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“Un allontanamento progressivo, non una divisione”

“Un allontanamento progressivo, non una divisione”. Con queste parole Giovanni Guaita, ieromonaco della Chiesa Ortodossa Russa, unico italiano in servizio al Patriarcato di Mosca, ha definito la relazione tra ortodossi e cattolici. Per Padre Guaita, l’unità e la diversità sono possibili se alla base di tutto c’è l’amore. Riprendendo il passo del Vangelo “Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17: 20-26), ha lanciato un appello a superare le antipatie, le divisioni storiche e culturali che da secoli ostacolano l’unità e il disegno di amore lasciatoci in eredità da Cristo, il suo “nuovo” comandamento: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.

Nel corso dell’incontro, dal titolo “Unità e diversità nella Chiesa ieri e oggi”, organizzato dall’ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso nella serata di giovedì 17 gennaio, presso il salone Bonomelli del Centro pastorale diocesano di Cremona, padre Guaita ha accolto l’invito del vescovo Antonio, conosciuto la scorsa estate in occasione del pellegrinaggio diocesano in Russia, a incontrare ancora la Chiesa cremonese per approfondire, anche da un punto di vista storico, il tema della comunione – non della divisione – tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa.

Don Federico Celini ha presentato Padre Guaita. Di origini italiane, vive a Mosca da 33 anni, dove svolge il proprio ministero in una parrocchia molto numerosa del centro della metropoli, situata a pochi metri dalla Piazza Rossa. Docente di Storia della Chiesa in una facoltà ortodossa, è particolarmente impegnato nella accoglienza dei senzatetto, la cui sopravvivenza è costantemente a rischio, soprattutto durante il gelido inverno moscovita. Attraverso un progetto di recupero vengono messe a disposizione dei clochard un migliaio di case in affitto, sparse in tutto il Paese, con la possibilità di iniziare un percorso di reinserimento sociale attraverso il lavoro.

Il vescovo Napolioni ha introdotto la serata con la preghiera di invocazione dello Spirito di Dio, capace di farci cogliere “l’unicità nella diversità”.

Padre Guaita, senza negare la distanza dottrinale esistente tra ortodossi e cattolici, sia per il contenuto sia per la forma della fede, ha sottolineato però che le differenze teologiche (Filioque, aggiunto al testo del Credo nella nell’XI sec., il dogma dell’Immacolata Concezione, l’Infallibilità papale, la dottrina del Purgatorio e il primato del Vescovo di Roma) non devono essere un ostacolo all’amore reciproco tra credenti, quell’amore che è il fondamento del Cristianesimo. Distanze perlopiù storiche e culturali, che traggono origine da due mondi separati: quello greco e quello latino.

Diffidenza alimentata dai trattati polemici antilatini e dai trattati antigreci in cui si parla anche del vescovo Liutprando di Cremona, trasferito poi a Costantinopoli al servizio dell’imperatore Ottone I.

Lo ieromonaco ha ripercorso i principali avvenimenti che hanno generato tensioni e strappi, ma non divisioni, ricordando che non si può parlare di scisma né nell’IX secolo (con il Concilio di Riconcilizione dell’879 il Papa riconobbe l’autorità del patriarca Fozio), né nell’XI secolo. Quello che storicamente è conosciuto come Scisma d’Oriente, viene definito da padre Guaita “l’incidente del 1054” causato dalla bolla di scomunica, sulla cui validità esistono dubbi, scritta dal cardinale Humberto da Silvacandida nei confronti del patriarca Michele Cerulario.

In chiusura, il vescovo Napolioni, oltre a ringraziare padre Guaita per la sua presenza, ha invitato a superare gli scismi e le eresie del passato, frutto della dimensione umana della chiesa secondo cui i diversi papi, i teologi e i credenti hanno vissuto di bisogni che non hanno nulla a che vedere con il primato del Vangelo.

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Mercoledì sera a S. Ambrogio padre Giulio Albanese

Mercoledì 16 gennaio alle ore 21 presso il teatro della parrocchia di Sant’Ambrogio, a Cremona, padre Giulio Albanese interverrà sul tema “Non c’è pace senza giustizia, ma anche senza una seria informazione”. L’incontro è aperto a tutti.

Padre Albanese, missionario comboniano, è direttore delle riviste “Popoli e missione” e “Il Ponte d’oro”, fondatore del servizio stampa missionario “Misna”, esperto in comunicazioni e conoscitore del panorama geopolitico mondiale, membro del Comitato per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Cei.

L’iniziativa è promossa dall’Unità pastorale cittadina “Don Primo Mazzolari” (Sant’Ambrogio, Cambonino, Boschetto e Migliaro) in collaborazione con il Centro missionario diocesano.




