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QUARESIMA 2020

Sono stato crocifisso con Cristo;

non sono più io che vivo, ma vive in me Cristo,

che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

   Non senza motivo, carissimi, vi abbiamo esortato a partecipare alla passione di Cristo, affinché la vita dei credenti attui in se stessa il mistero pasquale, e ciò che è venerato nella festa, venga celebrato dalla vita.

   Quanto poi ciò sia utile, lo avete sperimentato voi stessi, avete imparato dalla vostra pietà quanto giovino alle anime e ai corpi i prolungati digiuni, la preghiera insistente e le generose elemosine. Non vi è quasi nessuno che abbia progredito in questi esercizi e non racchiuda nel segreto della sua coscienza qualcosa di cui possa giustamente rallegrarsi.

   Se dunque vogliamo impegnarci in questa osservanza di quaranta giorni, così

   da sperimentare qualcosa del mistero della croce nel tempo della passione del Signore, dobbiamo anche sforzarci di esser trovati partecipi della risurrezione di Cristo, passando così dalla morte alla vita mentre siamo ancora in questo corpo.

   Per chiunque passi da un modo di vivere a un altro, qualunque sia la sua trasformazione, lo scopo non è quello di rimanere ciò che era, ma di rinascere quale non era.

   Ma è fondamentale conoscere per chi si vive o si muore: perché vi è una morte che è fonte di vita, e una vita che è causa di morte. E solo nel tempo presente si può scegliere l’una o l’altra: dalla natura delle azioni compiute in questa vita che passa, dipende una differente retribuzione per l’eternità.

   Si deve perciò morire al diavolo e vivere per Dio; venir meno al male per risorgere alla giustizia. E poiché, come dice la stessa Verità, «nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,24), il Signore non sia per noi colui che abbatte i superbi, ma piuttosto colui che esalta gli umili alla gloria. Dice l’Apostolo: «Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’ uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (l Cor 15,48-49). Dobbiamo gioire grandemente di questa trasformazione, per cui passiamo dalla ignobile condizione terrena alla dignità celeste, per ineffabile misericordia di colui che, per elevarci a sé discese fino a noi: e discese al punto da assumere non solo l’umana sostanza, ma anche la condizione della natura soggetta al peccato, accettando che la divina impassibilità patisse nella sua persona ciò che miseramente sperimenta l’umana mortalità.

Disc. 71 sulla Risurr. Del Signore, 1-2, San Leone Magno , papa

Immagine: Beato Angelico, Cristo coronato di spine Livorno, Duomo, Cappella del Sacramento.

SEPARATE…MA NON DIVISE: SECONDO CAPITOLO

Parla, o Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam. 3,10)

   In ogni esistenza umana vi è un momento determinante, decisivo: quello della scelta del proprio stato e della propria condizione di vita.

   Una scelta simile non deve essere frutto di impulsi momentanei o del capriccio, ma procedere da serenità di spirito, sufficiente padronanza di sé e chiarezza di idee. Momento delicato per tutti, in modo particolare per un credente, perché si tratta di scegliere non secondo convenienze o opportunismi meschini, ma in una visione superiore, secondo la volontà di Dio; si tratta di capire il nostro posto nel piano della divina provvidenza, in un atteggiamento di disponibilità generosa all’azione della grazia.

   Ora, per vedere con chiarezza in noi, e capire la volontà di Dio, non c’è che una cosa da fare: pregare. È nella preghiera umile e fiduciosa che possono maturare le grandi decisioni della vita.

   Se ciò è vero per ogni scelta, lo è in particolar modo per la scelta dello stato religioso. Infatti non è che la volontà di Dio si manifesti il più delle volte subito e con evidenza; al contrario, spesso la luce è preceduta dalle tenebre più fitte, la certezza dal dubbio e dalla perplessità. Ma quando si prega con fede e perseveranza, prima o poi la volontà di Dio si rivela in tutta la sua chiarezza.

   «Signore, cosa vuoi che io faccia?» era la preghiera che Suor Letizia rivolgeva con insistenza a Dio durante il lungo periodo di indecisione che precedette la sua scelta. Dio suscitava in lei ardenti desideri e nello stesso tempo la lasciava in una incertezza assoluta. La risposta di Dio si fece attende a lungo, ma venne finalmente, in coincidenza con la conclusione di un corso di Esercizi Spirituali.

