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ASSUPMTA EST MARIA IN CAELUM

LA REGINA DEL MONDO OGGI E’ SOTTRATTA AL MONDO:

GIOITE PERCHE’ INSIEME AL CRISTO REGNA IN ETERNO.

    Un tempo il Signore Iddio cacciò i capostipiti della razza mortale, che si erano riempiti del vino della disobbedienza, avevano addormentato l’occhio del cuore nell’ebbrezza della violazione, oppresso gli sguardi del pensiero con la sbornia del peccato ed erano sprofondati nel sonno della morte, bandendoli dal giardino dell’Eden. Ma ora, colei che ha respinto l’assalto di ogni passione, che ha prodotto il germe dell’obbedienza a Dio Padre e ha dato inizio alla vita per l’intera stirpe, non sarà accolta in paradiso? Ma costei, davvero la beatissima, che diede ascolto alla parola di Dio, fu ripiena della potenza dello Spirito e accolse nel suo seno, dopo l’annuncio dell’arcangelo, la benevolenza paterna; come potrebbe essere ingoiata dalla morte? Se il Cristo, vita e verità, ha detto: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12,26), come la Madre, a maggior ragione, non abiterà con lui? Veramente preziosa la morte dei santi del Signore, Dio degli eserciti; più prezioso il trapasso della Madre di Dio.

    Allora, allora sì Adamo ed Eva, i progenitori della stirpe, con le labbra piene di gioia hanno gridato forte: “Beata sei tu, o figlia, che ci hai cancellato la pena della trasgressione! Tu che hai ereditato da noi un corpo corruttibile, hai portato per noi nel tuo seno una veste di incorruttibilità” (cfr. 1 Cor 15,53). Dai nostri lombi hai preso l’esistenza, per darci in cambio un’esistenza felice; hai abolito le sofferenze, hai infranto le spire della morte, hai restaurato la nostra antica dimora. Noi avevamo chiuso il paradiso, tu hai reso accessibile l’albero della vita. Per causa nostra dai beni erano derivate le pene, per merito tuo dalle pene ci sono ritornati beni più grandi. E come potrai gustare la morte, tu che sei immacolata? Per te la morte sarà un ponte verso la vita, una scala verso il cielo, un transito per l’immortalità.

    Ed ella, verosimilmente disse: “Nelle tue mani, Figlio mio, consegno il mio spirito (cfr. Lc 23,46). Accogli la mia anima a te cara, che hai conservato irreprensibile. A te, e non alla terra affido il mio corpo. Portami accanto a Te, affinché dove sei tu, frutto delle mie viscere, sia anch’io, nella tua stessa dimora: mi sento attratta verso di te, che sei disceso in me cancellando ogni distanza” (cfr infra III, In Dorm. B.V.M. 5).

    Dopo aver pronunciato queste parole udì: “Vieni al riposo (Sal 132,8.11), Madre mia benedetta. Alzati, vieni, mia diletta, bella fra le donne; perché ecco, l’inverno è passato. Bella è la mia amata e macchia non c’è in te (Cant 4,7). Il profumo dei tuoi unguenti sorpassa tutti gli aromi” (Cant 4,10).

Dalla “Seconda omelia sulla Dormizione della B. Verdine Maria”

di san Gioavanni Damasceno, sacerdote e dottore della chiesa.

Immagine: Beato Angelico, Vergine Assunta, Miniatura su pergamena, Firenze, Biblioteca Museo di S. Marco.

Solennità di S. Domenico

    Era tale la perfezione morale dei suoi costumi, tale lo slancio di fervore divino che lo trasportava, da non potersi minimamente dubitare ch’egli fosse un vaso di onore e di grazia (Rm 9,21), un vaso ornato d’ogni specie di pietre preziose (Sir 50,10). Aveva una volontà ferma e sempre lineare, eccetto quando si lasciava prendere dalla compassione e dalla misericordia. E poiché un cuor lieto rende ilare il viso (Pr 15,31), l’equilibrio sereno del suo interno si manifestava al di fuori nella bontà e nella gaiezza del volto. Era, però, talmente irremovibile nelle cose ch’egli aveva giudicato ragionevolmente farsi secondo Dio, che mai o quasi mai consentiva di mutare una decisione una volta presa dopo maturo consiglio. E poiché la testimonianza della sua buona coscienza, come s’è detto, rischiarava continuamente d’una grande gioia il suo volto, lo splendore del suo viso non si perdeva per la terra (Gb 29,24).

