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«Un prete, un cristiano, un cittadino di queste terre…», il vescovo a Rivolta per la festa di san Francesco Spinelli

Interrotta l’anno scorso dalla pandemia, la tradizione che vuole il vescovo di Cremona presente a Rivolta in occasione della festa di San Francesco Spinelli è ripresa quest’anno.

Così il 6 febbraio, nel 109° anniversario della morte di colui che è stato il fondatore dell’ordine delle suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, monsignor Antonio Napolioni ha prima presieduto i vespri nella chiesa della Casa madre delle religiose stesse, durante i quali due di loro, suor Silvia Calcina e suor Valentina Campana, hanno rinnovato le promesse, e successivamente la Messa solenne delle 18, spostata in basilica per ragioni di spazio.

«Un prete, un cristiano, un cittadino di queste terre che ha generato e rigenerato la storia tanto da vederne nuovi frutti anche in questo tempo»: così il Vescovo ha definito san Francesco Spinelli, ricordando come oggi il suo esempio sia più vivo che mai. Un uomo semplice, Francesco, accolto nella diocesi di Cremona dopo il periodo di grande difficoltà attraversato durante il servizio nella diocesi di Bergamo, capace di caratterizzare il suo ministero con la vicinanza ai poveri e agli ultimi. Beatificato nel 1992 da papa Giovanni Paolo II, è stato canonizzato nell’ottobre del 2018 da papa Bergoglio.

«Dopo una pesca difficile e poco fruttuosa in quel di Bergamo – ha detto don Dennis Feudatari, parroco di Rivolta, nel suo saluto iniziale a monsignor Napolioni, alle Adoratrici e a tutti i presenti – Cristo Signore ha condotto san Francesco Spinelli qui a Rivolta, dove sulla sua Parola si è lanciato di nuovo a pescare nel profondo e a riempire così la sua rete. Continui, il santo, a pescare anime per la famiglia da lui voluta e anche cristiani convinti per questa comunità».

«C’è un bisogno di salvezza, di speranza, c’è una ressa interiore – ha spiegato il Vescovo nella sua omelia –, c’è un traffico di pensieri che finisce con l’intasare l’anima. In questo tempo in cui la pandemia ci ha tolto il respiro, ci ha affannato il cammino, ci ha diviso e reso sospettosi, oggi siamo in festa grazie a Francesco Spinelli, più vivo che mai perché continua ad avere figlie ed amici che vogliono essere come lui, discepoli di Gesù. In questo tempo strano, in cui la Chiesa è sempre meno la capoclasse del mondo, un tempo in cui le parrocchie non sono più punto di riferimento dell’educazione e della vita sociale, in cui anche noi preti ci sentiamo smarriti, in cui le famiglie si sgretolano… in tutta questa realtà che cosa farebbe lui e cosa ci insegnerebbe? Ci insegnerebbe ad osare, perché san Francesco è stato uno che ha saputo osare. Ci ha creduto, ma tanto. È stato intraprendente sotto tre aspetti: quello spirituale, quello della carità e quello vocazionale. Lui ha chiamato, nel senso non solo di invitare qualcuno a farsi suora o a farsi prete ma di un richiamo alla conoscenza del Signore. San Francesco ha anche insegnato alle sue figlie che non esistono scarti. Questa è la Chiesa del futuro, una Chiesa che osa partire da un cambiamento interiore di tutti noi. Possiamo guardare avanti con il coraggio di chi deve mettere mano al cambiamento di sé e delle rispettive comunità verso un ritrovamento della vita consacrata e della vita sacerdotale. Aiutiamoci quindi tutti a vivere questo momento che proprio perché difficile diventa un tempo pasquale, di morte e resurrezione e san Francesco potrà essere per noi compagno di viaggio e maestro sicuro dal quale ricevere l’esempio».




La calda estate di Salvador de Bahia

Gennaio a Salvador de Bahia vuol dire estate, ma un’estate un po’ anomala quest’anno: molta pioggia, molto caldo e, soprattutto, tantissima umidità (niente nebbia per carità, ma quel senso di “appicicaticcio” costante). Essendo mese di vacanza le attività sono per ora ferme, ma non è mancata la distribuzione della “cesta basica” alle famiglie bisognose, la ripresa dei giochi per i ragazzi la domenica dopo la Messa e le classiche partite di calcio nei pomeriggi infrasettimanali. Proprio in questi giorni stanno terminando le iscrizioni per la scuola di danza, che ricomincerà a breve con un aumento considerevole delle presenze.

In questi ultimi giorni si è riscontrato un aumento di casi di Covid  e di una particolare influenza, anche se normalmente il tutto si risolve curandosi in casa per una settimana circa. Sono chiaramente ancora obbligatorie le mascherine, il distanziamento e l’uso del gel igienizzante nei luoghi chiusi.

Estate vuol dire anche Grest, o “Colonia de ferias” come si dice qui, e anche quest’anno, per l’undicesimo anno, la parrocchia di Gesù Cristo Risorto ha organizzato una settimana di giochi e attività intorno alla figura di don Bosco. Chiaramente non è mancata la gita sull’isola, per la gioia di piccoli e grandi. La partecipazione è stata elevata e proprio per questo, e soprattutto a causa della situazione pandemica, si è deciso di dividere bambini e ragazzi: di mattina i più piccoli fino ai 10 anni e i più grandi fino ai 15 anni di pomeriggio, arrivando più o meno ad un centinaio di iscrizioni per turno. La situazione a inizio gennaio permetteva questi numeri e, soprattutto, lo spazio esterno della parrocchia viene in aiuto: avere uno spazio ampio, curato, e a disposizione è quasi un lusso da queste parti dove la “mancanza di spazio” è una delle prime cose che saltano all’occhio guardando tutte queste case una vicino all’altra, a volte una sopra l’altra, attraversate e collegate da vicoli talmente stretti che si fatica a pensare che dietro l’angolo ci siano altre case!

