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Fascismo, Guerra e Resistenza: la testimonianza di don Primo Mazzolari nel convegno del prof. Franco Verdi

Per il terzo anno consecutivo si è tenuto a Cremona un incontro sul ruolo dei cristiani nella Resistenza. L’appuntamento, nel pomeriggio di martedì 14 maggio presso il Centro pastorale diocesano di Cremona, è stato promosso da Cisl-Asse del Po e Associazione nazionale partigiani cristiani di Cremona, con l’adesione di Acli Cremona e della Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Cremona.

L’iniziativa, nata da un’idea del professor Angelo Rescaglio, presidente dell’Anpi cremonese e mancato lo scorso ottobre, intende approfondire il ruolo che anche i cristiani hanno svolto durante la Resistenza sul territorio: infatti, partendo il primo anno con l’approfondimento della nascita delle Fiamme Verdi in territorio bresciano su impulso di alcuni sacerdoti, si è passati ad approfondire le azioni partigiane nell’Oglio-Po. Da qui il collegamento con la figura di don Primo Mazzolari, parroco per quasi un trentennio a Bozzolo.

Ad introdurre l’incontro Eugenio Bignardi, incaricato diocesano della Pastorale sociale e lavoro, che, dopo aver portato i saluti del vescovo Antonio Napolioni, ha voluto iniziare leggendo un passo dal libro “Tu non uccidere”, vero e proprio manifesto del pacifismo scritto da Mazzolari.

A seguire i saluti di Bruno Tagliati, presidente delle ACLI di Cremona, che ha sottolineato come quest’anno ricorrano gli 80 anni dalla fondazione delle ACLI e ha voluto riflettere su come sia oggi fondamentale per i cristiani proseguire nell’intento di pace di Mazzolari, in un contesto di guerra tornata inattesa e improvvisa anche in Europa, senza dimenticare i tanti altri scenari di guerra in tutto il mondo.

Nel suo intervento il professor Franco Verdi, dell’Associazione nazionale partigiani cristiani, ha ripercorso l’esperienza di vita di don Primo Mazzolari durante il Ventennio, a partire dall’avvento del fascismo in Italia, passando per la guerra e concludendo poi con la Resistenza: «Questa è la testimonianza di un vissuto di grande coerenza e sofferenza che coesistono nel sacerdote Mazzolari».

Fin dai primi anni del fascismo don Primo vedrà in questa ideologia la negazione dello spirito cristiano e le bastonate del ‘22/’25 daranno alle sue idee un giudizio definitivo: «L’intuizione generativa di cogliere le radici morali del fascismo e prima ancora la contraddizione di una visione etica della politica, già dal 1923, in un’epoca in cui si davano molte letture diverse e non sempre di condanna, – ha illustrato Verdi – Mazzolari va alla radice del fascismo riconoscendo che è la negazione dell’umano, mentre l’atteggiamento antifascista è di chi non si accontenta delle parole d’ordine e si interroga con la forza della sua ragione».

Con l’entrata in guerra dell’Italia il parroco di Bozzolo vorrebbe seguire in guerra i trecento giovani della sua parrocchia, ma per l’età non viene autorizzato. Nonostante ciò, Mazzolari non farà mai mancare la sua presenza con la preghiera e il sostegno a distanza, tenendo anche un registro con tutti i dati dei ragazzi in guerra, annotando le loro vicende e tenendo traccia degli scambi epistolari: «È in questo periodo che egli matura le riflessioni sui grandi temi della guerra e della pace e sarà proprio rispondendo ai quesiti di un giovane aviatore che getterà le basi del libro “Tu non uccidere”,  dove si analizza il superamento della dottrina della guerra giusta».

Infine, Verdi, ripercorrendo le vicende della Resistenza e le molte vicende che hanno visto Mazzolari costretto a fuggire e a nascondersi dai nazifascisti per salvarsi la vita, ha voluto sottolineare quello che viene ritenuto dal sacerdote il problema principale: «Prima di riformare la politica, bisogna riformare la Chiesa e le coscienze». «Questa è la lezione che riguarda ancora noi oggi: che cosa deve essere la Resistenza se non questa visione capace di costruire il nuovo a partire dai fondamentali dell’umano e in questo c’è l’interpello alla contemporaneità di questo prete inascoltato, perseguitato ed emarginato anche in diocesi – ha quindi proseguito Verdi – questa era la via giusta che restituiva all’umano la sua dignità, la sua profondità e la sua bellezza».

Quindi concludendo l’intervento Verdi ha evidenziato: «Per fare memoria di Mazzolari occorre essere dentro questa consapevolezza storica e questo dovere che tocca la nostra vita e le condizioni con cui la esercitiamo».

A chiusura dell’evento è intervenuto il segretario generale Ust Cisl Asse del Po di Cremona e Mantova, Dino Perboni: «Mazzolari ha proseguito la sua lotta contro la bestialità umana anche dopo la lotta partigiana, salvando la vita agli stessi fascisti: oggi la politica in generale e vale anche per la Chiesa ha bisogno di una Resistenza che vuol dire trovare una rigenerazione che travalica i confini e questo è il tentativo che la Chiesa fa nel dialogo interreligioso».

 

Ascolta la relazione del prf. Franco Verdi




25 aprile, a Cremona le celebrazioni aperte con la Messa al cimitero presieduta dal vescovo Napolioni

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«Grazie alle sofferenze di chi ci ha preceduto veniamo da decenni di bellezza della pace», così ha voluto sottolineare il vescovo Antonio Napolioni durante la Messa presieduto nella mattinata del 25 aprile al Cimitero di Cremona.

