Don Milani: passione educativa e amore verso i suoi allievi

Un prete capace di anticipare gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, un maestro animato da forte passione educativa e da un grande amore verso i suoi allievi. Sono alcuni aspetti importanti della figura di don Lorenzo Milani, emersi dal convegno “Faccio scuola – perché voglio bene a questi ragazzi” svoltosi sabato 11 marzo nel Salone Bonomelli del Centro pastorale diocesano di Cremona, gremito di docenti ed educatori.

L’iniziativa, promossa dall’Ufficio diocesano di Pastorale scolastica e dal Servizio Insegnamento della religione cattolica, a 50 anni dalla morte del sacerdote fiorentino, si è aperta, dopo le parole introduttive di don Claudio Anselmi, con i saluti della vicesindaco di Cremona, Maura Ruggeri, del dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale, Franco Gallo, e del vicario episcopale per la Pastorale, don Gianpaolo Maccagni.

Saluto del vicesindaco Ruggeri

Saluto del provveditore Gallo

Saluto del vicario episcopale don Maccagni

 

A introdurre l’incontro la moderatrice, prof.ssa Daniela Negri, che si è soffermata in particolare sui rapporti fra don Milani e due importanti figure della Chiesa e della scuola cremonese: don Primo Mazzolari e il maestro Mario Lodi.

Introduzione della prof.ssa Daniela Negri

 

È quindi intervenuto lo scrittore e giornalista Mario Lancisi. Attento studioso e grande estimatore di don Milani, al quale ha dedicato varie pubblicazioni, il relatore ha sottolineato alcune date significative della breve ma intensa vita di questo prete: il 1943, anno della sua conversione cristiana e della decisione di entrare in Seminario; il 1947, allorché iniziò a San Donato di Calenzano (Firenze) la sua missione sacerdotale, caratterizzata da quelle “Esperienze pastorali” documentate in un libro posto fuori commercio su richiesta del Sant’Uffizio e solo di recente rivalutato appieno dalla Chiesa; il 1954, quando venne mandato “in esilio” nella piccola e sperduta parrocchia di montagna di Barbiana, nel Mugello, ove intraprese ben presto quella singolare e innovativa esperienza didattico-educativa testimoniata dalla “Lettera a una professoressa”, scritta assieme agli allievi poco prima della sua prematura scomparsa, nel 1967; due anni prima era apparso un altro suo celebre scritto, “L’obbedienza non è più una virtù”, con il testo di una lettera ai giudici per motivare la sua scelta favorevole all’obiezione di coscienza al servizio militare – allora vietata in Italia -, costatagli un processo penale, con assoluzione in primo grado e condanna in appello, estinta in seguito alla morte.

Alla luce di queste date-eventi, Lancisi ha evidenziato alcuni aspetti salienti della complessa personalità di don Milani: il suo profondo anelito a una sincera e completa conversione; il suo spirito di comunità (nella piccola realtà di Barbiana si realizzò progressivamente un’autentica comunione di beni, di saperi e di vita); la sua grande attenzione alle persone e soprattutto agli ultimi, manifestata anzitutto insegnando l’uso accorto della parola, strumento essenziale per divenire buoni cittadini e cristiani consapevoli; la dura critica verso la scuola tradizionale, selettiva fin dagli anni dell’obbligo e poco attenta ai gravi fenomeni della dispersione e dell’abbandono studentesco; il senso critico dell’obbedienza che, in taluni casi, può anche tradursi in una sorta di disobbedienza civile, come processo critico di assunzione di responsabilità.

Relazione di Mario Lancisi – prima parte

Relazione di Mario Lancisi – risposte al dibattito

 

La prof.ssa Negri ha quindi dato voce al messaggio di uno dei “ragazzi di Barbiana”, Agostino Burberi, che non ha potuto prendere parte al convegno

Lettera di un “ragazzo di Barbiana”

 

Ha inoltre preso la parola la maestra Disma Vezzosi, con il sentito ricordo di un “pellegrinaggio” a Barbiana, nel 2011, degli iscritti all’Associazione italiana maestri cattolici.

Intervento della maestra Disma Vezzosi

 

La prof.ssa Chiara Somenzi, docente al liceo scientifico “Aselli” di Cremona, ha invece approfondito il senso civico di don Milani, con la sua attenzione costantemente rivolta ai principi fondamentali e ai diritti e doveri dei cittadini sanciti dalla nostra Costituzione.

Intervento della prof.ssa Chiara Somenzi

Le conclusioni di Lancisi, suscitate anche da alcuni interventi dei presenti, hanno quindi terminato l’incontro.

Conclusioni di Mario Lancisi

Photogallery del convegno

Francesco Capodieci




Don Milani: cittadino, prete e maestro … che parla ancora

Un pomeriggio di studio e riflessione sulla figura di don Lorenzo Milani. È il convegno promosso sabato 11 marzo, a partire dalle 16, presso il Centro pastorale diocesano di Cremona. L’incontro, dal titolo “Faccio scuola perché voglio bene a questi ragazzi”, è promosso dagli uffici diocesani per la Pastorale scolastica e l’Insegnamento della religione cattolica nel 50° delle morte di don Milani, “Cittadino, prete, maestro … che parla ancora”, come evidenzia il sottotitolo del convegno aperto a tutti, ma rivolto in modo particolare a insegnanti ed educatori.

