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Il Vescovo celebra la Messa nella quarta di Quaresima

monastero

Il Vescovo celebra la Messa al monastero di Soresina
«La Chiesa è come il pozzo di Giacobbe»

Domenica 23 marzo, terza di Quaresima, mons. Dante Lafranconi ha celebrato l’Eucaristia nella chiesa del monastero della Visitazione di Soresina. È questo un appuntamento consueto, un occasione per il presule di incontrare la comunità claustrale per gli auguri pasquali. La Messa è stata concelebrata dal parroco, don Angelo Piccinelli e dal segretario episcopale don Flavio Meani.

Nell’omelia il Vescovo ha detto innanzitutto che il cammino verso la Pasqua deve essere animato dal desiderio di arrivare a condividere la risurrezione del Signore Gesù in una novità di vita. Dobbiamo perciò volere decisamente convertirci e riconfermare con intera convinzione la nostra adesione a Gesù Cristo.

Inoltrandosi nella Liturgia della Parola, il Presule ha incentrato la riflessione sul desiderio espresso da Gesù alla Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio …”; ha accennato agli impedimenti a questo riconoscimento, che a volte possono derivare dalla nostra superficialità o dal nostro lasciarci prendere dalle cose contingenti della nostra vita quotidiana. Considerando, poi, che la Samaritana arriva a conoscere davvero Gesù come il Messia, il Salvatore e quindi ad aprirsi a un vero dialogo con Lui quando constata che Egli già la conosce, il Vescovo invita a far sì che il nostro cammino quaresimale, portandoci a conoscere meglio noi stessi, sfoci nel desiderio incoercibile di presentarci al Signore a chiedere perdono.

Sta qui il senso della Confessione pasquale: un incontro con Colui che mi dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio …” Appunto coltivando il desiderio di conoscerlo veramente ogni giorno, sentiamo il bisogno di purificare i nostri occhi, il nostro cuore, perché altrimenti non vediamo il dono di Dio anche se ci sta davanti, non riconosciamo Gesù come il vero Dono di Dio.

Riallacciandosi alla seconda lettura, il Vescovo ha messo in rilievo un aspetto di questo Dono di Dio che è Gesù: Egli è morto per noi, non perché eravamo buoni e meritavamo che qualcuno desse la vita per noi; al contrario, è morto per noi perché siamo peccatori.

Forse troppo spesso noi cristiani – ha detto mons. Lafranconi – dimentichiamo ciò, ci riteniamo a posto, bravi, giusti, e così, perdendo la conoscenza vera di noi stessi, non riusciamo a riconoscere Gesù come vero Dono di Dio e allora pensiamo di poterne fare a meno, che ci basti l’acqua che tiriamo su dal nostro pozzo, non sappiamo più apprezzare l’Acqua viva, sorgente di Vita eterna.

Avviandosi alla conclusione il Vescovo ha suggerito di guardare la chiesa come “il pozzo di Giacobbe”, dove Gesù siede, rimane, sta ad aspettare ciascuno di noi, anche chi non sa di essere atteso oppure non desidera esserlo; “pozzo di Giacobbe” in modo particolare la chiesa delle monache, il monastero e ha rivolto un ulteriore invito ad apprezzare il dono della Vita Consacrata. “Non è forse – ha detto – una sorgente che all’interno delle nostre Comunità permette a quest’acqua viva zampillante, che è eterna, di percorrere tutti i nostri sentieri, tutte le nostre strade e di entrare nelle nostre case?”

E ha concluso con l’augurio di un incontro con Gesù fruttuoso di conversione, come quello della donna di Samaria.