Tante persone e piccole case, famiglie numerose e sicuramente poco spazio per giocare per tutti quei bambini che per la strada corrono, saltano, fanno partite di calcio e tutto quello che si potrebbe fare in un parco giochi, considerando il fatto poi che il caldo elevato è un elemento costante della quotidianità che non aiuta certamente a rimanere in spazi stretti e quindi in casa. Ecco perché lo spazio della parrocchia diventa allora un luogo importante per i più piccoli, dove possono esprimere il loro bisogno naturale di giocare, correre, saltare (e anche urlare) come tutti i bambini del mondo, in un luogo che certamente non è neutro ma in cui il pensiero educativo è radicato nel Vangelo. Avere un luogo dove poter esprimersi e sperimentarsi, in cui non mancano regole e limiti, ma in cui ci si sente accolti e rispettati, è sicuramente importante, proprio perché il luogo fisico aiuta a fare spazio a quello mentale che permette di aprire il pensiero, lo sguardo e il cuore.

Per i bambini giocare significa crescere: dar loro uno spazio per farlo significa non solo aiutarli nella loro crescita ma mostrare loro che può esistere anche un altro modo di vivere oltre a quello che vedono e vivono in strada, che un’alternativa è possibile. Può forse sembrare una banalità ma avere spazio aiuta anche a pensare al proprio posto nel mondo, soprattutto per adolescenti e giovani: sono loro che in questa fase della vita hanno bisogno di pensare al proprio futuro.

Agli adulti il compito di accompagnare bambini e ragazzi a vivere questi spazi, accompagnando e regolando con la pazienza di chi sa che l’errore può essere anch’esso occasione di crescita, ma soprattutto accogliendo e indicando a ognuno che c’è una strada possibile di bene per loro. Come diceva don Bosco: “In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v’è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare”.




Visita pastorale, a sant’Abbondio la conclusione con la benedizione del Vescovo al cinerario realizzato nel chiostro

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«Ripartire, lasciandoci alle spalle in modo saggio e coraggioso gli ultimi due anni: è questo il desiderio di tutti noi». La visita pastorale di mons. Antonio Napolioni alla parrocchia di S. Abbondio, a Cremona, vissuta da venerdì 4 a domenica 6 febbraio, si è chiusa con questo forte messaggio di speranza. Durante la Messa conclusiva, infatti, il Vescovo ha sottolineato più volte come «la presenza di Gesù che cammina insieme a noi è fonte di fiducia per tutti».

Tra i momenti che hanno contrassegnato la chiusura della visita pastorale anche la benedizione, da parte del Vescovo, del cinerario posizionato nel corridoio del chiostro accanto alla chiesa: un luogo in cui i parrocchiani hanno la possibilità di conservare le ceneri dei propri cari restituendo un po’ di quella vicinanza cristiana tra vivi e morti che nel tempo si è persa. Se fino all’inizio dell’Ottocento, infatti, era normale che i morti venissero seppelliti in chiesa o nelle immediate vicinanze, in epoca napoleonica quest’usanza fu cancellata. Poiché da ormai diversi anni la Chiesa ha dichiarato lecita la pratica della cremazione, la Parrocchia ha ritenuto significativo mettere a disposizione alcuni spazi per la conservazione delle urne funerarie. Un servizio gratuito e mosso da una preoccupazione unicamente di tipo pastorale. La benedizione da parte del Vescovo è avvenuta a pochi giorni dall’approvazione, da parte della Commissione Ambiente del Comune di Cremona, della modifica al regolamento di Polizia cimiteriale che consente la conservazione delle urne contenente le ceneri di un defunto all’interno di appositi cinerari posti nei luoghi di culto, oltre che nel domicilio o nella residenza del famigliare affidatario, come disciplina la norma regionale.

La comunità guidata da don Andrea Foglia ha accolto Napolioni in una tre giorni ricca di incontri, «senza provare alcun tipo di ansia da prestazione – come ricordato dal parroco al termine della Messa – bensì vivendo con gratitudine e gioia il dono della presenza del nostro pastore in parrocchia». Il Vescovo ha avuto modo di incontrare bambini e ragazzi, adulti e famiglie, ascoltando, confrontandosi e provando, insieme ad essi, a tracciare nuovi spunti e nuove strade per ripartire. «È stato un vero momento di Chiesa – racconta don Foglia – in un clima di bellezza e autenticità».

Anche mons. Napolioni ha insistito sulla semplicità e profondità delle relazioni nella propria omelia, raccontando di aver incontrato «persone straordinarie che si sono sempre spese per il Signore, per la comunità. Quella che abbiamo condiviso è stata dunque una visita alla scoperta della vita, soprattutto quella più umile e nascosta». Chiaro, in questo senso, il riferimento del Vescovo agli incontri avuti, nel pomeriggio di venerdì 4 febbraio, con alcune famiglie e anziani della parrocchia, vissute con lo stile della benedizione delle case.

Suggestivo l’incontro del Vescovo con i bambini della scuola dell’infanzia “S. Abbondio”, seguito dalla visita alla scuola media “A. Campi”; così come quello presso la casa di cura Ancelle della Carità.

