7° – MONS. BONOMELLI
La data del 20 settembre 1870 è stata per molti anni una data divisiva per la società italiana. Secondo la storiografia laica la presa di Roma fu il compimento del risorgimento italiano e Roma, finalmente sottratta al Papa, poteva diventare la Capitale del Regno.
Per la Chiesa e il mondo cattolico era invece un sopruso, perché toglieva al Papa lo spazio vitale che gli permetteva di essere autonomo nella giurisdizione papale nei confronti di tutta la Chiesa e degli altri stati sovrani. Non potendo il Papa, nell’esercizio del suo ministero apostolico, essere soggetto a nessuna autorità statuale.
Pochi mesi prima della Breccia di porta Pia si era concluso a Roma il Concilio Vaticano 1°, che era stato aperto l’8 dicembre 1869 e chiuso il 13 luglio 1870, durante il quale era stato definito il dogma della infallibilità ex cathedra del Sommo Pontefice, oltre ad altre importanti questioni teologiche e pastorali.
Ma al Concilio romano la Chiesa cremonese non era rappresentata, perché il vescovo Antonio Novasconi era morto improvvisamente il 12 dicembre 1867 e la sede vescovile rimase vacante per 4 anni, fino all’ingresso di mons. Geremia Bonomelli, avvenuto l’8 dicembre 1871.
Il nuovo vescovo era nato a Nigoline (BS) il 22 settembre 1831, aveva quindi solo 40 anni, ma era già famoso e qualificato e lo dimostrerà ampiamente nel suo lungo episcopato.
Era stato ordinato sacerdote dal vescovo di Brescia il 2 giugno 1855; uomo di vasta cultura, aveva studiato teologia a Roma presso l’Università Gregoriana ed era stato insegnante nel seminario bresciano.
Nel 1866 era stato nominato parroco di Lovere, il paese dove era stata fondata la Congregazione delle suore di Maria Bambina che, dal 1859, erano presenti anche a Soresina.
La lunga vacatio episcopale e le contese culturali e politiche presenti nella società italiana postrisorgimentale avevano gravemente danneggiato la vita religiosa della diocesi cremonese, mentre le classi dirigenti della città e della provincia erano molto influenzate dalla Massoneria e da ideologie nel complesso antireligiose, motivate dalla considerazione che il papato era ritenuto nemico del nuovo stato italiano.
Anche parecchi sacerdoti diocesani “avevano buttato” la veste e il clero rimasto, fatti salvi alcuni casi, non brillava né per cultura né per un carisma combattivo nei confronti del dilagante clima antireligioso e contrario alle tradizioni religiose del popolo.
Di ben altro spessore culturale e religioso era invece il giovane Vescovo, che è passato alla storia per diverse iniziative pastorali, ma soprattutto per le sue idee innovatrici rispetto alla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa.
Egli era convinto che tra le due istituzioni fosse necessario un accordo e riteneva che la perdita del potere temporale da parte del Papa non fosse un grave danno, anzi presentava notevoli benefici spirituali che compensavano abbondantemente la perdita del ruolo politico, che non si addice alla missione del Pastore Universale della Chiesa di Cristo.
Le sue tesi vennero pubblicate in forma anonima, il 1° marzo 1889, su una rivista fiorentina con il titolo “ROMA E L’ITALIA E LA REALTA’ DELLE COSE, PENSIERI DI UN PRELATO ITALIANO”.
Il papa Leone XIII, lo stesso che due anni dopo avrebbe pubblicato l’enciclica Rerum Novarum, non apprezzò le idee sostenute dal Bonomelli, il quale per obbedienza, la domenica di Pasqua, 21 aprile 1889, dal pulpito della cattedrale di Cremona ammise di essere l’autore del saggio incriminato e fece atto di sottomissione alle direttive papali.
40 anni dopo, l’11 febbraio 1929, i Patti Lateranensi avrebbero sancito quello che Bonomelli aveva anticipato e dolorosamente abiurato, ma questa è la storia di tutti i profeti, non compresi e perseguitati in vita,ma osannati e rimpianti da morti.
La stessa sorte condividerà anche don Primo Mazzolari che definì il “suo” vescovo Bonomelli “uomo di grandezza insopportabile dai nostri tempi imbecilli …”
Il vescovo Bonomelli morì a Nigoline, dove era nato, il 3 agosto 1914 e nei suoi 43 anni di episcopato cremonese ebbe frequenti e costruttivi rapporti con il monastero soresinese.
Conoscitore della spiritualità e delle opere di S. Francesco di Sales veniva ogni anno in visita “pastorale” e si fermava anche più giorni pernottando nella foresteria del monastero e nei suoi colloqui con le monache dispensava loro illuminati consigli e alle “sue care suore” raccomandava la serenità del chiostro che non doveva essere turbata dai fatti esterni.
Nel 1885 decise la chiusura dell’educandato, che diventava un peso più che una risorsa, e così le monache poterono dedicarsi esclusivamente alla preghiera e al lavoro interno, tagliando un ramo di rapporti con la società laica.
L’8 maggio del 1890 presiedette nella chiesa del monastero la cerimonia della vestizione della soresinese Angiolina Robbiani, che diventò suor Maria Giacomina, la quale 10 anni dopo sarà eletta per la prima volta madre superiora e lo sarà per 21 anni, piangendo la morte del vescovo Bonomelli ed accogliendo nello stesso 1914 il nuovo vescovo Giovanni Cazzani.