                                                                                                            La comunità visitandina di Soresina

Ascolta l’omelia di mons. Lafranconi

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Festa di S. Francesco di Sales

 

24 gennaio 2014

 

Festa di S. Francesco di Sales al Monastero della Visitazione
con il vescovo Carmelo Scampa: «Ci ricordate che Dio è Dio»

Lo scorso 24 gennaio, ricorrenza di San Francesco di Sales, la comunità claustrale della Visitazione di Soresina ha ricordato il santo Patrono e fondatore. Un momento per sottolineare la presenza viva del Monastero della Visitazione in quel di Soresina e pregare per le vocazioni claustrali, ma anche per i giornalisti e chi opera nel settore della comunicazione e che ha S. Francesco di Sales come patrono. Ha reso ancora più solenne questo momento la presenza di mons. Carmelo Scampa, vescovo di São Luís de Montes Belos, originario di Scandolara Ripa d’Oglio, cheh ha presieduto la Messa delle 18 al Monastero con il parroco di Soresina don Angelo Piccinelli e don Vincenzo Rini, direttore del settimanale diocesano «La Vita Cattolica». Presenti anche don Massimo Ungari e don Franco Zangrandi, parroco di Annicco oltre agli altri preti in servizio pastorale a Soresina.

La celebrazione, particolarmente partecipata visto l’affetto che lega la comunità alle Suore della Visitazione, è stata aperta dal parroco don Angelo Piccinelli che ha ringraziato il vescovo Scampa per la sua presenza. A lui ha chiesto di pregare, insieme alla comunità, per il monastero, per nuove vocazioni, perché, ha specificato,«non vogliamo perdere a Soresina il carisma della salesianità»; per il mondo della comunicazione sociale e tutti coloro che operano nel mondo dei mass media perché «lavorino al servizio dell’informazione della verità»; per l’ecumenismo, «per evitare inutili divisioni nelle comunità cristiane». Chiudendo il suo intervento, don Piccinelli ha aggiunto: «Da parte nostra, pregheremo per lei perché Dio le porti tutti i doni di cui ha bisogno per il suo ministero».

Vera e coinvolgente l’omelia del vescovo Scampa che ha trasmesso la gioia dell’amore per Dio e del dono della vocazione claustrale a tutti i presenti, oltre a portare alle monache della Vistazione un messaggio positivo in questo momento di crisi delle vocazioni claustrali.

Questo, in breve, il messaggio del vescovo Scampa: «Vi invito a condividere con me tre riflessioni partendo dalle letture, non scelte a caso, di questa celebrazione. La prima, S. Francesco di Sales, pastore, impegnato nella pastorale ordinaria, ha avuto un’illuminazione ancora oggi testimoniata dalla presenza dell’Ordine della Visitazione nel mondo. Non sempre chi è coinvolto nell’ordinario riesce a cogliere la dimensione contemplativa dove Dio è l’unico necessario. Le monache non sono persone che non sanno cosa fare o scappate dal mondo, ma hanno avuto un dono, l’illuminazione che Dio è Dio – l’unico – e ce lo ricordano quotidianamente con la loro presenza. La seconda, quando Dio è Dio, la vita assume una dimensione differente. ‘Voi siete il sale della terra, la luce del mondo’. Il sale conserva, dà sapore. La luce illumina, dà sicurezza, riscalda. Sono immagini semplici che però descrivono il cristiano vero. E quando la dimensione contemplativa ci illumina, diventiamo sale e luce. La terza, S. Francesco di
Sales è stato un geniale comunicatore. Noi siamo tutti evangelizzatori chiamati a trasmettere il Vangelo, il messaggio di Dio. S. Francesco di Sales, quindi, è un po’ il patrono di tutti noi, perché tutti siamo chiamati a evangelizzare, ma con verità, trasparenza e semplicità. Concludendo, allora, che Dio ci illumini con la Sua parola e che mai faccia mancare la vita contemplativa nella nostra vita e ci faccia essere sale e luce, ovvero persone costruttive nella vita».

La celebrazione è stata allietata dal coro Psallentes della parrocchia guidato dal maestro Alessandro Manara.