Anche la Parola è stata protagonista della Visita, con il momento dedicato all’ascolto e alla condivisione nella serata di venerdì, con l’appuntamento dedicato alle famiglie nel pomeriggio di sabato. «L’umiltà di Pietro – ha ribadito Napolioni nell’omelia di domenica – è un esempio di come sia possibile accogliere la Parola, di come si possa essere discepoli missionari, cioè capaci di prendere il largo insieme ai fratelli, alle altre parrocchie, alle associazioni della nostra città».

Nella serata di sabato 5 febbraio è invece stata riservata al gruppo adolescenti, i quali «hanno potuto confrontarsi con il Vescovo – come racconta il vicario, don Francesco Gandioli – riguardo al rapporto tra Chiesa e giovani, e da lui hanno ricevuto il vangelo, come strumento di discernimento e di crescita, personale e comunitaria».

Dopo la Messa nella chiesa di S. Siro, nella giornata di domenica, invece, spazio alle celebrazioni conclusive della visita, presiedute da mons. Napolioni. Tra le due Messe della mattina, quella delle 9.30 – con la partecipazione dei ragazzi del catechismo e del gruppo giovani, che ha animato la celebrazione – e quella delle 11, in diretta tv e sui canali social della Diocesi, il rito di benedizione del cinerario nel corridoio del chiostro accanto alla chiesa, «un segno che ci aiuta a celebrare lo sguardo di speranza e fede tipico dei cristiani», come ricordato dallo stesso Napolioni.

Tanta la gratitudine da parte della comunità di S. Abbondio e del parroco don Andrea Foglia che, riprendendo le parole che don Mazzolari usò, al termine della visita pastorale a Bozzolo, nei confronti dell’allora vescovo Cazzani, ha messo in luce la bellezza del rapporto paterno che si instaura tra un pastore e il suo gregge.

«Per riprendere davvero il nostro cammino, per ripartire, non ci resta che affidarci a Maria, con la consapevolezza che le pietre che formano la Santa Casa possono sostenerci ed accompagnarci sempre», ha concluso mons. Napolioni prima di recarsi a rendere omaggio alla Madonna Nera al termine della Messa.

 




Il Vescovo ai religiosi: «Non vi diciamo mai grazie abbastanza»

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«Il vescovo, il presbiterio e il popolo di Dio conoscono la vita consacrata? Ci ricordiamo di loro, preghiamo per loro? Gioiamo per la varietà dei doni e per la fantasia dello Spirito che attraverso uomini e donne nel tempo ha dato vita a tante forme di consacrazione?». Con queste parole il vescovo Antonio Napolioni si è interrogato nell’omelia della festa della Presentazione del Signore, ricorrenza nella quale ogni anno il 2 febbraio si celebra la Giornata mondiale della Vita consacrata.

La liturgia è stata occasione per ringraziare e ricordare il valore di chi dedica la propria esistenza al Vangelo con una vocazione particolare. A comporre l’assemblea in particolare religiose e religiosi provenienti dalle diverse comunità presenti sul territorio diocesano, membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica. Sul presbiterio, insieme ai canonici del Capitolo della Cattedrale, hanno concelebrato diversi sacerdoti membri di famiglie religiose e don Giulio Brambilla, delegato episcopale per la Vita consacrata.

La Messa si è aperta con la tradizionale benedizione delle candele, invocata dal vescovo Napolioni nel fondo della navata centrale della Cattedrale.

Nella sua omelia mons. Napolioni ha voluto sottolineare la gratitudine verso le diverse famiglie religiose: «Non vi diciamo mai grazie abbastanza: venire qui in Cattedrale oggi è un’occasione per ringraziarvi e restituirvi la centralità e la dignità piena nella chiave di cammino sinodale che urge praticare insieme».

A seguire il vescovo si è soffermato sulle letture del giorno: «Nelle letture spiccano le figure di Simeone e Anna, nella loro vecchiaia compiuta, non sofferta e lamentosa: non hanno ansia di raccontare e stanno lì ad aspettare che si compia l’attesa e se ne sperimenti la gioia eterna». Proprio prendendo spunto da queste figure, ha quindi proposto una riflessione sulla intergenerazionalità ecclesiale: «La Chiesa dovrebbe avere nei suoi vecchi testimoni di questa pacificazione interiore, compimento e saggezza e un terzo del lavoro sarebbe fatto – ha quindi proseguito –. Un altro terzo tocca alle generazioni di mezzo, come Maria e Giuseppe che portano il bambino al tempio pur conservando dentro di sé un turbamento interiore. Anche oggi abbiamo un bisogno enorme di adulti, di paternità e maternità, di assunzione di responsabilità».

Mons. Napolioni ha quindi concluso: «Infine, il futuro: questa Chiesa ricca di passato alle prove del presente come guarda al futuro? Il futuro non può essere previsto, può essere temuto, sognato, ma soprattutto accolto, come un bambino, che è segno di contraddizione. Perché sappiamo già di quel bambino che non necessariamente farà la felicità dei genitori secondo le migliori aspettative umane, ma finirà in croce. Anche il nostro futuro è rassicurato dalla croce».

Al termine della celebrazione sono stati ricordati gli anniversari di consacrazione religiosa: il 50° di suor Angela Simioni, di suor Emilia Martelli; il 60° di suor Silvina Ruggeri e di suor Luciana Porro, alle quali il vescovo ha voluto consegnare un dono in memoria di questo anniversario.

