Paolo Borsellino. La proposta di don Scordato: “Sia riconosciuto martire a causa della giustizia”

Il rettore della chiesa di San Francesco Saverio, a Palermo, celebra oggi una messa in memoria del magistrato ucciso dalla mafia assieme alla sua scorta, nel 27° anniversario della strage in via d'Amelio. "Era credente e viveva l'impegno istituzionale con la sua identità cristiana"

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“Paolo Borsellino martire a causa della giustizia”. Don Cosimo Scordato, rettore nella chiesa di San Francesco Saverio, a Palermo, celebrerà oggi pomeriggio una messa durante la quale verrà ricordato il magistrato ucciso dalla mafia assieme alla sua scorta in via d’Amelio, 27 anni fa. Lo farà alla presenza della famiglia Borsellino, come lo scorso anno, quando una nipotina del magistrato lesse una lettera al nonno che non ha conosciuto. Quest’anno, don Cosimo presenterà nell’omelia “il profilo di Paolo Borsellino come quello di una persona che è stata capace di affrontare anche il rischio di un martirio a causa della giustizia”. E sostiene che

“ci sarebbero gli estremi per considerarlo martire nel senso evangelico”.

“Anche perché lui era un credente, una persona praticante dal punto di vista ecclesiale – dice al Sir don Scordato -. Frequentava la chiesa, partecipava alle celebrazioni. Era una persona unitaria nella sua concezione di vita.

Viveva il suo lavoro e il suo impegno istituzionale con la sua identità cristiana”.

Qual è, a suo avviso, la santità di Paolo Borsellino?
Siamo davanti a una persona che non presenta una compattezza statica, ma un atteggiamento dinamico nei confronti della vita.

Era molto attaccato ai suoi familiari. Seguiva i figli con attenzione. So che quando era lontano da casa li sentiva spesso al telefono. Era sempre presente, nonostante le distanze dei luoghi in cui si trovava a lavorare.

Aveva espressioni di vitalità che vorremmo condividere, non pensando a una santità da sacrestia, di quelle impacchettate che ci vengono offerte in certi modelli o narrazioni. Il Concilio ci ha proposto un nuovo modello di santità che ha come luogo privilegiato la vita quotidiana e gli impegni della professione, passando dal modello di vita monastico ed ecclesiastico a quello del laico che vive nello spazio pubblico il suo servizio. È lì che deve testimoniare la sua fedeltà al Vangelo. Come ha fatto Paolo Borsellino.

Dunque, un martirio quello di Borsellino a causa della giustizia…

Siamo abituati a pensare che il martirio sia ‘in odium fidei’, in odio della fede, e ciò fa parte di una grande tradizione nella Chiesa, che presenta la difesa della retta dottrina ma rischia di essere una definizione limitante, legata ai martiri antichi che si rifiutavano di adorare la divinità o il re, che rifiutavano l’idolatria. Oggi ci troviamo in un contesto diverso. È vero che Paolo Borsellino rifiutò l’idolatria del potere della mafia o la paura che può incutere. Ma bisogna pensare anche alla beatitudine del Vangelo, ‘beati coloro che verranno perseguitati a causa della giustizia…’. E san Giovanni Paolo II fece spesso riferimento ai martiri per la giustizia e indirettamente per la fede. Un cristiano deve testimoniare la sua fede, la sua speranza e la sua carità all’interno degli spazi in cui si trova a vivere, come la famiglia, il luogo di lavoro, il ruolo istituzionale che rappresenta. Questo può essere un modo per fare uscire la santità dalla sagrestia e coniugarla nella vita del credente, nelle sue dimensioni più concrete.

Quello di Paolo Borsellino si può considerare un ‘martirium in odium justitiae’, perché la giustizia – non in senso di adempimento di una legge ma in senso pieno -, come una cosa che ha diritto di esistere, è un nome di Dio.

Qual è il suo ricordo personale di Paolo Borsellino?

Era una persona briosa. Alla fine della messa scambiavamo battute di cordialità. Ricordo un particolare: durante la consacrazione si inginocchiava. Cosa che ormai non si fa più. Dopo il concilio, con il nuovo rito, si è diffusa in genere l’abitudine di restare in piedi. Ma ricordo che lui si metteva in ginocchio. Come se volesse manifestare un particolare rispetto per quel momento. Un atteggiamento che esisteva nella sua sensibilità e manifestava la sua particolare attenzione al sacramento. Ricordo anche che la figlia Fiammetta era volontaria nel centro sociale della nostra chiesa.

Don Cosimo Scordato con padre Francesco Michele Stabile tra i figli di Paolo Borsellino, Lucia, Fiammetta e Manfredi

Quale eredità il magistrato ucciso dalla mafia ha lasciato alla sua famiglia e a tutti noi?

Dobbiamo parlare di un’eredità di Paolo e di tutta la sua famiglia che consegnano a noi: il dovere della verità.

Mentre ancora oggi vengono fuori falsità sulla strage in cui ha perso la vita Borsellino – è in corso il quarto processo -, tutti noi vorremmo che sia fatta verità piena su quello che è accaduto e su ciò che ha causato la morte di Paolo. Un’altra eredità è la rettitudine, testimoniata dal giudice che non torna indietro, quando aveva sentore che le cose stavano per precipitare. Credo che questa coerenza sia un grande dono per tutti.

Qual è il profilo di Paolo Borsellino che emerge dalle dichiarazioni contenute negli audio desecretati dalla Commissione antimafia?

È il profilo di una persona che richiede all’istituzione quello che dovrebbe fare, cioè fornire il massimo servizio al cittadino fedele che è impegnato nell’istituzione stessa. Borsellino teneva al fatto che l’istituzione funzionasse, perché è il vero antidoto alla mafia. Se tutto l’organismo statale funzionasse, con il sostegno della partecipazione dei cittadini, non servirebbero altri percorsi. Quando Paolo parlava della necessità di avere la scorta di mattina e di sera, voleva dire che è compito dello Stato difendere il cittadino e consentirgli di compiere il proprio dovere, offrendo il coraggio della propria testimonianza.

AgenSir
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