DON PAOLO ANDREIS
Nel cimitero di Soresina c’è una tomba che è sempre adornata di fiori e di tanti ceri accesi e non ci sarebbe nulla di strano se quel monumento non risalisse al 1891.
Qualche anno fa un solerte, ma sprovveduto impiegato comunale, vista la data, voleva addirittura avviare la procedura di esproprio come si fa con le tombe abbandonate, ma fu fermato dalla protesta popolare, anche perché la tomba appartiene al Monastero della Visitazione e non è certamente “abbandonata”.
Ma perché i soresinesi hanno a cuore e onorano ancora un sacerdote morto 135 anni fa?
Nessun riconoscimento ufficiale lo attesta, ma la tradizione vuole che don Paolo Andreis sia morto “in odore di santità” e che per sua intercessione siano avvenuti dei “miracoli”.
La sua non è stata una vita “pubblica”, sotto le luci della notorietà mondana, anzi è stata tutta umiltà e nascondimento, eppure Qualcuno “ha guardato all’umiltà del suo servo” e lo ha fatto grande nel cuore di molte persone.
Paolo Andreis è nato a Chiari (BS) il 31 luglio 1822 ed è stato ordinato sacerdote nel 1845.
Avrebbe voluto diventare un Gesuita, ma i suoi famigliari si opposero e quindi fu mandato come vicario in una parrocchia della diocesi di Brescia, ma non era questo il suo carisma e il nuovo ruolo gli stava troppo stretto.
Per fortuna dopo soli due anni gli si presentò un’alternativa più consona alle sue caratteristiche, che accettò volentieri.
In seguito ad una grave malattia del loro confessore ordinario, la Madre della Visitazione di Soresina si rivolse al convento dei Gesuiti di Brescia perché la aiutassero a trovare un ministro adatto alla confessione e alla direzione spirituale delle monache.
Il Superiore, che ne conosceva bene la storia e il carisma, pensò subito a don Paolo, che fu d’accordo e venne a Soresina per presentarsi alle monache, che ne apprezzarono immediatamente le qualità culturali e spirituali. Furono quindi richiesti i necessari consensi dei vescovi di Brescia e Cremona e pochi mesi dopo, nella piccola casa accanto alla chiesa di S. Francesco, che le suore (che abitavano ancora in via Leonardo da Vinci) misero a sua disposizione, arrivarono don Paolo e la sua mamma con due sorelle: era l’ottobre del 1847.
In breve tempo il giovane confessore si guadagnò la stima e la simpatia delle monache e delle ragazze dell’educandato, tanto che nel 1859 gli fu affidato il compito di seguire, per conto della Madre superiora, i lavori di adattamento del nuovo monastero, compresa la sua nuova casa di fianco all’educandato, e di “governare” il trasloco dei materiali e delle suore da via Leonardo a via Cairoli.
Oltre che confessore don Paolo fu per 44 anni la colonna “esterna” della comunità monastica. Organizzò iniziative religiose pubbliche, curò i rapporti del monastero con la società e con le autorità, accompagnò le suore nelle loro uscite e nei loro viaggi, ma se la sua vita fosse stata solo dedicata alla Visitazione non si spiegherebbe l’affetto che i soresinesi di ieri e di oggi nutrono per lui e continuano a manifestare presso la sua tomba.
In realtà a don Paolo si rivolgevano per la confessione e per consigli spirituali anche molti sacerdoti di Soresina e del circondario e numerosi fedeli laici, maschi e femmine, di ogni classe sociale che ritrovavano in lui quelle caratteristiche di “dolcezza e soavità … di padre tenero e compassionevole”, ma fermo contro ogni devianza morale che la Madre Luigia Teresa Palazzini aveva già scoperte e descritte in una relazione del 1848, solo dopo pochi mesi di conoscenza.
Nonostante la sua salute cominciasse a vacillare già nella primavera del 1891, don Paolo riuscì ancora a preparare la novizia suor Maria Giacomina Robbiani alla professione religiosa che mons. Bonomelli presiedette il 26 maggio, festa della Madonna di Caravaggio.
Poi fu un aggravamento continuo fino alla notte del 30 giugno, quando poco dopo la mezzanotte don Paolo si addormentò “da santo” nel sonno dei giusti.
I suoi funerali furono celebrati in una S. Siro stracolma di gente e di preti il 1° luglio dal parroco di Soresina don Ferdinando Balteri, che ne tesse l’elogio funebre.


