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MADONNA DEL ROSARIO
Nella prima domenica di ottobre, come da tradizione, la Comunità monastica festeggia la Solennità della Madonna del Rosario. Alle ore 11,00 la S. Messa e alle ore 17,00 i Secondi Vespri.

ROSARIO BENEDETTO DI MARIA,

CATENA DOLCE CHE CI RANNODI A DIO.

   La contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile. Il volto del Figlio le appartiene a titolo speciale. È nel suo grembo che si è plasmato, prendendo da Lei anche un’umana somiglianza che evoca un’intimità spirituale certo ancora più grande. Alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria. Gli occhi del suo cuore si concentrano in qualche modo su di Lui già nell’Annunciazione, quando lo concepisce per opera dello Spirito Santo; nei mesi successivi comincia a sentirne la presenza e a presagirne i lineamenti. Quando finalmente lo dà alla luce a Betlemme, anche i suoi occhi di carne si portano teneramente sul volto del Figlio, mentre lo avvolge in fasce e lo depone nella mangiatoia (cf Lc 2,7).

   Da allora il suo sguardo, sempre ricco di adorante stupore, non si staccherà più da Lui. Sarà talora uno sguardo interrogativo, come nell’episodio dello smarrimento nel tempio: «Figlio, perché ci hai fatto così?» (Lc 2,48); sarà in ogni caso uno sguardo penetrante, capace di leggere nell’intimo di Gesù, fino a percepirne i sentimenti nascosti e a indovinarne le scelte, come a Cana (cf Gv 2,5); altre volte sarà uno sguardo addolorato, soprattutto sotto la croce, dove sarà ancora, in certo senso, lo sguardo della «partoriente», giacché Maria non si limiterà a condividere la passione e la morte dell’Unigenito, ma accoglierà il nuovo figlio a Lei consegnato nel discepolo prediletto (cf Gv 19,26-27); nel mattino di Pasqua sarà uno sguardo radioso per la gioia della risurrezione e, infine, uno sguardo ardente per l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste (cf At 1,14).

   Il Rosario, proprio a partire dall’esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa. Privato di questa dimensione, ne uscirebbe snaturato, come sottolineava Paolo VI: «Senza contemplazione, il Rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all’ammonimento di Gesù: “Quando pregate, non siate ciarlieri come i pagani, che credono di essere esauditi in ragione della loro loquacità” (Mt 6,7). Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il Cuore di Colei che al Signore fu più vicina, e ne dischiudano le insondabili ricchezze» (Marialis cultus).

   Mette conto di soffermarci su questo profondo pensiero di Paolo VI, per far emergere alcune dimensioni del Rosario che meglio ne definiscono il carattere proprio di contemplazione cristologica.

   Cristo è il Maestro per eccellenza, il rivelatore e la rivelazione. Non si tratta solo di imparare le cose che Egli ha insegnato, ma di «imparare Lui». Ma quale maestra, in questo, più esperta di Maria? Se sul versante divino è lo Spirito il Maestro interiore che ci porta alla piena verità di Cristo (cf Gv 14,26; 15,26; 16,13), tra gli esseri umani, nessuno meglio di lei conosce Cristo, nessuno come la madre può introdurci a una conoscenza profonda del suo mistero.

   Una scuola, quella di Maria, tanto più efficace, se si pensa che Ella la svolge ottenendoci in abbondanza i doni dello Spirito Santo e insieme proponendoci l’esempio di quella «peregrinazione della fede» (LG 58), nella quale è maestra incomparabile. Di fronte a ogni mistero del Figlio, Ella ci invita, come nella sua Annunciazione, a porre con umiltà gli interrogativi che aprono alla luce, per concludere sempre con l’obbedienza della fede: «Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).

Da “Rosarium Virginis Mariae” di S. Giovanni Paolo II

Immagine: Madonna del Rosario di Pompei

SEPARATE… MA NON DIVISE: QUINTO CAPITOLO

 E’… necessario che alcuni cristiani,
chiamati a questa grazia (la vita contemplativa) dallo Spirito Santo,
col loro modo particolare di vita,
esprimano questa caratteristica contemplativa della Chiesa
ritirandosi realmente nella solitudine,
perché “in continua preghiera e intensa penitenza, attendano a Dio solo”.

(Istr. Venite Seorsum II)

    La sola parola ‘clausura’ agghiaccia il sangue e fa accapponare la pelle a tante persone.

   «… Anche per me, asserisce con sincerità suor Floriana, la clausura fu, per un certo tempo, qualcosa di incomprensibile».

   Bisogna ammettere che il ritmo frenetico della vita moderna male si concilia con l’idea e la realtà di una separazione completa dal mondo fra le mura di un monastero. S’aggiungano poi i tanti pregiudizi, diffusi anche tra cristiani praticanti, sulla ‘inutilità’ della vita claustrale …

   Cos’è la clausura? Qual’è il suo scopo e significato? Quale la sua importanza nella vita della Chiesa?