In occasione del 79° anniversario della Liberazione, è stato predisposto un articolato programma celebrativo dal Comune di Cremona, in collaborazione con il Comitato Costituzione Liberazione (Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani di Cremona, Associazione Nazionale Divisione Acqui – Sezione di Cremona), che si è aperto proprio con la Messa presieduta dal vescovo di Cremona presso la Cappella dei Caduti per la Libertà, alla presenza delle autorità civili e militari e dei rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’armi e partigiane.

Nella sua omelia, mons. Napolioni ha voluto porre l’attenzione a un pericolo molto attuale nel contesto dei conflitti di oggi: «Abbiamo paura di perdere la pace e siamo tentati di illuderci che la potremo ottenere ancora solo con la violenza: la Parola ci dà un bagno di umiltà, perché abbiamo fatto esperienza della potenza di Dio». «Ieri sera – ha quindi proseguito il vescovo durante la sua riflessione – ho avuto modo di riascoltare le parole di violenza che hanno reso quel Ventennio foriero di drammi, umiliazioni, faziosità e che hanno seminato morte e risentimento. Quanto è necessario non strumentalizzare Dio e non usare mai le religioni come arma di divisione». Infine, mons. Napolioni ha voluto chiudere con un invito rivolto a tutti: «La vera liberazione non è compiuta, perché è personale e comunitaria, opera alla quale siamo chiamati tutti credenti e non credenti».

Al termine della Messa, accompagnato dal trombettiere del Complesso bandistico “Città di Cremona”, il corteo, preceduto dai Gonfaloni del Comune e della Provincia di Cremona, ha sfilato all’interno del cimitero per rendere omaggio a quanti hanno dato la propria vita per la difesa della libertà, con sosta e deposizione di corone d’alloro e fiori alla Cappella ai Caduti Civili, alla Cappella dei Fratelli Di Dio, ai monumenti commemorativi dei soldati trucidati a Cefalonia e Corfù, dei Caduti per la Resistenza, all’Altare della Patria e sulla tomba di Mario Coppetti.




Fermiamo le guerre, sosteniamo la pace: il punto della situazione con l’analista Giorgio Beretta

Un pomeriggio per riflettere e approfondire il tema dell’economia delle armi e la corsa al riarmo su ispirazione dell’appello che da tempo Papa Francesco continua a ripetere: «Va fermata questa folle corsa alle guerre e alle armi». È quanto si è svolto nel pomeriggio di giovedì 11 aprile presso il Centro pastorale diocesano di Cremona con Giorgio Beretta, analista del commercio nazionale e internazionale di sistemi militari e di armi comuni all’interno dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal).

L’incontro, intitolato “Fermiamo le guerre, sosteniamo la pace”, è stato promosso dall’Ufficio per la Pastorale sociale e del Lavoro della Diocesi di Cremona insieme a Pax Christi Cremona e hanno aderito Tavola della Pace di Cremona e Oglio-Po, Forum per la Pace e i diritti dei popoli “Primo Mazzolari”, Coordinamento Democrazia Costituzionale, Movimento Federalista Europeo e Circolo Acli “Oscar Romero”.

Nella sua introduzione Eugenio Bignardi, responsabile della Pastorale sociale, ha tracciato un quadro generale della situazione riprendendo proprio l’appello del Papa e quello che mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste, ha lanciato nella Domenica in Albis a Bozzolo nella celebrazione nel ricordo di don Primo Mazzolari: «Non credo che un uomo come Mazzolari avrebbe taciuto nei confronti di questa economia di guerra verso la quale ci stiamo dirigendo con questa corsa agli armamenti; dobbiamo alzare la voce contro questi extra-profitti dell’industria degli armamenti».

Nella sua presentazione Bignardi ha quindi riportato dati importanti sul crescente aumento dei profitti dell’industria degli armamenti italiana negli ultimi anni, mettendo in guardia dallo svuotamento della legge 185 del 1990 sull’export delle armi, in revisione in questo periodo in Parlamento, insieme alla limitazione delle informazioni a disposizione del Parlamento e della società civile riguardo all’export degli armamenti italiani.

Nella sua esposizione Beretta è partito dai dati raccolti dal suo lavoro di ricerca e analisi, partendo proprio da quelli messi a disposizione grazie alla legge del 1990 oggi in revisione, dai quali emerge come il mercato degli armamenti europeo, nel suo complesso, si contende a livello mondiale il secondo posto insieme alla Cina dopo il primato degli investimenti statunitensi: «Non è vero che la spesa militare dei Paesi europei sia bassa, perché nel suo complesso sia gli investimenti per il riarmo sia l’export dell’industria militare ricopre le prime posizioni a livello mondiale».

La sua è stata una riflessione anche sul fondamento delle politiche in materia di guerra, a partire dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Costituzione Italiana, nelle quali viene indicata la strada maestra della rimozione dei conflitti e del ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, profilando anche il ruolo che il nostro Paese dovrebbe ricoprire nel promuovere la pace nelle situazioni di conflitto, certamente non investendo in armi.

Il focus è stato poi concentrato sul mercato italiano: «L’Italia esporta una parte degli armamenti prodotti ai Paesi alleati Nato e dell’Unione Europea, ma una grossa parte viene venduta ai Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente: se c’è una cosa di cui abbiamo bisogno è ripensare l’industria militare e ricalibrarla sulle effettive esigenze militari dell’Europa, superando la sua frammentazione e inefficienza, mentre oggi risponde alle esigenze di mercato, che non è detto coincidano con le esigenze di sicurezza».

Quindi Beretta è passato a spiegare il funzionamento della legge 185 del 1990: «Questa legge prevede un’autorizzazione da parte dell’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) che ha il compito di autorizzare l’export di armi su tre diversi livelli: l’autorizzazione governativa per l’export di armamenti, il controllo della tipologia di quanto esportato e il relativo controllo bancario». «Questa impostazione di controlli dovrebbe permettere un certo livello di trasparenza su tutti e tre i livelli, nonostante negli anni siano state apportate modifiche ai report annuali rendendo la lettura dei dati meno precisa», ha spiegato l’esperto dell’Opal, che ha rilanciato quindi l’allarme: «Con la nuova normativa proposta, al governo spetterà l’autorizzazione finale, che potrà avvenire anche tramite una valutazione di tipo politico, senza nessun controllo da parte del Parlamento».

