La poesia oggi vive su un crinale sottile. Non è mai stata davvero un fenomeno di massa e probabilmente non lo sarà, ma continua a interrogare chi scrive e chi legge sul suo senso profondo. È da questa tensione che prende avvio la nuova puntata di Torrazzo con Vista, dedicata alla poesia, con due ospiti che la vivono da prospettive diverse: Giorgia Cipelli, giornalista e autrice cremonese, e Davide Astori, docente di Linguistica all’Università degli Studi di Parma.
Partendo dalla constatazione che la poesia in Italia resta un settore di nicchia, entrambi si sono interrogati sul perché abbia ancora senso scrivere. Per Cipelli la risposta è intima e quasi fisica. «La scrittura è la traduzione visiva di un pensiero, di un’emozione. È nel gesto stesso dello scrivere, nel tratto grafico, nel vedere la parola prendere forma sulla pagina e poi essere letta, pronunciata, condivisa, che avviene qualcosa di unico. È lì che accade la magia». Per lei la poesia non è solo contenuto, ma esperienza: un incontro tra interiorità e sguardo, tra silenzio e voce.
Astori ha collocato la questione su un piano più storico e antropologico. «La scrittura – ha ricordato – nasce come risposta a due limiti fondamentali dell’essere umano: lo spazio e il tempo. È nata per vincere la distanza e la memoria». E questo valore resta intatto anche oggi: scrivere significa lasciare una traccia. In questo senso, per entrambi, continuare a scrivere ha ancora pienamente senso.
Il tema della «nicchia» non è stato però eluso. Astori ha sottolineato come la poesia sia sempre stata per pochi per sua natura. «C’è un’intenzione forte da parte di chi scrive, il desiderio di dire qualcosa di sé, ma serve anche un lettore che deve avere gli strumenti necessari per comprendere». La poesia richiede attenzione, tempo, competenza.
Proprio su questo punto Cipelli ha rilanciato una prospettiva diversa, più legata alla pratica e al territorio. Il suo impegno va nella direzione di «portare la poesia fuori dagli spazi tradizionali: librerie, presentazioni formali, circuiti chiusi. Bar, locali, piazze diventano luoghi in cui la poesia può essere incontrata in modo inatteso». Un tentativo di avvicinare più persone, ma anche di togliere alla poesia quell’aura di eccessiva complessità che spesso la circonda. «Forse – ha suggerito – dobbiamo riscoprire la leggerezza della poesia, e a tratti anche la sua semplicità. Senza l’obbligo di attribuire per forza significati nascosti a ogni parola, senza il timore di “non capire”».
Astori ha allargato ulteriormente il campo, ricordando come il termine poesia abbia un senso molto più ampio di quello che comunemente immaginiamo. La poesia non è solo il componimento poetico tradizionale. «Pensiamo alle canzoni: molti cantautori sono, a tutti gli effetti, poeti». Esiste una dimensione poetica trasversale che attraversa la cultura, spesso senza essere riconosciuta come tale.
Su questo terreno comune, Cipelli e Astori si sono trovati d’accordo: la poesia va tenuta viva, ma senza due pretese opposte e ugualmente fuorvianti. Da un lato, non può essere forzata a diventare un prodotto di massa; dall’altro, non deve essere rinchiusa in una nicchia per pochi specialisti o ridotta a pura tradizione museale. È un equilibrio fragile, un filo da equilibrista, su cui oggi si muove la poesia.
Forse è proprio in questa tensione che risiede la sua forza: non gridare, ma restare. Non imporsi, ma farsi trovare. Continuiamo a scrivere e a leggere poesia perché, anche in tempi rumorosi, c’è ancora bisogno di parole che sappiano fermarsi e farci ascoltare.