Il Convegno intende ricordare la profetica e controversa figura di don Milani ed essere occasione per ringraziare e ricordare. Ringraziare Dio, la storia e la Chiesa per aver dato in don Lorenzo un uomo, un prete e un maestro unico per intelligenza, vocazione sacerdotale e profezia pedagogica. E ricordare: non tanto per rendere omaggio a una figura di rilievo del Novecento, quanto per farlo conoscere alle nuove generazioni di docenti ed educatori di oggi.

L’appuntamento è a partire dalle 15.30. Dopo il momento di accoglienza, alle 16 i lavori congressuali entreranno nel vivo con i saluti introduttivi e alcuni suggestioni in video. Spazio quindi all’intervento del giornalista Mario Lancisi: corrispondente de “Il Corriere Fiorentino” e “Toscana 24”, sito on-line del gruppo Il Sole 24 Ore, dopo trent’anni da inviato del “Tirreno” e collaboratore de “l’Espresso”, è autore di saggi e libri sulla figura di don Milani. Ha scritto anche biografie su Adriano Sofri, padre Alex Zanotelli, Gino Strada e don Pino Puglisi.

Dopo le risonanze in sala e la condivisione dei progetti in atto nelle scuole, intorno alle 18.30 la conclusione del convegno.

Locandina del convegno

 

Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana

Tra le ultime pubblicazioni su don Milani, in occasione proprio dei 50° della morte (1967-2017) c’è “Don Lorenzo Milani, l’esilio di Barbiana” (Edizioni San Paolo) di Michele Gesualdi, uno dei primi sei “ragazzi” di Barbiana. Dando voce alle vive testimonianze di quanti lo hanno conosciuto direttamente, basandosi anche sulle sue lettere, alcune delle quali inedite, Gesualdi ricostruisce il percorso che ha portato don Milani all’ “esilio” di Barbiana.

La narrazione prende il via dagli anni del Seminario, ma si sofferma diffusamente e opportunamente sul periodo in cui don Lorenzo è stato cappellano a San Donato di Calenzano, perché se Barbiana è stato il “capolavoro” di don Milani, Calenzano ne è stata l’officina. È però nel niente di Barbiana, di cui don Lorenzo diviene Priore nel 1954, che si compie il “miracolo” del Milani, quel niente che egli ha fatto fiorire e fruttificare, prendendosi cura degli esclusi e degli emarginati.

Un libro straordinario e commovente in cui Gesualdi, che ha vissuto in casa con don Lorenzo tutto il periodo di Barbiana, apre il suo cuore e svela il vero volto di don Milani: un prete, un maestro, un uomo, un “padre” che ha fatto del suo sacerdozio un dono ai poveri più poveri.

La prefazione del libro è i Andrea Riccardi, la postfazione di don Luigi Ciotti.

 

Don Lorenzo Milani, «Formare le coscienze è stata la sua lezione»

Suona perfino scontato – a mezzo secolo dalla morte – parlare di attualità di don Milani. In questi cinquant’anni le ingiustizie e le povertà non sono certo diminuite, e la Barbiana di allora, così come apparve a don Lorenzo il 7 dicembre 1954, si riflette nelle tante Barbiane del nostro tempo: quelle dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, quelle delle zone di guerra e del Mediterraneo, dove il mare inghiotte o depone sulle spiagge i corpi delle vittime della fame, della schiavitù e dell’ingiustizia globale.

Come nelle Barbiane di chi all’altra riva è approdato, senza però trovare lavoro e dignità: quelle delle baraccopoli e dei quartieri ghetto, delle case sovraffollate e dei rifugi di fortuna, quelle di chi cade in mano alle mafie del caporalato, del narcotraffico, della prostituzione.

Ma don Milani è nostro contemporaneo anche per quello che è forse il cuore, il nucleo pulsante della sua opera: la scuola. C’è, irrisolta, una grande questione educativa. Perché se è vero che nel nostro Paese – ma il discorso può essere esteso ad altre democrazie “avanzate” – la povertà assoluta e relativa opprime milioni di persone, è anche vero che ci troviamo di fronte a un diffuso analfabetismo di ritorno, e che l’Italia è tra i primi posti in Europa per dispersione scolastica.

Don Milani ci ha insegnato che non si può combattere la povertà materiale senza una formazione delle coscienze, senza un’educazione alla ricerca. A Barbiana, dove pure il priore si comportava da maestro severo ed esigente, era sempre l’alunno che fa più fatica a dettare il ritmo di marcia e guidare di fatto il progetto comune. Resta un’intuizione preziosa, perché solo così la scuola diventa la base di una società prospera, la cui forza si misura dalla capacità di includere e valorizzare i più fragili, così come la tenuta di un ponte dipende dal concorso di tutti i piloni a sorreggerne il peso. «Se si perde loro – è scritto nella Lettera a una professoressa – la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Questo vuoto culturale si riflette infine nel decadimento del linguaggio, un decadimento che si manifesta anche come corruzione e prostituzione della parola. Nella “società della comunicazione”, le parole tendono sempre più a diventare strumenti di potere invece che segnavia della ricerca di verità. E don Milani, che nella parola umana come strumento di conoscenza e di dignità avvertiva lo stesso eco liberante della parola di Dio, non avrebbe certo taciuto di fronte allo scempio linguistico dei discorsi che etichettano, che diffamano, che manipolano la realtà e nascondono la verità.

