Leone XIV, primo anno di pontificato: il Papa che governa abbassando la voce

A dodici mesi dall'elezione, il pontificato di Leone XIV si lascia leggere in ciò che non si è consumato. Tre viaggi internazionali, una parola domenicale che torna ogni settimana sui Paesi in guerra, una geografia che sceglie i luoghi feriti più che le vetrine, una voce che resta ferma anche davanti agli attacchi del presidente americano

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Sono le 19.23 dell’8 maggio 2025 quando Leone XIV si affaccia per la prima volta dalla Loggia centrale di San Pietro. Non comincia dal programma, né dalla biografia, né dalla gratitudine. Comincia dalla pace: “Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”. Quattro aggettivi che restituiscono un’impronta intera. Dodici mesi dopo, quella formula non si è consumata. È rimasta riconoscibile negli Angelus della domenica, nei discorsi, nelle dichiarazioni a braccio dalle scale di Villa Barberini, fino al viaggio da poco concluso in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. È in questa tenuta, più che nei singoli gesti inaugurali, che il primo anno chiede oggi di essere letto.

I primi sei mesi avevano tracciato una direzione: governo per processi, magistero per accompagnamento, sinodalità praticata più che proclamata. Il vero banco di prova, però, comincia quando un pontificato deve attraversare un anno intero con i suoi imprevisti, le sue crisi, le sue contestazioni. È nel tempo lungo che le scelte iniziali rivelano se erano stile o metodo, intuizione o disegno. Leone XIV non ha cercato di occupare la scena. Ha preferito ordinarne le mediazioni, e questa preferenza non è cambiata neppure quando la pressione è cresciuta.

I tre viaggi internazionali compiuti finora – Turchia e Libano, Principato di Monaco, Africa – non hanno seguito la logica della massima visibilità. Hanno scelto luoghi e ferite. Iznik per il millesettecentesimo anniversario del Concilio. Il porto di Beirut, dove il Papa si è fermato in silenzio davanti alle vittime dell’esplosione del 2020 che attendono ancora giustizia. Annaba, presso le rovine dell’antica Hippo Regius. Bamenda, cuore della crisi anglofona del Camerun. La prigione di Bata. Tappe che non riempiono un’agenda diplomatica: nominano le ferite di un mondo che il pontificato non vuole lasciare archiviate.

Il momento di verifica più severo è arrivato proprio alla vigilia dell’ultimo viaggio. Quando il presidente degli Stati Uniti ha attaccato pubblicamente il Papa, la risposta è arrivata sul volo per Algeri, ferma e senza polemica: “non ho paura dell’amministrazione Trump”, ha detto ai giornalisti, ribadendo che continuerà “a parlare ad alta voce contro la guerra”. Poi è tornato al lavoro che il viaggio gli chiedeva. Nessuna escalation, nessuna controreplica nei giorni successivi. In un ambiente pubblico che premia la visibilità e punisce il silenzio, è una scelta che fa rumore proprio perché non lo cerca.

Anche il lessico ha resistito al passaggio del tempo. Pace, dignità, comunione, cura, conversione: parole che attraversano Angelus, messaggi e omelie senza diventare slogan. La pace non come tregua, ma come criterio. La cura non come efficienza, ma come relazione. La dignità non come valore negoziabile, ma come dato originario. Un linguaggio che resta cristiano anche nello spazio pubblico, e proprio per questo riesce a dire qualcosa che il discorso laico oggi fatica a dire: che esiste una soglia dell’umano sotto la quale nessuna ragione di stato, nessun calcolo politico può scendere.

Restano nodi aperti, che il secondo anno dovrà iniziare a sciogliere. La sinodalità ha cominciato a trovare luoghi istituzionali propri – la convocazione dei presidenti delle Conferenze episcopali per l’ottobre 2026 ne è il primo segnale – ma attende di diventare pratica regolare nelle Chiese locali. Il dossier degli abusi continua a chiedere risposte strutturali, non solo interventi singoli. La discrezione comunicativa è una scelta che deve reggere ancora a lungo, in un tempo che misura l’autorità sulla visibilità che riesce a conquistare.

Forse è proprio qui che il pontificato chiede di essere giudicato. Non in ciò che ha già compiuto, ma nel modo in cui sta affrontando il proprio tempo. Un Papa che non separa l’altare dalla piazza, la liturgia dalla diplomazia, la preghiera dalla denuncia, propone una forma di autorità che vive di costanza più che di clamore. È la stessa logica racchiusa nella formula con cui Leone XIV ha definito fin dall’inizio il proprio servizio: sparire perché rimanga Cristo. La domanda decisiva non è se stia cambiando la Chiesa, ma se la Chiesa stia ricevendo da lui qualcosa che il presente non sa più produrre da solo: una parola che dura nel tempo, una direzione che non si lascia disfare dalla cronaca, un’autorità che si misura sulla propria trasparenza. Davanti a un tempo che premia chi alza la voce, è la domanda più impegnativa che un pontificato possa porre.

Riccardo Benotti (AgenSir)

 

 

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TeleRadio Cremona Cittanova
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