Cremona, il 28 agosto, è stata colpita al cuore. In pochi minuti vento, acqua e grandine hanno lasciato dietro di sé alberi sradicati, tetti scoperchiati, automobili distrutte, abitazioni danneggiate. Anche alcuni dei luoghi più simbolici della città sono stati feriti. Decine di persone sono dovute ricorrere alle cure del Pronto soccorso; le conseguenze materiali sono ancora tutte da quantificare.
Adesso si sta facendo la conta dei danni. Ed è giusto che sia così. Bisogna mettere in sicurezza le case. Riparare le strade. Sistemare le coperture. Contare i danni alle attività economiche. Chiedere gli aiuti e i risarcimenti necessari.
Ma possiamo davvero fermarci qui? Possiamo limitarci a contare ciò che la tempesta ha distrutto senza domandarci perché siamo arrivati a questo punto? Come Chiesa, in nome del Vangelo, non possiamo non farlo.
Non perché la Chiesa debba avere una ricetta politica per ogni problema. Non perché debba schierarsi da una parte contro un’altra. Non perché debba cercare un colpevole da mettere sul banco degli imputati. Ma perché il Vangelo ci impedisce di guardare una ferita e limitarci a medicarla senza chiederci da dove viene.
CONOSCIAMO LA REALE SITUAZIONE?
La grandine di Cremona non è una discussione teorica sul clima: è entrata nelle case, ha ferito persone, ha ferito ciascuno di noi nell’anima. E proprio per questo ci obbliga a pensare.
La scienza ci dice da tempo che il riscaldamento globale sta modificando le condizioni nelle quali si sviluppano gli eventi meteorologici estremi. Il Nord Italia, inoltre, è una delle aree europee maggiormente esposte alla grandine severa.
Non significa che ogni singola grandinata possa essere attribuita semplicisticamente al cambiamento climatico. Significa qualcosa di più serio: siamo entrati in un clima nel quale gli eventi estremi sono un rischio con cui dovremo sempre più fare i conti. E allora non basta prepararci alla prossima grandinata. Dobbiamo domandarci quale società stiamo costruendo, quali sono tutti i rischi cui ci esponiamo in queste condizioni.
Papa Francesco, nella Laudato si’, lo aveva scritto con parole che oggi sembrano arrivare direttamente dalle strade della nostra città:
“Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi». «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli”. “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta”.
Non sono parole di una profezia apocalittica. Sono parole di responsabilità. E forse è proprio qui che dobbiamo avere il coraggio di andare oltre la conta dei danni. Perché la crisi climatica non è soltanto una questione ambientale. È una questione sociale. È una questione economica. È una questione di giustizia. Non tutti hanno la stessa responsabilità. E non tutti pagano, allo stesso modo, le conseguenze.
Nella Laudate Deum del 2023, Papa Francesco ci ha detto:
“Sono passati otto anni dall’uscita della Laudato Sì in cui sono raccolte le accorate preoccupazioni per la cura della nostra casa comune. Ma mi rendo conto che non reagiamo abbastanza, poiché il mondo che ci accoglie si sta sgretolando e forse si sta avvicinando a un punto di rottura”.
E CHI PAGA?
Una ricerca pubblicata su Nature Sustainability ha stimato che nel 2019 il 10% più ricco della popolazione mondiale era responsabile del 48% delle emissioni globali, mentre la metà più povera dell’umanità ne produceva il 12%. Dietro queste percentuali ci sono persone. C’è chi può permettersi di proteggersi, assicurarsi, ricostruire. E c’è chi la mattina dopo una grandinata si trova ancora più povero. C’è chi può sostituire un’automobile distrutta. E c’è chi perde il mezzo con cui va al lavoro. C’è chi può rifare un tetto. E c’è chi deve continuare a vivere in una casa divenuta ancor più pericolante. È questa la dimensione sociale della crisi climatica che rischiamo di non vedere.
Abbiamo costruito un sistema nel quale il profitto rimane privato mentre il costo viene socializzato. Si produce, si vende, si consuma, si cresce. E quando il conto arriva, non arriva a tutti nello stesso modo.
La Laudato si’ lo aveva intuito con grande lucidità:
«Si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale».
È una frase terribile nella sua semplicità. Chi paga? Chi pagherà? E soprattutto: chi abbiamo deciso che debba pagare?
LA CRESCITA E IL PROFITTO A OGNI COSTO
Non possiamo continuare a pensare che la soluzione consista soltanto nel chiedere al singolo cittadino di spegnere una luce, differenziare un rifiuto o usare meno l’automobile. Anche queste scelte sono importanti, ma non possono diventare un alibi per non guardare la struttura delle cose. La crisi climatica non nasce soltanto dalle singole scelte dei consumatori. Nasce da un modello economico che ha bisogno di produrre, vendere e consumare sempre di più per continuare a crescere.
Don Mazzolari, 80 anni fa scriveva:
“Gli uomini intelligenti di qualche anno fa avevano scoperto questa formula di saggezza per far andar bene il mondo: produrre molto, consumare molto. Se un anno si fa tanto vino, beviamone tanto. Non c’è altra maniera per risolvere la crisi che diventare degli imbuti, cioè dei consumatori, senza più il tempo di dare un’occhiata in giro a ciò che è bello e un pensiero a ciò che è buono. Il materialismo è questo, soprattutto questo: produrre per consumare, con una conseguente schiavitù che non ha eguali nella storia… e con l’illusione di arrivare a star bene!”.
