’identità differente.
Garozzo ha approfondito il tema in chiave più esistenziale. La maschera, ha detto, «è un tema incredibile e profondamente umano, perché mette in gioco il confine tra finzione e verità». L’attore finge di essere qualcun altro, ma «nel teatro la finzione non è menzogna. È il luogo in cui ciò che accade non è reale, ma vero. Le emozioni che il pubblico prova sono autentiche, il coinvolgimento è autentico, anche se la situazione è costruita ad arte. Per questo si parla di finzione, e non di falsità». La sfida, poi, non è quella di indossare semplicemente una maschera, ma scegliere quella giusta. E soprattutto ricordarsi di lasciarla sul palco: «Il rischio è abituarsi a portare maschere anche nella vita quotidiana», ha avvertito Garozzo, trasformando la riflessione teatrale in una provocazione per tutti.
Il carnevale, come il teatro, è anche spazio di fantasia. Priori ha sottolineato come questa dimensione sia particolarmente naturale nei bambini. Non a caso sono loro i protagonisti più spontanei del carnevale: «Indossano un costume e lo abitano senza esitazioni, pur cambiando le mode nel tempo». Per gli adulti, invece, la fantasia va spesso recuperata. L’invito, sia per chi fa teatro sia per chi vi assiste, è di preservare quello spazio gratuito e libero in cui ci si può immergere totalmente nell’esperienza scenica, lasciando fuori tutto ciò che la circonda, sia a livello esteriore che interiore.
Garozzo ha legato la fantasia al tema dell’improvvisazione, chiarendo però un equivoco diffuso: «L’improvvisazione teatrale non è mai casuale o priva di fondamento. È frutto di esperienza, di conoscenza reciproca tra gli attori, di studio del testo che stanno portando in scena. Anche quando sembra spontaneità pura, è sostenuta da una struttura solida». Come nel gioco dei bambini: appare libero, ma risponde a regole interiorizzate.
A suggellare la puntata, Stefano Priori ha regalato un piccolo trucco di magia, creando un momento di autentico stupore. Ed è stata proprio questa la parola chiave finale. Stupore come cifra comune di carnevale e teatro: la capacità di sorprendere, di aprire uno spiraglio inatteso, di ricordarci che, dietro una maschera o su un palcoscenico, possiamo ancora lasciarci meravigliare.