 

 

«Una vita consacrata al Vangelo significa una vita a servizio di Dio, della Chiesa e degli uomini». A Chiesa di Casa, la testimonianza di due religiosi




Visita pastorale, il Vescovo a Borgo Loreto: «Le nostre famiglie danno vita ad una sola grande famiglia»

«La Parola oggi ci ricorda che siamo un corpo solo, che le nostre famiglie, riunendosi, danno vita ad una sola grande famiglia». Così il vescovo Antonio Napolioni nella Messa di chiusura della visita pastorale nelle parrocchie San Bernardo e della Beata Vergine Lauretana e San Genesio, a Cremona, presieduta nella mattinata di domenica 23 gennaio a Borgo Loreto.A partire da giovedì 20 gennaio, infatti, le due comunità cittadine hanno accolto il vescovo che, insieme a ragazzi, famiglie e adulti, ha condiviso alcuni momenti di preghiera, formazione e confronto.

Ed è stato proprio monsignor Napolioni a prendere spunto dal dialogo avuto durante uno degli incontri in programma per aprire la propria riflessione durante l’omelia della celebrazione conclusiva, sottolineando come «la Parola del Signore è sorgente di verità e grazia, è portatrice di una pienezza che fa scoppiare il cuore di gioia».

Il Vescovo ha poi richiamato il valore unificante che il Vangelo porta con sé, sottolineando come il cammino di unione che coinvolge le parrocchie di San Bernardo e Borgo Loreto sia un sentiero da percorrere alla luce del Vangelo, «perché è in esso che troviamo la forza necessaria a guardare al futuro con speranza».

La celebrazione eucaristica – concelebrata dal parroco don Pietro Samarini insieme al vicario don Piergiorgio Tizzi e al collaboratore parrocchiale don Vilmo Realini, alla presenza di un nutrito gruppo di scout – ha formalmente concluso la visita pastorale a Borgo Loreto e San Bernardo, lasciando però una parte di cammino in sospeso.

«Abbiamo vissuto momenti particolari per le nostre parrocchie – racconta don Samarini – perché ci è stata offerta la possibilità di preparare e assaporare qualche momento di vera condivisione con il nostro vescovo. Tuttavia non è questo il momento per fermarci: davanti a noi ci attende un cammino di crescita nella comunione che dovremo percorrere insieme ai nostri fratelli di San Francesco e Immacolata Concezione».

Le quattro parrocchie, ormai da alcuni anni, stanno collaborando in vista della costituzione di una unità pastorale. Per questo motivo il vescovo visiterà proprio le comunità dei quartieri Zaist e Maristella nel prossimo fine settimana, tra il 27 ed il 30 gennaio.

«Non abbiamo paura a unire le nostre parrocchie – ha ricordato il Vescovo nell’omelia – perché sappiamo che il nostro cammino è sostenuto dalla presenza del Signore, che ci accompagna anche quando la condivisione diventa più difficoltosa».

Una condivisione che verrà formalizzata proprio domenica 30 gennaio, ma che già da alcuni anni viene vissuta dai fedeli di Borgo Loreto, San Bernardo, San Francesco d’Assisi e Maristella. A testimonianza di questo, la scelta di programmare incontri comuni, distribuiti nell’arco dei due fine settimana, «con i formatori e i collaboratori parrocchiali che hanno avuto modo di incontrare il vescovo tra venerdì 21 e sabato 22 gennaio, accogliendo la parola buona del nostro pastore», come ricorda don Samarini, e i giovani e le famiglie che si confronteranno con monsignor Napolioni nei pomeriggi di venerdì 28 e sabato 29 a San Francesco.

«Dare un volto alla nuova unità pastorale -– ha concluso il Vescovo – significa formare un solo corpo, un compito possibile grazie all’opera del Signore che si rende presente nei vostri sacerdoti e in ciascuno dei fratelli e delle sorelle che condividono questo cammino».




Al Monastero della Visitazione festa per san Francesco di Sales con l’apertura dell’anno giubilare

Si è aperto lunedì 24 gennaio presso il Monastero della Visitazione di Soresina l’anno giubilare Salesiano, che proseguirà sino al 28 dicembre. L’occasione è stata la festa liturgica di san Francesco di Sales, fondatore dell’ordine claustrale e patrono dei giornalisti. Per l’occasione nel pomeriggio la solenne Eucaristia è stata presieduta da mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina. Con lui hanno concelebrato il parroco di Soresina don Angelo Piccinelli e gli altri sacerdoti della parrocchia: don Alberto Bigatti, don Giuseppe Ripamonti e don Enrico Strinasacchi, insieme anche all’ex vicario don Andrea Piana e con il servizio all’altere affidato al diacono permanente Raffaele Ferri.

La celebrazione è stata introdotta dal saluto del parroco don Piccinelli che ha ricordato come la figura di san Francesco di Sales sia, per i soresinesi, sinonimo di fondatore della locale comunità Visitandina: una presenza discreta ed efficace che accompagna le vicende personali, familiari e collettive dei soresinesi da oltre due secoli. E ha aggiunto: «È significativo come, in occasione della posa della targa in memoria delle vittime del Covid, gli intervenuti, a partire dal sindaco, abbiamo rivolto espressioni di speciale riconoscenza e riguardo alle monache che con la loro preghiera e vicinanza spirituale hanno ossigenato le ragioni della nostra speranza, mentre la corsa del contagio rischiava di travolgere tutti nella disperazione. Nei mesi della paura e dello smarrimento, la chiesa del Monastero è diventata il catalizzatore delle angosce di tutti e il cuore pulsante della speranza che viene da Dio». Proprio per l’importanza spirituale delle monache, il parroco ha chiesto il dono di nuove vocazioni per mantenere viva la comunità claustrale.