Quindi l’appello finale, rivolto a tutte le associazioni e alla società civile, a mobilitarsi secondo le modalità previste da Rete Pace e Disarmo: come punto di partenza le realtà associative che hanno partecipato all’incontro si sono proposte di aderire a questa raccolta firme e di procedere con l’invio di una lettera-appello ai parlamentari italiani. L’incontro è stato anche occasione per rilanciare la campagna “Italia ripensaci” per chiedere al governo italiano l’adesione al Trattato per la proibizione delle armi nucleari in vigore dal 2021 a livello internazionale.

 

La relazione dell’analista Giorgio Beretta




L’eroicità della santità, don Primo Mazzolari e padre Silvio Pasquali

Don Primo Mazzolari e padre Silvio Pasquali. Entrambi nati nella periferia della città di Cremona: uno al Boschetto, l’altro al Cambonino (allora sotto la parrocchia di Picenengo). Per entrambi una vita spesa nella risposta alla chiamata del Signore annunciando e testimoniando il Vangelo da presbiteri: uno come parroco in terra cremonese e mantovana, l’altro come missionario in India. Entrambi accomunati oggi da un processo di beatificazione in corso.

Due figure al centro della riflessione sulla santità che don Umberto Zanaboni, vicepostulatore della causa di beatificazione di Mazzolari, ha offerto nella serata di mercoledì 10 aprile nella chiesa del Cambonino, parrocchia in cui si trova la cascina natale di padre Pasquali e che, insieme alla parrocchia del Boschetto, dove si trova la cascina natale di Mazzolari, fa parte dell’unità pastorale «Don Primo Mazzolari».

«Il candidato alla santità è colui che si è aperto alla grazia di Dio, che piano piano lo ha trasformato per far vedere i tratti di Gesù nella sua vita, contemporaneamente ai suoi limiti e difetti – ha spiegato don Zanaboni – Questo perché il santo ha vissuto lo stesso Gesù, il Messia sconfitto, che è l’anti-eroe, un fallito umanamente: questa è l’eroicità evangelica, la sapienza della croce».

La santità, infatti, non è solo aderire a valori morali: «L’eroicità di un santo ribalta la vita normale perché una cosa sono i valori del mondo, mentre dall’altra parte c’è la Pasqua di Gesù: i valori della canonizzazione del mondo sono quelli ben spiegati da San Paolo: debolezza, nullità, il disprezzo che sono l’opposto della nobiltà, della sapienza e della potenza secondo la logica umana» ha quindi proseguito il sacerdote nella sua spiegazione.

Quindi don Umberto Zanaboni ha voluto ricordare come a volte si ha un’idea distorta della santità: «Le debolezze del santo vanno mostrate, perché dimostrano la sua grandezza nell’ affrontarle. Spesso i santi hanno caratteri duri, ma che convertono la gente; i santi sono tutti un po’ matti perché credono nell’impossibile di Dio, anche in questo momento della nostra Storia».

 

Ascolta la riflessione di don Zanaboni

Don Primo Mazzolari, uomo di fede che fa fermentare vita

Suore Catechiste di Sant’Anna, Messa a Picenengo nel ricordo del battesimo del fondatore padre Silvio Pasquali




Suore Catechiste di Sant’Anna, Messa a Picenengo nel ricordo del battesimo del fondatore padre Silvio Pasquali

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«Con le Suore Catechiste di Sant’Anna è come se Padre Silvio Pasquali fosse tornato a Cremona». Con queste parole padre Massimo Casaro, responsabile dell’Ufficio beni culturali del PIME, ha voluto ricordare la figura del missionario cremonese, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte, durante l’Eucaristia celebrata nella chiesa parrocchiale di Picenengo nella mattina di domenica 7 aprile.

Proprio in questa chiesa alla periferia di Cremona il 10 aprile del 1864 veniva battezzato Silvio Pasquali, che era nato poco distante presso la cascina Cambonino.

La celebrazione eucaristica, concelebrata da don Francesco Cortellini, amministratore parrocchiale di San Bartolomeo, è stata occasione per svelare una targa proprio presso il fonte battesimale, alla presenza delle Suore Catechiste di Sant’Anna, congregazione fondata in India da padre Pasquali e che da ormai diversi anni sono presenti anche in Italia e in particolare a Cremona.

«Padre Silvio è un padre del PIME antico, del secolo scorso, e sono tanti i padri del PIME che cadono nell’oblio, come accade in tutte le famiglie. Io stesso non lo conoscevo – ha detto padre Casaro nell’omelia –. Era un missionario che potremmo definire, senza timore di esagerare, un po’ eroico, di una tipologia di cui in un certo senso se ne è perso lo stampo». E ha continuato: «Un tempo il missionario vero partiva per non tornare più e le ultime immagini della famiglia erano sul molo del porto, dicendo ai parenti “ci rivediamo in paradiso”».

La riflessione del missionario si è quindi concentrata sulla testimonianza di fede di padre Pasquali: «È la sua fede che dissoda il terreno e che fa germogliare la vita vera e autentica. Un segno di questa fecondità sono le suore che continua nel tempo. Lui non è tornato in Italia, ma sono venute le sue suore e in qualche modo è come se Padre Silvio a modo suo fosse ritornato nel loro carisma, nella loro dedizione, in quel servizio che stanno prestando alla Chiesa di Cremona. La fecondità è sempre miracolosa e generativa».

