La missione continua anche dopo il ritorno. È stato questo il filo conduttore dell’incontro che giovedì 29 ottobre, a conclusione del mese missionario, ha riunito a Cremona, presso gli ambienti parrocchiali del Cambonino, i sacerdoti che durante il loro ministero hanno vissuto l’esperienza di “fidei donum”. Una mattinata di preghiera, ascolto e condivisione, promossa dall’Ufficio missionario diocesano, alla quale hanno preso parte anche il vescovo Antonio Napolioni e il vescovo emerito di São Luís de Montes Belos, mons. Carmelo Scampa, originario della diocesi cremonese e per molti anni missionario in Brasile prima di diventare vescovo in quella terra. Presenti sacerdoti che hanno vissuto la propria esperienza missionaria in Italia, in Europa e in diversi Paesi del mondo, e che hanno portato con sé storie, volti, incontri e modi differenti di vivere la Chiesa.
L’appuntamento si è inserito nel cammino della Chiesa diocesana, insieme a quella universale, ha vissuto bel contesto della 100ª Giornata missionaria mondiale, celebrata lo scorso 18 ottobre. Un centenario che Papa Leone XIV ha accompagnato con il tema «Uno in Cristo, uniti nella missione».
A guidare la riflessione è stato don Sergio Gamberoni, da un anno direttore del Centro unitario per la formazione missionaria (Cum) di Verona. Il sacerdote, dopo il momento iniziale di preghiera, ha invitato i sacerdoti presenti a rileggere il proprio vissuto missionario e a interrogarsi su come questa esperienza possa continuare a essere una risorsa per la Chiesa diocesana.
Un patrimonio da custodire e da mettere in circolo. «Voi “fidei donum” siete un patrimonio enorme. Come custodire e valorizzare questo tesoro? In quale direzione possiamo andare?». È partita da queste domande la riflessione di don Gamberoni, che ha riconosciuto nella pluralità delle esperienze missionarie una ricchezza preziosa per tutta la Chiesa cremonese. A dare la misura di questo patrimonio sono anche i numeri ricordati dallo stesso don Sergio: 132 i missionari cremonesi, tra sacerdoti, religiosi e laici, che hanno portato il loro servizio nelle Chiese del mondo. Di questi, 38 sono ancora impegnati nella missione, 48 già rientrati in Italia, 49 deceduti e due che hanno lasciato la vita presbiterale o religiosa. Una storia fatta di volti, incontri, relazioni, lingue apprese, esperienze ecclesiali differenti e un modo diverso di essere Chiesa. Un patrimonio che non appartiene soltanto alla memoria, ma che continua a rappresentare una risorsa preziosa per la Diocesi.
Don Gamberoni ha richiamato un passaggio del Vangelo di Luca (10,17), quello dell’invio dei settantadue discepoli: «I settantadue tornarono pieni di gioia». Una gioia che, secondo il direttore del Cum, abita anche il cuore di chi rientra da un’esperienza missionaria. È una gioia che ha bisogno di essere raccontata, condivisa, quasi gridata: «Non posso tenere dentro tutto quello che ho vissuto». Eppure, non sempre chi è rimasto in Italia riesce a comprendere questa esigenza. Proprio qui, allora, si apre una domanda importante: che cosa ha cambiato in noi l’esperienza missionaria? Come ci ha trasformati, fin dentro la nostra pelle? E soprattutto, che cosa di quella vita continua a vivere in noi dopo tre mesi, dopo tre anni dal ritorno?
È risultato evidente che un sacerdote che rientra è una ricchezza per la Diocesi: per la lingua che ha imparato, per le relazioni costruite, per aver conosciuto un altro modo di essere Chiesa. L’esperienza missionaria cambia anche il modo di esercitare il ministero, in particolare lo sguardo sui poveri e sulle persone più fragili. Per questo il ritorno non può essere soltanto un reinserimento nelle strutture e nelle attività pastorali, ma deve diventare un’occasione di rinnovamento. «Aiutiamo le nostre comunità a convertirsi?», è stata una delle domande consegnate ai presenti.
Nel dialogo è emersa così una parola chiave: creatività. Tornare con creatività, con uno spirito positivo, con energia e con la disponibilità a mettere in circolo quanto ricevuto. La conoscenza di modelli ecclesiali differenti aiuta, infatti, a superare l’idea che esista un solo modo di vivere la comunità cristiana. E anche in un tempo segnato dalla diminuzione del clero in Italia è stato ribadito quanto sia importante continuare a inviare sacerdoti nel mondo: la missione non è un’esperienza accessoria, ma appartiene all’identità stessa della Chiesa.
La riflessione si è poi allargata alla mondialità che ormai abita anche i nostri territori. La presenza crescente di uomini e donne appartenenti ad altre religioni interpella le comunità cristiane e chiede di superare paure e chiusure. Perché – è stato osservato – nei calendari parrocchiali e diocesani trovano spazio le nostre ricorrenze liturgiche, ma raramente le feste e i momenti significativi delle comunità musulmane, sikh e di altre tradizioni religiose? Non sarebbe importante conoscerli, prestarvi attenzione, imparare a guardare i nostri vicini con maggiore curiosità e apertura? Come ci stiamo preparando a un futuro nel quale il volto religioso e culturale dei nostri paesi sarà sempre più plurale?
È rimasta particolarmente impressa l’immagine proposta da uno dei sacerdoti presenti: «L’impressione è che in molti dei nostri ambienti siamo ancora una chiesa con il volto rivolto verso l’altare e le spalle verso il portone delle nostre chiese». Un’immagine forte, che invita a cambiare posizione e prospettiva: l’altare resta il centro della fede, ma non può diventare il luogo da cui guardare soltanto verso l’interno. Occorre voltarsi, aprire lo sguardo e accorgersi di chi arriva, di chi abita accanto a noi, di chi ancora non conosciamo. Perché la missione non si esaurisce nei Paesi lontani: oggi passa anche dalla porta delle nostre parrocchie.
È una prospettiva che si intreccia profondamente con il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Missionaria Mondiale: essere «uno in Cristo» non significa essere tutti uguali, ma imparare a riconoscere nella diversità una ricchezza da mettere a servizio dell’unica missione. E l’incontro dei sacerdoti che hanno svolto parte del loro ministero come “fidei donum” ha ricordato proprio questo: la missione non finisce quando si torna a casa. Continua a trasformare chi l’ha vissuta e, attraverso la sua testimonianza, può ancora contribuire a trasformare tutta la Chiesa.
Il momento di ascolto si è trasformato in un dialogo aperto tra i partecipanti, prima di concludersi con il pranzo condiviso, offerto dalle volontarie della comunità del Cambonino, occasione ulteriore per ritrovarsi e rinsaldare legami di fraternità.


