Una volta lessi la storia di un monaco che possedeva una pietra preziosa e incontrò un viaggiatore che gliela chiese in dono. Quella pietra sarebbe bastata per garantirgli benessere e sicurezza per tutta la vita. Ma passò poco tempo e il viaggiatore tornò dal monaco, gli restituì la pietra, desideroso di ricevere qualcosa di più prezioso, e lo pregò così: «Dammi ciò che ti ha reso capace di donarmela».
Credo possa essere nascosto in questa piccola storia il significato profondo della preghiera. Metterci in ascolto della vita dell’altro, di ciò che di bello è stato piantato nel suo cuore, che piano piano germoglia e porta vita, andando oltre a ciò che vediamo. Non importa quanto vicino o lontano sia l’altro, perché nulla impedisce questo ascolto profondo. Mi piace pensare che la preghiera possa avere per ciascuno questa forma (anche per chi si sente “lontano” da Dio o “incapace” di parlare con lui) e che nella preghiera, proprio come in una relazione, sia noi che il Signore abbiamo la possibilità di stare l’uno davanti all’altro, come fanno il monaco e il viaggiatore nella storia: andando sempre oltre a un bene che pensiamo o pretendiamo di ricevere. Forse allora la preghiera non è “quella cosa che non so fare”, ma imparare a riconoscere che c’è qualcuno che alla nostra storia guarda in modo diverso. E coloro che continuo a vedere in difficoltà, soli, messi da parte, dimenticati, feriti, distrutti? Che posto hanno in questo spazio benedetto di preghiera e di relazione che sembra quasi un “privilegio”? Hanno il nostro posto: non solo perché anche noi a volte possiamo sentirci condannati a occupare quel posto, ma soprattutto perché siamo chiamati ad alzarci da quel posto, fosse anche solo perché qualcuno, in qualche istante della nostra vita, ha dato a noi la possibilità di intravedere la luce in mezzo al buio, la spiga dentro al seme. Quella che apparentemente sembra solo la mia preghiera diventa lo spazio in cui io mi sposto e faccio posto all’altro e chiedo al Signore e al Suo amore di diventare quello spazio, quella consolazione, quella mano che può risollevare.
Si sta spesso soli alla presenza di Dio nella preghiera, ma non lo si è mai veramente. Lì davanti a Lui c’è tutta la vita in cui siamo immersi. “Una perdita di tempo! – dicono – La vita è un’altra cosa!”. Non è vero, verrebbe da rispondere. Ma forse hanno ragione. Perdi tempo, perdi un pezzo di te. Perdi! E la vita è davvero un’altra cosa! Nella preghiera si impara a fare spazio. Pregare allora è voce del verbo vivere davvero. E lasciare a Dio e all’altro il proprio posto, ogni volta, è come rinascere.
suor Giulia Fiorani
Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda
Fonte: trimestrale diocesano “Il Mosaico”