   «Io avevo fatto degli sforzi notevoli – ci rivela Suor Iole per uscire da una indifferenza religiosa che durava da qualche anno; la presenza eucaristica di Gesù cominciava ad attirarmi, i contatti con Lui si facevano più frequenti. Pur sentendo la gioia crescere in me con l’intensificarsi della preghiera, intuivo che Gesù non era del tutto soddisfatto: voleva qualcosa di più. Una sera, era il Giovedì Santo, mi trovai a vegliare presso l’altare della Reposizione. Non so esprimere come, ma ebbi la netta percezione che ciò che mi chiedeva Gesù era di darGli tutta me stessa. ‘L’anima mia è triste fino a morire, restate qui e vegliate con me’ (Mt. 26, 38) … Consolare il Cuore di Gesù col mio ‘sì’ è rimasto il programma della mia vita religiosa».

   Una volta che la luce ha illuminato la nostra anima, è necessario avere la generosità e il coraggio di compiere la volontà di Dio. È il momento più difficile per chi deve intraprendere la vita religiosa, perché si ha da lottare contro se stessi e contro le incomprensioni degli amici, dei parenti, delle persone più care. E non manca mai l’azione fastidiosa del demonio che cerca di mettere i bastoni fra le ruote.

  «Approssimandosi il giorno della partenza per il Monastero – rievoca suor Alberta – le difficoltà aumentavano tanto da sembrare insuperabili; solo la preghiera confidente mi diede la forza di perseverare. Me l’avevano detto: il dono della vocazione è tanto grande, che deve essere collaudato col suo ‘battesimo di sangue’».

   «C’era anche l’ambiente esterno che mi era sfavorevole – aggiunge suor Paolina – e molti erano quelli che ‘per il mio bene’ mi ‘consigliavano’ a desistere dal mio proposito. Una forza interiore però mi aiutava a non prestare attenzione a queste ‘voci’, e una volta a contatto con Gesù sperimentavo che la preghiera era l’unica luce e l’unico conforto per la mia anima ».

   Gesù ha detto “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova; a chi bussa sarà aperto” (Lc 11, 9-10). Anche se preferisce farci attendere, anche se si mantiene in un lungo silenzio, Gesù non smentisce mai le sue promesse.

OGGI E’ NATO IL SALVATORE!

Oggi per noi,

nella città di Davide è nato il Salvatore,

che è Cristo Signore.

   Dio sulla terra, Dio in mezzo agli uomini: non un Dio che consegna la legge tra bagliori di fuoco e suoni di tromba su un monte fumante, o in densa nube fra lampi e tuoni, seminando il terrore tra coloro che lo ascoltano; ma un Dio incarnato, che con soavità e dolcezza parla a creature che hanno la sua stessa natura. Un Dio incarnato, che non agisce da lontano o per mezzo di profeti, ma attraverso l’umanità che ha assunto in proprio a rivestire la sua persona, per ricondurre a sé, nella nostra stessa carne fatta sua, tutto il genere umano. In che modo, per mezzo di uno solo, lo splendore raggiunse tutti? In che modo la divinità risiede nella carne? Come il fuoco nel ferro: non per trasformazione, ma per partecipazione. Il fuoco, infatti, non passa nel ferro, ma rimanendo dov’è, gli comunica la sua virtù; né per questa comunicazione diminuisce, ma pervade di sé tutto quello a cui si comunica. Così il Dio-Verbo, senza mai separarsi da se stesso, «venne ad abitare in mezzo a noi»; senza subire alcun mutamento, «si fece carne»: il cielo che lo conteneva non rimase privo di lui mentre la terra lo accoglieva nel suo seno.

   Cerca di penetrare nel mistero: Dio assume la carne proprio per distruggere la morte in essa nascosta. Come gli antidoti di un veleno, una volta ingeriti, ne annullano gli effetti, e come le tenebre di una casa si dissolvono alla luce del sole, così la morte che dominava sull’umana natura fu distrutta dalla presenza di Dio. E come il ghiaccio rimane solido nell’acqua finché dura la notte e regnano le tenebre, ma tosto si scioglie al calore del sole, così la morte che aveva regnato fino alla venuta di Cristo, appena apparve la grazia di Dio Salvatore e sorse il sole di giustizia, «fu ingoiata dalla vittoria» (1 Cor 15,54), non potendo coesistere con la Vita. O grandezza della bontà e dell’amore di Dio per gli uomini!

