Caravaggio si prepara alla festa dell’apparizione: ecco perché ci mettiamo in cammino

A "Chiesa di Casa" don Ottorino Baronio e suor Paola Rizzi raccontano l'incontro quotidiano con i pellegrini al Santuario

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Questa settimana, in vista dell’anniversario dell’Apparizione di Maria a Caravaggio, l’appuntamento di Chiesa di Casa, rubrica diocesana di approfondimento pastorale, approfondisce proprio la realtà del Santuario di Santa Maria del Fonte con due ospiti che la vivono quotidianità.

«Lamentiamo, in questi tempi, una Chiesa che si sta svuotando, che sembra essere abbandonata o, perlomeno, “poco interessante”, però ci si ritrova, poi, in un luogo come questo, dove la gente arriva e questo colpisce». Don Ottorino Baronio è uno dei sacerdoti che presta il suo servizio al Santuario di Caravaggio. È questo il luogo verso cui «la gente si mette in movimento – aggiunge – viene, non solo dai territori più vicini, ma anche da molto lontano».

E il mese di maggio è certamente il periodo più vivo per la devozione mariana che a Santa Maria del Fonte chiama alla preghiera migliaia di pellegrini ogni settimana da ogni parte del nord Italia. È però anche il mese in cui la Chiesa cremonese torna alla casa della sua co-patrona con l’affetto e la solennità del 26 maggio, il giorno in cui la diocesi fa memoria del l’apparizione della Vergine a Giannetta.

Dallo stupore di questo continuo ritorno e di questo incessante cammino di popolo verso il Caravaggio, però, sorge spontanea una domanda: come mai? Cosa attrae i pellegrini a questa meta? Secondo suor Paola Rizzi, delle Adoratrici del Ss. Sacramento di Rivolta d’Adda, che insieme ad alcune sorelle opera proprio al Santuario dove contribuisce alla animazione dell’accoglienza presso Casa di Maria, le motivazioni di un tale movimento possono essere di due tipi: «Il bisogno che la gente oggi avverte di muoversi, di andare fuori, e poi il desiderio di rimettersi in cammino per ritrovare un senso nella vita». Da un lato, quindi, un «bisogno quasi fisico» di uscire, non solo di casa, ma anche da sé e dalle proprie abitudini e «dalle proprie chiusure»; dall’altro lato, l’esigenza di «ridarsi risposte profonde, motivazioni radicali». A questo bisogno risponde con il Santuario, che è luogo di preghiera e spiritualità e anche occasione d’incontro, quindi di pace. Qui – aggiunge don Baronio – «quando tu incontri delle persone, nasce qualcosa che non è programmato»; a prevalere non è uno schema, ma un incontro da cui, poi «nasce tutto il resto». Tutto il resto è la conseguenza di quell’incontro.

Perciò, giungendo al santuario, i pellegrini sono sostenuti dalla «certezza che lì incontreranno l’abbraccio di una Madre: “vengo a trovare la Madonnina” dicono» e di questo abbraccio i sacerdoti si fanno tramite, in particolare quando sono coinvolti nel sacramento della penitenza. Per il prete che accoglie i pellegrini, la priorità è, infatti, l’ascolto: «Ti rendi conto sempre di più – spiega il sacerdote cremonese – che la gente ha bisogno di ascolto. Io sto facendo proprio questa esperienza forte che un po’ mi fa mettere in discussione, anche nel mio servire la Chiesa, cioè nel mio ministero: da quando sono a Caravaggio ho tolto l’orologio! Perché l’ascolto, qui, è senza tempo». E senza l’incombere delle cose da fare che mettono fretta e tolgono profondità alle relazioni, la gente «apre il cuore», «si cammina insieme e si costruisce una relazione che non è programmata: questo è un volto di Chiesa che mi sta interrogando molto e credo sia oggi molto importante». Con lo stesso sguardo lieto anche suor Paola racconta la propria esperienza a Santa Maria del Fonte: «Soprattutto per noi suore Adoratrici, il primo compito qui al santuario non è fare qualcosa ma è pregare per le centinaia, migliaia di persone che passano». Questo avviene attraverso la proposta di momenti di spiritualità e adorazione. Momenti preziosi in cui, secondo suor Paola, «la gente sta riscoprendo il gusto di incontrare Dio attraverso l’ascolto della sua Parola e credo che questo aiuti molto il passaggio da una fede devozionale a una fede esistenziale».

Lo sperimentano quotidianamente sacerdoti e religiose che vivono e operano a Caravaggio: i fedeli, da soli o in gruppo, non arrivano al fonte solo per chiedere, ma anche per ringraziare. Nelle differenze di storia e di condizioni, i pellegrini sono tutti accomunati da questa sete di «fede esistenziale», tuttavia sempre connotati da un analogo atteggiamento di figli che suor Paola Rizzi descrive con un’immagine semplice e forte: «Quando un bambino va dalla mamma sa perché ci va, ma soprattutto sa per chi ci va: va da lei perché è la mamma e questo ti basta».

È questo, «l’amore per questa grande Madre», il motivo che, nel giorno della memoria delle apparizioni come in ogni momento dell’anno, spinge a mettersi in cammino.

Matilde Gilardi
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