Ecco allora che opportunamente Michele Gesualdi  nel suo  libro – Michele Gesualdi: Don Lorenzo Milani, l’esilio di Barbiana, Ed. San Paolo -, mette in guardia dal rischio di una memoria deferente e d’occasione, o peggio di strumentalizzazioni o appropriazioni indebite della sua eredità intellettuale e spirituale. Don Milani non va celebrato ma vissuto, così come «Barbiana era molto più di una scuola, era un vivere in comune». Non può esistere un “don Milani in pillole”, citato a seconda di circostanze e convenienze, così come il famoso passo dell’obbedienza che non è più una virtù, non deve essere interpretato come un generico invito alla ribellione, ma come un’esortazione a seguire la voce della propria coscienza, che non è mai accomodante, che sempre ci chiama a quelle responsabilità che proprio il conformismo e l’obbedienza acritica permettono di eludere. Essere consapevoli significa essere responsabili, significa mettere la nostra libertà al servizio di chi libero non è. È di questa libertà che don Milani è stato maestro. A noi spetta il compito di esserne, almeno, testimoni credibili.

Stralcio dalla postfazione di don Lugi Ciotti

 

Don Milani, «Prete senza etichette, dalla parte dei poveri»

Su don Lorenzo Milani è stato scritto molto. La sua figura ha scosso in profondità tante coscienze a partire dagli anni Sessanta. Ha fatto quindi discutere e scrivere. La sua scuola è stata un modello per numerose scuole, anche se non si può dire che ci siano state repliche dell’esperienza di Barbiana. Resta però la grande domanda su chi sia stato davvero don Milani.

Barbiana, quando don Milani vi fu inviato, era niente: un posto di montagna sperduto e spopolato. Oggi è ancora meno. Tuttavia oggi Barbiana resta un fatto della nostra storia, nonostante la sua piccolezza, ma anche un simbolo. Un simbolo su cui converrebbe interrogarsi di più. La dimostrazione di quanto, in condizioni impossibili, possono fare un uomo o una donna che amano e lavorano per gli altri. Torna alla mente quanto il Priore scrisse alla madre: «La grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose. E neanche le possibilità di fare del bene si misurano dal numero dei parrocchiani».

Per tanti anni, la figura del Priore di Barbiana, con la sua scuola, si è imposta all’attenzione di molti. È apparso soprattutto un maestro o un protagonista di battaglie civili. E lo è stato effettivamente. Lettera a una professoressa è un testo su cui si sono misurati quanti si occupavano di scuola ed educazione, ma anche molti che si sono impegnati nella società civile e nelle periferie. Quel testo ne ha fatto una figura nota come educatore, ma anche attore di una pedagogia rivoluzionaria e di un’azione sociale di promozione degli ultimi. Un grande attivista sociale, che in vita è stato qualificato anche come un eversivo o un comunista. A questo avrebbero contribuito pure le sue posizioni sull’obiezione di coscienza, la guerra, l’antifranchismo e l’antifascismo.

Ed anche la sua assenza di “prudenza” ecclesiastica che, allora, contraddistingueva anche non pochi preti illuminati di Firenze.

Eppure non c’è solo il don Milani di Lettera a una professoressa. O meglio questo libro è il punto d’arrivo di una storia. A tante rappresentazioni della figura del Priore sfugge il cuore della sua personalità. È anche motivo della sua angoscia personale negli ultimi tempi di vita, quando domandò alla Chiesa di ereditare la sua opera. Chiese che la sua persona fosse riconosciuta con un qualche gesto dalla comunità ecclesiale. Non fu la ricerca di un viatico rassicurante o ancor meno fu carrierismo, ma rappresentò l’espressione di un sentire profondo. Non era un impegno privato il suo: «Temeva che quel clima – ha dichiarato un prete che lo conosceva – avrebbe vanificato la sua scelta di servire la Chiesa attraverso i poveri, col rischio che, agli occhi della gente di Barbiana, il suo apostolato apparisse un fatto privato».

Milani è fondamentalmente un prete e un cristiano che sceglie per i poveri e per il Vangelo. Sia la sua opera che la sua personalità sono impregnate da questa sua scelta evangelica. È però significativo come il prete Milani, così prete, parli oltre i confini confessionali, rappresenti un’attrazione per i laici e un oggetto d’interesse per la stampa laica. Vuol dire che dal profondo di un’esperienza evangelica vera con i poveri c’è qualcosa che interpella il mondo laico e quello di sinistra nell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta e forse oltre quel periodo. Si vede come un dialogo non ideologico – anche in un tempo di muri ideologici qual era quello di don Milani – possa sempre partire dai poveri.

