“In Terra Santa la pace si fa solo con i mezzi del bene”, la testimonianza di padre Puccini in visita in Caritas

A margine della Messa nella parrocchia di S. Bernardo, a Cremona, e della testimonianza tenutasi presso l’unità pastorale “Madre di Speranza”, padre Damiano Puccini, fondatore dell’associazione Oui pour la Vie di Damour (Libano), sostenuta da anni da Caritas Cremonese, ha avuto modo di raccontare la situazione che si vive in Libano e Terra Santa. In un contesto mediorientale complesso e di sofferenza, la voce di padre Damiano si fa portavoce di una speranza evangelica che non cede alla logica del male, ma rende concrete le riflessioni del patriarca di Gerusalemme dei Latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, sulla vocazione della Chiesa in Terra Santa e sul modello di convivenza che Gerusalemme incarna. Di seguito l’intervista a padre Damiano Puccini, pubblicata su caritascremonese.it.

 

Padre Damiano, lei è tornato a Cremona portando la testimonianza di una terra ferita, ma dove è ancora possibile la convivenza. Qual è la bussola morale e spirituale che guida la Chiesa in questo tempo e in questo contesto?

«La bussola per noi rimane chiara e inderogabile: per la Chiesa non si può mai uccidere gli innocenti e non si può occupare la terra degli altri. Non si può mai fare il male per ottenere il bene. Esistono paletti morali invalicabili. Premesso questo, nel suo magistero, il Cardinale Pizzaballa ha tracciato tre passaggi fondamentali che sintetizzano la vocazione della Chiesa. In un contesto di crisi profonda e globale, caratterizzato dalla frattura delle relazioni, dalla polarizzazione e dalla inadeguatezza del linguaggio di fronte alla brutalità della realtà, il primo punto per vivere qui e ora attraverso una fede incarnata è la capacità di saper stare al centro tra i contendenti. Questo non significa neutralità passiva, ma rifiuto categorico di schierarsi contro qualcuno, persino contro chi compie il male. L’utilizzo strumentalizzato del conflitto in Terra Santa è devastante anche da noi in Occidente. Il Patriarca chiede proprio all’Occidente di non commettere lo stesso errore che si commette in Oriente: non dobbiamo dividere il mondo in tifoserie ideologiche, ma dobbiamo saper reintegrare, educare a stare di nuovo insieme».

Questo “stare al centro” quali conseguenze concrete ha nella vita di tutti i giorni?

«La conseguenza diretta è il secondo passaggio: l’ascolto e la partecipazione al dolore di tutti. Non esiste una tragedia più grande di un’altra. Non si quantificano i morti, non si misurano le uccisioni in scala. Che sia un singolo colpo sparato su un quartiere civile o una raffica di missili, il male non si misura in quantità. Noi vogliamo ascoltare e farci carico del dolore di tutti gli innocenti, senza distinzione di appartenenza. Nelle regioni del sud del Libano assistiamo purtroppo a un fenomeno tragico, quello che viene definito di “ripulitura”: si intima alla popolazione di evacuare i villaggi, si bombarda e poi entrano in azione le ruspe che spianano ogni casa, ogni cosa. Viene cancellata ogni memoria storica; rimane solo un paesaggio spettrale, un mare di macerie dove non ci sono più proprietà né passato, come testimoniato anche ad esempio da padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa».

Di fronte a tanta distruzione e alle distese di tende dove la gente è costretta a rifugiarsi, quale è il nostro compito: come si costruisce la pace in un contesto così devastato?

«Si arriva così al terzo punto: la pace si fa unicamente con i mezzi del bene. Esistono mezzi propri della pace che non sono e non saranno mai quelli della guerra. Dio non ci mette mai in una situazione in cui il bene non possa essere compiuto. E allora, ecco come possiamo vivere da cristiani qui ed ora attraverso una fede incarnata: con vicinanza (solidarietà verso gli ultimi), verità (rifiuto delle narrazioni di parte), servizio (azione per i bisognosi), preghiera (come ancora contro la disperazione) e Luce del Vangelo (lettura della complessità con gli occhi di Cristo, non con le logiche del mondo). Oggi c’è una dimensione umana profonda da recuperare. Abbiamo sentito donne gridare nella disperazione: «Era meglio morire subito, piuttosto che vivere così». Per contrastare questa rassegnazione dobbiamo ripristinare il rispetto dell’altro, condividere i doni naturali – che spesso sono semplicemente la parola, il tempo, la presenza – e ascoltare i bisogni primari. Aiutare i poveri in questo cammino di moderazione significa rendere ciascuno sensibile anche al dolore degli altri. Il proprio soffrire non deve servire per ripiegarsi su se stessi o per respingersi reciprocamente, ma per aprire percorsi nuovi di vicinanza, di prossimità e di spiritualità attraverso il Cuore di Cristo e la Sua misericordia».