    Per questo egli s’attirava facilmente l’amore di tutti; senza difficoltà appena lo conoscevano, tutti cominciavano a volergli bene. Dovunque si trovasse, sia in viaggio coi compagni, sia in casa con l’ospite e la sua famiglia, oppure tra i grandi, i principi e i prelati, con tutti usava parole di edificazione, dava a tutti abbondanza di esempi capaci di piegare l’anima degli uditori all’amore di Cristo e al disprezzo del mondo. Ovunque si manifestava come un uomo evangelico, nelle parole come nelle opere. Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole coi Frati o con i compagni di viaggio, nessuno era con loro più allegro di lui.

    Viceversa, di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Alla sera prorompeva in pianto, ma al mattino raggiava di gioia (Sal 29,6). Il giorno lo dedicava al prossimo, la notte a Dio, ben sapendo che Dio concede la sua misericordia al giorno e il suo canto alla notte (Sal 41,9).

    Piangeva spesso e abbondantemente; le lacrime erano il suo pane giorno e notte (Sal 41,4): di giorno, soprattutto quando celebrava spessissimo o quotidianamente la Messa; di notte, invece, quando più di ogni altro prolungava le sue veglie estenuanti.

    Aveva l’abitudine di passare assai spesso la notte in chiesa, a tal punto che si pensava che mai o raramente egli usasse un letto per dormire. Di notte, dunque, pregava e prolungava le sue veglie fino a quando glielo permetteva la fragilità del suo corpo. Quando poi alfine sopravveniva la stanchezza e la mente s’intorpidiva, vinto dal bisogno del sonno, appoggiava la testa all’altare o in qualunque altro luogo, ma in ogni caso su una pietra come il Patriarca Giacobbe (Gen 28,11), e riposava un momento. Poi si risvegliava e riprendeva la sua fervorosa preghiera.

    Accoglieva tutti gli uomini nell’ampio seno della sua carità e perché tutti amava, da tutti era amato. Faceva suo quel motto: godere con chi gode, piangere con chi piange (Rm 12,15). Traboccante com’era di pietà, si spendeva tutto per aiutare il prossimo e sollevare le miserie. Imitiamo perciò, o fratelli, come possiamo, le orme del padre e nello stesso tempo ringraziamo il Redentore per aver dato ai suoi servi, sulla via che percorriamo, un tale condottiero.

Dagli “Scritti” del beato Giordano di Sassonia

CORPUS DOMINI

CHI MANGIA LA MIA CARNE E BEVE IL MIO SANGUE

DIMORA IN ME E IO IN LUI.

ALLELUIA.

(dalla Liturgia delle Ore Domenicana)

    O figlia carissima, apri bene l’occhio dell’intelletto per contemplare l’abisso della mia carità: non v’è creatura dotata di ragione che non si senta sciogliere il cuore per slancio d’amore vedendo, tra gli altri benefici ricevuti da me, quello che ricevete in questo sacramento.

    Vedi dunque come dovete ricevere e contemplare questo sacramento, non soltanto col sentimento corporeo ma con il sentimento spirituale, disponendo il sentimento dell’anima a riceverlo e a gustarlo, come ti ho detto.

    Considera, carissima figlia, a quale eccellentissimo stato è elevata l’anima quando riceve nel modo dovuto questo pane della vita, cibo degli angeli. Nel riceverlo essa sta in me ed io in lei; come il pesce sta nel mare ed il mare nel pesce, così Io sto nell’anima e l’anima in me, mare di pace. Nell’anima permane la grazia, e vi rimane perché essa ha ricevuto questo pane della vita in stato di grazia; dopo che si è consumata la specie del pane, Io vi lascio l’impronta della mia grazia, come il sigillo che si imprime sulla cera calda: quando il sigillo vien tolto, la sua impronta rimane. Allo stesso modo vi rimane nell’anima la forza di questo sacramento, ossia il calore della mia divina carità, clemenza dello Spirito Santo. Vi rimane il lume della sapienza del Figlio mio unigenito, nella quale l’occhio dell’intelletto viene illuminato. E l’anima rimane fortificata partecipando della mia fortezza e potenza, che la rende forte e potente contro la propria passione sensibile, contro i demoni e contro il mondo.

    Vedi così come le resta l’impronta dopo che è stato tolto il sigillo; consumata la materia, ossia gli accidenti del pane, questo Sole vero si ritrae nella sua sfera – senza peraltro essersene mai staccato, come ti ho detto, perché sempre è stato unito a me – dopo che l’abisso della mia carità ve lo ha dato in cibo per generosità e provvidenza divina, sovvenendo alle vostre necessità col procurarvi il nutrimento della mia dolce Verità, in vista della vostra salvezza, e affinché vi sosteniate in questa vita, ove siete pellegrini e viandanti; ed anche affinché non perdiate la memoria del beneficio del sangue.