                                                                                                                                                                       Annalisa Tondini

 

 

E proprio il 24 gennaio il monastero ha inaugurato il proprio minisito sul nostro portale (www.diocesidicremona.it/monasterovisitazione): diverse e ricche di notizie le sezioni pensate dalle claustrali (carisma, spiritualità del fondatore, storia della presenza in paese, orari della giornata, ricorrenze speciali, contatti). Un modo nuovo per avvicinare le tante persone, che, anche nel mondo digitale, cercano le risposte al senso della propria vita.

Intanto si inizia a pensare al bicentenario di presenza a Soresina: era il 24 aprile 1816 quando suor Laura Felice Calvi, nominata superiora, e suor Giulia Domitilla Emili, assistente e maestra delle novizie, giunsero da Alzano Lombardo per iniziare una nuova esperienza di preghiera e di nascondimento.

24 gennaio 2014 Scampa

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Giornata “Pro Orantibus”

Giornata mondiale di preghiera per le monache di clausura
A Soresina le religiose hanno rinnovato i voti

Giovedì 21 novembre, festa liturgica della presentazione al tempio della Beata Vergine Maria, è stata celebrata la Giornata “Pro Orantibus”. Istituita da Pio XII nel 1953, successivamente questo appuntamento fu fissato al 21 novembre, perché nell’offerta totale della Vergine si riconosce l’ideale della vita consacrata. In questa Giornata, in tutte le Chiese del mondo si è pregato per  le claustrali. La nostra diocesi si è stretta spiritualmente attorno ai due monasteri presenti sul suo territorio: quello delle monache domenicane di San Sigismondo a Cremona e quello della Visitazione a Soresina. E proprio le monache visitandine il 21 novembre hanno rinnovato i loro voti di consacrazione al Signore durante una Messa solenne alle ore 18. A tal proposito riproponiamo l’intervista fatta qualche mese fa alla madre del monastero soresinese e la testimonianza delle monache visitandine a Soresina.

Ascolta l’intervista alla Madre

La testimonianza

 

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Intervista alla Madre

«Umiltà e nascondimento per servire Dio e i fratelli»
La profetica testimonianza delle monache visitandine a Soresina dal lontano 1816

Si dicono felicissime e onorate che Benedetto XVI abbia scelto di risiedere nel monastero del loro ordine in Vaticano, sono particolarmente contente del nuovo Papa Francesco, così affabile e vicino alla gente, non mancano di pregare per l’amata Chiesa cremonese e in modo particolare per le intenzioni più care al vescovo Dante. Pur essendo separate dal mondo da una spessa grata, le dodici monache visitandine di Soresina seguono con attenzione tutto ciò che accade al di fuori degli spessi muri delle loro celle: l’adorazione di Dio, l’abbandonarsi al suo amore, spinge quasi naturalmente ad amare e a preoccuparsi per i fratelli immersi nelle preoccupazioni del mondo. A pochi giorni dalla festa della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta (31 maggio) abbiamo varcato la soglia dell’austero edificio di Largo Cairoli per conoscere meglio la vita quotidiana, il carisma e le aspirazioni di queste donne che hanno scelto di nascondersi agli occhi degli uomini per dedicarsi con tutto se stesse alla lode di Dio e alla salvezza delle anime.

Ascolta l’intervista alla Madre

È appena suonata la campana che richiama alla lettura personale: manca un quarto d’ora alle quattro del pomeriggio e le dodici monache visitandine hanno appena terminato la recita dell’ora nona e il canto delle litanie in chiesa. È tempo di appartarsi per immergersi in qualche testo di spiritualità o di teologia. La giornata ormai sta giungendo al termine, manca da dire il Rosario e il vespro, poi, dopo cena, ci sarà il tempo per un po’ di ricreazione e alle 21.15, dopo Compieta, avrà inizio il grande silenzio.

La vita di queste donne è regolata alla perfezione: l’ordine esteriore è specchio di quello interiore conquistato con anni di esercizio ascetico quotidiano.