Non è un prete di sinistra. Non è un prete a suo agio con l’intelligenza progressista. Don Lorenzo non è un cattolico contestatore come quelli degli anni postconciliari. Non è certo un clericale. Don Lorenzo non si poteva incasellare o ancor peggio utilizzare. Scandalizzava i conservatori e i tradizionalisti in un mondo in cui erano ancora forti. Scavalcava i progressisti in un tempo in cui avevano un’identità. Don Milani non si può classificare con le categorie con cui si leggono i cattolici degli anni Sessanta. Molti lo hanno fatto ed è normale. Ma non lo hanno capito.

Stralcio dalla prefazione di Andrea Riccardi

 

 

 




L’ora di religione per una scuola con l’anima

Nel pomeriggio di martedì 17 gennaio nel Palazzo del Vicariato, a Roma, è stata presentata “Una disciplina alla prova”, quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica (IRC), edita dalla Elledici, promossa dall’Istituto di sociologia dell’Università salesiana e da alcuni Uffici Cei (Servizio nazionale per l’Irc; Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università; Centro studi per la scuola cattolica).

Il Rapporto mette in luce come il valore dell’insegnamento della religione cattolica, che resta una materia ancora molto “scelta”, risieda nell’opportunità di comprendere la storia e l’anima del Paese grazie allo studio di un elemento fondante – strettamente legato a cultura, società e arte – che ne ha accompagnato la crescita nei secoli, segnando l’identità collettiva.

«Di quale “religione” hanno bisogno i giovani per vivere in maniera consapevole nella società attuale? Oggi l’IRC mira alla formazione umana degli studenti, una formazione che non può dirsi completa senza essersi interrogata sulla dimensione religiosa della persona». Lo ha affermato il segretario generale della CEI, il vescovo Nunzio Galantino, presentando l’indagine IRC, a trent’anni dalla revisione del Concordato.

Sintesi dettagliata dell’indagine

Intervento di Mons. Galantino

 

La scelta dell’ora di religione

Non è “l’ora dei cattolici” e neppure è rimasta confinata in un angolo, sebbene “all’epoca della firma del nuovo Concordato pochi avrebbero scommesso sulla tenuta di questo insegnamento, che oggi invece mostra di essere ancora vitale, con un tasso di adesione di poco inferiore al 90% nella media nazionale”. A osservarlo è la “Quarta indagine nazionale sull’insegnamento della religione cattolica in Italia a trent’anni dalla revisione del Concordato”, edita da Elledici con il titolo “Una disciplina alla prova”, a cura di Sergio Cicatelli e Guglielmo Malizia.

Nel corso degli anni il calo è stato contenuto, “con situazioni molto differenziate sul territorio nazionale: a fronte di un Sud che in venti anni è rimasto stabilmente intorno al 98%, c’è un Nord sceso ultimamente fino all’82%; inoltre, mentre le scuole dell’infanzia e del primo ciclo si mantengono ancora intorno al 90% di adesioni, le scuole secondarie di secondo grado scendono sotto l’82%. Un ulteriore fattore di differenziazione è poi costituito dall’urbanizzazione, dato che nelle città capoluogo l’IRC è scelto in misura nettamente inferiore rispetto alle scuole di provincia”. Dati che mostrano, secondo lo studio, come ci si trovi di fronte a “un panorama variegato, che a seconda del punto di osservazione può suggerire valutazioni negative o rassicuranti”.

Per quanto riguarda gli studenti, tra i motivi della scelta di avvalersi dell’IRC prevale l’appartenenza religiosa, “tuttavia il 91,7% degli insegnanti di scuola statale e il 56,8% di quelli di scuola cattolica dichiarano di avere in classe anche alunni non cattolici”. Tra gli studenti, si dichiara cattolico oltre il 90% nella primaria, mentre alle superiori percentuali oscillanti tra il 15 e il 30% sentono di non appartenere ad alcuna religione.

 

Profilo dell’insegnante di religione

No allo stereotipo dell’anziano curato che fa “catechismo” a scuola: gli insegnanti di religione sono per la stragrande maggioranza laici: il 96% nella scuola statale, il 65,7% in quella cattolica. E se i docenti lamentano, tra i punti di debolezza, la “persistente confusione con la catechesi” (46,3% degli intervistati), gli studenti invece hanno le idee ben chiare e in meno dell’1% dei casi fanno la medesima equazione.

L’indagine ha interpellato 2.982 insegnanti (2.279 nelle scuole statali, 703 in quelle cattoliche), osservando che “più della metà valuta la propria esperienza professionale pienamente soddisfacente e l’86,9% non intende prendere in considerazione l’ipotesi di abbandonare questo insegnamento”.

Tra i punti di forza dell’IRC gli insegnanti di scuola statale individuano soprattutto la capacità di rispondere alle domande di senso degli studenti (67,4%), i rapporti che si creano tra insegnante e studenti (62,0%), la possibilità di affrontare problematiche morali ed esistenziali (61,5%), la promozione del dialogo interreligioso e del confronto interculturale (57,3%).