Da «Il Dialogo» di santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa.

Immagine: Beato Angelico, Comunione degli Apostoli, Cella n. 35, Firenze, Museo di S. Marco.

Testimonianza di Suor Maria Domenica durante la Veglia di Pentecoste

Testimonianza di Sr. M. Domenica della Salus Animarum, o.p.

Veglia di Pentecoste – 8 giugno 2019

    Innanzitutto un caro saluto da parte mia e della mia Comunità. Siamo tutte molto liete per la vostra presenza alla Veglia di Pentecoste, una delle più belle e ricche di significato per la Chiesa universale e per la nostra Chiesa locale in particolare.

    Un ringraziamento per l’attenzione, che confido diventi poi preghiera, per la mia persona. Sto infatti per ultimare la mia preparazione alla Professione Solenne di monaca domenicana che farò domenica prossima, 16 giugno.

    Professione solenne significa impegno definitivo di vivere una forma di vita oggi un po’ singolare: prometterò di perseverare per tutta la vita nella sequela di Cristo da monaca domenicana, cioè da suora di clausura secondo il carisma di S. Domenico di Gusman.

    Il carisma domenicano finalizzato alla predicazione del Vangelo, si compone di due elementi fondamentali: la contemplazione della Verità e l’annuncio della Verità.

    A me è stato chiesto, per vocazione, come lo è stato per le mie Consorelle, di esprimere il carisma domenicano vivendo nel “cuore della Santa Predicazione”.

    Molti rimangono un po’ perplessi davanti a una simile vocazione… ma posso dire che quello che ho vissuto fino ad ora è stato ed è frutto della Grazia di Dio.

    La mia infanzia, trascorsa tra casa, scuola e parrocchia, è stata come quella di tante mie coetanee. Io ricordo molto bene una forte attrattiva per la Vergine Maria perché mi piaceva molto pregare il Rosario in parrocchia nel mese di maggio. Lo recitavo volentieri anche se non capivo il valore di questa preghiera mariana.

    Poco più che adolescente ebbi la fortuna di partecipare ad alcune Mariapoli a Loppiano. Ma dopo poco, ormai giovane universitaria, incominciai ad allontanarmi dalla pratica religiosa… non volevo sentirmi vincolata a nessuno e Dio incominciò a non interessarmi più… Ho continuato gli studi, ho fatto diversi lavori fino a quando – e questo non so esprimerlo a parole – il Signore mi ha afferrata facendomi sentire tutto il vuoto di ciò che andavo cercando.

La sofferenza del disagio interiore si mescolava alla ricerca di senso.

    Io posso testimoniare che esiste davvero la Provvidenza, cioè quella presenza discreta e paterna di Dio che conduce le sue singole creature sui sentieri del bene. La Provvidenza mi ha fatto incontrare persone che con delicatezza e pazienza hanno saputo aiutarmi a capire il progetto di Dio. Attraverso i momenti di preghiera con la Comunità monastica e i periodici incontri di formazione e discernimento pian piano si è fatta chiara la mia vocazione e mi sono poco per volta determinata a dire il mio sì.

Nel 2013, a 28 anni, sono entrata in monastero!

    La Madre Priora, nei due anni che hanno preceduto il mio ingresso in monastero, mi aiutò a fare un forte discernimento e mi chiese tre cose inderogabili: l’accompagnamento di un padre spirituale, continuare il mio lavoro e dedicarmi a qualche attività di apostolato gratuito. Tutte che sono riuscita a compiere, compresa la discussione della tesi di laurea, che da tempo avevo lasciato in sospeso.

    Entrata nella nuova forma di vita, l’unica cosa che sapevo con certezza e volevo ad ogni costo, era stare col Signore, disponibile a qualunque sacrificio per dedicare tutta la mia vita perché altri potessero incontrarLo. Questo equivaleva, senza che io ancora lo sapessi, a dare la vita per l’annuncio del Vangelo.

Il fuoco che Dio pone in cuore a coloro che chiama a questa forma di vita è irresistibile e inappagabile. Sembra di averlo raggiunto ma in realtà attira sempre di più. Non si può mai dire: ho dato tutto!

    Qualcuno potrebbe dirmi: “Ma perché, se ami tanto l’annuncio del Vangelo, non sei partita per le missioni, o non hai scelto una congregazione di vita apostolica?”. La nostra vocazione contemplativa va alla radice di questo annuncio: ne sperimenta il fuoco, ne vive la testimonianza, gode della gioia dell’annuncio fatto attraverso il dono della vita. Qui c’è tutta la vocazione contemplativa-missionaria domenicana.