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Una suggestiva immagine del cortile interno del monastero sotto la neve

Ad accogliere i visitatori che ogni giorno bussano numerosi al monastero, per consegnare un aiuto o per chiedere un consiglio, c’è la monaca addetta alla portineria: è l’unica che può uscire dalla clausura e avere un contatto diretto con il mondo. La voce gentile e i modi delicati rivelano una serenità interiore così assente nelle strade della città.

Il parlatorio è una sala minuscola: due sedie, un tavolino e una grande grata di ferro massiccio. Le maglie sono così strette che non è possibile nemmeno infilare una mano. Pochi secondi di attesa e le imposte di legno che impediscono di invadere la clausura, anche solo con lo sguardo, si aprano. La Madre che guida la comunità si è staccata per qualche istante dal suo impegno di lettura spirituale per raccontarci della sua vita e di quella delle sue consorelle.

Il tono della voce è basso, i gesti misurati, gli occhi ardenti, quasi febbricitanti, di quelli abituati a vedere solo l’essenziale. «Siamo a Soresina da quasi 200 anni – esordisce la religiosa -. Era il 24 aprile 1816 quando due consorelle del monastero di Alzano, in provincia e diocesi di Bergamo, giunsero in città per riaprire il monastero soppresso dalle leggi napoleoniche. Prima la casa era abitata da un gruppo di terziarie francescane che, costrette a sciogliere la comunità, mantennero gli impegni della vita religiosa. Quando finì il dominio francese l’allora vescovo di Cremona, mons. Omobono Offredi, grande estimatore del nostro fondatore, san Francesco di Sales, chiese e ottenne due monache per iniziare una nuova comunità. La madre di Alzano all’inizio fu parecchio titubante, perchè si doveva privare di due ottime religiose, ma alla fine cedette alle insistenze del presule cremonese avvalorate dal confratello di Bergamo e nacque il monastero della Visitazione in cui confluirono anche le terziarie rimaste fedeli alla loro antica consacrazione».

«Piccolezza, nascondimento, umiltà, dolcezza: qui sta tutto il nostro carisma, così come fu pensato dal Salesio e dalla nostra cofondatrice santa Giovanna di Chantal – prosegue la visitandina -. Nostro compito quotidiano è quello di cercare in ogni cosa la volontà di Dio e di seguirla con determinazione. Tendiamo a essere indipendenti da tutto ciò che ci circonda tranne che dalla volontà di Dio».

Nella sua profonda saggezza san Francesco di Sales preferì imporre alle sue monache al posto di pesanti mortificazioni corporali quelle interiori: «Siamo chiamate – spiega la Madre – a morire a noi stesse, al nostro amor proprio, alla nostra volontà e al nostro giudizio, a quelle passioni come l’irascibilità o la pigrizia che rendono tiepidi. Più che ai digiuni e alle veglie dobbiamo essere attente alla pratica della virtù in ogni momento della giornata».

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La cappellina della Madonna di Lourdes nel grande giardino del monastero

E la giornata di una visitandina è particolarmente impegnativa. L’alzata è alle 5.25, quindi alle 6 è prevista un’ora di preghiera personale seguita dalla celebrazione delle Lodi, dalla Messa e dal ringraziamento per la comunione e dall’ora terza. Uscite finalmente di chiesa le religiose hanno tempo per una piccola colazione, poi tutte al lavoro: c’è chi è impegnata in cucina, chi nel rammendare gli abiti, chi nella pulizia degli ambienti, c’è anche una monaca che si occupa di aggiustare le scarpe: «Cerchiamo di essere il più indipendenti possibile dal mondo esterno». Un’attività importante, che è anche una modesta forma di autofinanziamento, è il confezionamento e la vendita delle particole alle parrocchie del circondario.

