L’amore come cammino di santità nel tempo della “rivoluzione affettiva” che ridisegna i legami

Il 24 aprile a Cremona l'intervento biblico-teologico del gesuita padre Iuri Sandrin per riflettere su come le relazioni omoaffettive interrogano le comunità cristiane di oggi

 

Non chiedere alla Bibbia ciò che il testo sacro non può dare. È questo, in estrema sintesi, il punto di partenza dell’appassionato excursus biblico-teologico che padre Iuri Sandrin, gesuita della comunità di San Fedele, a Milano, ha proposto nella serata di venerdì 24 aprile nella chiesa di S. Giuseppe, nel quartiere Cambonino di Cremona. L’incontro, organizzato per la Zona pastorale 3 in sinergia con la Pastorale familiare diocesana, ha affrontato il tema delle relazioni omoaffettive e di come queste interrogano le comunità cristiane di oggi.L’approccio al tema delle relazioni omoaffettive avviene spesso, anche all’interno delle comunità cristiane, tra giudizi superficiali e slogan contrapposti. Per questo la serata ha lasciato da parte ogni risposta preconfezionata per sostare con coraggio nella frontiera, dove le etichette sfumano e inizia l’incontro. Secondo padre Sandrin, infatti, per superare i pregiudizi non serve un manuale di istruzioni, ma una nuova postura interiore. Occorre chiedersi: siamo pronti a lasciare che la Parola di Dio metta in discussione non solo gli altri, ma il nostro stesso modo di intendere Dio?

In questa prospettiva il gesuita ha citato gli esempi degli apostoli Pietro e Filippo, offrendo una visione provocatoria della Chiesa delle origini: un’istituzione non mossa da una strategia pianificata, ma scossa dalla crisi e perennemente in ritardo rispetto all’imprevedibilità dello Spirito Santo. Da qui l’invito a riconoscere la “buona notizia” che fiorisce in territori inesplorati, ribaltando anche quello che era un punto di vista consolidato.

Secondo padre Sandrin uno dei cortocircuiti più frequenti è pretendere che la Bibbia risponda a domande moderne e con categorie contemporanee. Il documento della Pontificia Commissione Biblica del 2019 è chiaro su questo tema: la Scrittura non conosce il concetto di orientamento sessuale o di identità stabile così come lo si intende oggi. Il gesuita ha quindi evidenziato come i testi biblici citino singoli atti, spesso legati a contesti di violenza o idolatria, ma non dicono nulla sulla condizione esistenziale di una coppia omoaffettiva che cerca di vivere la fede. Porre alla Bibbia domande scientifiche o sociologiche – ha ricordato – è un errore metodologico che porta solo a risposte distorte. E questo – ha sottolineato – appare evidente nella rilettura della vicenda di Sodoma, il cui vero peccato fu l’orgoglio e l’interesse personale senza alcuna cura del povero.

Padre Santin ha aiutato a inquadrare le relazioni omoaffettive in quella “rivoluzione affettiva” che ha definito come la più grande trasformazione antropologica degli ultimi secoli e che ha portato a passare da un modello in cui spesso c’era il dovere di sposarsi “e poi si imparava a volersi bene”, a un modello in cui l’affetto è il motore primario e l’unico motivo per cui si sta insieme. Questa centralità dell’amore romantico risulta essere un’energia creativa potente che, però, “non guarda in faccia a nessuno” e spesso spaventa la struttura ecclesiale.

La Chiesa oggi – ha ricordato il gesuita – non sta solo affrontando il “tema omosessualità”, ma sta cercando di capire come dialogare con questa nuova centralità dell’affettività che spiazza e ridisegna i legami. Le coppie omoaffettive, allora, non sono un capitolo a parte: sono parte integrante della sfida di rendere l’amore un cammino di santità, in un mondo in cui l’unica bussola sono i sentimenti.

Padre Sandrin ha concluso ricordando che la Parola di Dio non è un muro costruito per decidere chi sta dentro e chi sta fuori, ma è “lampada per i nostri passi”, che non illumina tutto l’orizzonte in una sola volta, ma svela il pezzetto di strada necessario per fare il prossimo passo. L’invito, dunque, è quello di restare – come Pietro nella casa di Cornelio – in un atteggiamento di “perplessità feconda”, domandandosi: “Che cosa significa ciò che sta accadendo?”. Il cammino della Chiesa non è la conservazione di un museo, ma la convergenza di comunità diverse che, pur partendo da storie differenti, riconoscono l’unico Signore.

La domanda finale resta aperta e interpella ciascuno: “Siamo pronti ad accettare che Dio non fa preferenze di persone, anche quando questo ci chiede di riscrivere le nostre geografie interiori?”. La sfida per la comunità cristiana rimane dunque quella di Pietro: continuare a domandarsi con stupore che cosa significhi, oggi, che l’amore di Dio non conosce confini invalicabili.

Claudio Gagliardini
TeleRadio Cremona Cittanova
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