Altri potrebbero dirmi: “Ma perché proprio la clausura?”.

La clausura è il clima di silenzio, di amore operoso, di purificazione del cuore, di gioiosa intimità con Dio perché la Parola che viene annunciata da ogni predicatore del Vangelo rimanga viva e porti frutto.

In clausura, predichiamo con la vita, proprio come chi va in missione o sale il pulpito o fa catechesi.

    Questa predicazione la viviamo anche attraverso la missione ufficiale, consegnataci dalla Chiesa, di pregare la Liturgia delle Ore per cantare le lodi del Signore a nome dell’umanità e dello stesso creato. Benedire, lodare, ringraziare Dio perché è Dio; benedirLo, ringraziarLo, lodarLo non solo a nome nostro, ma a nome di tutti e di tutto; anche di coloro che non possono, o non vogliono, o non sanno farlo.

    Domenica 16 giugno mi voterò per sempre a una vita di obbedienza, povertà e castità coniugata strettamente con la vita fraterna che sono stata chiamata a condividere con le mie Consorelle.

    La vita fraterna è una palestra quotidiana ed esigente, ma che dà spessore concreto di carità al nostro vivere insieme. La gioia di una è la gioia di tutte, così come le ore di dolore, che non mancano neanche fra le mura del Monastero, sono condivise dall’intera Comunità.

    Da ultimo non posso tacere il grande aiuto che in questo mio cammino, non privo di momenti di fatica e di sofferenza, ho ricevuto da una presenza assidua e silenziosa che mi ha sempre accompagnato: la presenza della Madonna, che pregavo pur non sapendo dove mi avrebbe condotta. Confidavo che attraverso la Sua intercessione avrei trovato quello che il mio cuore desiderava e più progredisco nel mio cammino vocazionale più cresce la mia riconoscenza verso di Lei che è stata la porta della mia vocazione.

VENI, CREATOR SPIRITUS!

TUTTI FURONO PIENI DI SPIRITO SANTO,

ALLELUIA, ALLELUIA!

E CANTAVANO LE MERAVIGLIE DI DIO,

ALLELUIA, ALLELUIA!

(dalla Liturgia delle Ore)

Carissimi, la festività odierna, celebrata in tutto il mondo, fu consacrata dalla venuta dello Spirito Santo, disceso, come avevano sperato, sugli Apostoli e sul popolo dei credenti cinquanta giorni dopo la Risurrezione dl Signore.

Era atteso perché il Signore Gesù lo aveva promesso, non come se dovesse incominciare allora per la prima volta a dimorare nei santi, ma per accendere di maggior fervore i cuori a lui consacrati e inondarli più copiosamente accrescendo i suoi doni; non incominciando perciò un’opera nuova per il fatto di essere più generoso nel donarsi.

La maestà dello Spirito Santo non è mai distinta dall’onnipotenza del Padre e del Figlio, e quel che il governo divino dispone nell’amministrazione di tutte le cose, proviene dalla provvidenza di tutta la Trinità. Unica è la clemenza della misericordia, unica la severità della giustizia; né vi è divisione di attività là dove non c’è differenza di volontà. Le cose che illumina il Padre, le illumina il Figlio, le illumina lo Spirito Santo; e poiché una è la Persona mandata, altra la Persona di colui che manda e altra quella di colui che promette, simultaneamente ci è manifestata l’Unità e la Trinità, per farci comprendere che l’essenza è uguale ma non è sola, e che identità di sostanza non significa identità di Persone. Che poi alcune azioni, salva sempre la cooperazione dell’inseparabile divinità, le operi il Padre, altre il Figlio e altre propriamente lo Spirito Santo, dipende dal piano della nostra redenzione, dal motivo della nostra salvezza. Se l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, fosse rimasto nella dignità donata alla sua natura, né, ingannato dall’insidia del diavolo e spinto dalla concupiscenza avesse deviato dalla legge impostagli, il Creatore del mondo non si sarebbe fatto creatura, l’Eterno non si sarebbe sottoposto alla temporaneità, né il Figlio di Dio uguale al Padre avrebbe assunto la condizione di servo «in una carne simile a quella del peccato» (Rm 8,3). Ma poiché «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24), e la nostra schiavitù non poteva essere annullata senza che egli prendesse in mano la nostra causa, diventando, senza nuocere alla sua maestà, vero uomo, il solo che non subisse la contaminazione del peccato, la misericordiosa Trinità si divise l’opera della nostra restaurazione, in modo che il Padre venisse propiziato, il Figlio propiziasse e lo Spirito Santo infiammasse.