   Diamogli gloria insieme ai pastori, esultiamo con gli angeli «perché oggi ci è nato il Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11). Anche a noi il Signore non è apparso nella forma di Dio, che avrebbe sgomentato la nostra fragilità, ma in quella di servo, per restituire alla libertà coloro che erano m schiavitù. Chi è così tiepido, così poco riconoscente che non gioisca, non esulti, non porti doni? Oggi è festa per tutte le creature. Nessuno vi sia che non offra qualcosa, nessuno si mostri ingrato. Esplodiamo anche noi in un canto di esultanza.

Dalle “Omelie” di san Basilio Magno

Immagine: Attribuito al Beato Angelico, Natività.

Verrà il Signore con tutta la sua gloria: ogni uomo vedrà il Salvatore
Il Tempo di Avvento.

 SUONATE LA TROMBA NELLA CITTA’ DI DIO,

CONVOCATE UN’ADUNANZA SOLENNE,

RADUNATE IL POPOLO, E DITE:

ECCO, VIENE DIO, IL NOSTRO SALVATORE.

    Fratelli, celebrate come si conviene, con grande fervore di spirito, l’Avvento del Signore, con viva gioia per il dono che vi viene fatto e con profonda riconoscenza per l’amore che vi viene dimostrato.

   Non meditate però solo sulla prima venuta del Signore, quando egli entrò nel mondo per cercare e salvare ciò che era perduto, ma anche sulla seconda, quando ritornerà per unirci a sé per sempre.

   Fate oggetto di contemplazione la doppia visita del Cristo, riflettendo su quanto ci ha donato nella prima e su quanto ci ha promesso per la seconda.

   «È giunto infatti il momento», fratelli, «in cui ha inizio il giudizio a partire dalla casa di Dio» (1 Pt 4, 17). Ma quale sarà la sorte di coloro che attualmente rifiutano questo giudizio? Chi infatti si sottrae al giudizio presente in cui il principe di questo mondo viene cacciato fuori, aspetti, o piuttosto, tema il Giudice futuro dal quale sarà cacciato fuori insieme al suo principe. Se invece noi ci sottomettiamo già ora a un giusto giudizio, siamo sicuri, e «aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3, 20-21). «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43).

   «Il Salvatore trasfigurerà» con la sua venuta «il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» solo se già prima troverà rinnovato e conformato nell’umiltà al suo il nostro cuore. Per questo dice: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Considera in queste parole la doppia specie di umiltà, quella di conoscenza e quella di volontà.

   Quest’ultima qui viene chiamata umiltà di cuore. Con la prima conosciamo il nostro niente, come deduciamo dall’esperienza di noi stessi e della nostra debolezza. Con la seconda rifiutiamo la gloria fatua del mondo. Noi impariamo l’umiltà del cuore da colui che «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7), da colui che quando fu cercato per essere fatto re, fuggì; invece quando fu ricercato per essere coperto di oltraggi e condannato all’ignominia e al supplizio della croce, si offrì di sua spontanea volontà.

S. Bernardo, abate, discorso 4 sull’Avvento, 1. 3-4

Immagine: Beato Angelico, Annunciazione, Museo diocesano di Cortona.

Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

L’Agnello immolato è degno di ricevere potenza

e ricchezza, sapienza, forza e onore:

a lui la gloria nei secoli dei secoli!

   Molte volte e in molti modi Dio non solo parlò per mezzo dei profeti, (cfr. Eb 1,1) ma fu anche visto da essi. Davide lo conobbe reso inferiore agli angeli; Geremia pure lo vide conversare sulla terra con gli uomini; Isaia attesta di averlo visto ora su un altissimo trono, ora non solo fra gli angeli o fra gli uomini, come un lebbroso, e cioè non solo nella carne, ma come rivestito di una carne di peccato.

   Anche tu, se desideri vedere Gesù eccelso, procura prima di vederlo umile.

   Guarda prima il serpente esaltato nel deserto, se desideri vedere il Re che siede in trono. Quella visione ti abbassi affinché questa ti esalti perché ti sarai umiliato.

   Quella mortifichi e guarisca il tuo orgoglio, perché questa colmi e sazi il tuo desiderio.

   Lo scorgi annientato? La visione non sia inutile, perché non sia per te inutile quella gloriosa.

   Sarai simile a lui quando lo vedrai come egli è; sii anche ora simile a lui, contemplando ciò che è diventato per causa tua.