«Che la memoria di questo uomo del passato sia mantenuta viva – l’auspicio dei missionario del Pime ha che presieduto l’Eucaristia a Picenengo – ma soprattutto sia scoperta per ciò che ha di attuale da comunicare anche a noi nella forma, nella fedeltà al Signore della donazione della vita e di una speranza solida verso la pienezza e il compimento di tutte le cose».

La celebrazione è stata accompagnata dal gruppo musicale Fortuna Reditus Ensemble, la rifondazione della Cappella Musicale di San Giacomo Maggiore di Bologna, fondata nel 2006 per la riscoperta del patrimonio musicale dei frati agostiniani tra ‘500 e ‘700. Nell’occasione è stata eseguita una delle tre Messe Triple concertate di Carlo Milanuzzi, compositore, organista e presbitero italiano del XVII secolo.

Morto nel 1924, padre Silvio Pasquali, cremonese di nascita, fu missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) in India, dove fondò la Congregazione delle Suore Catechiste di Sant’Anna. La sua importante attività di evangelizzazione nel Paese asiatico è stata espressa nel 2015 con il riconoscimento come Servo di Dio.

A un secolo dalla morte, e mentre continua il processo di beatificazione, a Cremona è stata organizzata una ricca serie di eventi per celebrarne la sua opera e mantenere vivo il ricordo e l’esempio, di cui la celebrazione a Picenengo è stata parte integrante.

Il prossimo appuntamento avrà luogo la sera di mercoledì 10 aprile, alle 21, nella chiesa di San Giuseppe, nel quartiere Cambonino di Cremona, dove don Umberto Zanaboni condurrà una riflessione su “L’eroicità cristiana dei Santi”, ricordando padre Silvio Pasquali e don Primo Mazzolari.

 

Da aprile un ricco calendario di eventi nel ricordo di padre Silvio Pasquali




Al Cambonino una serata su Mazzolari con la proiezione del documentario inedito di Ermanno Olmi

 

La proiezione del documentario su don Primo Mazzolari che Ermanno Olmi realizzò con Corrado Stajano, su proposta della Rai nel 1967, e che mai fu mandato in onda, ha reso davvero unica la serata sul parroco di Bozzolo promossa nella serata di giovedì 22 febbraio dall’unità pastorale di Cremona che proprio a lui è stata intitolata (visto che comprende anche la parrocchia del Boschetto dove Mazzolari nacque il 13 gennaio 1890). Il docufilm, di 25 minuti, fortunosamente ritrovato alcuni mesi fa negli archivi dell’emittente di Stato, è stato proposto nella chiesa San Giuseppe, nel quartiere Cambonino.

La serata si è aperta con il saluto del parroco moderatore dell’unità pastorale “Don Primo Mazzolari” (formata dalle parrocchie di Sant’Ambrogio, Cambonino, Boschetto e Migliaro). Don Paolo Arienti ha voluto sottolineare il «bisogno di cultura»: «a volte – ha detto – fuori dalla Chiesa manca e ci possiamo accorgere di quanta cultura invece ci serve. Ma se manca anche dentro alle comunità ecclesiali succede che ci si occupa solo del rito rendendo sterile la vita».

Ha quindi preso la parola in collegamento da New York il prof. Stefano Albertini, originario di Bozzolo e oggi direttore di Casa Italia, che ha introdotto la visione del cortometraggio «che ripropone la realtà e la vita di don Mazzolari in maniera poetica: una narrazione discreta che ha lasciato molto spazio alle immagini». «La sera prevista della messa in onda, il Giovedì Santo del 1967 – ha ricordato Albertini – fu trasmesso invece un documentario sulle farfalle: questo provocò molte polemiche, anche a livello politico, fino ad arrivare a interrogazioni parlamentari. La Rai non trasmise mai il filmato, pur assicurando l’inserimento della trasmissione in palinsesto in una data successiva».

La pellicola non fu mai trasmessa e il filmato fu perso. Contemporaneamente la Rai commissionò a un altro Olmi, il giornalista Massimo, un altro documentario su don Primo, intitolato “Il profeta della Bassa” (disponibile anche sul sito della Fondazione e su YouTube). «Massimo Olmi produsse, con la consulenza di Arturo Chiodi, ragazzo di Mazzolari divenuto giornalista, un documentario giornalistico più che decoroso, con molte interessanti testimonianze ai bozzolesi sul loro parroco». E ancora: «In Rai il film di Ermanno Olmi scomparse da ogni archivio e da ogni teca, ma a un certo punto a Ennio Chiodi, figlio di Arturo, venne l’idea di cercare nel “nastro bobinone”, una bobina dove la Rai registrava tutte le trasmissioni della giornata come registrazione di sicurezza in caso di problemi e proprio lì fu trovato questo film. Nulla ad oggi si sa, invece, dei motivi e dei mandanti della censura».

 

L’intervento del prof. Stefano Albertini

 

La serata è poi proseguita con la riflessione di don Bruno Bignami, postulatore della causa di beatificazione di don Mazzolari e direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il Lavoro. Il sacerdote cremonese ha riflettuto sulla centralità dei poveri nel pensiero del parroco di Bozzolo: «Mazzolari, partendo dalla visione dei Padri della Chiesa, acquisisce la grande consapevolezza che i poveri sono il cuore e la presenza stessa di Cristo nella Chiesa. È possibile trovare Cristo in tre luoghi: l’Eucarestia, la Parola di Dio, i poveri». «La valorizzazione del povero – ha detto ancora don Bignami – permette di rivedere tanti assetti e tante modalità di pensare la pastorale e la vita cristiana». E ha precisato: «Uno dei testi mazzolariani fondamentali è “Il Samaritano”, che dice esattamente qual è l’approccio al povero: va accolto per quello che. Ed è curioso che nel Vangelo è uno straniero colui che accoglie e dà una risposta di carità al povero». Il cristiano allora «deve farsi povero come Cristo, così come la Chiesa deve fare l’esperienza della povertà. Tutti temi recuperati dal Concilio Vaticano II quando si è compreso in maniera approfondita che la via della povertà di Cristo è anche la via della testimonianza della Chiesa».