   La migliore risposta a questi interrogativi è data dalla stessa suprema autorità ecclesiastica.

   La clausura ‘è un luogo nel quale il cielo e la terra si incontrano, luogo nel quale il mondo che è terra arida, per la presenza del Cristo torna ad essere Paradiso’ (Istr. Venite Seorsum, 3).

  ‘I membri degli istituti dediti interamente alla contemplazione – sono parole del Concilio Ecumenica Vaticano II – si occupano solo di Dio nella solitudine e nel silenzio, in continua preghiera e intensa penitenza… Essi offrono a Dio un eccellente sacrificio di lode, e producendo frutti abbondantissimi di santità, sono di onore e di esempio al popolo di Dio, cui danno incremento con una misteriosa fecondità apostolica’ (Decr. Perfectae caritatis, n. 7).

   In un magnifico, ispirato discorso alle c1australi, così si esprime Paolo VI:

  «… La Chiesa guarda a voi, che vi siete date a questo genere di vita per essere a continuo colloquio col Signore, per essere idonee a capire di più la Sua voce, a esprimere questa povera nostra voce umana con maggiore purezza e con maggiore intensità: avete fatto di questo rapporto tra cielo e terra, l’unico programma della vostra vita. Voi contemplative vi siete dedicate a questo assorbimento di Dio sopra la vostra anima. Ebbene, la Chiesa vede in voi l’ espressione più alta di se stessa… Perché che cosa vuol fare la Chiesa in questo mondo, se non congiungere le anime a Dio?… Siete chiamate a colloqui con Dio, ma non per voi sole; avete anche voi una missione… il mondo è per voi figliole, tutta la Chiesa è per voi… dovete portare la passione del mondo nel vostro cuore» (Discorso alle monache Camaldolesi, 23 marzo 1966).

   Certo la vocazione alla vita contemplativa è una vocazione tutta particolare, che presuppone determinate inclinazioni e disposizioni di animo, come quelle al silenzio e alla meditazione, i1 desiderio dell’unione con Dio.

   «Quando iniziai ad avvertire l’invito divino – ricorda suor Ada – non avevo idee ben chiare sulla distinzione che esiste tra vita attiva e contemplativa, sapevo solo di avere un gran desiderio di stare in solitudine per parlare con Gesù, per ascoltarLo nel silenzio. Ricordo di aver fatto un discorso molto ingenuo con una compagna che voleva farsi suora e che desiderava dedicarsi all’assistenza dei bambini: ‘Quando saremo in convento assieme, le dissi, tu attenderai ai bambini ed io mi dedicherò a qualche lavoro in cui possa continuare a stare raccolta in preghiera’. Siamo rimaste unite nella consacrazione camune a Gesù, ma la realtà delle nostre particolari aspirazioni ci ha condotte in luoghi necessariamente diversi: io in clausura e lei in una congregazione di vita apostolica».

   «Ho scelto la clausura – dichiara suor Marina – come lo stato di vita che meglio appaga le profonde esigenze dell’anima: l’adorazione e la lode incessante».

   Anche suor Camilla ha interrogato le aspirazioni più intime dell’anima per decidere della sua vita futura: «Nulla mi attirava, mi dava pace mi colmava nei miei desideri come la stare in contatto vivo di preghiera e di ascolto di Dio. La scelta della clausura venne come logica conseguenza di questa mia aspirazione interiore».

   E suor Gioconda così si esprime: «Compresi che in me Gesù voleva continuare l’atteggiamento interiore della sua anima in continua adorazione del Padre e in preghiera implorante per i fratelli, come faceva nelle lunghe notti trascorse in solitudine sul monte».

  Molti pensano – e questo ci addolora profondamente – che la nostra scelta sia stata determinata da una specie di egoismo spirituale e di conseguente disinteresse per il prossimo. Ma non è così. Alla base della nostra vocazione c’è il desiderio di dare tutto a Dio, proprio tutto, e di raggiungere col nostro sacrificio e la nostra vita di preghiera un maggior numero di fratelli, anzi di giovare in modo misterioso ma reale al Corpo Mistico e a tutta l’umanità. Se così non fosse, saremmo fuori del pensiero della Chiesa la quale vuole che sentiamo dentro di noi ‘la tensione di tutto il mondo profano, di tutto il mondo che non crede, di tutto il mondo peccatore e anche di quello buono, della Chiesa che sta per salire ma con fatica’ (Paolo VI).

  «Sapete perché ho scelto la vita claustrale? – confessa con rinnovato entusiasmo suor Pierina – perché volevo dare tutto a Gesù, anche la gioia di vedere i frutti di bene che la mia azione verso i fratelli avrebbe potuto determinare. Le parole di Gesù: ‘per loro santifico me stesso’ (Gv 17.19) mi avevano fatto riflettere molto. In questo vedevo appagato il mio desiderio di attirare molti fratelli a Cristo».