Il vescovo Sigalini nella sua omelia ha sottolineato come Gesù sia il vero centro della vita e ja proposto alcune strade per permettere di ritrovare la giusta direzione nella vita di ogni cristiano. «La speranza – ha detto – è poter avere qualcuno che ci dia luce, convinzioni difficili da vivere, ma vere. Oggi siamo arrabbiati con la vita, con la pandemia che non ci dà tregua. Non siamo più capaci di darci fiducia, ma Dio non ci abbandona». Quindi, passando dalla riflessione delle Sacre Scritture alla celebrazione di san Francesco di Sales, ha aggiunto: «Oggi vi invidio, questa festa perché san Francesco di Sales è un uomo affascinante, ha una purezza celestiale; di lui colpisce la sua mitezza, la sua carità. Non urta mai con frasi severe, ma non fa sconti e non è ambiguo sulla verità. La prima misericordia, la più grande carità da fare è la verità. Vuole formare anime forti, a partire dalla donna che ritiene per natura un’innamorata di Dio. È convinto che la santità sia per tutti e trasmette questo messaggio. Ama l’uomo e lo vede redento da Dio, ma lo ama perché, prima di tutti, ama follemente il Signore, infatti l’umanesimo di san Francesco di Sales ha al centro Gesù». Il vescovo emerito di Palestrina ha quindi concluso l’omelia con un messaggio, anzi un monito per le monache della Visitazione: «Ora vi incombe la responsabilità di far bruciare l’amore di Dio nel mondo. In questo anno giubilare il vostro compito è far conoscere e amare san Francesco di Sales».

 

Biografia di San Francesco di Sales

Nato a Thorens il 21 agosto 1567, concluse a Lione i suoi giorni, consunto dalle fatiche apostoliche, il 28 dicembre del 1622, l’anno della canonizzazione di San Filippo Neri, che Francesco conosceva attraverso la Vita scritta dal Gallonio, a lui inviata dall’amico Giovanni Giovenale Ancina. Iscritto nell’albo dei Beati nel 1661, fu canonizzato nel 1665 e proclamato Dottore della Chiesa nel 1887 da Leone XIII.

Francesco di Sales si formò alla cultura classica e filosofica alla scuola dei Gesuiti, ricevendo al tempo stesso una solida base di vita spirituale. Il padre, che sognava per lui una brillante carriera giuridica, lo mandò all’università di Padova, dove Francesco si laureò, ma dove pure portò a maturazione la vocazione sacerdotale. Ordinato il 18 dicembre 1593, fu inviato nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo, e si dedicò soprattutto alla predicazione, scegliendo non la contrapposizione polemica, ma il metodo del dialogo.

Per incontrare i molti che non avrebbe potuto raggiungere con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti in agile stile di grande efficacia. Questa intuizione, che dette frutti notevoli tanto da determinare il crollo della “roccaforte” calvinista, meritò a S. Francesco di essere dato, nel 1923, come patrono ai giornalisti cattolici.

A Thonon fondò la locale Congregazione dell’Oratorio, eretta da Papa Clemente VIII con la Bolla “Redemptoris et Salvatoris nostri” nel 1598 “iuxta ritum et instituta Congregationis Oratorii de Urbe”. Il suo contatto con il mondo oratoriano non riguardò tanto la persona di P. Filippo, quanto quella di alcuni tra i primi discepoli del Santo, incontrati a Roma quando Francesco vi si recò nel 1598-99: P. Baronio, i PP. Giovanni Giovenale e Matteo Ancina, P. Antonio Gallonio.

L’impegno che Francesco svolse al servizio di una vastissima direzione spirituale, nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali. La sua azione pastorale – in cui impegnò tutte le forze della mente e del cuore – e il dono incessante del proprio tempo e delle forze fisiche, ebbe nel dialogo e nella dolcezza, nel sereno ottimismo e nel desiderio di incontro, il proprio fondamento, con uno spirito ed una impostazione che trovano eco profondo nella proposta spirituale di San Filippo Neri, la quale risuona mirabilmente esposta, per innata sintonia di spirito, nelle principali opere del Sales – “Introduzione alla vita devota, o Filotea”, “Trattato dell’amor di Dio, o Teotimo” – come pure nelle Lettere e nei Discorsi.

Fatto vescovo di Ginevra nel 1602, contemporaneamente alla nomina dell’Ancina, continuò con la medesima dedizione la sua opera pastorale. Frutto della direzione spirituale e delle iniziative di carità del Vescovo è la fondazione, in collaborazione con S. Francesca Fremiot de Chantal, dell’Ordine della Visitazione, che diffuse in tutta la Chiesa la spiritualità del S. Cuore di Gesù, soprattutto attraverso le Rivelazioni di Cristo alla visitandina S. Margherita Maria Alacocque, con il conseguente movimento spirituale che ebbe anche in molti Oratori, soprattutto dell’Italia Settentrionale, centri di convinta adesione.

 