Alle 10.45 l’appuntamento è nuovamente in chiesa per l’ufficio delle letture, la recita dell’ora sesta e per l’esame di coscienza. Segue il pranzo, un piccolo momento di ricreazione dove è possibile parlare e il tempo del riposo. Quindi si riprende il lavoro fino alle 15.15 con la recita dell’ora nona, il canto delle litanie e mezz’ora di lettura personale. Alle 16.30 si recita il Rosario e il Vespro. Una mezz’ora di orazione personale precede la cena che solitamente è alle 18.15.

preghiera

La preghiera comune nel coro

Una volta lavati i piatti e riassettata la cucina, le dodici monache si godono la ricreazione. Alle 20.15 si riunisce l’assemblea nella quale si mettono in comune le letture o i pensieri fatti durante la giornata. Tocca poi alla madre riportare le notizie della giornata, ricavate dalla lettura dell’Osservatore Romano e del settimanale diocesano “La Vita Cattolica”. Seguono quindi le istruzioni per il giorno successivo e le intenzioni per cui pregare: «In questo modo tutte sanno ciò che devono fare e non ci si perde in chiacchere durante la giornata». Sì perchè, tranne le due ricreazioni, tutti gli altri momenti sono vissuti in silenzio, compresi i pasti. «La giornata – precisa la Madre – si chiude alla 21 con la recita di Compieta. Poi ognuna va nella sua camera e, fino alle 22.30, può leggere o scrivere».

ricreazione

La ricreazione nel giardino del monastero

Un programma quotidiano certamente impegnativo dove la preghiera e la riflessione hanno un posto privilegiato: «Molte volte ci è stato chiesto se non sia più giusto uscire dalla clausura per aiutare le persone in difficoltà. A chi ci fa questa domanda rispondiamo che il primo dovere del cristiano è l’adorazione di Dio e che la carità più grande che si possa fare è pregare per la salvezza delle anime dei fratelli. Questo è il nostro impegno, compiuto sempre nel nascondimento, nel silenzio, in un atteggiamento di umile e pronta obbedienza e in piena comunione con la Chiesa cremonese, della quale ci sentiamo parte attiva».

Le suore visitandine, però, sono molto più moderne di quanto possano sembrare. I grandi eventi ecclesiali – come il ritiro di Benedetto XVI e l’elezione di Papa Francesco – li hanno seguiti tutti quasi in diretta grazie ad internet: «È uno strumento che permette di vedere i filmati degli eventi in qualsiasi momento, per cui abbiamo utilizzato la ricreazione per congedarci da Papa Ratzinger e per conoscere il nuovo Pontefice: tutte le monache sono state profondamente ammirate dalla semplicità di Jorge Mario Bergoglio e dalla sua capacità di stare in mezzo alla gente. Abbiamo anche provato tanto dolore, e all’inizio anche smarrimento, di fronte alla rinuncia di Benedetto XVI, un pastore che ha dato e ha sofferto moltissimo per la Chiesa. Il fatto, però, che abbia deciso di risiedere nel monastero visitandino in Vaticano ci riempie di gioia e ci onora».

Il tempo è scaduto, la religiosa deve presiedere la recita del Rosario e presentare a Dio gli uomini e le donne che percorrono le strade del mondo, spesso senza neanche sapere il perché. La campana suona, la madre si alza e pronuncia il tradizionale saluto visitandino – «Dio sia benedetto» -, poi le imposte si chiudono e il silenzio ripiomba su questo piccolo angolo di Paradiso.

 

 

 

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Giornata delle claustrali

A Soresina le Visitandine rinnovano i loro voti
Le parole di una monache: «Non un ergastolo ecclesiastico ma una porta aperta sul mondo»

 

800_VISITANDINE_MOULINS_EGLISEMercoledì 21 novembre, festa liturgica della presentazione al tempio della Beata Vergine Maria, è stata celebrata la Giornata “Pro Orantibus”. Istituito da Pio XII nel 1953, successivamente questo appuntamento fu fissato al 21 novembre, perché nell’offerta totale della Vergine si riconosce l’ideale della vita consacrata. In questa Giornata, in tutte le Chiese del mondo si prega per i claustrali e le claustrali. La nostra diocesi si stringe spiritualmente attorno ai due monasteri presenti sul suo territorio: quello delle monache domenicane di San Sigismondo a Cremona e quello della Visitazione a Soresina. E proprio le monache visitandine il 21 novembre rinnovano i loro voti di consacrazione al Signore. Di seguito proponiamo una riflessione di una monaca di clausura tratta dal sito www.agensir.it.