  «Se il desiderio di vivere in continua comunione con Dio era grande – rievoca suor Candida – non era meno intenso l’anelito di dare tutta me stessa per attirare le anime a Dio. Gesù mi ha fatto ben comprendere che ritirarmi dal mondo per stare unita a Lui non era dimenticare i fratelli; era, anzi, dare la vita per loro e ‘nessuno ha amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici’» (Gv 15.13).

  Suor Odilla, quando ricorda la sua vocazione e le aspirazioni che l’hanno accompagnata in clausura, addita il crocifisso: «Gesù sulla croce non poteva più predicare, né imporre le mani sugli ammalati;la sua unica attività era pregare e soffrire, e così ha salvato il mondo. Anch’io ho scelto di amare gli altri in questo modo».

  Nessuna di noi ha avuto vita facile per realizzare la propria vocazione contemplativa! L’incomprensione del mondo, il compatimento, le derisioni e gli aperti contrasti sono stati il prezzo che tutte, più o meno, abbiamo dovuto pagare per entrare in monastero. Ma siamo felici di averlo fatto.

  «Quando si seppe della mia decisione – ci rivela suor Daniela – qualcuno commentò con un certo disprezzo: ‘Non aveva altro da scegliere?’ Ma non mi preoccupavano i commenti: io e Gesù ci intendevamo, e questo mi bastava».

  Suor Bianca aveva preso come arma di difesa il Vangelo: «È una follia, mi dicevano. Ed era una follia, ma la follia del Vangelo. Gesù aveva approvato Maria che se ne stava ai suoi piedi ad ascoltarlo, anzi aveva detto: ‘Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà mai tolta’ (Lc 10,92). La figura di Maria Maddalena che rompe il vaso di unguento prezioso per ungere i piedi di Gesù mi era molto familiare e tutte le volte che mi si dava dell’egoista per via dei talenti che andavo a sciupare in c1ausura, mentre avrei potuto fare tanto bene restando nel mondo, ricordavo la Maddalena e mi ‘sentivo orgogliosa di aver anch’io qualcosa da ‘sciupare’ per Gesù solo».

  «Abbiamo creduto all’Amore!» (1 Gv 4,16). Lo ripetiamo con gioia. Abbiamo riposto fiducia piena nell’aiuto della grazia divina, perché pur sentendoci piccole e deboli, come e forse più di tante nostre compagne, non abbiamo avuto paura di accogliere quell’anelito di Assoluto, di Infinito, di Totalità che vibrava nel fondo della nostra anima, sicure che lasciavamo il mondo solo per poterlo meglio abbracciare e amare col Cuore di Cristo crocefisso.

AL CENTRO IL SOMMO BENE: quarant’ore di adorazione eucaristica in “S. Sigismondo” in sostituzione della consueta apertura del chiostro
Giovedì 17, venerdì 18 e sabato 19 settembre si terrà una prolungata adorazione eucaristica per sostare in silenziosa preghiera davanti al Santissimo Sacramento.

   Con il nostro arrivo a Cremona presso ‘San Sigismondo’, 13 anni fa, sono divenute tradizionali due aperture annue della nostra clausura per consentire ai turisti, ai cultori d’arte, agli amici e simpatizzanti di visitare da vicino il coro ligneo monastico intarsiato da Domenico e Gabriele Capra, il chiostro con il portale intagliato da Paolo e Giuseppe Sacca, il refettorio con l’affresco dell’ultima cena dipinto da Tommaso Aleni e, sulla volta del soffitto, ‘l’Apocalisse’ di Giovan Battista Natali.

   Lo scorso 1° maggio, la pandemia ha reso impossibile la consueta apertura, e molti hanno mostrato il loro dispiacere. Considerata la permanenza di detta precarietà, non è prudente realizzare la tradizionale apertura della 3a domenica di settembre.

   In questo contesto la Comunità monastica ha pensato a un appuntamento alternativo, in sostituzione alla visita degli ambienti claustrali. Nel pieno rispetto delle norme sanitarie, per evitare contagi, sarà possibile sostare in ‘San Sigismondo’ per prolungati momenti di preghiera. Pertanto, al centro dell’attenzione, non saranno i dipinti, le opere d’arte, le tele o gli affreschi, ma il Sommo Bene della Chiesa, l’Eucaristia, fonte di comunione per chi vive di qua e di là della grata claustrale.

GIOVEDÌ 17, VENERDÌ 18, SABATO 19 SETTEMBRE

saranno tre giorni dedicati all’adorazione eucaristica durante i quali è possibile fermarsi in preghiera, adorando con fede viva la presenza invisibile, ma reale e benefica, di Gesù nei segni sacramentali. Potremo ricordare i nostri cari defunti specialmente quelli dei mesi scorsi; affidare all’Onnipotente i numerosi ammalati tuttora in ospedale o nelle nostre case; parlare al Signore delle gioie e delle speranze, delle preoccupazioni e delle ansie delle nostre famiglie; allargare il cuore e la mente ai problemi della Chiesa e del mondo intero. Potremo soprattutto ascoltare il Vivente che vuole ripeterci la Sua Parola di vita e dare senso al nostro tempo che vediamo trascorre veloce.