Il giubileo salesiano … per recuperare l’ottimismo

Tra il 24 gennaio e il 28 dicembre 2022 corre l’anno “giubilare”, cioè di grazia, per i figli e le figlie spirituali di san Francesco di Sales, universalmente riconosciuto come il santo dell’umanesimo cristiano, ovvero dell’ottimismo realista ma irriducibile. Un “giubileo dell’ottimismo”, cioè della speranza e della fiducia, in tempo di pandemia, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno. Secondo il Salesio un credente deve essere ottimista: “per fede” più che per carattere. Per chi crede, infatti, “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). In questo modo l’ottimismo diventa virtù. La questione, pertanto, non è se il mondo di oggi sia così buono da poter essere amato o talmente cattivo da dover essere odiato. È vero, invece, il contrario: che se amiamo l’umanità, cioè la società e, nel dettaglio, la Comunità soresinese cui apparteniamo … la renderemo certamente migliore; se la ignoriamo, contribuiremo alla sua inesorabile deriva. Come osserva acutamente l’intellettuale inglese convertito dall’ateismo G. K. Chesterton (+ 1936): “Gli uomini non amarono Roma perché era grande; Roma fu grande perché gli uomini la amarono” (“Ortodossia, cap. V). Un “semenzaio” di ottimismo e fiducia, nel nostro contesto cittadino, è certamente la Comunità claustrale della Visitazione: il regalo più bello che, da oltre duecento anni, san Francesco di Sales offre a Soresina. Una famiglia monastica è una grazia speciale ed un privilegio che non ha uguali: ne siamo consapevoli e profondamente riconoscenti al Signore. Ma non ci sfugge l’enorme responsabilità che ne deriva: a non sciupare un’esperienza tanto stimolante e provocatoria, la cui indole contemplativa sollecita, in tutti e in ciascuno, la coscienza di dover continuamente “ripartire da Dio”, tenendo fisso lo sguardo al Regno di Dio cui aspiriamo e verso cui siamo incamminati. Da lì, infatti, dal cielo “squarciato” invocato dagli antichi profeti e aperto per sempre e per tutti da Cristo Gesù, derivano la rugiada, la luce, la speranza per il nostro cammino. Un anno con S. Francesco di Sales ci aiuterà, non “nonostante”, ma attraverso la pandemia, trasformata, in “occasione” per mare di più, a recuperare l’entusiasmo del bene, la bellezza del vivere come famiglia dei figli di Dio, la gioia del Vangelo con cui contagiare vicini e lontani … Ci convincerà a prendere finalmente sul serio le parole di papa Francesco: “Non dobbiamo avere paura della bontà e della tenerezza”.

 

 




«Che la famiglia sia un lieto annunzio». Tre coppie di coniugi entrano nella Fraternità Famiglia Buona Novella

«In questa domenica in cui il Papa ci invita a lodare il Signore per il dono delle sacre scritture, tre coppie legheranno la loro vita al Signore presente nella Parola di Dio». Così il Vescovo Antonio Napolioni ha iniziato la Messa, celebrata il 24 gennaio al Santuario di Santa Maria del Fonte a Caravaggio, durante la quale tre coppie di sposi hanno aderito ufficialmente alla Fraternità di Famiglia Buona Novella con la promessa pubblica di abbracciarne la “Regola di Vita”.

La scelta di fare la celebrazione nel Santuario di Caravaggio – ha ricordato il Vescovo – è dovuta al fatto che la Fraternità Buona Novella qui «partecipa e opera insieme ad alcuni sacerdoti e alle suore Adoratrici nel progetto “Casa di Maria”: una porta spalancata sotto i portici del Santuario in cui vi invito a fermarvi, prima o dopo la preghiera. Una possibilità di ascoltarci, di sperimentare un’accoglienza».

Con il Vescovo Antonio hanno concelebrato don Graziano Ghisolfi, assistente spirituale dell’associazione, don Amedeo Ferrari, rettore del Santuario, padre Giuseppe Fornoni, vice presidente dell’Opera San Francesco di Milano, e numerosi altri sacerdoti in quanto legati alle coppie coinvolte.

Durante l’omelia il Vescovo Antonio ha sottolineato con forza la necessità che la “Parola” si compia nella vita di ognuno: «Famiglia Buona Novella, che la famiglia sia un lieto annunzio, che ogni famiglia sia un volto di Dio che da letizia a chi la abita e a chi la incontra».

Tre le coppie di sposi che hanno emesso le loro promesse solenni aderendo alla fraternità: si tratta di Anna Grieco e Fabio Cristofolini di Cappella de Picenardi, Luciana Manfredini e Giordano Storti di Casteldidone, Gabriella Sali e Federico Rabbaglio della parrocchia dei Sabbioni, in diocesi di Crema. A loro il Vescovo ha consegnato una Bibbia, perché la Parola di Dio sia lampada per illuminare il loro cammino, e un grembiule, segno dell’impegno ad amare e servire il coniuge, il prossimo e la Chiesa.

La Fraternità Famiglia Buona Novella è un’associazione di fedeli laici nata nella nostra diocesi che ha ricevuto nel 2014 il decreto di riconoscimento ecclesiale. Per conoscere meglio questa realtà, risultano significative le testimonianze di alcune persone che hanno vissuto l’esperienza di questa scelta.

«Tutto nasce dal bisogno di un modo concreto che ci aiutasse a vivere meglio la nostra vocazione di sposi cristiani – spiegano Gabriella e Federico –. La nostra ricerca ha trovato risposta nell’incontro con la persona di Gesù attraverso l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, incontro avvenuto grazie al cammino di spiritualità coniugale vissuto nei gruppi di Lectio Divina coniugale di Famiglia Buona Novella. Questo cammino di intimità con la Parola ci ha portato a maturare prima il desiderio e poi la necessità di vivere con maggiore intensità il carisma proprio di questa esperienza».

«La missione della Fraternità – raccontano Luciana e Giordano – passa in modo peculiare attraverso la diffusione dell’esperienza della Lectio Divina, per favorire l’incontro delle persone con la persona di Gesù attraverso la sua Parola. È la missione che nasce dal desiderio di fare sperimentare ad altri la bellezza e la concretezza di ciò che sta dando sempre più sapore alla nostra vita».

Infine Anna e Fabio: «Come associazione collaboriamo con diverse realtà diocesane; inoltre curiamo numerose iniziative a favore della crescita spirituale e umana di giovani, fidanzati e coppie, nonché un centro d’ascolto e un servizio di counselling per l’aiuto alle coppie in crisi. Infine recentemente abbiamo attivato un servizio di accoglienza di padri separati in emergenza abitativa».