 

L’intervento di don Bruno Bignami

 

Infine, ha preso la parola in collegamento video il sindaco di Cremona, Gianluca Galimberti, che ha incentrato la sua riflessione sul senso della complessità e della povertà da vedere non solo nel prossimo, ma anche in se stessi: «Bisogna assumere uno sguardo nuovo che accetta la complessità della realtà, quindi domandarsi chi sono i poveri nella nostra città: i giovani, gli immigrati, chi ha problemi nel complesso mondo del lavoro, le persone sole. Ma il clima non favorisce: perché quando si apre lo sguardo su chi sono i poveri, la presenza della persona povera mette in crisi, perché mette in discussione i propri diritti». E ha aggiunto: «La risposta a questo problema è già in atto: dobbiamo provare a trasformare la risposta di una generosità personale rispetto alla povertà in una risposta politica, nella consapevolezza che non esistono ricette semplici. Servono risposte che hanno bisogno di tempo, accettando la fatica di cercarle insieme riconoscendo quanto già è stato fatto».

 

L’intervento del prof. Gianluca Galimberti

 

“La parola ai poveri” era il titolo dell’incontro, ispirato alla rubrica che negli anni ’40 e ’50 apparve su Adesso, il quindicinale di don Primo Mazzolari, dedicata proprio alla condizione dei poveri e recentemente ripubblicata con una breve ma profonda prefazione di Papa Francesco. Quello dei poveri è uno dei temi centrali della spiritualità di don Primo Mazzolari: un’attenzione che diventa impegno personale e richiamo sociale su cui riflettere e levare anche voci di denuncia.

La serata – cui ha preso parte una delegazione di Bozzolo, con il parroco don Luigi Pisani e il sindaco Giuseppe Torchio, insieme ad alcuni membri della Fondazione Mazzolari – è stata realizzata grazie alla sinergia tra l’Unità pastorale “Don Primo Mazzolari”, il Comune di Cremona, la Fondazione “Don Primo Mazzolari” di Bozzolo e la Postulazione della Causa di beatificazione.




Giornata della vita, al Maristella una serata di preghiera e testimonianze

 

Silvia Gerevini ha 49 anni, è moglie e mamma di cinque figli. È sua la testimonianza che, insieme a quella di don Maurizio Lucini, incaricato diocesano per la Pastorale della salute e assistente spirituale dell’Hospice di Cremona, ha arricchito la veglia di preghiera alla viglia della Giornata nazionale per la vita che nella serata di sabato 3 febbraio è stata organizzata a Cremona, nella chiesa dell’Immacolata Concezione del quartiere di Maristella, per la Zona pastorale 3 e il territorio circostante.

Dedicata al tema della vita in tutte le sue fasi, è stata una serata di preghiera e di riflessione aiutata anche da alcune testimonianze, dalla riflessione del Vescovo e da alcuni passi del messaggio dei vescovi per la 46ª Giornata nazionale della vita, focalizzata sul tema La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36). Ad aiutare il clima di meditazione gli strumenti e le voci del coro parrocchiale del Maristella.

Silvia Gerevini ha voluto portare la sua testimonianza di vita: «Sono qui per gratitudine verso il buon Dio, che nella vita mi ha regalato tanto: la vita stessa, il marito, la famiglia, gli amici, il figlio fatto, i figli presi già fatti, i figli desiderati, i figli indesiderati, i figli sani, il figlio malato». Un elenco inusuale, che ha fatto sintesi di una storia di accoglienza che Silvia e il marito, Cristiano Guarneri, vivono da quando sono sposati. Non un progetto, ma un “sì” al disegno di Dio. «Questo per me è essere madre: dare la vita per l’opera di un Altro, attraverso ciò che ci fa vivere», ha detto Silvia. «Così – ha raccontato ancora – negli anni abbiamo accolto diversi figli, tramite l’affido. Di questi figli, c’è chi si è fermato solo 15 giorni, chi qualche mese, chi anni e chi è ancora con noi e sta studiando medicina». L’ultimo cenno è dedicato al figlio Alessandro, 18 anni, cerebroleso: «Non riesce a fare quasi nulla, ma ama e si lascia amare. Che è quello che dovremmo fare tutti noi».

La testimonianza di Silvia Gerevini

 

Molto forte e profonda anche la testimonianza di don Maurizio Lucini, in servizio come assistente spirituale presso l’Hospice dell’Ospedale di Cremona, che attraverso il racconto di alcuni incontri ha portato all’attenzione il tema del fine vita: «L’argomento dell’assistente spirituale è certamente complesso e ho pensato di portare a voi alcuni dialoghi con pazienti incontrati in questo reparto». Incontri in cui il confronto con il sacerdote è stato di una profondità sincera, nel quale sono emerse le fragilità di ogni essere umano e il desiderio di riconciliarsi con il Padre o con esperienze di vita vissute con dolore e sofferenza, con un accenno speciale alla problematicità relazionale con alcune figure della propria famiglia.

La testimonianza di don Maurizio Lucini

 

Non è mancata la riflessione del vescovo Antonio Napolioni, che ha presieduto la veglia: «C’è una Chiesa fatta di vita e che veglia sulla vita, magari senza rendersene conto», le sue parole. Quindi ha condiviso con i presenti tre incontri avuti durante i giorni della Visita ad limina in Vaticano, esperienze segnate dall’incontro con situazioni di vita particolari, ma pieni di umanità e di gioia. «Non c’è solo la veglia per la vita, ma c’è una vita per la veglia –ha quindi proseguito –. È pieno il mondo di vita da vegliare perché morente, perché nascente, da vegliare con cuore vigile e con sguardo contemplativo e innamorato, da vegliare per riconoscere davvero le membra del corpo di Gesù».