  Forse qualcuno sorriderà di questa nostra iniziativa: sostituire una visita d’arte con una visita prolungata a Gesù nell’Eucaristia!…

Noi monache lo riteniamo molto bello e significativo in risposta a una ricorrente domanda che ci viene rivolta da chi visita il Monastero: “Cosa avete voi in monastero per esserci un’atmosfera tanto diversa da dove viviamo noi fuori? … ”.

La presenza di Gesù sotto le specie eucaristiche è il vero segreto che anima la nostra abitazione. Quest’anno, chi lo vorrà, potrà condividere questo spirituale segreto con noi per tre giorni.

Noi monache ci alterneremo nell’adorazione in una ininterrotta preghiera, mentre i fedeli potranno unirsi nei momenti a loro possibili nelle varie ore del giorno, tenendo presente la celebrazione quotidiana della S. Messa alle ore 7,00 e dei Vespri alle ore 18,00 (orario feriale) che concluderà ogni giornata.

Domenica 20 settembre, le monache e i fedeli ricorderanno insieme – secondo l’orario festivo cioè S. Messa delle ore 11,00 e vespri delle ore 17,00 – l’anniversario della dedicazione della loro chiesa fatta il 15 settembre del 1600 dall’allora Vescovo di Cremona, Mons. Cesare Speciano; dedicazione che ha reso ‘S. Sigismondo’ non solo un apprezzato scrigno di arte, ma una casa di preghiera, dimora di Dio tra le nostre case.

LOCANDINA CON GLI ORARI

Solennità del nostro Santo Padre Domenico 2020

Meravigliosa speranza che nell’ora della morte

hai dato ai tuoi figli in pianto,

assicurando il tuo aiuto dopo morte.

Adempi, o Padre, quanto hai promesso,

soccorrendoci con la tua intercessione.

   Domenico, mostrando animo maturo fin dalla sua fanciullezza, mortificò la carne, si consacrò a Dio sotto la regola di sant’Agostino, cercò le cose sante, docile come Samuele, e come Daniele batté le vie della giustizia, seguì le orme dei santi. Neppure per un istante si allontanò dal servizio di Dio, dall’insegnamento della Chiesa, dal sacro ministero.

   Unito sempre nello spirito a Dio, verso di Lui volgeva tutto il suo pensiero, senza cessare mai dalle amorevoli sollecitudini verso il prossimo. Quando egli combatteva i vizi della carne e smascherava i duri cuori degli empi, tremavano gli eretici, esultavano i fedeli. Con gli anni crebbe in lui la grazia, onde arse di zelo per la salvezza delle anime, si diede alla predicazione della parola di Dio e convertì al Vangelo una gran moltitudine di uomini, meritandosi l’ufficio e la dignità di apostolo.

   Fattosi pastore e guida del popolo di Dio, fondò con i suoi meriti l’Ordine dei Predicatori, lo edificò con i suoi esempi, lo consolidò con i miracoli strepitosi e certi. Tra le opere della sua santità e le prove della sua virtù c’è da segnalare che, ancora in vita, guarì molti da svariate infermità: diede la favella ai muti, ai sordi l’udito, ai paralitici il moto, ai sofferenti di numerose altre malattie la primitiva sanità.

   Questi stessi segni, che il pio Pontefice Gregorio IX affermava di avere visto personalmente operati in vita da san Domenico, sono continuati dopo la morte di lui in ogni parte del mondo, soprattutto a Bologna dove riposa il suo corpo.

Dalla “Bolla di canonizzazione” del santo Padre Domenico

Immagine: Beato Angelico, Gloria di S. Domenico, Firenze, Museo di S. Marco.

SEPARATE… MA NON DIVISE: QUARTO CAPITOLO

La B. Vergine… cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore…

per restaurare la vita soprannaturale delle anime.

Per questo fu per noi Madre nell’ordine della Grazia…

e questa maternità di Maria perdura senza soste,

fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti

(Cost. Dogm. Lumen Gentium, 61, 62)

  La realtà del Corpo Mistico è quella che meglio mette in luce il ruolo di Maria nella nostra vita spirituale: Madre del Capo Gesù e, di conseguenza, Madre delle sue membra che siamo noi.

  Da quando Gesù, pendente dalla croce, disse a Giovanni: «Figlio, ecco tua madre», la Madonna ha iniziato la sua sublime missione in favore dei redenti: attirare su di essi, con la sua intercessione, le grazie meritate dal Sacrificio del Figlio al fine di vedere realizzato in ognuno di noi ciò che dice San Paolo: ‘Che Gesù Cristo giunga alla sua statura perfetta’ (Ef 4, 13).