   Se non rifuggi una certa somiglianza con lui nell’umiltà, sicuramente ti spetterà anche la somiglianza con lui nella gloria. Egli non sopporterà che sia escluso dalla comunione della gloria chi gli è stato compagno nella tribolazione. In una parola, non disdegna chi è consorte della sua passione e lo accoglie nel suo regno, come il ladrone che si pentì sulla croce fu nello stesso giorno con lui in paradiso.

   Ecco perché disse agli apostoli: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno» (Lc 22,28-29). Poiché dunque se soffriamo con lui, con lui anche regneremo, ora la nostra meditazione, fratelli, sia Cristo e Cristo crocifisso. Mettiamolo come sigillo sul cuore, come sigillo sul braccio. Abbracciamolo con l’amplesso dell’amore vicendevole seguiamolo con l’impegno di una vita santa. Questo nostro cammino, che è lo stesso percorso da lui, salvezza di Dio, non è davvero privo di bellezza e di splendore, ma anzi è tanto luminoso da riempire con la sua maestà l’universo intero.

Dai “Discorsi”di san Bernardo, abate.

Immagine: Beato Angelico, Armadio degli argenti, part. con il Giudizio universale, Firenze, Museo Nazionale di S. Marco.

SEPARATE…MA NON DIVISE: PRIMO CAPITOLO
"MOSTRAMI LA VIA PER CUI CAMMINARE, PERCHE' A TE HO RIVOLTO LA MIA ANIMA: INSEGNAMI A COMPIERE LA TUA VOLONTA' PERCHE' TU SEI IL MIO DIO" (Sl. 142,8,10)

    Cos’è la vocazione religiosa? Di solito si risponde che è una chiamata di Dio, un invito rivolto all’anima a seguire Gesù più da vicino; chiamata e invito che si manifestano nel desiderio di consacrazione a Dio e nella attrattiva verso la perfezione evangelica. Ed è vero: ma anche detto questo, cosa sia la vocazione rimane un mistero, perché misteriosa e ineffabile è l’azione di Dio nelle anime.

    Una cosa è certa, che l’azione divina è meravigliosamente varia, non si ripete mai.

    Quando noi monache ci siamo raccontate la storia della nostra vocazione e le vicende spirituali che ci hanno portate ad abbandonare il mondo, abbiamo precisamente constatato che la grazia nelle nostre anime ha operato in maniere tanto diverse. Dio ha tenuto conto delle nostre caratteristiche individuali e delle nostre esperienze di vita; si è adattato alla situazione concreta di ogni nostra esistenza.

    Ogni vocazione ha la sua storia.

    «In casa – racconta Suor Giuditta – quando la mamma esprimeva il desiderio di vedere qualcuno dei suoi figli donarsi al Signore, puntavano il dito su di me, ridendo, come verso quella che offriva minori speranze: ero la più vivace, le birichinate erano all’ordine del giorno. Avevo circa quindici anni quando mi capitò un libro tra le mani, lo lessi per curiosità: parlava dell’amore che Dio ha portato agli uomini. “Gesù mi ha amata fino a dare la vita per me… io cosa faccio per rispondere a tanto amore?”. Fu questa la prima reazione dopo quella lettura. Revisionare la mia vita in un impegno spirituale più cosciente coincise con l’avvertire l’invito a una consacrazione di tutta me stessa al Signore».

    Suor Clelia riconosce, dal canto suo, che la grazia ha operato nella sua anima «a sua insaputa», ma che anche l’ambiente familiare, pervaso da profondo spirito cristiano, ha avuto in lei un grande influsso. «L’ambiente familiare mi ha aiutata a crescere semplice e serena nella fede e nella pietà sin dalla mia infanzia. Mi riesce difficile determinare il tempo esatto in cui ho avvertito la chiamata divina; la grazia lavorava in me a mia insaputa: mi sentivo portata al silenzio e al raccoglimento. Quando gli anni della giovinezza mi invitarono ad una scelta tra il matrimonio e la verginità consacrata, fu quasi istintivo per me scegliere quest’ultima».

   Spesso si pensa che la vocazione religiosa sbocci in anime sempliciotte, inesperte della vita, o all’opposto, in anime deluse, frustrate, senza prospettive. Ma non è vero. Tutte noi siamo entrate in monastero quando la vita ci correva incontro con le più allettanti promesse e… perché non dirlo?, anche dopo aver ricevuto qualche proposta di matrimonio.

   «Le necessità di lavoro – confida Suor Laura – mi misero a contatto con diversi ambienti in cui ho potuto rendermi conto della realtà di un’unione umana che avrei potuto fare anche mia; ciò non valse a distogliermi dal desiderio di diventare un giorno Religiosa».