La riflessione del vescovo Antonio Napolioni

 

 

Gli appuntamenti del 4 febbraio

Doppio appuntamento, invece, domenica 4 febbraio, in cui ricorre la 46ª Giornata nazionale per la vita, sul tema La forza della vita ci sorprende. “Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?” (Mc 8,36).

Alle 16, presso la sala Bonomelli del Centro pastorale diocesano di Cremona (via S. Antonio del Fuoco 9A), il professor Marco Maltoni, medico coordinatore della rete di cure palliative della Romagna, affronterà il tema: “Nella sofferenza una speranza: il malato inguaribile e le cure palliative”.

Alle 18, inoltre, nella chiesa del Maristella, il coro parrocchiale dell’Immacolata Concezione intonerà le “Ninne Nanne dal mondo”, un concerto caratterizzato dall’esecuzione di diversi brani “della buonanotte” di culture e tradizioni diverse.

La serie di eventi promossi a Cremona in occasione della 46ª Giornata nazionale per la vita si chiuderà la sera di lunedì 5 febbraio, con l’adorazione eucaristica per la vita che si terrà presso Cascina Moreni alle ore 21.

 

“Una chat per la vita”, la presentazione del libro del Movimento per la vita di Varese ha aperto gli eventi della 46ª Giornata della vita

Chiesa di casa, la forza della vita ci sorprende

Giornata per la vita: “ogni vita ha immenso valore” e “stupefacente capacità di resilienza”




Come per Omobono, sgorga dalla Parola la “rivoluzione del servizio”

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Nel pomeriggio della vigilia della solennità di Sant’Omobono, si sono celebrati i primi vespri del patrono, presieduti dal vescovo Napolioni presso l’omonima chiesa di via Ruggero Manna a Cremona.

Il momento di preghiera è stato occasione per rinnovare il mandato ai quarantotto ministri straordinari della Comunione e conferirlo ai dodici nuovi, provenienti da tutte le zone della diocesi: un prezioso ministero per portare il sacramento dell’Eucarestia proprio a tutti, in particolare a chi è impossibilitato a partecipare alla Messa come i malati o gli anziani.

Durante questo significativo momento di preghiera, dopo il canto dei salmi, il vescovo di Cremona ha ripreso la figura del santo patrono della città e della diocesi, invitando a non fare del suo insegnamento «una pia esortazione che si perde nell’aria, come chiacchiere; un modo di leggere la Parola di Dio che ci lascia come eravamo, non ci cambia e non parla neppure al mondo e a chi non crede, ai giovani e a chi sta male».

«Siamo in questa chiesa – ha proseguito Mons. Napolioni- che ha visto Omobono tutti i giorni venire ad amare il Signore e a fare il pieno della carità di Cristo, per essere in città, da vivo e da morto, il migliore cremonese della Storia: non vuole l’esclusiva, non solo a Cremona, ma ovunque – ha quindi proseguito – qui lui si è acceso come un fuoco e ci propone la Parola come la vera rivoluzione, come lui si è lasciato rivoluzionare la vita da Cristo: mentre viveva la sua vita si accende il lui il Vangelo, l’amore per l’Eucarestia, il bisogno di penitenza, l’amore fraterno».

Ascolta l’omelia del vescovo Napolioni

Quindi, riprendendo il salmo appena recitato: «Come abbiamo pregato Dio è fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri: invece noi vogliamo costruire tante prigioni per quelli che vorrebbero venire in Italia perché abbiamo paura che vengano a rubarci qualche pezzetto di pane – quindi, proseguendo nella lettura del salmo, il vescovo di Cremona ha continuato con una provocazione – Dio sconvolge le vie degli empi: potremmo essere proprio noi, pii ma induriti, devoti ma arrabbiati, religiosi ma pessimisti, con il nome di Gesù sulle labbra ma non nel cuore».

Il pensiero è poi andato proprio ai ministri straordinari della Comunione: «Ben venga fare la festa di Sant’Omobono per farci rigenerare, ben vengano uomini e donne che si mettono a disposizione della comunità per portare l’Eucarestia ai malati, alle persone che non possono uscire di casa perché questo è un gesto rivoluzionario, non solo un gesto di consolazione: è portare nelle case una speranza più forte di ogni dolore, è aprire le case alla comunità, è ricordare a chi sta bene che c’è anche chi sta male,  perché siamo tutti in cammino verso la debolezza riscattata dalla debolezza di Cristo».

«Il servizio è la rivoluzione perché non è l’attaccamento a noi stessi, alle nostre cose e alle nostre idee per migliorare la realtà, ma l’attenzione a Dio e ai fratelli con il dialogo e la disponibilità: Omobono lo vive così il suo cristianesimo, con un amore che lo trasfigura e questo non è un dato improponibile nel nostro tempo, anzi può essere un tempo favorevole per essere cristiani, perché essere cristiani per abitudine non ha mai funzionato e adesso funziona ancora di meno» ha continuato mons. Napolioni ritornando alla figura del patrono come esempio per tutti.

Concludendo, il vescovo ha quindi detto: «Ben vengano altri ministeri, una rivoluzione della ministerialità in una maniera nuova, non per avere qualche soldatino in più che affianca il parroco, ma perché ci sia una comunità coraggiosa per quanto umile, capace di fantasia della carità davanti alle nuove povertà che ci sfidano dentro casa. Abbiamo bisogno di Omobono e di tanti uomini e donne come lui e siamo qui per questo, sotto il suo sguardo e la sua intercessione per riprendere il cammino, disponibili a ciò che lo Spirito ha suggerito ad alcuni di voi e potrà suggerire a tanti altri ancora».