Era necessario infatti che anche coloro che devono essere salvati facessero qualcosa in proprio favore, e che i cuori convertiti al Redentore si allontanassero dalla dominazione del nemico; perciò, come dice l’Apostolo: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre» (Gal 4,6). E «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3, 17). Inoltre «nessuno può dire: Gesù è Signore se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1 Cor 12,3).

Se dunque, guidati dalla grazia, conosciamo sapientemente per fede ciò che nella nostra redenzione è proprio del Padre, quanto è appropriato al Figlio o allo Spirito Santo, e quello che invece è loro comune, accogliamo senza il minimo dubbio quanto è stato compiuto per noi nell’umiliazione del corpo, senza attribuire nulla di indegno alla gloria dell’unica e identica Trinità. È vero, nessuna mente è capace di comprendere Dio, nessuna lingua di parlarne; quel poco tuttavia che l’umana intelligenza può afferrare sull’essenza della divinità del Padre, se non pensa l’identica cosa del suo Unigenito e dello Spirito Santo, non ha una conoscenza di fede, ma è offuscata dalla carne; e quel che gli sembrava di sentire convenientemente nei riguardi del Padre, in realtà lo perde, perché si fa estraneo a tutta la Trinità chi in essa non conserva l’unità. Non è veramente unica una realtà che sia diversificata da qualche disuguaglianza.

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa.

Immagine: Beato Angelico, Mac Pentecoste (particolare), Armadio degli argenti, Firenze, Museo di S. Marco.

PICCOLEZZA E REGALITA’ A S. SIGISMONDO

Il prossimo 1° maggio, il complesso di S. Sigismondo aprirà di nuovo le sue porte ai visitatori che vorranno ammirare il coro, il chiostro e il refettorio del Monastero. La solennità di S. Sigismondo, re e martire, che la liturgia celebra in questo giorno, quest’anno sarà preparata da un evento di notevole valore spirituale. Infatti nei giorni 27 e 28 aprile, la chiesa di S. Sigismondo, scrigno di arte e di bellezza, accoglierà lo scrigno di santità delle reliquie di S. Teresa di Gesù Bambino e dei suoi genitori: Zelia e Luigi Martin.

Sigismondo era un re barbaro, convertitosi al cristianesimo e morto martire nel secolo IV.

S. Teresa di G. B. invece era una suora di clausura, morta alla fine dell’‘800 in un Carmelo della Francia meridionale. Sono due santi molto diversi e molto lontani nel tempo, tuttavia possiamo cogliere in loro un afflato spirituale che li accomuna: la lode divina.

Sigismondo, animato dallo zelo di difendere la fede cattolica, aveva dato vita ai monasteri della “Laus Perennis” in cui la lode divina saliva a Dio senza interruzione giorno e notte. La piccola Teresa aveva fatto della lode divina lo scopo della sua breve esistenza consumata dall’amore per Dio e per i fratelli.

La lode divina, che schiere di contemplative e contemplativi tengono viva nella Chiesa nel corso da secoli, si pone in continuità con il gesto di Maria di Betania narrato dal Vangelo. La lode divina si può paragonare ai trecento grammi di puro nardo che Maria ha sprecato per il Maestro, e questo gesto si perpetua ancora oggi. Lo ha ripetuto Teresa di Gesù Bambino e lo ripete la nostra piccola comunità monastica che ogni giorno fa risuonare la sua lode divina sotto le volte affrescate della bellissima chiesa di S. Sigismondo.

Auspichiamo che il passaggio delle reliquie di Teresa di Lisieux e dei suoi genitori lasci un segno, così che i visitatori che verranno il 1° maggio possano percepire la fragranza del profumo della santità che invita tutti a una vita che antepone Dio a tutto e a tutti.

Il 1° maggio, l’associazione “Amici di S. Sigismondo” metterà a disposizione le guide per la visita al complesso monastico e i volontari offriranno il loro servizio di accoglienza e vigilanza. Le “casalinghe di S. Sigismondo” saranno presenti con il consueto tavolo di dolci e di belle sorprese preparate con buon gusto e fantasia e per offrire ai turisti un piccolo omaggio a ricordo della visita.

Ricordiamo gli orari di apertura e delle celebrazioni:

ore 9,00 Apertura al pubblico del coro, del chiostro e del refettorio del Monastero.

ore 11,00 S. Messa conventuale solenne presieduta da P. Giuseppe Sabato, domenicano.

ore 14,00 Apertura al pubblico come sopra.

ore 18,00 Vespri Solenni.

Sarà gradita la presenza dei Sacerdoti amici della Comunità monastica sia per la concelebrazione del mattino, sia al canto dei Vespri nel pomeriggio.