Prima storica visita del Vescovo alla comunità ortodossa rumena

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«Ho scritto sulla nostra pagina Facebook che questa visita è un momento storico». Così padre Doru Fuciu, parroco della Chiesa rumena ortodossa ha presentato alla propria comunità la visita del vescovo Antonio Napolioni, primo vescovo della Chiesa cattolica ad entrare nella chiesa di Borgo Loreto dove ogni domenica la comunità rumena si ritrova per la celebrazione comunitaria. Un momento gioioso e suggestivo dal profondo significato ecumenico, che si colloca significativamente all’interno della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Il vescovo si è recato alla chiesa della comunità ortodossa accompagnato da don Pietro Samarini, parco di Borgo Loreto, al termine della Messa celebrata in parrocchia in occasione della visita pastorale che si sta svolgendo nelle comunità della nascente unità pastorale con San Francesco e San Bernardo.

Calorosa l’accoglienza della comunità ortodossa rumena riunita per la celebrazione eucaristica, nella chiesa decorata magnificamente con le icone tipiche della tradizione ortodossa e colorata dagli abiti tradizionali indossati da alcuni fedeli.

«Il 2 febbraio – ha ricordato padre Fuciu – saranno 19 anni che la Chiesa ortodossa rumena è a Cremona. Ringrazio la Chiesa cattolica cremonese per che ci ha accolti. Ricordo al mio arrivo quando vidi nell’armadio della sacrestia i paramenti cattolici accanto a quelli ortodossi – ha aggiunto – Pensavo: oggi iniziamo dai vestiti poi l’unità sarà delle persone».

Il saluto del Vescovo Napolioni inizia con una richiesta di scuse: «Sono in ritardo – ha esordito -. Sono qui da sei anni, dovevo venire prima». In un clima di cordiale amicizia monsignor Napolioni è stato invitato sull’altare per l’ultima parte della celebrazione e al termine del rito il suo saluto è stato un messaggio sentito di unità nel nome di Cristo: «Dio è più grande di tutte le chiese. Abbiamo lingue diverse qualche divisione ma non sul Signore che è davvero uno. E noi siamo vicini, abitiamo la stessa terra e Dio ci chiede di dare testimonianza con le opere. La pandemia – ha aggiunto – ci mette alla prova tutti e ricorda che ci salveremo solo insieme. La possibilità di questo incontro – ha poi concluso – è un grande segno di quello che potremmo fare ancora di più per essere una cosa sola come ci ha chiesto Gesù». E poi, guardando all’assemblea e alla chiesa con i segni e i colori della tradizione ortodossa: «In questa unità la diversità abbellisce. Il mondo è a colori e anche la chiesa lo deve essere».

Dopo la benedizione l’incontro è proseguito con lo scambio dei doni: al Vescovo, invitato a spezzare il pane con il sale, simbolo evangelico di comunione, un’icona mariana e un mazzo di fiori in segno di amicizia, oltre ad un canto di augurio intonato dall’assemblea. In conclusione anche un omaggio al segretario episcopale don Flavio Meani in occasione del suo 70° compleanno.




Lo stile di famiglia nel “motore” della comunità cristiana: si è svolto a Soresina l’incontro sinodale per gli operatori della Zona 2

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Con gli incontri svolti nella serata di venerdì 21 gennaio nelle parrocchie della Zona pastorale 2 e i laboratori che si sono tenuti a Soresina nella mattinata di sabato 22 si è avviata la seconda fase del cammino sinodale della Chiesa cremonese, che aveva visto il suo inizio nell’ottobre dello scorso anno.

Gli incontri di formazione zonale che si svolgeranno nei mesi di gennaio e febbraio anche nelle altre zone pastorali sono articolati in due momenti, per cercare di coinvolgere nel percorso di riflessione sul Sinodo un numero sempre più ampio di persone, soprattutto quelle che vivono la parrocchia nelle sue varie articolazioni. Lo scopo è quello di verificare e di arricchire l’idea di Chiesa come comunità cristiana confrontandosi con la realtà concreta e quotidiana della famiglia.

Nella serata di venerdì, dopo un momento di preghiera, è stata proposta la proiezione di un intervento registrato del vescovo di Modena – Nonantola, mons. Erio Castellucci, di una coppia di coniugi e di una coppia di fidanzati: tre contributi che hanno cercato di individuare le caratteristiche di quale Chiesa si vorrebbe essere. È seguito un rapido e concentrato scambio di opinioni sulle provocazioni fornite dal filmato, ma il lavoro di approfondimento e di proposta è stato rimandato ai laboratori di sabato mattina.

Gli incontri laboratoriali si sono tenuti a Soresina, divisi in due gruppi: uno all’oratorio Sirino, guidato da don Federico Celini, con gli operatori delle aree pastorali giovani e comunicazione e cultura, e l’altro presso la Scuola Immacolata, dove gli operatori delle aree pastorali famiglia e giovani hanno avuto la conduzione di don Francesco Fontana.

I due laboratori, dopo un momento di preghiera con letture che hanno focalizzato la riflessione sul senso della vita familiare nelle sue difficoltà, ma soprattutto sulle sue ricchezze, hanno lavorato divisi in gruppi di una dozzina di persone, unite da affinità ministeriali. I gruppi hanno dedicato un primo spazio a verificare su come lo stile di famiglia abbia ricadute positive sulla vita pastorale parrocchiale; a questo momento è seguito uno spazio di proposte concrete capaci di innervare la realtà ecclesiale.