   E Suor Dorotea: «Apprezzavo il matrimonio e ancor di più il dono della maternità, la gioia di avere un figlio tutto mio; mi piacevano tanto i bambini. Eppure non sentii come una rinuncia scartare questa possibilità umana. Essere sposa di Gesù per me significava la possibilità di una maternità senza confini e questa convinzione colmava la mia sete di totalità».

   La vocazione, nella maggioranza dei casi, matura lentamente nelle anime, ma a volte si manifesta improvvisa e perentoria. Neppure si era pensato mai ad una prospettiva del genere; era stata scartata in partenza; ma, ecco un’inattesa illuminazione, una imprevista e imprevedibile ispirazione interiore, e tutta la vita cambia. È il caso di Suor Aurora: «Continuavo a cullarmi in sogni molto simili a quelli delle ragazze della mia età, quali un felice incontro, la possibilità di perfezionarmi in una professione di lavoro che mi rendesse indipendente. Provavo, però, in fondo al cuore una profonda insoddisfazione. Mi si presentò il problema della fede e mi trovai a dover rispondere alle obiezioni più disparate. Non trovai di meglio che cercare nel Vangelo; le parole di Gesù mi davano una certezza impareggiabile. Mi affascinò la descrizione della chiamata degli apostoli. Doveva essere una magnifica avventura seguire Gesù!… Perché non potevo seguirlo anch’io?… Così sbocciò improvvisamente la mia vocazione».

   Non è davvero stupenda l’azione della grazia che ci ha condotto alla medesima casa del Signore tutte per strade diverse e nei modi più vari?

(continua…)

SOLENNITA’ DI TUTTI SANTI

IL SIGNORE HA INDICATO AI SUOI SANTI

IL SENTIERO DELLA VITA,

LI HA COLMATI DI GIOIA ALLA SUA PRESENZA.

    L’ edificazione della Chiesa si effettua soprattutto nella carità e, di conseguenza, nella santità e giustizia.

    Invero l’ideale cristiano non si limita a una perfezione limitata, bensì si identifica in una vera ‘deificazione’, ossia nella più piena assimilazione e unione con Dio. Perciò dobbiamo cercare di identificarci in certo qual modo con la sua medesima santità infinita, aderendo pienamente al suo Spirito, in modo che lo Spirito della sua santità ci possegga pienamente, configurandoci del tutto con il Verbo del Padre fatto uomo.

  Se maggiore è il numero dei membri che, realizzando quest’ideale grandioso, tendono veramente alla santità, la vita integrale come è chiaro, si accresce, e di conseguenza cresce pure la vera santità di tutto il Corpo Mistico.

    Durante tutto questo sviluppo, sempre si realizza maggiormente la perfezione dei santi nelle opere del loro ministero e sempre appaiono e maturano in questo albero di vita nuovi e preziosissimi frutti di santificazione.

    In ogni nuovo santo, pertanto, possiamo dire che appare una nuova forma di santità, e in tutti i santi si evidenzia quindi una più completa manifestazione dei tesori di virtù e di vita che sono racchiusi in Gesù Cristo. Perciò con molta gloria si celebra la festa di tutti i santi perché manifesta la vita occulta di Gesù Cristo intimo; inoltre tutta l’eccellenza della perfezione dei santi non è che una emanazione del suo Spirito effuso in loro.

   È chiaro così come tutto l’organismo della Chiesa cresce ben compatto in Colui che è il Capo: Cristo.

   Non è sufficiente dire che «mai ci saranno santi maggiori dei precedenti e che nessuno si potrà paragonare a Gesù Cristo, alla Vergine, agli Apostoli e ai primi discepoli» per dedurre che la Chiesa non progredirà in santità, né si evolverà misticamente.

   Questo sarebbe ridurre tutto il luminoso Corpo Mistico della Chiesa, adulto e solido, con la varietà dei suoi membri e con tutte le sue diverse e preziose funzioni, ai semplici membri principali o embrionali.

   Gesù Cristo, unico fondatore della Chiesa, fu ed è sempre il Capo di tutto questo Corpo Mistico ed è Colui che lo dirige, lo ordina e lo conserva unito; Colui che distribuisce le energie e le grazie e vigila per la sua prosperità; Colui che con il suo Spirito lo vivifica e lo spinge a svilupparsi e a crescere nel suo armonioso complesso. Con noi Cristo rimane oggi come ieri e sempre rimarrà (Eb 13,8), secondo la sua promessa: lo sono con voi tutti giorni sino alla fine del mondo (Mt 28,20).