ALLELUIA, ALLELUIA, ALLELUIA!

    “Vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Donna – chiesero – perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,12-13). Ben sapevate, angeli santi, perché piangeva e chi cercava; perché ricordandoglielo l’avete indotta di nuovo al pianto? Ma si avvicina la gioia di una consolazione insperata, perciò scorrano pure il pianto e il dolore in tutta la loro forza.

    “Si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù” (Gv 20,14). O amabile, consolante spettacolo dell’amore. È sempre lui che è cercato e desiderato, che si nasconde e si manifesta. Si nasconde per essere cercato più ardentemente, per essere trovato con gioia e trattenuto con sollecitudine, per non essere mai più abbandonato, finché non venga introdotto nella stanza del suo amore, per farne sua dimora. In questo modo la sapienza gioca sulla terra e trova le sue delizie tra i figli degli uomini (cfr. Prv 8,30-31).

Donna perché piangi? Chi cerchi?” (Gv 20,15). Possiedi colui che cerchi e lo ignori? Possiedi la vera ed eterna gioia e piangi? Possiedi dentro di te colui che cerchi al di fuori. Davvero sei accanto al sepolcro e piangi di fuori: la tua mente è il mio sepolcro. Qui io riposo, non morto, ma vivente per l’eternità.

La tua mente è il mio giardino. Hai giudicato bene: io ne sono il custode. Io, che sono il secondo Adamo, lavoro e custodisco il mio paradiso: il tuo pianto, il tuo amore, il tuo desiderio, sono opera mia. Mi possiedi in te e non lo sai, per questo mi cerchi fuori.

Ecco che allora apparirò all’esterno per ricondurti all’interno e tu possa trovare dentro di te colui che cerchi fuori.

    “Maria” (Gv 20,16), ti ho conosciuta per nome; impara a conoscermi per fede. “Rabbunì!” cioè “Maestro!”. È come se dicesse: insegnami a cercarti, insegnami a toccarti e a cospargerti di unguento.

    “Non toccarmi” come uomo, né come mi toccasti e ungesti prima, quando ero soggetto alla morte. “Non sono ancora salito al Padre mio” (Gv 20,17): non hai ancora creduto che io sono uguale al Padre, coeterno e consustanziale. Credi questo e così mi toccherai. Tu vedi l’uomo e per questo non credi: ciò che si vede non è oggetto di fede. Ma Dio non lo vedi; credi e lo vedrai. Credendo mi toccherai, come quella donna che toccò la frangia della mia veste e subito fu guarita.

Perché? Perché mi toccò con la sua fede. Con questa mano toccami, con questi occhi cercami, con questi passi affrettati ad accorrere a me, perché non sono lontano da te.

Io sono infatti un Dio che si avvicina, sono parola sulla tua bocca e nel tuo cuore. Che cosa è più vicino all’uomo del suo cuore? Là si trova, chiunque mi trova. Le cose esteriori, infatti, sono visibili: anch’esse sono opera mia, ma sono transitorie e caduche. Io invece, che ne sono l’artefice, abito nel più profondo dei cuori puri.

Lei beata

che fu degna di portare

il primo annuncio della vita risorta.

Alleluia.

(Dal “Trattato sulla Passione e Risurrezione del Signore” di un autore del secolo XII)

Immagine: Beato Angelico, No li me tangere (Non mi toccare), Cella n. 1, Firenze, Museo di S. Marco.

 

SAN GIUSEPPE, PATRONO DELLA NOSTRA COMUNITA’

A GIUSEPPE,

SERVO FEDELE E SAGGIO

IL SIGNORE

AFFIDÒ LA SUA FAMIGLIA.

(dalla Liturgia delle Ore)

    S. Giuseppe ci si presenta come un uomo silenzioso, povero, modesto, umile. Era giusto, questo l’unico attributo con cui lo indica il Vangelo: ma è sufficiente per darci il quadro sociale scelto da nostro Signore per Sé.

    Potremmo quindi ignorare questa figura, non soffermarci dinanzi ad essa? No, affatto: poiché non capiremmo, in tal caso, la dottrina insegnata dal Divino Maestro: la Buona Novella sin dalla prima sua forma caratteristica, quella d’essere annunciata ai poveri, agli umili, a quanti hanno bisogno di essere consolati e redenti. Perciò il Vangelo delle Beatitudini comincia con questo introduttore, chiamato Giuseppe. Ci troviamo di fronte a un quadro incantevole, e che ciascuno di noi, se fosse un artista, potrebbe ideare solo in maniera inadeguata. Ma ecco: proprio Gesù ci presenta questo suo introduttore, come suo custode e padre putativo, nelle forme le più umane, le meno solenni, quelle a tutti accessibili.