Il ministero è finalizzato primariamente a portare la Comunione ai malati e agli assenti soprattutto nel giorno del Signore, perché appaia con evidenza che anch’essi fanno parte della comunità anche se impediti di partecipare all’assemblea domenicale. Inoltre il ministro svolge il suo servizio alle Messe domenicali nelle quali per il numero dei fedeli si richieda un aiuto per la distribuzione delle Comunioni.

 




Messa dei defunti in Cattedrale, il Vescovo: «Dio è fedele e misericordioso»

Nel pomeriggio di giovedì 2 novembre il vescovo Antonio Napolioni ha presieduto in Cattedrale la Messa nella commemorazione di tutti i defunti. La celebrazione eucaristica ha fatto seguito alla preghiera svoltasi come da tradizione poche ore prima nel cimitero cittadino (leggi qui).

Insieme al vescovo hanno concelebrato il vescovo emerito mons. Dante Lafranconi, i canonici del Capitolo della Cattedrale e il parroco dell’unità pastorale Sant’Omobono, i cui ministranti hanno prestato servizio all’altare.

Nell’omelia mons. Napolioni, riprendendo il passo evangelico del giorno, ha sottolineato: «C’è una grande promessa che orienta il cammino della Chiesa: che Dio è fedele e misericordioso. Ma la Parola non ci consegna solo delle promesse: pure le necessarie premesse». «Fin dalla creazione del mondo è stato preparato il Regno – ha proseguito il vescovo di Cremona –: se in questo mondo incontriamo fratelli e sorelle affamati, assetati, nudi, stranieri, malati, in carcere sono occasione per garantirci un po’ dell’eredità che il Signore ci ha preparato, degli investimenti a portata di mano».

Utilizzando un gioco di parole il Vescovo ha quindi continuato: «Tra la promessa e la premessa c’è la Messa: l’Eucarestia è memoriale per ospitare le nostre piccole memorie. Non solo commemorare i propri defunti. Perché il mistero pasquale ha introdotto nella Chiesa e nel mondo un principio di risurrezione senza il quale nessuna premessa conduce al compiersi della promessa».

«Qui nella Messa – ha concluso Napolioni – accade qualcosa di più grande delle nostre preghiere e dei nostri gesti di carità, perché è Cristo in persona che rinnova il suo sacrificio redentore: qui tutto si ricongiunge e tutto riparte».

 

Ascolta l’omelia del vescovo Napolioni

 




Casalbuttano e San Vito hanno accolto il nuovo parroco don Davide Schiavon

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Nel pomeriggio di domenica 8 ottobre don Davide Schiavon ha fatto il suo ingresso come parroco di Casalbuttano e San Vito, diventando anche moderatore dell’unità pastorale Nostra Signora della Graffignana, composta anche dalle parrocchie di Paderno Ponchielli, Ossolaro e Polengo.

La celebrazione è iniziata con il saluto del sindaco di Casalbuttano, Gian Pietro Garoli, sul sagrato della chiesa parrocchiale di San Giorgio martire: «Quando cambia un parroco, soprattutto nei nostri paesi c’è molta curiosità: la conoscenza reciproca è un processo che avverrà lentamente e sono sicuro che don Davide sarà un segno di Dio. La cosa importante è che io lo leggo come l’arrivo dell’uomo della buona notizia, sia per i fedeli sia per chi non crede». Poi, a nome dell’Amministrazione, il sindaco Garoli ha voluto sottolineare come il cammino di parrocchia e Comune quando è condiviso funziona, nel confronto dialettico e sincero.

 

Saluto del sindaco Garoli

 

Quindi con l’ingresso nella chiesa parrocchiale è iniziata la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Antonio Napolioni e accompagnata dai canti del gruppo folk. A concelebrare diversi sacerdoti diocesani e tra loro il vicario zonale don Giambattista Piacentini e gli altri sacerdoti dell’unità pastorale: don Fabrizio Ghisoni, parroco di Paderno Ponchielli e Ossolaro, don Floriano Scolari parroco di Polengo e don Giorgio Ceruti collaboratore di Casalbuttano.

Il vicario zonale ha quindi dato lettura della nomina di don Schiavon, poi sono seguiti i riti caratteristici dell’insediamento di un nuovo parroco con l’aspersione dei fedeli e l’incensazione dell’altare.

Un rappresentante della parrocchia ha poi rivolto alcune parole di benvenuto al nuovo parroco: «Ti accogliamo con la gioia vera, siamo molto lieti che questa chiamata sia stata accettata molto volentieri; ti accogliamo in questa comunità, consapevole dei propri limiti, ma ricca di carità e umanità».

 

Saluto del rappresentante parrocchiale

 

La celebrazione è proseguita con la liturgia della Parola e la proclamazione del Vangelo da parte del nuovo parroco.

Nella sua omelia mons. Napolioni ha voluto riflettere in particolare sul Vangelo del giorno: «Ci vengono proposte diverse vigne: speriamo che Casalbuttano assomigli alla vigna del Vangelo che produce dell’uva fantastica, tanto che i vignaioli se la vogliono tenere per loro. Mi auguro che le nostre comunità siano come una vigna: né avida, né superlativa, ma la vigna di casa che produce vino buono».

«Il parroco deve portare la buona notizia – ha proseguito il vescovo Napolioni – ma ancora prima lo invito a scoprirla in ognuno di voi, perché ognuno di voi ne porta un frammento. Condividete tutto il bene possibile!».

Mons. Napolioni ha quindi concluso: «Il Vangelo, l’Eucarestia, la preghiera saranno i modi per far emergere la logica di Dio, farla nostra e cambiare la nostra logica, anche se è dura e anche io a volte non ce la faccio: siamo qui per fare questo patto di fraternità nel discepolato e di reciprocità di tutto il bene che Dio semina in noi».