E qui il discorso diventa scomodo, perché la parola “crescita” è diventata intoccabile: prima vengono la competitività, le imprese, il mercato, la produttività e il profitto. Ma è davvero questa la scala delle nostre priorità? Possiamo continuare a immaginare una crescita senza limiti dentro un pianeta che, invece, i limiti li ha? Possiamo progettare le nostre città come se il clima fosse ancora quello di cinquant’anni fa? Forse dovremo avere più suolo capace di assorbire l’acqua, più alberi e verde contro il calore, più superfici permeabili, più infrastrutture capaci di resistere agli eventi estremi. Non possiamo impedire che cada la grandine. Possiamo però decidere quanto vogliamo essere vulnerabili quando cadrà. E questa non è soltanto una questione tecnica. È una scelta politica, economica, culturale. È una scelta di civiltà.
LA GIUSTIZIA AMBIENTALE È ANCHE GIUSTIZIA SOCIALE
Ed è anche una questione profondamente evangelica e teologica.
“La giustizia ambientale non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità. È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti” (Papa Leone, Messaggio per la X Giornata di preghiera per la cura del creato, 2025).
Che cosa abbiamo da dire noi, come Chiesa, davanti a tutto questo? E qui forse dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. È finito il tempo delle discussioni soltanto interne. È finito il tempo nel quale continuiamo a girare e rigirare intorno alle nostre questioni, alle nostre strutture, alle nostre contrapposizioni, ai nostri equilibri, mentre fuori dalle nostre porte la società si interroga su problemi enormi che riguardano la vita concreta delle persone.
Abbiamo la grazia di avere un magistero sociale che, su questi temi, non ha nulla da invidiare al mondo laico. Ma lo conosciamo davvero? Lo studiamo? Lo facciamo diventare motivo di formazione, di confronto, di dibattito? E soprattutto: una volta conosciuto, siamo capaci di trasformarlo in progetti, scelte, stili di vita da proporre agli uomini e alle donne di buona volontà? Certamente in termini di lotta ai cambiamenti climatici, come Diocesi, abbiamo fatto un grande passo avanti con la costituzione delle Comunità energetiche rinnovabili (CER), ma questo non basta. È il primo passo verso una completa conversione.
Dobbiamo maturare il fatto che, nell’attuale contesto storico, questa è autentica evangelizzazione. Non soltanto ridisegnare i confini delle parrocchie. Non soltanto discutere sull’età per conferire la Cresima o la Prima Comunione. Non soltanto continuare a interrogarci, pur dovendolo fare, su percorsi di iniziazione cristiana che da anni mostrano tutta la loro fatica. Sono questioni importanti. Ma il mondo, fuori, ci sta chiedendo altro. Ci sta chiedendo se abbiamo una parola sulla dignità del lavoro, sulla povertà, sull’economia, sull’ambiente, sulla giustizia, sulla pace, sulla qualità delle nostre città, sul futuro dei nostri figli. Ci sta chiedendo se la fede cristiana abbia ancora qualcosa da dire quando si decide come produrre, come consumare, come abitare, come amministrare, come costruire. E noi che cosa rispondiamo? Perché questo comodo silenzio? Il primo compito dei cristiani è proprio quello di svegliare le coscienze. Aiutare le persone a pensare e scegliere.
FACCIAMOCI ALCUNE DOMANDE
Cremona, in questo momento, non può essere soltanto una città che conta i danni. Deve essere una città che si pone delle domande. E la Chiesa deve aiutare a capire che cosa ci sta dicendo questa ferita. Forse ci sta dicendo che non possiamo più rimandare. Che non basta chiedere quanto costerà ricostruire. Dobbiamo chiederci quanto ci costerà non cambiare. Non basta preparare i bilanci dei danni. Dobbiamo preparare il futuro. Non basta aspettare la prossima tempesta. Dobbiamo decidere oggi quale società vogliamo costruire quando arriverà.
E allora, dopo la conta dei danni, viene la conta delle responsabilità. Non per puntare il dito. Non per dividere. Non per creare l’ennesimo schieramento. Ma per aprire finalmente una riflessione seria, libera, adulta. Una riflessione nella quale credenti e non credenti, istituzioni e imprese, mondo della ricerca e associazioni, amministratori e cittadini possano sedersi allo stesso tavolo.
La Chiesa tende le mani. Le tende agli uomini e alle donne sensibili. A chi crede e a chi non crede. A chi ha idee diverse dalle nostre. A chi non cerca una bandiera, ma una strada. Le tende per iniziare insieme una riflessione. Perché il Vangelo non ci chiede soltanto di riparare ciò che è stato distrutto. Ci chiede di avere il coraggio di cambiare ciò che continua a distruggere. E forse il vero risarcimento che dobbiamo alle generazioni che verranno non sarà soltanto quello di aver ricostruito le case dopo la tempesta. Sarà poter dire loro, un giorno, che quando abbiamo capito che il clima stava cambiando, abbiamo avuto il coraggio di cambiare anche noi.
Eugenio Bignardi
incaricato diocesano Pastorale sociale e del lavoro
Don Umberto Zanaboni
incaricato diocesano Pastorale missionaria e delle migrazioni
e vicepostulatore per la Causa di beatificazione di don Mazzzolari