 

Panorama del sapere religioso

Il sapere religioso degli studenti che si avvalgono dell’Insegnamento della religione cattolica oscilla tra un “sapere biblico” con “buone conoscenze” – seppur alternate a “lacune talora gravi” – e la necessità di riflettere, dati alla mano, “sulla solidità di alcuni principi teologici”. “L’informazione sui racconti fondamentali della storia biblica – riporta l’indagine – appare buona: percentuali oscillanti tra l’80 e il 90 per cento nei diversi campioni degli alunni di quarta primaria sanno che è stato Mosè a guidare gli ebrei nell’uscita dall’Egitto o danno il giusto significato ai racconti della creazione, sanno chi ha battezzato Gesù e che il principale contenuto della sua predicazione era il Regno di Dio, conoscono il contenuto della parabola del padre misericordioso e sanno riconoscere i nomi degli evangelisti. Ancora in prima media circa l’80% sa cosa vuol dire essere profeta e pochi di meno conoscono i motivi della condanna di Gesù”. “Buone prove si hanno anche con il sapere etico-antropologico, con le solite prevedibili oscillazioni”.

Invece, secondo lo studio, “più deludenti sono i risultati in campo teologico-dottrinale”, a partire da una domanda fatta agli studenti su “quale fosse il nucleo centrale della fede cristiana”, cui meno della metà ha dato risposta corretta. Deboli pure le competenze storiche e quelle linguistiche, con il termine “cattolica” applicato alla Chiesa “interpretato spesso come sinonimo di cristiana, mentre solo quote oscillanti tra il 20 e il 45% nei diversi anni di corso sanno che cattolica vuol dire universale”.

 

IRC in diocesi di Cremona

Sul territorio diocesano nell’anno scolastico 2015/16 la percentuale degli “avvalentisi” era complessivamente dell’81,57% (79,45% negli istituti statali), con una punta massima dell’84,26% nelle secondarie di primo grado e una minima del 77,82% nelle secondarie superiori; nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie, statali e paritarie, l’insegnamento religioso era stato scelto – rispettivamente – dall’82,62% e dall’82,17% degli iscritti.

Tutti i dati IRC per l’anno 2015/16

Dati resi noti dall’incaricato diocesano per l’Insegnamento della religione cattolica nelle scuole, don Claudio Anselmi, che ha approfondito la questione anche nel convegno nazionale dello scorso giugno su “Scuola e pluralismo religioso”. Nella sua relazione don Anselmi, riferendosi ad alcuni recenti messaggi dei Vescovi italiani, ha motivato l’alto ‘indice di gradimento’ della religione a scuola con il fatto che “la domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a impostare nel modo migliore tali domande, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno”. Questo insegnamento può essere ritenuto dagli studenti “un modo eccellente per completare la propria formazione personale e trovare un autorevole punto di riferimento sulle più delicate questioni di senso, sui problemi del mondo in cui viviamo, sull’interpretazione della realtà religiosa sempre più segnata dal pluralismo e dalla necessità di un confronto aperto, continuo e consapevole”.

Abstract relazione        Pdf presentazione

Concetti che tornano di attualità in questi giorni, visto che, all’atto delle iscrizioni alle classi prime, gli studenti e i loro genitori devono dichiarare espressamente se intendono avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. La scelta – viene ribadito nella circolare sulle iscrizioni 2017/18 – “ha valore per l’intero corso di studi, fatto salvo il diritto di modificarla per l’anno successivo entro il termine delle iscrizioni, esclusivamente su iniziativa degli interessati”. Una scelta importante, dunque, da farsi “con convinzione e fiducia – ha sottolineato il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco – affinché i valori universali della religione possano diventare simbolo del pensare e del vivere”.

La scelta dell’ora di religione

Informativa alle scuole sulla raccolta dati 2017/18

 




Venerdì il prof. Giuseppe Mari al secondo incontro del corso “Dalla parte degli alunni” per insegnanti, genitori ed educatori

Nuovo appuntamento del corso di formazione promosso dall’Ufficio diocesano per la Pastorale scolastica nel pomeriggio di venerdì 19 febbraio (ore 17) presso il Centro pastorale diocesano di Cremona. Dopo l’incontro introduttivo dello scorso 10 ottobre, con l’intervento del prof Aroldi su “on-line off-line”, il percorso formativo “Dalla parte degli alunni – Per una scuola di incontri e ambienti umanizzanti nell’era di facebook”, rivolto a docenti, educatori e genitori, prosegue guardando alla “Educazione alle emozioni: il nuovo alfabeto giovanile. Riconoscere, accogliere, orientare le emozioni a scuola”. Interverrà il prof. Giuseppe Mari, ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica di Milano e membro del Comitato direttivo del “Centro studi e ricerche sul disagio e sulle povertà educative”.

“Dalla parte degli alunni” è lo slogan scelto per l’edizione 2015/2016 del tradizionale percorso formativo promosso dall’Ufficio diocesano per la Pastorale scolastica, diretto da don Claudio Anselmi, in sinergia con le associazioni professionali cattoliche accreditate presso il Ministero dell’Istruzione. L’obiettivo degli incontri – come precisa il sottotitolo “Per una scuola di incontri e ambienti umanizzanti nell’era di facebook … suggestioni culturali … per insegnanti, genitori, educatori” – è mettere in luce il rapporto fra tecnologie e giovani generazioni, aiutando a comprendere la realtà relazionale-emotiva dei ragazzi “sempre connessi” e a ripensare l’educazione all’affettività come terreno privilegiato per un nuovo umanesimo, incentrato sul valore della persona e sull’etica delle relazioni.