  Se La vediamo maternamente china su di noi nel momento di inserirci in Cristo con il battesimo, non possiamo non pensarla premurosamente vigilante sullo sviluppo dell’anima che crescendo è destinata a riprodurre i lineamenti di suo Figlio.

  Cosa dire delle attenzioni di Maria verso una creatura che per il dono della vocazione è stata chiamata a diventare un ‘alter Christus‘ in una pienezza tutta singolare?

  Maria, però, conserva nel suo operare quella nota caratteristica di umile e silenziosa modestia, che ci rivela di Lei il Vangelo; infatti la sua mediazione materna non è sempre o subito avvertita, né percettibile. In alcuni casi il suo intervento amoroso, sia quando la vocazione è sbocciata, sia quando incontra gli inevitabili ostacoli, si è manifestato chiaramente.

  «Ho riconosciuto più tardi – confessa candidamente suor Giuliana – che Maria mi ha preservata da tante occasioni che avrebbero messo in pericolo la mia vocazione».

  Suor Luciana descrive, con evidente gratitudine alla Vergine, i momenti difficili che hanno preceduto la sua entrata in religione: «Mancava poco tempo alla data fissata per entrare in monastero quando mi venni a trovare in un mare di guai. E pensare che solo un mese prima mi sentivo così sicura della mia vocazione! Mi rivedo ancora nell’ultimo banco di quel Santuario dedicato alla Madonna. Come il pubblicano del Vangelo, confusa e angosciata, non osavo nemmeno alzare gli occhi per guardare il volto sorridente della Vergine. Devo averLe fatto compassione, perché poco dopo incontrai un sacerdote al quale esposi con schiettezza ciò che mi rendeva dubbiosa sulla validità della mia vocazione ed egli dissipò ogni mia perplessità».

  Diverse di noi hanno incontrato difficoltà di intesa con la mamma, e questo è abbastanza naturale se si pensa al sacrificio che vien chiesto ad una madre portata istintivamente a desiderare la sua creatura sempre vicina a sé anche fisicamente.

  Suor Clara, per usare la massima delicatezza e per essere nello stesso tempo decisa nella sua risoluzione, pensò di rivolgersi alla Madre del Cielo: « … Con semplicità e affetto filiale mi raccomandavo alla Madonna; quasi sempre le esponevo le difficoltà che trovavo con la mamma, la quale nel suo affetto materno, forse un po’ egoistico, non si rassegnava al pensiero di vedermi lasciare la casa. La reciproca comprensione si faceva difficile. La Madonna rispondeva ottenendomi quella pace del cuore che mi aiutava ad essere paziente e amabile e nello stesso tempo risoluta nel mio proposito di essere tutta per sempre di Gesù».

  «Alle volte – ci confida suor Elena – quando guardo la corona del Rosario, mi viene spontaneo un sorriso. Avevo sperimentato che non dovevo aspettare fino a sera per unirmi a Maria con la preghiera del Rosario, perciò avevo preso l’abitudine di sfruttare tutti i ritagli di tempo, tra un orario e l’altro di lavoro, per mantenermi fedele a questa preghiera, che misurava la mia costanza e mi era di grande aiuto. Quel pomeriggio, in cui avevo deciso di manifestare alla mamma il mio proposito di partire, ci trovavamo tutte e due in chiesa. Era un giorno di festa. ‘Mamma recitiamo il rosario?’ La mamma acconsentì volentieri. Io pregai più intensamente del solito chiedendo in cuor mio la grazia alla Madonna di saper rivelare la mia decisione. Alla sera, dopo cena, presi il coraggio a due mani e in un fiato espressi il mio desiderio di partire al più presto. La mamma mi guardò un po’ addolorata, poi mi disse: ‘La Madonna non mi ha esaudito quando pregavo con te! Oggi le chiedevo la grazia di farti restare sempre a casa con noi!’. Allora non potevo ridere, ma adesso che sono in monastero, e che la mamma non solo è rassegnata ma contenta di vedermi felice della mia scelta, posso ricordare con gioia quella preghiera detta insieme a lei rivolta alla Madonna».

VIENI SPIRITO, RIEMPI DELLA TUA GRAZIA I NOSTRI CUORI!

Dio onnipotente ed eterno,

che hai racchiuso la celebrazione della Pasqua

nel tempo sacro dei cinquanta giorni,

rinnova il prodigio della Pentecoste:

fa’ che i popoli dispersi si raccolgono insieme

e le diverse lingue si uniscano

a proclamare la gloria del tuo nome. 

Dopo che il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo morì, risuscitò e ascese al cielo, la sua Chiesa formata da un centinaio di persone si riunì nel cenacolo al piano superiore, con Maria madre di Gesù e con i suoi fratelli. Non si può parlare di Chiesa dove non c’è Maria madre del Signore coi suoi fratelli. La Chiesa di Cristo infatti è dove viene predicata l’incarnazione di Cristo dalla Vergine. E dove predicano gli apostoli, fratelli del Signore, si ascolta il vangelo.