   È Lui che donò stabilità al solidissimo fondamento degli Apostoli, ma questi non sono tutta torre o la casa santa del Signore, né tutto il fondamento: con essi sono appoggiati – sopra la pietra angolare – anche tutti i nuovi apostoli e profeti nello Spirito (Ef 2,20; 3,5).

   Fino a quando questo accade, la Chiesa andrà sempre crescendo e progredendo in santità e giustizia davanti a Dio in tutti i nostri giorni (Lc 1,75) dirigendo Lui stesso i nostri passi sui sentieri della pace (Lc 1,79) ossia della santità e della perfezione.

   In questi sentieri non abbiamo altra norma, né altra luce, né altra energia che il divino Maestro, che è via, verità, vita, né altro limite prestabilito ai nostri passi se non la medesima perfezione del Padre celeste. Queste prerogative si trovano tutte incarnate in quell’esemplare che è lo splendore della sua gloria e figura della sua sostanza, del quale noi abbiamo contemplato la gloria, gloria come d’unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità, e dalla cui pienezza, noi tutti abbiamo ricevuto (Gv 1,14.16) fino a che sia consumata la perfezione dei santi nelle opere del loro ministero, e tutto il corpo sia ben connesso ed edificato nella carità.

Dal trattato sull’“Evoluzione mistica” del S.D. fr. Giovanni Arintero, sacerdote.

Immagine: Beato Angelico, Predella della Pala di Fiesole.

IO SONO LA PORTA, DICE IL SIGNORE…
Breve meditazione in preparazione alla Commemorazione di tutti i fedeli defunti.

IO SONO LA PORTA, DICE IL SIGNORE.

CHI ENTRA ATTRAVERSO ME,

SARÀ SALVO E TROVERÀ PASCOLI ABBONDANTI,

ALLELUIA.

    La nostra fede riconosce nel sacrificio e nella morte di Cristo la fonte e la porta di tutte le cose che nella nostra vita prendono la forma di sacrificio e di rinuncia. Infatti il Dio vivente non si mostra forse Dio per mezzo della croce di Gesù, il quale trasforma in speranza la morte e gli altri mali e calamità che agiscono nella nostra vita? Forse Gesù nel proprio sacrificio non restaurò pienamente le relazioni dell’uomo verso Dio, conducendo fino all’estremo la spirituale battaglia?

    Morire con Cristo vuol dire impegnarsi nella sua sequela, persistendo proprio in questa speranza e in questa lotta spirituale; nella spirituale lotta ci emancipiamo con Cristo quando ci impegniamo per mezzo della carità di Dio e dei fratelli, a qualunque prezzo, contro ogni menzogna o ingiustizia o fatalità o violenza o odio o macchinazione dei potenti o paura che si presenta.

    Nella speranza ci assoggettiamo a Cristo, quando dalle profondità della nostra morte o delle nostre disperazioni e defezioni, o incredulità, o disperazioni umane di tutti i rimproveri della nostra vita,ci rimettiamo pienamente al Dio vivente.

    Il mistero pasquale rifulge sopra tutte le rinunce di ogni genere alle quali consentiamo, o sopra le frustrazioni che sopportiamo, o nel dominio che abbiamo di noi stessi sulla disciplina alla quale ci sottomettiamo.

    Non parliamo di una stoica sapienza o di un certo ascetismo morale.

    La vita risuscitata con Cristo confluisce già nel «morire con Cristo», essa trasfigura la nostra battaglia e la nostra povertà, essa provoca la nostra offerta e decisione. «Infatti se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8).

    Morire con Cristo vuol dire vincere l’inerzia dell’esistenza, la cupidigia, distaccarsi dalla volubilità, lasciare la leggerezza dell’animo, desistere dalla fatuità, dal modo di apparire, e scegliere, invece, sinceramente il Vangelo e aderirvi fedelmente.

    Morire con Cristo vuol dire allontanarsi dalle ricchezze e dall’umana gloria e accettare d’essere privati per conformare la propria vita in vista del regno di Dio.

    Morire con Cristo vuol dire addossarsi il rischio dell’affetto fraterno che richiede di espropriarsi, o accettare il pericolo di testimoniare la verità e la giustizia fra gli uomini, o di sperimentare il pericolo di mantenere la fede data.