 

Omelia del vescovo Napolioni

 

Al termine della Messa è stato quindi il momento del saluto del nuovo parroco alla comunità: «Sono onorato di entrare a far parte di questa comunità, grande, ricca e bella – ha esordito don Davide – a questo nuovo mio ruolo mi affaccio con gratitudine e un po’ di timore, ma come mi ha detto il vescovo “un po’ alla volta” e prendo in pieno questo suggerimento». E ha proseguito: «Non considero questo mio compito uno tra tanti, infatti mi sono preso questo come unico incarico per i prossimi anni: adesso il mio cuore e la mia testa saranno qui. Non posso garantire il risultato, ma posso promettere l’impegno».

 

Saluto del nuovo parroco

 

Al termine della Messa la festa è continuata in oratorio con un rinfresco organizzato dalla parrocchia, occasione per iniziare a conoscere il nuovo parroco.

Nella serata di lunedì 9 ottobre il nuovo parroco presiederà alle 20.30 la Messa in suffragio di tutti i defunti della comunità.

 

 

Profilo biografico di don Schiavon

Classe 1976, originario di Castelleone, don Schiavon è stato ordinato sacerdote il 13 giugno 2009. Laureato in Economia aziendale, ha iniziato il proprio ministero come vicario a Breda Cisoni, Ponteterra, Sabbioneta e Villapasquali. Tra il 2016 e il 2022 è stato incaricato diocesano per la Pastorale vocazionale. Dal 2015 era vicario della parrocchia “Beata Vergine di Caravaggio” in Cremona. Sarà moderatore dell’unità pastorale “Nostra Signora della Graffignana” composta anche dalle parrocchie di Ossolaro, Paderno Ponchielli e Polengo e parroco di Casalbuttano e San Vito, dove prede il testimone da don Gianmarco Fodri e continuerà ad esser affiancato dal collaboratore parrocchiale don Giorgio Ceruti. Dal 2020 don Schiavon è vicepresidente dell’Istituto diocesano per il Sostentamento del clero.

 

 

Il saluto del nuovo parroco sul bollettino parrocchiale

Cari amici (sacerdoti e laici) dell’unità pastorale “Nostra Signora della Graffignana”,  

vi saluto col cuore e non per pura formalità e vi ringrazio in anticipo per la vostra accoglienza. Per quanto sia difficile trovare argomenti concreti quando ancora ci si conosce poco di persona, vi voglio assicurare che sono sinceramente felice di entrare a far parte della vostra famiglia: ci vengo volentieri, ho già iniziato a pregare per voi e sono desideroso di condividere un tratto della vostra storia. 

Sono certo che il Signore benedirà questa nostra esperienza comune perché, in estrema sintesi, me lo sento, per una sorta di sesto senso. È il mio primo incarico da parroco e vi chiedo quindi una buona dose di indulgenza per qualche ingenuità che è da mettere in conto e perdonare ad un neofita. Ho buoni presentimenti perché le vostre comunità, da come le hanno descritte, hanno tutte le caratteristiche per realizzare un cammino fruttuoso insieme: una fede radicata nella storia e, al tempo stesso, disposta a continuare ad imparare; un modo di intendere le relazioni ancora ricco di umanità; un tessuto sociale ancora molto ispirato al modello della famiglia.  

Proprio a quest’ultima realtà vorrei collegarmi anche io nel dare il mio contributo a ciò che realizzeremo insieme. Per quanto il concetto non sia nuovo e venga ripetuto spesso, io pure  desidero ribadire che la famiglia, davvero, è la cellula della società e della Chiesa e, quando le famiglie sono sane, ci sono buone probabilità che anche le comunità cristiane lo siano. E, in una certa misura, è vero anche l’opposto.  

La famiglia, parentale o parrocchiale che sia, sta insieme se il Signore è una presenza costante all’interno di essa. E proprio su questo aspetto si concentreranno principalmente le mie attenzioni. L’amore reciproco, il rispetto, la fedeltà, la tenuta di lungo periodo sono possibili (l’esperienza lo attesta) solo se Dio, cercato, invocato e obbedito, concede la Sua benedizione e onora della Sua presenza. 

Non illudiamoci quindi di poter realizzare qualcosa di solido e duraturo se non concederemo i giusti spazi al Signore, nella preghiera e nell’imitazione del Vangelo. Se mancano queste dimensioni, le cose, nella migliore delle ipotesi, potranno funzionare solo se ci sono persone disposte a impersonare il ruolo dei martiri, da una parte, e dei prepotenti, dall’altra. Ma noi non desideriamo questo, bensì una comunità di fratelli che si vogliono bene, dove ognuno fa la sua parte (proporzionata ai propri sforzi e calibrata sui propri talenti) e in cui c’é armonia perché a nessuno è chiesto troppo e a nessuno troppo poco.  

In aggiunta, certamente, a livello umano, saranno poi necessarie tutta una serie di attenzioni, delicatezze, gesti di “manutenzione ordinaria” nelle relazioni che, con l’aiuto di tutti, potremo mettere in atto. Spero di conoscervi presto, ma non di scoprire tutto troppo velocemente, perché anche la meraviglia e la scoperta reciproca sono un ingrediente importante, da non esaurire troppo in fretta, che dà ancora più sapore al cammino e fascino all’avventura comune. 

Vi porto già nel cuore e vi auguro di poter migliorare ogni giorno nella via del Vangelo, cosa che io per primo mi impegnerò a praticare. Da ultimo, ma non certo per importanza, un sincero e cordiale ringraziamento a don Marco, mio predecessore, per il prezioso lavoro svolto e per la cortesia e pazienza dimostrate nel passaggio di consegne. 

Grazie a tutti, con amicizia. 

Don Davide 

 

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