All’inizio, dopo l’ascensione del Signore al cielo, la Chiesa contava appena centoventi uomini, poi aumentò tanto da riempire tutto il mondo di innumerevoli popoli. Che questo sarebbe avvenuto lo manifesta lo stesso Signore nel vangelo, dicendo agli apostoli: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,23).

E veramente un frutto abbondante ha portato la risurrezione del Signore, dopo la sua passione per l’umana salvezza. Nel grano di frumento il nostro Salvatore vuol indicare il suo corpo. Dopo la sua sepoltura portò un frutto innumerevole, perché con la risurrezione del Signore sono spuntate in tutto il mondo spighe di virtù e messi di popoli credenti. La morte di uno solo è diventata la vita di tutti.

A ragione, in un altro passo del vangelo, fa questo paragone: «Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami» (Mt 13,31-32). Al granellino di senapa il Signore ha paragonato se stesso che, pur essendo il Signore della gloria, di una maestà eterna si fece il più piccolo di tutti, degnandosi di nascere piccolo bambino dalla Vergine.

Viene seminato in terra quando il suo corpo è consegnato al sepolcro. Ma dopo che è risorto, per la gloria della risurrezione si è innalzato da terra, per diventare un albero sui cui rami abitano gli uccelli del cielo. In questo albero era rappresentata la Chiesa, che dopo la morte di Cristo è risorta nella gloria. I suoi rami non sono che gli apostoli, poiché come i rami con naturalezza ornano l’albero, così gli apostoli con lo splendore della loro grazia ornano la Chiesa di Cristo.

Nei rami si vedono abitare gli uccelli del cielo. In questi uccelli del cielo siamo allegoricamente raffigurati noi, che entrando nella Chiesa di Cristo riposiamo sulla dottrina degli apostoli come su rami.

All’inizio dunque, dopo l’ascensione del Signore, la Chiesa contava solo pochi uomini, ma poi crebbe tanto da riempire tutto il mondo, non solo le città, ma anche le diverse nazioni. Credono i Persi, credono gli Indi, crede tutto il mondo. I popoli sono condotti nella pace all’ossequio di Cristo non dal terrore della spada o dalla paura dell’imperatore, ma dalla sola fede in Cristo. E se la necessità lo richiede, sono pronti a dare la vita per il loro Re piuttosto che perdere la fede. E giustamente, perché questo Re per cui combattiamo premia i suoi soldati anche dopo la morte. Il re del mondo non può dare niente dopo la morte al soldato che si è lasciato uccidere per lui, perché anch’egli è soggetto alla morte; ma Cristo-re premierà con l’immortalità i suoi soldati che si sono lasciati uccidere per lui. Il soldato del mondo, se è ucciso per il re, è vinto. Il soldato di Cristo, invece, vince maggiormente quando merita di essere ucciso per Cristo.

Dalle “Opere” di san Cromazio d’Aquileia, Vescovo

Immagine: Giotto, Pentecoste, Cappella degli Scrovegni, Padova.

SEPARATE…MA NON DIVISE: TERZO CAPITOLO

   Dio potrebbe, di per sé, rivelarci direttamente la sua volontà, senza bisogno di intermediari umani. Invece, com’è nell’economia generale della sua provvidenza, vuole servirsi normalmente delle creature anche per far conoscere alle anime i suoi disegni. È indispensabile, perciò, la direzione spirituale di un ministro di Dio per chiunque voglia camminare sulle strade del Signore. Indispensabile soprattutto per chiunque voglia conoscere la volontà di Dio nella scelta del proprio stato di vita.

   Ognuna di noi riconosce la funzione determinante avuta dal Direttore spirituale nella storia della propria vocazione.

   «Da tempo tenevo tutto per me – dice suor Maria – il timore che si trattasse di un entusiasmo passeggero mi impediva di esprimere in Confessione quello che sentivo. La preghiera mi aiutò a prendere coraggio; dovevo pur accertarmi, dal momento che questo desiderio anziché spegnersi cresceva. Così una mattina andai dal mio vecchio parroco il quale mi accolse paternamente, ma diede poca importanza al mio problema. Passavano i mesi e io sentivo l’urgenza che qualcuno mi assicurasse in nome di Dio che la chiamata Che sentivo non era un’ illusione. Finalmente dopo aver tanto pregato incontrai una ragazza che mi indicò un sacerdote che lei riteneva “esperto”. Trovai nella guida di questo ministro del Signore sicurezza e costanza per perseverare nell’impegno della mia risposta alla chiamata divina».