    Morire con Cristo vuol dire sopportare le asprezze e le resistenze di quelli che ci stanno intorno e ammettere il cambiamento che serve per instaurare una esistenza di fedeltà.

    Morire con Cristo vuol dire accettare la propria morte come una oblazione e un riporsi con fiducia in Dio, ricevere nella speranza la morte anche dei fratelli e degli amici.

    Morire con Cristo vuol dire sopportare con animo sereno l’invecchiamento, i disprezzi, le sconfitte, anche nelle fatiche apostoliche.

    Morire con Cristo vuol dire essere liberati dall’egoismo e dalla autoammirazione per mezzo di vari stimoli di amore e di partecipazione agli altri di misericordia e di riconciliazione.

    Morire con Cristo vuol dire sperimentare qualche volta l’oscurità della fede e sopportarla con fermezza.

    Sono così numerose le occasioni di abnegazione e di sacrificio, quasi necessarie in ogni vita cristiana condotta seriamente.

    Tuttavia bisogna guardarsi dal cambiarle nel nostro modo di agire. A ognuno secondo la propria condizione o il tempo nel quale vive o secondo la vocazione che ha ricevuto, lo Spirito Santo a tempo opportuno fa sentire la chiamata che conviene a ciascuno, nella pace e nel gaudio e in una gioia più salda delle stesse esterne tempeste o agitazioni dell’anima.

    Non c’è assolutamente celebrazione dell’Eucaristia quando Cristo, che partecipa il proprio sacrificio pasquale con i credenti coadunati, non assuma su di sé tutto quello che nella loro vita presenta l’aspetto di sacrificio e di abnegazione evangelica, sì da cambiario in frutti di vita proprio in virtù della Sua Resurrezione. Non è tale la nostra celebrazione dell’Eucarestia?

(Dagli scritti di fr. Pietro Andrea Liegè, sacerdote)

Immagine: Beato Angelico, Cristo al Limbo, Cella n. 31, Firenze, Museo di S. Marco.

BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO

Felice sei tu,

Vergine Maria, Madre di Dio, che credesti al Signore;

trovò compimento in te ciò che ti era stato detto:

fosti innalzata sui cori degli Angeli:

intercedi per noi presso il Signore Gesù.

 

     La Salutazione angelica comprende tre parti.

    L’Angelo ha composta la prima. Ecco le sue parole: «Ti saluto, piena di grazia, il Signore è con Te, tu sei benedetta fra le donne» (Lc 1,28).

    Elisabetta, la madre di Giovanni Battista, ha composto la seconda. Son queste le sue parole: «Benedetto il frutto del tuo seno» (Lc 1,42).

    La Chiesa ha aggiunto la terza parte, che consiste nel nome di «Maria». L’Angelo infatti non disse: «Ti saluto, o Maria», ma: «Ti saluto, o piena di grazia».

    Questo nome tuttavia, per il significato che contiene, è in perfetta armonia con quanto l’Angelo ha detto. Lo dimostriamo nel corso di questa nostra esposizione.

    Nella antichità l’apparizione degli angeli agli uomini costituiva un avvenimento di grande importanza, ed era onore inestimabile per gli uomini il poter loro testimoniare venerazione. A lode di Abramo infatti è scritto che diede ospitalità agli angeli e che li trattò con onore.

    Ma che un angelo si inchinasse davanti a una creatura umana, non si era mai inteso dire, se non dopo che salutò la beata Vergine, dicendole con grande rispetto: «lo ti saluto».

    Maria fu piena di grazia per la ridondanza della grazia della sua anima sulla sua carne e sul corpo. È grande cosa infatti che i santi posseggano tanta grazia, che santifichi la loro anima; ma l’anima della beata Vergine ne fu talmente piena, che ridondò la grazia sulla carne così che da questa carne concepisse il Figlio di Dio.

    Per questo dice Ugo da S. Vittore: «Perché nel suo cuore l’amore dello Spirito Santo ardeva in modo singolare, operava tali meraviglie nella sua carne che da lei nascesse l’Uomo-Dio», secondo quanto disse l’Angelo alla Vergine: «Il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35).

     La beata Vergine fu talmente piena di grazia da spanderla su tutti gli uomini.

   Certamente è gran cosa che ciascun santo possegga tanta grazia, quanta è sufficiente alla salvezza di molti uomini; ma sarebbe cosa grandissima, se ne avesse tanto quanto basta alla salvezza di tutti gli uomini che sono nel mondo. Ora una tale pienezza è in Cristo e nella beata Vergine.