Il percorso formativo ha preso avvio nel pomeriggio di sabato 10 ottobre con la relazione del prof. Piermarco Aroldi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, Media e culture dell’infanzia e Teorie e tecniche dei nuovi media presso l’Università Cattolica di Milano, intervenuto su “Generazione 3.0: sempre connessi. Tecnologia e rapporti umani nell’era di Facebook”. Il resoconto dell’incontro.

Il secondo incontro è in agenda venerdì 19 febbraio sul tema “Educazione alle emozioni: il nuovo alfabeto giovanile” con il prof. Giuseppe Mari. Il relatore aiuterà a leggere la situazione attuale che pare mettere in evidenza un “esplodere” di emozione che condiziona nel bene e nel male la vita scolastica e il fine del fare scuola, permettendo di individuare le coordinate fondamentali sulle quali riposizionare il concreto fare scuola oggi nei vari ordini di scuola, contribuendo a smascherare i luoghi comuni e, per contro, focalizzando gli aspetti imprescindibili della questione;

La conclusione del percorso sarà quindi venerdì 8 aprile con il prof. Cesare Rivoltella, docente ordinario di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento dell’Università Cattolica di Milano. Rivoltella, che ha fondato e dirige il CREMIT (Centro di ricerca per l’educazione ai media, all’informazione e alla tecnologia), che si soffermerà sul “Progetto Image.me” per le scuole, mentre i rappresentanti delle associazioni professionali illustreranno “Progetti ed esperienze in atto”, con particolare riguardo alla realtà scolastica locale.

Il corso è aperto a tutti, con possibilità di attestazione di frequenza. Ulteriori informazioni contattando l’Ufficio diocesano per la Pastorale scolastica (tel. 0372-495011 – e-mail scuola@diocesidicremona.it).

Brochure del corso

Biografia del prof. Mari

Classe 1965, sposato e con due figli, il prof. Mari è laureato in Filosofia all’Università di Padova. Attualmente è professore ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica di Milano dove è anche membro del Comitato direttivo del Centro Studi e Ricerche sul Disagio e sulle Povertà educative. Ha l’incarico di Pedagogia generale e della scuola presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano; di Pedagogia 1 e Pedagogia della relazione d’aiuto presso l’Istituto Universitario Salesiano di Venezia. Fa parte di Scholè, Centro Studi tra Docenti Universitari Cristiani.

È socio della SIPed (Società Italiana di Pedagogia), del CIRPed (Centro Italiano di Ricerca Pedagogica), della SoFPhiEd (Société Francophone de Philosophie de l’Éducation, Paris), della AIRPC (Association Internationale de Recherche sur la Pédagogie Chrétienne, Lyon), della SEP (Sociedad Española de Pedagogía, Madrid).

Fa parte del Comitato di Direzione della rivista “Pedagogia e Vita” (Brescia) e dei Comitati Scientifici delle riviste “Quaderni di Scienza e Vita” (Roma) ed “Estudios sobre Educación” (Pamplona), nonché dei comitati di referaggio delle riviste “Education Sciences & Society” (Macerata) e “Cqia Rivista” (Bergamo).

È membro delle Commissioni Famiglia e Vocazioni della Diocesi di Brescia, e del Consiglio pastorale diocesano (su indicazione del Vescovo). Fa parte del Comitato permanente della Fondazione “Tovini” (Brescia) e del Comitato di Redazione dell’Editrice La Scuola (Brescia). Presso l’Editrice La Scuola ha recentemente pubblicato: Scuola e sfida educativa (2014), Educazione e alterità culturale (2013), Educare la persona (2013), Educazione come sfida della libertà (2013).

Aveva pubblicato, inoltre, i seguenti volumi: Oltre il frammento. L’educazione della coscienza e le sfide del postmoderno (1995), Educare dopo l’ideologia (1996), Razionalità metafisica e pensare pedagogico (1998), Pedagogia cristiana come pedagogia dell’essere (2001), L’“agire educativo” tra antichità e mondo moderno (2003), Pedagogia in prospettiva aristotelica (2007), La relazione educativa (2009), Filosofia dell’educazione. L’“agire educativo” tra modernità e mondo contemporaneo (2010), Educare la parola (2011; intervista al poeta Franco Loi, di cui è curatore), Ateismi di ieri e di oggi (in corso di stampa; intervista al card. Georges Cottier, di cui è curatore). Presso la medesima Editrice ha coordinato e curato la pubblicazione del manuale Scienze Umane (in 7 volumi, destinato all’insegnamento di “Scienze umane” nel Liceo delle Scienze Umane). Da un ciclo di lezioni tenuto al Dottorato “Cuestiones actuales de la educación cívica” dell’Università di Navarra ha tratto il testo La complejidad de la educación de la persona (Milano, Educatt, 2009).