   «Le prove, le tentazioni, i dubbi, le incertezze non mi mancarono – interviene suor Pina – specialmente in un periodo durante il quale rimasi sola per miei motivi di impiego, e non potei valermi dell’aiuto del confessore che mi aveva seguito per un tempo considerevole. Nei momenti di prova più intensa, la certezza che Gesù mi aveva chiamata, perché qualcuno in nome Suo me l’aveva confermato, fu per me l’unica àncora di salvezza».

   La guida di un saggio e prudente direttore spirituale è provvidenziale non solo per conoscere la propria vocazione in genere, e trovare sicurezza nei momenti di silenzio da parte di Dio, ma anche per conoscere il tipo particolare di vita religiosa da abbracciare. Questa è cosa assai delicata e impegnativa per un sacerdote, il quale deve tener conto delle aspirazioni dell’anima diretta e suggerire, indicare, mai forzare o imporre il suo parere.

   «Il sacerdote a cui aprii la mia anima – ricorda con commossa riconoscenza Suor Cloe – fu molto comprensivo con me, studiò le mie inclinazioni per qualche tempo, poi, quando giunse il momento di decidere per la scelta della vita monastica mi diede preziosi suggerimenti, lasciandomi nello stesso tempo completamente libera. Non so se la sua gioia per avermi aiutata a realizzare la mia vocazione sia stata meno intensa della mia di essere finalmente entrata nella casa del Signore!».

   «Al momento di scegliere la famiglia religiosa rimasi perplessa e sentii il bisogno di essere aiutata, – dichiara Suor Angela. – Mi rivolsi al mio parroco, il quale mi invitò a pregare lo Spirito Santo perché mi illuminasse. Seguii con fiducia il suo consiglio; al termine della novena, che avevo iniziato allo scopo di conoscere la volontà di Dio, ebbi la risposta: un’amica, venendomi a trovare, mi indicò il Monastero presso il quale due mesi dopo potevo già fare il mio ingresso ».

   Può succedere qualche volta che anche il ministro di Dio prenda un abbaglio o non sappia interpretare i disegni divini. Lo afferma Suor Giancarla. Ma Dio viene alla fine ad accomodare tutto, anche gli errori dei suoi rappresentanti. «Quel sacerdote fu trasferito in un altro paese – continua Suor Giancarla. – Il Direttore Spirituale, cui affidai in seguito la mia anima, non solo mi comprese prendendosi a cuore la mia situazione, ma mi sollecitò ad una decisione senza ritardi, che fu provvidenziale. Se avessi aspettato ancora un po’, forse non avrei più potuto realizzare il mio sogno».

   È proprio vero che una delle grazie più grandi che Dio possa fare ad un’anima è quella di incontrare un buon Direttore spirituale. E dobbiamo pregare sempre per coloro che hanno l’importante e delicato incarico di guidare le anime nelle vie del Signore.

O misteriosa sovrabbondanza di Grazia! Pasqua divina!

Ti preghiamo Signore Dio,

Cristo, Re spirituale ed eterno,

stendi le tue grandi mani sulla tua santa Chiesa e sul tuo popolo santo,

difendilo, custodiscilo, conservalo in eterno…

Tua è la gloria e la potenza nei secoli.

Amen.

   Già splendono i raggi della santa luce di Cristo, sorgono gli astri puri del puro Spirito, e mostrano i tesori della gloria celeste e della regale divinità. La notte densa e oscura è stata debellata e l’odiosa morte condannata all’oscurità; la vita irrompe nel mondo, tutto trabocca di luce perenne, e quanti nascono entrano in possesso del mondo nuovo: il Cristo, generato prima dell’aurora, risplende per tutti, immortale e grande più del sole. Perciò a noi che crediamo in lui si avvicina sfolgorante il giorno senza tramonto, la mistica Pasqua, già prefigurata e celebrata dalla legge. La Pasqua, mirabile opera della forza onnipotente di Dio, è davvero la festa e il legittimo memoriale perenne: essa è impassibilità dopo la Passione, immortalità dalla morte, vita dal seme, medicina dalla piaga, risurrezione dalla caduta, ascensione dalla discesa. Così Dio opera cose grandi, dall’impossibile crea cose stupende, per mostrare che lui solo può tutto ciò che vuole. Scioglie i legami della morte, usando del suo potere sovrano, come quando disse: “Lazzaro, vieni fuori” (Gv 11,43); e “Fanciulla, alzati” (Mc 5,41), per mostrare l’efficacia del suo potere. E perciò si consegnò totalmente alla morte, perché in lui fosse uccisa quella belva feroce, e sciolto l’insolubile vincolo.

   In quel corpo impeccabile la morte cercava ovunque il nutrimento che le è proprio: cercava se vi fossero tendenze voluttuose, o ira, o disobbedienza, o almeno l’antico peccato, prima esca della morte; infatti “il pungiglione della morte è il peccato” (1 Cor 15,56). Ma poiché in lui non trovava nulla di cui nutrirsi, prigioniera di se stessa e stremata dalla mancanza di cibo, la morte fu morte a se stessa, come tanti giusti andavano annunciando e profetizzando che sarebbe avvenuto quando il primogenito fosse risuscitato dai morti. Egli rimase sotto terra per tre giorni, per salvare attraverso di sé tutto il genere umano, anche quello che era esistito prima della legge.

