La testimonianza del saveriano viadanese Facchetti dopo il ciclone che ha devastato il Mozambico

Nella località dove opera il missionario non ci sono state vittime, ma parecchi danni
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Il ciclone, che ha devastato nei giorni scorsi il Mozambico, ha fatto paura anche a Chemba, località dove opera il missionario viadanese padre Andrea Facchetti. «Non ci sono state vittime – fa sapere il religioso – ma parecchi danni. E l’azione distruttiva dell’uomo sull’ambiente potrebbe aver fatto la sua parte».

Il ciclone ha imperversato in particolare a Beira (300 chilometri in linea d’aria da Chemba), capoluogo di regione e sede della diocesi comprendente anche Chemba. «L’impatto – afferma il padre saveriano – è stato devastante. Venti a 180 chilometri orari hanno distrutto il 90 per cento delle abitazioni, fatte con materiali poveri. Gran parte delle famiglie sono rimaste senza nulla. I morti potrebbero essere più di mille». Due fiumi sono esondati, allagando diversi quartieri. L’uragano ha divelto i tralicci dell’energia elettrica e le antenne delle compagnie telefoniche: Beira è rimasta isolata, e le prime immagini del disastro hanno cominciato a circolare solo tre giorni dopo.

Nonostante il crollo della torre dell’aeroporto, i primi aerei di soccorso sono già arrivati, con carichi di volontari, generi di prima necessità e medicinali. «Ma per ora la gente sopravvive come può, facendo la fila ai pozzi. Le piogge continuano, e si teme la diffusione di malattie».

A Dondo, trenta chilometri da Beira, sorge una casa dei Saveriani, dove lo stesso Facchetti ha operato nel 2012 e 2013. «Parte del tetto è volato via. Il salone parrocchiale è distrutto».

A Chemba la depressione tropicale ha colpito di striscio. Il fiume Zambesi è esondato, arrivando a coprire per due giorni la strada principale: «Per andare in paese – testimonia padre Facchetti – occorreva la canoa».

I danni sono pesanti: «Le piogge continuano a cadere in maniera anormale. L’attività agricola, primaria fonte di vita della gente, per quest’anno è compromessa». Il missionario ha potuto visitare i villaggi solo spostandosi a piedi nel fango: «La jeep sarebbe rimasta impantanata».

Secondo il sacerdote, quanto successo merita un approfondimento: «La mia vita corre via rapida come il grande fiume qui a pochi passi, tra scuola, studentato e visita alle comunità Ci sarebbe tanto altro da raccontare: vedere questa tragedia nel suo contesto globale, leggerla a partire dalla prospettiva dei cambiamenti climatici, riflettere su come l’azione distruttiva dell’umano sull’ambiente qui, in questi anni recenti, potrebbe avere amplificato le conseguenze dell’azione della natura». Tra le attività portate avanti dal missionario, c’è proprio il tentativo di contrastare il disboscamento scriteriato effettuato da società straniere con l’appoggio di politici non disinteressati.

«A chi porta nel cuore questa cosa chiamata fede – conclude padre Facchetti – chiedo di ricordarsi di questo angolo di Africa e della sua gente. Pasqua quest’anno, quando arriverà anche qui, avrà un profumo diverso».

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