    In ogni pericolo infatti puoi ottenere salvezza da questa gloriosa Vergine. «Mille scudi (cioè rimedi contro i pericoli) pendono da essa» (Ca 4,4). Parimenti puoi averla in aiuto per ogni opera di virtù: perciò le son poste sulla bocca queste parole: «In me ogni speranza di vita e di virtù» (Ec 24,25).

    La Vergine, dunque, è piena di grazia in modo tale da superare nella pienezza della medesima gli angeli. Per questo le conviene il nome di Maria, che si interpreta: «illuminata interiormente». A lei si applicano le parole di Isaia: «Dio riempirà di splendore la tua anima» (Is 58,11); e «illuminatrice degli altri», in relazione al mondo intero. Per questo è paragonata al sole e alla luna.

 

Dal commento alla Salutazione Angelica di san Tommaso D’Aquino,
sacerdote e dottore della Chiesa

ASSUPMTA EST MARIA IN CAELUM

LA REGINA DEL MONDO OGGI E’ SOTTRATTA AL MONDO:

GIOITE PERCHE’ INSIEME AL CRISTO REGNA IN ETERNO.

    Un tempo il Signore Iddio cacciò i capostipiti della razza mortale, che si erano riempiti del vino della disobbedienza, avevano addormentato l’occhio del cuore nell’ebbrezza della violazione, oppresso gli sguardi del pensiero con la sbornia del peccato ed erano sprofondati nel sonno della morte, bandendoli dal giardino dell’Eden. Ma ora, colei che ha respinto l’assalto di ogni passione, che ha prodotto il germe dell’obbedienza a Dio Padre e ha dato inizio alla vita per l’intera stirpe, non sarà accolta in paradiso? Ma costei, davvero la beatissima, che diede ascolto alla parola di Dio, fu ripiena della potenza dello Spirito e accolse nel suo seno, dopo l’annuncio dell’arcangelo, la benevolenza paterna; come potrebbe essere ingoiata dalla morte? Se il Cristo, vita e verità, ha detto: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore” (Gv 12,26), come la Madre, a maggior ragione, non abiterà con lui? Veramente preziosa la morte dei santi del Signore, Dio degli eserciti; più prezioso il trapasso della Madre di Dio.

    Allora, allora sì Adamo ed Eva, i progenitori della stirpe, con le labbra piene di gioia hanno gridato forte: “Beata sei tu, o figlia, che ci hai cancellato la pena della trasgressione! Tu che hai ereditato da noi un corpo corruttibile, hai portato per noi nel tuo seno una veste di incorruttibilità” (cfr. 1 Cor 15,53). Dai nostri lombi hai preso l’esistenza, per darci in cambio un’esistenza felice; hai abolito le sofferenze, hai infranto le spire della morte, hai restaurato la nostra antica dimora. Noi avevamo chiuso il paradiso, tu hai reso accessibile l’albero della vita. Per causa nostra dai beni erano derivate le pene, per merito tuo dalle pene ci sono ritornati beni più grandi. E come potrai gustare la morte, tu che sei immacolata? Per te la morte sarà un ponte verso la vita, una scala verso il cielo, un transito per l’immortalità.

    Ed ella, verosimilmente disse: “Nelle tue mani, Figlio mio, consegno il mio spirito (cfr. Lc 23,46). Accogli la mia anima a te cara, che hai conservato irreprensibile. A te, e non alla terra affido il mio corpo. Portami accanto a Te, affinché dove sei tu, frutto delle mie viscere, sia anch’io, nella tua stessa dimora: mi sento attratta verso di te, che sei disceso in me cancellando ogni distanza” (cfr infra III, In Dorm. B.V.M. 5).

    Dopo aver pronunciato queste parole udì: “Vieni al riposo (Sal 132,8.11), Madre mia benedetta. Alzati, vieni, mia diletta, bella fra le donne; perché ecco, l’inverno è passato. Bella è la mia amata e macchia non c’è in te (Cant 4,7). Il profumo dei tuoi unguenti sorpassa tutti gli aromi” (Cant 4,10).

Dalla “Seconda omelia sulla Dormizione della B. Verdine Maria”

di san Gioavanni Damasceno, sacerdote e dottore della chiesa.

Immagine: Beato Angelico, Vergine Assunta, Miniatura su pergamena, Firenze, Biblioteca Museo di S. Marco.