Da un’”Omelia” attribuita a sant’Ippolito, sacerdote.

Immagine: Beato Angelico, La tomba vuota, cella n. 8, Museo S. Marco, Firenze.

CLAUSURA E COMUNIONE SPIRITUALE

Per noi monache di clausura, il silenzio e la separazione dal mondo sono abituali. É la nostra risposta alla chiamata di Dio a vivere la comunione spirituale con la Chiesa: con il Papa, il nostro Vescovo, i Sacerdoti, gli annunciatori del Vangelo e tutti gli uomini.

La nostra separazione però non ha il tono della costrizione, della difesa, della paura che in questi giorni molti stanno vivendo a causa dell’epidemia che si è diffusa. La nostra è una scelta libera. E noi stiamo pregando perché la paura e il disagio di questo delicato momento possano trasformarsi in una scoperta positiva: siamo stati messi nella possibilità di restare uniti e presenti gli uni agli altri anche senza vederci e incontrarci. In Comunità stiamo pregando perché tutti possano sperimentare la ricchezza e la bellezza della comunione spirituale di cui godiamo noi ogni giorno in clausura.

Certo, è un sacrificio non poter visitare una mamma anziana ricoverata in casa di riposo; è un sacrificio non poter far visita a un parente ammalato in ospedale… Ma in questo sacrificio è racchiuso il tesoro della comunione spirituale: un modo nuovo e diverso di essere in relazione gli uni con gli altri. Quello che noi monache viviamo per vocazione, in questi giorni è diventato patrimonio comune e può essere sperimentato da tutti.

Vorremmo incoraggiare le persone a mettersi in ascolto del proprio cuore per scoprire quelle potenzialità nascoste che forse ancora non sono venute alla luce.

Non può mancare anche un incoraggiamento ad avere fiducia nel Signore che è sempre con noi, anche in questi giorni in cui non è possibile partecipare alla S. Messa e ricevere il sacramento dell’Eucaristia. Il Signore è con noi insieme a molti fratelli.

Ci sia di aiuto in questo cammino la benedizione del nostro Vescovo e dei nostri Sacerdoti insieme alla preghiera di tante persone anziane e ammalate.

Le Monache Domenicane di S. Sigismondo

QUARESIMA 2020

Sono stato crocifisso con Cristo;

non sono più io che vivo, ma vive in me Cristo,

che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

   Non senza motivo, carissimi, vi abbiamo esortato a partecipare alla passione di Cristo, affinché la vita dei credenti attui in se stessa il mistero pasquale, e ciò che è venerato nella festa, venga celebrato dalla vita.

   Quanto poi ciò sia utile, lo avete sperimentato voi stessi, avete imparato dalla vostra pietà quanto giovino alle anime e ai corpi i prolungati digiuni, la preghiera insistente e le generose elemosine. Non vi è quasi nessuno che abbia progredito in questi esercizi e non racchiuda nel segreto della sua coscienza qualcosa di cui possa giustamente rallegrarsi.

   Se dunque vogliamo impegnarci in questa osservanza di quaranta giorni, così

   da sperimentare qualcosa del mistero della croce nel tempo della passione del Signore, dobbiamo anche sforzarci di esser trovati partecipi della risurrezione di Cristo, passando così dalla morte alla vita mentre siamo ancora in questo corpo.

   Per chiunque passi da un modo di vivere a un altro, qualunque sia la sua trasformazione, lo scopo non è quello di rimanere ciò che era, ma di rinascere quale non era.

   Ma è fondamentale conoscere per chi si vive o si muore: perché vi è una morte che è fonte di vita, e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere l’una o l’altra: dalla natura delle azioni compiute in questa vita che passa, dipende una differente retribuzione per l’eternità.

   Si deve perciò morire al diavolo e vivere per Dio; venir meno al male per risorgere alla giustizia. E poiché, come dice la stessa Verità, «nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,24), il Signore non sia per noi colui che abbatte i superbi, ma piuttosto colui che esalta gli umili alla gloria. Dice l’Apostolo: «Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’ uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (l Cor 15,48-49). Dobbiamo gioire grandemente di questa trasformazione, per cui passiamo dalla ignobile condizione terrena alla dignità celeste, per ineffabile misericordia di colui che, per elevarci a sé discese fino a noi: e discese al punto da assumere non solo l’umana sostanza, ma anche la condizione della natura soggetta al peccato, accettando che la divina impassibilità patisse nella sua persona ciò che miseramente sperimenta l’umana mortalità.

Disc. 71 sulla Risurr. Del Signore, 1-2, San Leone Magno , papa

Immagine: Beato Angelico, Cristo coronato di spine Livorno, Duomo, Cappella del Sacramento.