 

Ci chiamano “claustrali”, l’impressione immediatamente suscitata è quella di una chiusura, di una serratura che si chiude dietro una persona e la reclude in uno spazio misurato e immoto. Per sempre. Una sorta di condanna in vita, un ergastolo che non conceda scampo. E se invece si adottasse un altro sguardo, forse non si potrebbe entrare nel mistero della persona chiamata e afferrarne qualche luce?

In quest’anno della fede, proclamato dal nostro Pastore Benedetto, l’immagine guida non può che essere una: la porta.  Indubbiamente quella porta che si varca entrando in monastero che però indica un’altra porta quella “che introduce alla vita di comunione con Dio”.

Non è una scelta che isola, che rende nulli i rapporti con le persone che stanno dall’altra parte della porta e che azzera il legame vivo con la storia, quella universale e quella quotidiana che ci attraversa, nostro malgrado, in ogni momento. Infatti, chi vive in monastero non si colloca al di là della porta ma la trova inscritta in sé e si ritrova posto proprio sulla soglia. Non con un piede di qua e un piede di là, in una posizione instabile e traballante ma in una postura ben diversa.

Per certi aspetti, diventa custode vigile e vibrante della porta, “sempre aperta”, pronta ad accogliere chi desideri rendersi partecipe di una vita avventurosa come quella segnata dalla comunione amorosa con Dio; non in bilico bensì distesa al soffio dello Spirito, perché la preghiera d’intercessione pervade la giornata, solca gli anni.

Presenza silente, non muta perché non priva della voce, ma ricca delle modulazioni interiori, dei desideri d’Infinito, di pace e di gioia che, in una modalità impercettibile ma reale, si espande e si diffonde dovunque.
Sì, proprio dovunque, dovunque l’urgenza esista, avvertita o ignorata, misconosciuta o richiesta.
Come in rete in cui il campo non manchi mai e la risposta sia sempre garantita e precisa.

La soglia consente di percepire tutta la vivacità e la drammaticità della storia, quella che scrive il nostro secolo diverso dal passato e differente dal futuro.

Si crea un continuo flusso irradiante, non perché chi abbia varcato la porta e viva sulla soglia sia eccellente, ma solo perché è consapevole del dono ricevuto: una ricettività attenta e vigile, perché la fede rende testimoni.

Di che cosa? Di fatti sconvolgenti da cui ci si è sottratti? Di eventi cosmici che non possiamo controllare, su cui possiamo piangere ma standosene al margine e bene alla larga? L’interrogativo “di che cosa?” è molto riduttivo. Deve essere posto molto più incisivamente, testimoni “di chi?”. Per di più con una sottolineatura “di Chi?”.

La soglia, allora, s’illumina perché la porta è incandescente e non può non colpire: il Figlio di Dio fattosi carne, questa la grande Luce.

Paradossalmente, chiunque l’abbia incontrato e per Lui e con Lui abbia varcato la porta e viva i suoi giorni sulla soglia, è pellegrino/a inesausta, non conosce soste, tempi morti, vacanze o ferie.

Sta immobile sul limite che non avrebbe senso se non esistesse la Porta, Gesù Cristo, ed è in continuo e dinamico movimento nel mondo e nel cosmo. Accoglie e conduce dentro di sé ogni ombra, ogni tenebra e lascia che lo Spirito la trasfiguri in una restituzione di dedizione e di amicizia.

Non è vagheggiare astratto o romantico, compensazione per “l’ergastolo ecclesiastico”, è vita di fede in Chi è l’Amen, in Gesù Cristo, nostra Porta, nostra Soglia. Come fu per Maria, Porta e Soglia fra l’annuncio profetico e la venuta del Salvatore.