    C’è uno speciale aspetto che merita di essere osservato e compreso. Questa sommessa vita che si intreccia con quella del Cristo nascente e con quella beatissima della Vergine, ha qualche cosa di caratteristico, di molto bello, di mistero.

    Ricordiamo il brano di S. Matteo in cui per tre volte si parla di colloqui d’un Angelo con Giuseppe nel sonno. Che cosa vuol dire? Significa che Giuseppe era guidato, consigliato nell’intimo dal messaggero celeste. Aveva un dettato della volontà di Dio che si anteponeva alle sue azioni: e quindi il suo comportamento ordinario era mosso da un arcano dialogo che indicava il da farsi: Giuseppe non temere; fa questo; parti, ritorna!

    Che cosa allora scorgiamo nel nostro caro e modesto personaggio? Vediamo una stupenda docilità, una prontezza eccezionale d’obbedienza ed esecuzione. Egli non discute, non esita, non adduce diritti od aspirazioni. Lancia se stesso nell’ossequio alla parola a lui detta; sa che la sua vita si svolgerà come un dramma, che però si trasfigura ad un livello di purezza e di sublimità straordinarie: ben al di sopra d’ogni attesa o calcolo umano. Giuseppe accetta il suo compito, perché gli è stato detto: “Non temere di prendere Maria quale tua sposa, poiché quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo”. E Giuseppe obbedisce.

    Più tardi gli sarà ingiunto: occorre partire, giacché il neonato Salvatore è in pericolo. Ed egli affronta un lungo viaggio, attraversando deserti infuocati, senza mezzi e senza conoscenze, esule in paese straniero e pagano; sempre ligio e pronto alla voce del Signore che, in seguito, gli ordinerà di tornare.

    Appena rientrato a Nazareth, vi ricompone la vita consueta, di riservato artigiano. Suo è l’ufficio di “educare” il Messia al lavoro, alle esperienze della vita. Lo custodirà e avrà, nientemeno, la sublime prerogativa di essere lui a guidare, dirigere, assistere il Redentore del mondo. E Gesù obbediva a Giuseppe ed a Maria!

    La caratteristica adesione di S. Giuseppe alla volontà di Dio è l’esempio sul quale dobbiamo meditare.

    Intendiamo, quindi, anzitutto riflettere che i grandi disegni di Dio, le provvide imprese che il Signore propone ai destini umani possono coesistere, adagiarsi sopra le condizioni più comuni della vita. Nessuno è escluso dal compiere, e a perfezione, il divino beneplacito.

    Sappiamo che il fare coincidere la nostra volontà capricciosa, indocile, spesso errante, talvolta perfino ribelle; far coincidere questa piccola, ma pur sublime volontà e libertà con il volere di Dio, in una parola, il “fiat voluntas tua”, è il segreto della grande vita. È l’innestare se stessi sopra i pensieri del Signore ed entrare nei piani della sua onniveggenza e misericordia, ed anche della sua magnanimità.

    Nessuna vita è banale, meschina, trascurabile, dimenticata. Per il fatto stesso che respiriamo e ci muoviamo nel mondo, siamo dei predestinati a qualche cosa di grande: al Regno di Dio, ai suoi inviti, alla conversazione, alla convivenza e sublimazione con Lui, sino a diventare partecipi della natura divina.

(Dai “Discorsi” di S. Paolo VI, Papa)

Immagine: Beato Angelico, Fuga in Egitto, (particolare) San Giuseppe, Armadio degli Argenti, Firenze.

Tempo di Quaresima

IO SONO IL VIVENTE, DICE IL SIGNORE.

NON VOGLIO LA MORTE DEL PECCATORE,

MA CHE SI CONVERTA E VIVA.

(Dalla Liturgia delle Ore)

Che l’uomo venisse liberato mediante la passione di Cristo, fu consono sia alla misericordia di Dio sia alla sua giustizia. Alla giustizia, perché mediante la passione Cristo soddisfece per il peccato del genere umano, e così l’uomo fu liberato in virtù della giustizia di Cristo. Fu consono poi alla misericordia di Dio perché, non essendo l’uomo in grado di soddisfare da sé per i peccati di tutta la natura umana, Dio gli diede come redentore il suo proprio Figlio, secondo le parole di san Paolo: “Tutti sono giustificati gratuitamente per la grazia di lui, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù, che Dio ha posto quale propiziatore per mezzo della fede in lui” (Rm 3,25).