Negli anni scolastici 2010/11 e 2011/12, con alcune scuole della Valcamonica (Bs) e di Milano, ha svolto una sperimentazione su L’originalità del comportamento e dell’apprendimento di maschi e femmine a scuola.




L’ora di religione a scuola è “un’occasione formativa importante”. I dati dell’anno scolastico 2015/16

In queste settimane le famiglie italiane stanno compiendo le iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici e in questa sede sono chiamate a scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica. Dalla Presidenza della CEI arriva l’invito a cogliere “un’occasione formativa importante” che “viene offerta per conoscere le radici cristiane della nostra cultura”, “nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, che rimane il principale valore da tutelare e promuovere”. Intanto l’Ufficio diocesano per la pastorale scolastica ha reso noto i dati delle scelte, che nell’anno scolastico 2015/16 registrano una lieve flessione rispetto a quello precedente, ponendosi in un trend che negli ultimi 10 anni ha visto la scelta della religione a scuola diminuita di oltre il 9%.

 

Il messaggio della CEI

La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, nel suo annuale messaggio in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica, sottolinea che “si tratta di un’occasione formativa importante che vi viene offerta per conoscere le radici cristiane della nostra cultura”. Lo si afferma anche nella consapevolezza che “in questi ultimi anni, questa disciplina scolastica ha continuato a rispondere in maniera adeguata e apprezzata ai grandi cambiamenti culturali e sociali che coinvolgono tutti i territori del nostro bel Paese”. Da qui l’invito a “a rivolgervi con fiducia a questa importante opportunità educativa che vi viene proposta”.

Il documento della CEI ricorda come i contenuti dell’insegnamento siano stati recentemente aggiornati con specifiche indicazioni didattiche tese a rispondere efficacemente alle domande degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. “La domanda religiosa – si legge – è un insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a impostare nel modo migliore tali domande, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, che rimane il principale valore da tutelare e promuovere”.

L’attenzione va anche alle migliaia di insegnanti di religione che “ogni giorno lavorano con passione e generosità nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sostenuti da un lato dal rigore degli studi compiuti e dall’altro dalla stima dei colleghi e delle famiglie che ad essi affidano i loro figli”.

“In un contesto scolastico in continua evoluzione – precisa poi la Presidenza della CEI – l’insegnamento della religione cattolica può essere un modo eccellente per completare la propria formazione personale e trovare un autorevole punto di riferimento sulle più delicate questioni di senso, sui problemi del mondo in cui viviamo, sull’interpretazione della realtà religiosa sempre più segnata dal pluralismo e dalla necessità di un confronto aperto, continuo e consapevole delle rispettive posizioni e tradizioni”.

Con queste premesse si rinnova l’invito ad avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica, “sicuri che durante queste lezioni – conclude la lettera della Presidenza CEI – potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale molto importante anche per il resto della vostra vita”.

Il messaggio integrale

 

I dati sul territorio

Nell’anno scolastico in corso le scuole di diverso ordine e grado presenti in diocesi di Cremona (dunque con istituti anche nel Milanese, nella Bergamasca e nel Mantovano, oltre a quelli in provincia di Cremona, ma senza quelli del Cremasco) contano 46.901 studenti, solo poche decine in più rispetto al precedente anno scolastico. Di questi 38.257, cioè l’81,57%, si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, con un calo di poco più dello 0,5% rispetto all’anno scolastico 2014/15. Nello specifico si tratta di 7.414 bambini della scuola dell’infanzia (82,62%), 13.146 scolari della primaria (82,17%), 8.280 studenti della secondaria di primo grado (84,26%) e 9.417 della secondaria di secondo grado (77.82%).

 

TOTALI ALUNNI SCUOLE DEL TERRITORIO DIOCESANO

SCUOLE STATALI + SCUOLE CATTOLICHE 2015/ 2016

SCUOLE TOT.  GENERALI AVV. % AVV. NON AVV. % N.A.

INFANZIA

8.974 7.414 82,62 % 1.560 17,38 %
PRIMARIA 15.999 13.146 82,17 % 2.853 17,83 %
S.S. I° GRADO 9.827 8.280 84,26 % 1.547 15,74 %
S.S. II° GRADO 12.101 9.417 77,82 % 2.684 22,18 %
Tot.     Diocesani 46.901 38.257 81,57 % 8.644 18,43 %

 

Per quanto riguardo le scuole cattoliche, dalla primaria alla secondaria di secondo grado (eccetto le scuole professionali di Soncino e Calcio), le classi per intero si avvalgono dell’insegnamento della religione. Non è così per le scuole dell’infanzia cattoliche dove si registra che l’1,83% ha deciso di non avvalersi dell’ora di religione.