Una monaca di clausura

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La memoria di San Francesco di Sales

2012

Il Vescovo celebra al Monastero la memoria di Francesco di Sales
e nell’omelia ricorda la vigilia dell’ordinazione episcopale

Nella memoria di San Francesco di Sales, fondatore dell’ordine della Visitazione, mons. Lafranconi ha celebrato una solenne Eucaristia al monastero di Soresina nel tardo pomeriggio di martedì 24 gennaio. Il presule ha accolto volentieri l’invito delle claustrali e del parroco, don Angelo Piccinelli, che all’inizio della liturgia ha ricordato l’approssimarsi del ventesimo anniversario dell’ordinazione episcopale del vescovo Dante, avvenuta a Como il 25 gennaio 1992. Il presule nell’omelia ha ricordato che proprio il giorno prima il fausto evento si ritirò in preghiera e meditazione nel monastero della Visitazione di Como. Diversi i sacerdoti presenti alla S. Messa, tra di essi il vicario zonale e parroco di Castelleone mons. Amedeo Ferrari e quello di Annicco, don Franco Zangrandi. Nell’omelia mons. Lafranconi ha delineato il ritratto del vescovo secondo gli scritti del Salesio: esso deve appartenere totalmente a Dio che a sua volta lo consegna al popolo per il servizio ministeriale.

Photogallery della celebrazione

Ascolta l’omelia di mons. Lafranconi

Mons. Lafranconi ha accettato volentieri di celebrare al monastero della Visitazione di Soresina la memoria liturgica di San Francesco di Sales, fondatore dell’ordine claustrale, per due motivi fondamentali. Anzitutto per la stima che egli prova nei confronti di questo grande vescovo del XVI secolo che sopportò fatiche e persecuzioni, ma non abbandonò mai la sua azione pastorale e, in secondo luogo, perchè proprio vent’anni fa, alla vigilia della sua ordinazione episcopale (25 gennaio 1992) mons. Lafranconi si ritirò in preghiera e meditazione nel monastero visitandino di Como: una coincidenza che i cristiani chiamano disegno provvidenziale di Dio.

Sta di fatto che l’intera omelia è stata incentrata sulla figura del Pastore a partire da alcuni scritti del Salesio. Il vescovo di Ginevra, che fu esule in Savoia a causa del predominio dei Calvinisti, in uno suo scritto asseriva che Dio lo tolse a se stesso per prenderlo con lui e poi, in un secondo momento, per donarlo al popolo affinché egli lo servisse attraverso il ministero della Parola e l’amministrazione dei sacramenti.

Un vescovo dunque non appartiene più a se stesso, ma diviene proprietà di Dio. Questo gesto radicale del Signore rivela un amore profondo: San Francesco di Sales, infatti, si commosse più di una volta pesando quanto il Signore lo amasse! A tal proposito mons. Lafranconi ha fatto una proposta all’intera assemblea: «La mattina – ha spiegato – quando diciamo le preghiere del cristiano sostiamo qualche istante per pensare che Dio non ama l’uomo in maniera generica, ma lo ama personalmente e di conseguenza sentiamo di essere amati da lui, di una amore veramente preferenziale».

In secondo luogo la vita del Vescovo deve essere tutta donata al popolo di Dio: «Se leggiamo la biografia del Salesio – ha continuato il presule – ci accorgeremo che  si spese totalmente per le anime. Egli utlizzò ogni mezzo per predicare la Parola di Dio: si mise persino a fare dei libri nonostante egli non amasse tanto scrivere».

San Francesco nonostante i tempi difficili e l’ostilità di molti, soprattutto degli eretici seguaci di Calvino, non perse mai la speranza in Dio e si adoperò costantemente per portare alla salvezza più anime possibili.

Durante la Messa oltre che per mons. Lafranconi l’assemblea ha pregato anche per gli operatori della comunicazione sociale: San Francesco di Sales, infatti, è patrono dei giornalisti e di quanti operano nel mondo mass-mediale.