In mezzo a questo contesto difficile, ci sono segnali concreti che indicano che la convivenza è ancora possibile?

«Assolutamente sì. Lo scorso 25 luglio abbiamo celebrato la beatificazione del Patriarca Elias Boutros Hoyek, definito il “padre del Grande Libano”. Nayef Abou Assi, un ufficiale dell’esercito libanese appartenente alla comunità musulmana drusa, soffriva di una grave forma di spondilolisi bilaterale cronica fortemente invalidante. Nel 1965, l’ufficiale si svegliò un giorno improvvisamente e completamente guarito dopo aver invocato l’intercessione del patriarca maronita. È la dimostrazione che la grazia e la santità superano ogni confine confessionale. Ricordiamo anche la visita di Papa Leone che, attraversando zone a maggioranza musulmana, è stato accolto, salutato e ringraziato da tutti. Anche in paesi segnati dalla guerra c’è gente che sa e vuole stare insieme. La Chiesa ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale per evitare che il Paese precipiti nella guerra civile. La Chiesa in Terra Santa non ignora la tragica profondità della crisi, ma sceglie deliberatamente di non esserne schiacciata, di farsi Memora redenta passando dalla frattura alla speranza. Ogni giorno».

 

 

L’azione di Oui pour la Vie e il sostegno di Caritas Cremonese si inseriscono in un quadro socio-economico ed emergenziale estremamente grave. Se un tempo la povertà riguardava principalmente le popolazioni rifugiate, oggi la crisi investe indistintamente l’intera popolazione del Paese:

  • Povertà diffusa: L’80% dei cittadini libanesi vive in stato di povertà e oltre un terzo della popolazione si trova in condizioni di povertà extreme.
  • Rifugiati: Il Libano ospita circa 1,5 milioni di rifugiati siriani (il 90% dei quali vive in povertà estrema) e tra i 180.000 e i 250.000 profughi palestinesi.
  • Lavoro e insicurezza alimentare: Il tasso di disoccupazione ha superato il 29%, colpendo in modo duro donne e giovani. Oltre 1 milione di persone soffre di grave insicurezza alimentare.
  • Servizi essenziali al collasso: Il sistema sanitario, l’accesso all’acqua potabile e alla rete elettrica sono al limite della tenuta.
  • Emergenza educativa: Con oltre 340 istituti scolastici danneggiati o distrutti dal conflitto, centinaia di migliaia di bambini rischiano di non avere una classe in cui poter fare ritorno.

Cucina, scuola e farmaci: le attività di Oui pour la Vie a Damour

La sede dell’associazione Oui pour la Vie si trova a Damour, a circa 17 chilometri sia da Beirut che da Sidone. Da qui i volontari partono ogni giorno per assistere tutti i bisognosi senza alcuna distinzione, distribuendo i pasti preparati quotidianamente nella cucina dell’associazione e portando cibo e generi di prima necessità sia nelle zone più colpite dai bombardamenti, sia nei luoghi dove si trovano temporaneamente le famiglie evacuate a causa del conflitto.

Le attività si concentrano su tre pilastri fondamentali: cucina, scuola e farmaci. Ma il valore aggiunto dell’associazione sta nello stile di prossimità: chiedere ai poveri e ai beneficiari stessi di coinvolgersi e diventare parte attiva dei progetti. Persone provenienti da territori, storie e appartenenze diverse lavorano fianco a fianco: piccole ma concrete “cose di pace” che si vedono ogni giorno e che fanno stare bene prima di tutto chi le compie.

 

Per continuare a garantire questi aiuti essenziali, portare cibo agli sfollati e sostenere l’acquisto di farmaci e l’istruzione dei bambini, c’è bisogno del supporto e della generosità di tutti. È possibile sostenere i progetti di Oui pour la Vie attraverso Caritas Cremonese in tre modalità:

  1. Donazione Online: Attraverso il portale caritascremonese.it/donazioni, selezionando l’opzione Progetti Internazionali e specificando “Fondo Libano” nel campo note/commento.
  2. Bonifico Bancario (Caritas o Fondazione San Facio – deducibile): Effettuando un versamento a favore di Caritas Cremonese oppure della Fondazione San Facio (con possibilità di deduzione fiscale), inserendo come causale: “Fondo Libano” (qui le coordinate).
  3. Direttamente passando dai nostri uffici in via Stenico a Cremona.
TeleRadio Cremona Cittanova
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