I gruppi che si sono confrontati presso la Scuola Immacolata hanno individuato come obiettivo primario, sia pure con sfumature diverse, l’ascolto e l’accoglienza attenta di ogni persona, rivolgendo una particolare cura alla relazione anche attraverso percorsi di formazione specifici. Così, i partecipanti all’incontro all’oratorio Sirino hanno incentrato l’attenzione su diversi e approfonditi aspetti, sempre nell’intento di individuare in che cosa e come la famiglia – nella concretezza del suo vissuto, delle sue dinamiche, delle sue prospettive, delle sue potenzialità – possa rappresentare una realtà certa e dinamica a cui la Chiesa in cammino possa ispirarsi, anche e soprattutto alla luce della “Amoris Laetitia”.

Il frutto delle riflessioni sarà consegnato sia al vicario zonale sia al Vescovo: un ulteriore e prezioso contributo, anche questo, per il cammino sinodale che attende la Chiesa diocesana.




La parola “unità”, sinonimo di cristianità. Insieme come i Magi se conserviamo il Vangelo nel cuore

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In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, giovedì 20 gennaio si è svolta la tradizionale veglia di preghiera ecumenica con la partecipazione del vescovo Antonio Napolioni, del pastore Nicola Tedoldi della Chiesa Evangelica Metodista di Piacenza e Cremona e di padre Doru Fuciu della Chiesa Ortodossa Rumena, e con la presenza dell’incaricato diocesano per la Pastorale ecumenica e il dialogo interreligioso don Federico Celini.

La celebrazione si è svolta quest’anno presso la chiesa parrocchiale della Beata Vergine Lauretana e San Genesio, nel quartiere Borgo Loreto di Cremona, data la coincidenza negli stessi giorni con la visita pastorale del vescovo Napolioni e per la presenza, sul territorio, della chiesa ortodossa, in quella che in passato era la chiesa parrocchiale di Borgo Loreto.

La veglia è iniziata con la processione dei concelebranti insieme ai tre rappresentanti delle diverse confessioni cristiane, che hanno acceso altrettante lampade dal cero pasquale.

Il tema del momento di preghiera – in riferimento a quanto caratterizza la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno –  è stato “In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo”, tratto dal Vangelo secondo Matteo.

Nella sua riflessione monsignor Napolioni ha affermato che «il loro viaggio è unito da questo segno che li attira, suscita il desiderio più profondo, lo distilla, lo matura e lo rende punto di incontro con altri uomini di buona volontà, con altri cercatori di senso e di Dio». «Lungo la strada insieme vengono tentati da colui che difende il potere terreno – ha proseguito mons. Napolioni – insieme resistono e arrivano, si prostrano, adorano e consegnano i loro doni. La tradizione fa si che ognuno di loro secondo noi abbia un determinato dono, ma in fondo non esiste una classifica, non gareggiano, non sono rivali, la diversità esalta la bellezza di quell’incontro. Sono le nazioni, i popoli, le saggezze e le culture, sono le storie degli uomini e delle donne che davanti a quel bambino, segnalato dalla stella e a sua madre, si compongono nell’unità più perfetta, quella che dà loro la forza di cambiare insieme». «Anche noi – ha detto ancora monsignor Napolioni – abbiamo bisogno di cambiare tante strade della nostra vita, non solo personale, ma sociale, mondiale e se noi cristiani nella diversità delle vicende teologiche e spirituali, fatta di divisioni ma anche di possibili riconciliazioni, di rinnovati incontri, amicizie, vogliamo cambiare, possiamo farlo solo se ci decidiamo insieme, stimando il rapporto di ciascuno, partendo dall’essenziale, da quel Vangelo che non solo nel libro, ma nel cuore non dobbiamo più smarrire. Allora non sarà più solo la chiesa cattolica a fare sinodo, ma saremo tutti, con metodi, linguaggi, tradizioni diverse a camminare insieme, perché quella stella continua a splendere e a indicarci la via».

Il momento di riflessione è proseguito con le parole del pastore Tedoldi, che ha voluto sottolineare che «oltre pregare il Signore per la nostra unità dovremmo pregarlo intensamente perché ci aiuti ad essere veramente cristiani, attenti ascoltatori e fedeli testimoni della Sua parola perché ritengo che è Cristo l’unità dei cristiani, per cui, non abbiamo bisogno di attendere altro. Dio ci ha donato se stesso in Gesù Cristo perché potessimo essere tutti una sola cosa». E ha proseguito il pastore Tedoldi: «Credo sia giunto il tempo di capire che unità è sinonimo di cristianità” e conclude “nel nostro presepe spirituale i magi sono sempre lì con il loro carico di tesori pronti a camminare verso il Signore. Mi piace pensare che questo sia proprio il senso della nostra unità: camminare da luoghi diversi, da esperienze diverse verso Dio che ci attende».

Ha poi espresso il suo pensiero padre Fuciu: «Unità è la parola chiave, i tre magi rappresentano l’unità, ma anche l’unità delle tre persone del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che è la Santissima Trinità». E ha concluso: «Siamo qui per questa preghiera per l’unità dei cristiani rivolta a Dio per proteggerci e per essere benedetti».

La serata è quindi proseguita con un momento di dialogo e ascolto reciproco in stile sinodale. Divisi in tre gruppi i partecipanti hanno potuto confrontarsi, riflettere e condividere pensieri riguardanti l’unità dei cristiani e come testimoniarla nel mondo di oggi e di domani. Quindi le tre lampade, che avevano accompagnato i lavori di gruppo, sono state riportate vicino all’altare in modo da essere visibili a tutti.

La veglia ecumenica si è quindi conclusa con un momento di preghiera seguito dalla benedizione.

 

Settimana ecumenica, don Celini a “Chiesa di Casa”: «Come i magi, insieme verso Cristo»