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S. MARGHERITA MARIA ALACOQUE

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Il Vescovo alla messa celebrata a Soresina:
“La devozione al S. Cuore spinge alla conversione”

La giornata di lunedì 7 giugno ha registrato un incessante pellegrinaggio al monastero della visitazione di Soresina dove erano custodite le reliquie di S. Margherita Maria Alacoque. Sono giunti per sostare qualche minuti in preghiera non solo fedeli di Soresina, ma anche del circondario. Intorno alle 20 una carrozza trainata da un maestoso cavallo bianco ha trasportato solennemente le reliquie in chiesa parrocchiale dove, alle 20.45, mons. Lafranconi ha celebrato l’Eucaristia insieme ad una cinquantina di sacerdoti delle zone prima, seconda e terza. Accanto al presule il vicario parrocchiale don Luciano Massari (don Piccinelli, nuovo parroco, farà il suo ingresso domenica 4 luglio) e il vicario della zona terza don Fermo Franguelli.

Nella chiesa gremita molte erano le suore presenti, mentre una telecamere permetteva alle monache visitandine di seguire in diretta la celebrazione, senza uscire dalla clausura.

Nell’omelia mons. Lafranconi ha ricordato la provvidenziale coincidenza dell’arrivo delle reliquie a Soresina nel giorno anniversario della fondazione dell’ordine, avvenuto quattro secoli fa ed ha ringraziato religiose e fedeli che in quest’anno hanno pregato e offerto le loro sofferenze per la santificazione dei preti e per l’efficacia del loro ministero.

Il presule ha  quindi rimarcato come una sana devozione al Sacro Cuore spinga sempre ad una reale conversione di vita: «Tanto più c’è in noi la consapevolezza dell’amore di Dio e tanto più è urgente il bisogno di rispondere a questo amore». E ha ammonito i fedeli con una celebre frase di S. Agostino: «Non facciamo della misericordia di Dio il lasciapassare per l’inferno. Non scambiamo infatti il suo amore con quello di un nonno che lasciare correre tutto».

Al termine della celebrazioni i sacerdoti hanno recitato l’atto di affidamento al Sacro Cuore.

La reliquie sono state poi riportate in monastero dove sono continuate le visite dei fedeli anche nella mattinata di martedì 8. Nel pomeriggio l’urna è stata trasferita in Cattedrale a Cremona.

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S. MARGHERITA MARIA ALACOQUE

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Domenica pomeriggio a Soresina l’arrivo delle reliquie della santa
presso il monastero della Visitazione

Le reliquie di S. Margherita Maria Alacoque, provenienti da Saluzzo, sono giunte alle 18 di domenica 6 giugno al monastero della Visitazione di Soresina, accolte dal delegato episcopale per le religiose, don Giulio Brambilla, dal vicario parrocchiale don Luciano Massari e da un buon numero di fedeli, tra i quali molte suore, soprattutto Camilliane e Adoratrice del Santissimo Sacramento, quest’ultime guidate dalla madre generale Camilla Zani.

Dietro la grata, commosse, pregavano le monache visitandine riconoscenti di poter accogliere le reliquie della loro consorella proprio nel giorno anniversario di fondazione della Congregazione, avvenuta ben IV secoli orsono.

Dopo la preghiera di accoglienza e una breve riflessione di don Brambilla sul significato della devozione al Sacro Cuore sono stati intonati i Secondi Vespri della solennità del Corpus Domini.

Alle 22, terminata la processione cittadina del Corpus Domini, Alicia Beauvisage e padre Eduardo Morot, che accompagnano da diversi anni le reliquie nelle varie parti del mondo, hanno tenuto una riflessione sul significato della devozione al cuore di Cristo e sui tanti miracoli a cui hanno assistito in questi anni: vero e proprie conversioni ispirate dalle reliquie di S. Margherita e dal Cuore di Gesù.

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