 

TOTALI DIOCESANI SCUOLE CATTOLICHE

SCUOLE CLASSI ALUNNI AVV. IRC NON AVV. IRC

INFANZIA

99 2.298 2.256 (98,17 %) 42 (1,83 %)
PRIMARIA 55 1.225 1.225 (100 %) 0
S.S. I° GRADO 21 486 486 (100 %) 0
S.S. II° GRADO 25 517 517 (100 %) 0
CFP

Calcio e Soncino

25 593 579 (97,64 %) 14 (2,36 %)
TOTALI COMPLESSIVI 225 5.119 5.063 (98,91 %) 56 (1,09 %)

Diverso il discorso nelle scuole statali dove la percentuale di coloro che non si avvalgano dell’insegnamento di religione oscillano tra il 16,56% e il 24,29% a seconda dei vari ordini di scuola. La percentuale più elevata si registra alla superiori; seguono le scuole dell’infanzia (22,74%) e la primaria (19,31), infine le medie. Numeri in aumento, seppur con percentuali di solo lo 0,1% per medie e superiori; dello o,9% all’asilo e dell’1,39% alle elementari.

TOTALI DIOCESANI SCUOLE STATALI

SCUOLE CLASSI ALUNNI AVV. IRC NON AVV. IRC

INFANZIA

270 6.676 5.158 (77,26 %) 1.518 (22,74 %)
PRIMARIA 752 14.774 11.921 (80,69 %) 2.853 (19,31 %)
S.S. I° GRADO 433 9.341 7.794 (83,44 %) 1.547 (16,56 %)
S.S. II° GRADO 511 10.991 8.321 (75,71 %) 2.670 (24,29 %)
TOTALI COMPLESSIVI 1.966 41.782 33.194 (79,45 %) 8.588 (20,55 %)

Tabella comparativa Scuole Statali 2015/15 – 2015/16

 

Altro fattore quello delle presenze di alunni stranieri nelle classi. Una incidenza che nella Bergamasca risulta meno incisiva che nel Cremonese e nel Mantovano. Da segnalare un dato singolare per quanto riguarda il territorio Cremonese che nelle scuole dell’infanzia e primarie, nel confronto con gli altri territori, vede la scelta dell’ora di religione adottata da un maggior numero di alunni d’origine straniera: rispettivamente nel 40,41% e 46%. Un dato che si ribalta alle superiori dove il Cremonese registra il record inverso con un’adesione pari solo al 29,59%, contro il 25,79% del Mantovano e il 46,38 della Bergamasca.

IRC15-16stranieri

 

L’approfondimento sullo speciale del Mosaico di gennaio




Alternanza scuola lavoro: opportunità anche per le parrocchie

Nuove prospettive e possibilità per le parrocchie cremonesi grazie all’alternanza scuola lavoro che, promossa da regione Lombardia in concerto con l’Istituto Scolastico Regionale, potrà vedere protagoniste anche le comunità del territorio.

L’alternanza è una norma che riguarda la formazione obbligatoria degli studenti delle scuole superiori, chiamati a svolgere nel triennio un certo numero di ore lontano dai banchi di scuola: 400 ore per gli istituti tecnici e professionali, 200 per i licei. Tali ore potranno essere svolte in enti e aziende iscritte al registro stipulato da Regione Lombardia: un’opportunità estesa anche alle parrocchie (non gli oratori, in quanto non enti giuridici).

La progettazione di questi percorsi intende favorire l’orientamento dei giovani per valorizzare le vocazioni personali e gli interessi, realizzando un organico collegamento delle Istituzioni scolastiche formative con la società civile. Convenzioni che, naturalmente, si differenziano in base alla specificità delle diverse scuole. Così, ad esempio, studenti del liceo socio-psico-pedagogico potranno diventare protagonisti dell’esperienza del dopo-scuola attivata dalle parrocchie. Ma le possibilità sono le più diverse e possono riguardare anche le attività di animazione, comprese anche quelle estive.

Le convenzioni dovranno essere stipulate direttamente tra l’Istituto scolastico e la Parrocchia, pur con un sostegno garantito dalla Federazione Oratori Cremonesi. Per ogni tirocinio dovrà essere istituito un tutor didattico esecutivo, garantito dalla scuola, e un tutor “aziendale” indicato dall’ente che aderisce al progetto di alternanza.

“Nessuno è obbligato a entrare nella partita – precisano dagli uffici diocesani per la pastorale giovanile e scolastica in una nota congiunta – ma si tratta comunque di una opportunità formativa per i ragazzi da tenere in considerazione. Si profila inoltre anche un beneficio per le attività della parrocchia in termini di continuità, formazione, competenza e lavoro con il territorio”.

I ragazzi saranno chiamati a esprimere la propria preferenza tra le proposte offerte della propria scuola e scelte tra gli enti iscritti nel registro stipulato dalla Regione secondo l’indirizzo dell’istituto. Per diventare parti attive nell’alternanza, le Parrocchie dovranno avere tutte le necessarie certificazioni in materia di salute e sicurezza, assicurando ai tirocinanti percorsi adeguati di formazione.




Formazione docenti: disponibile la guida

“Dar tempo ai giovani. Pensare e presentare il Cristianesimo a scuola”. È questo il titolo della guida diocesana che presenta il progetto formazione e aggiornamento per i docenti nell’anno scolastico 2019/2020. L’opuscolo, disponibile presso l’Ufficio scuola al Centro pastorale diocesano di Cremona, può anche essere scaricato cliccando qui.