    E questo fu un gesto di misericordia più grande che se avesse condonato i peccati senza nessuna soddisfazione. Perciò san Paolo dice: “Dio, che è ricco di misericordia, per l’eccesso della carità con cui ci ha amati, ci ha fatti rivivere in Cristo” (Ef 2,4).

    Scrive Agostino: “Per sanare la nostra miseria non ci fu modo più conveniente” che la passione di Cristo. Infatti un mezzo è tanto più adatto a conseguire il fine, quanto più numerosi sono i vantaggi che con esso si raggiungono in ordine al fine. Ora, per il fatto che l’uomo è stato liberato mediante la passione di Cristo, oltre alla liberazione dal peccato si ebbero anche molti altri vantaggi in ordine alla salvezza dell’uomo.

    Anzitutto, considerando la passione di Cristo l’uomo conosce quanto Dio lo ama, e così viene provocato ad amarlo: ed è in tale amore che consiste la perfezione dell’umana salvezza.

    Dice infatti san Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, quando eravamo ancora suoi nemici, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). In secondo luogo, con la passione ci è dato un esempio di obbedienza, di umiltà, di costanza, di giustizia e di tutte le altre virtù che Cristo ha manifestato in quella circostanza: ed esse sono tutte necessarie per la salvezza dell’uomo. Perciò sta scritto: “Cristo patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme” (1 Pt 2,21). In terzo luogo, Cristo con la sua passione non solo ha liberato l’uomo dal peccato, ma gli ha meritato la grazia che giustifica e la gloria della beatitudine eterna. In quarto luogo, dalla passione è derivata all’uomo un’esigenza più forte a conservarsi esente dal peccato, secondo le parole di san Paolo: “Siete stati comprati a caro prezzo: glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1 Cor 6,20). In quinto luogo, la passione di Cristo aumentò la dignità dell’uomo sì che, come l’uomo con l’inganno era stato vinto dal diavolo, così fosse l’uomo a vincere il diavolo, e come l’uomo si era meritato la morte, così un uomo morendo vincesse la morte. Dice san Paolo: “Siano rese grazie a Dio, che ci ha dato la vittoria per mezzo di Gesù Cristo” (1 Cor 15,57).

    Inoltre, per poter conseguire gli effetti della passione di Cristo, dobbiamo configurarci a lui, e questa configurazione avviene sacramentalmente nel battesimo: “Siamo sepolti con lui per mezzo del battesimo nella morte” (Rm 6,4). Quindi ai battezzati non viene imposta nessuna penitenza riparatrice, perché essi sono totalmente liberati per mezzo della soddisfazione offerta da Cristo. E poiché “Cristo è morto una volta per tutte per i nostri peccati” (1 Pt 3,18), l’uomo non può configurarsi alla morte di Cristo una seconda volta per mezzo del sacramento del battesimo. È dunque necessario che coloro che peccano dopo il battesimo si configurino a Cristo sofferente per mezzo di qualche penitenza e sofferenza sostenuta nella propria persona. Ne basta tuttavia molto meno di quanto sarebbe proporzionato al peccato, perché interviene la forza redentrice della passione di Cristo. Essa però ha efficacia in noi solo se siamo incorporati a lui come le membra al capo. Le membra devono essere conformi al loro capo. Perciò, come Cristo per primo ebbe la grazia nell’anima insieme alle capacità di soffrire nel suo corpo, e mediante la passione giunse alla gloria dell’immortalità, così anche noi, che siamo sue membra, mediante la sua passione siamo liberati dalla colpevolezza degna di qualunque pena, ma in modo da ricevere prima nell’anima “lo spirito d’adozione a figli” (Rm 8,15), per cui ci è riservata l’eredità della gloria immortale anche se per ora abbiamo un corpo soggetto alla sofferenza e alla morte: ma per il futuro, “configurati alle sofferenze e alla morte di Cristo” (cfr. Fil 3,10), siamo guidati verso la gloria immortale, come dice san Paolo: “Se siamo figli di Dio, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, purché partecipiamo alla sua passione per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17)

Dal “Trattato sulla passione di Cristo” di San Tommaso d’Aquino, sacerdote e dottore della Chiesa

 

Immagine: Beato Angelico, Cristo deriso (n. 78), Affreschi di S. Marco, Firenze.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

ADORNA, O SION,

LA STANZA PER LE NOZZE

ACCOGLI CRISTO TUO SIGNORE

(dalla Liturgia delle Ore)

   Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi a tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che è la vera luce.

   La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1,9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1,78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.

   La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1,9) è venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.

   Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, è la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.

(Dai “Discorsi” di san Sofronio, vescovo)

Immagine: Beato Angelico, Presentazione al Tempio, Cella n. 10, Firenze, Museo di S. Marco.