Mazzolari per le scuole: la mostra in via Palestro a Cremona

E’ allestita in questa settimana presso la chiesa di San Vincenzo a Cremona, la mostra “Conoscere don Primo Mazzolari”, un’esposizione itinerante proposta dalla Fondazione “Don Primo Mazzolari di Bozzolo” in collaborazione con la Focr, in occasione del 60° anniversario della morte del sacerdote cremonese, per cui è avviato il processo di beatificazione.

In attesa della celebrazione del 60° che, il prossimo 12 aprile, vedrà la celebrazione della Messa nella parrocchiale di Bozzolo presieduta dall’arcivescovo metropolita di Bologna Matteo Maria Zuppi che visiterà poi la tomba di don Primo, la mostra divulgativa porta sul territorio un approfondimento interattivo sulla vita, il ministero e il pensiero di don Primo.

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Un portale introduttivo, otto rollup che illustrano la figura di Mazzolari inserita nel suo tempo e nella storia italiana tra le due guerre e della Chiesa alla vigilia del Concilio Vaticano Secondo. Un percorso di approfondimento arricchito da due schermi installati per la proiezione di due contenuti audio/video: uno (realizzato da TRC per la rassegna “Le parole di don primo”) che ripercorre la biografia del sacerdote cremonese, l’altro con la lettura del Testamento di don Primo, una sorta di summa del suo pensiero e della sua ricca predicazione.

Ascolta la lettura di “Impegno con Cristo”

Interessante anche la possibilità di esplorare l’immenso patrimonio letterario lasciato da don primo attraverso una vera e propria antologia multimediale dei suoi testi sfogliabile grazie ad un tablet, con i titoli, le presentazione e i commenti sui libri di don Primo, di cui sono proposti estratti audio realizzati grazie alla collaborazione di Orazio Coclite, storica voce di Radio Vaticana. Materiale informativo è inoltre disponibile in formato cartaceo.

La mostra, gratuita, sarà disponibile per tutta la settimana per le visite delle scuole. Non a caso, infatti, è stata scelta come location la chiesa di via Palestro, nei pressi di numerosi istituti superiori. Diverse in questi giorni le visite guidate dagli insegnanti di religione di alcune scuole superiori cremonesi, offrendo così un’occasione unica per far conoscere alle nuove generazioni il massaggio di straordinaria attualità del prete di Bozzolo..

 

L’esposizione “Conoscere don Primo Mazzolari” – già presentata ad Assisi e prenotata per altre tappe anche in altre regioni d’Italia – sarà disponibile, su prenotazione, per tutto il 2019 per parrocchie, gruppi e associazioni. Insieme alla mostra, gli organizzatori propongono di dedicare un momento specifico a una conferenza o ad una celebrazione di preghiera sulla figura di don Mazzolari, a un suo scritto o a un tema della sua vasta opera. E la possibilità – in quell’occasione – di vendere dei libri

Per la prenotazione rivolgersi direttamente a don Umberto Zanaboni, vice postulatore della causa di beatificazione (tel. 331 8363752 – donumbertozanaboni@libero.it) e Fondazione don Primo Mazzolari (tel. 0376 920726 – info@fondazionemazzolari.it).

 




E in vendita il volume «Concordi Laetitia»

E’ disponibile alla vendita il volume “Concordi Laetitia”, la raccolta del repertorio ufficiale dei canti per l’animazione liturgica (edizioni NEC) al prezzo di 2 euro fino ad esaurimento scorte. Per l’acquisto è necessario prenotare comunicando alla ragioneria della curia il numero di copie desiderate.




Padre Giulio Albanese, voce per la giustizia

La disinformazione grida vendetta al cospetto di Dio!». È perentoria l’uscita di padre Giulio Albanese, ma la lunga esperienza di giornalista e missionario, da anni impegnato da professionista a «dare voce a chi non ha voce», forse gli dà l’autorevolezza necessaria.

Il suo è stato un preciso atto di accusa contro il sistema informativo asservito ai grandi interessi internazionali, documentato e approfondito grazie alla collaborazione che in questi ultimi tempi conduce con economisti e giuristi per un progetto che sveli misfatti e tragedie nascoste alla pubblica opinione. «Non c’è pace senza giustizia, ma anche senza una seria informazione» è il tema che ha affrontato nella serata di mercoledì 16 gennaio presso il teatro della parrocchia cittadina di S. Ambrogio, nel corso di un incontro pubblico promosso dalle comunità cristiane dell’Unità pastorale “Don Primo Mazzolari” che raggruppa in Cremona le parrocchie di S. Ambrogio, S. Giuseppe, Boschetto e Migliaro, in collaborazione con il Centro missionario diocesano.

Proprio il responsabile dell’Ufficio diocesano, don Maurizio Ghilardi, ha introdotto l’intervento dinanzi ad un pubblico numeroso, ricordando alcuni tratti biografici del relatore: missionario comboniano, direttore delle riviste “Popoli e missione” e “Il Ponte d’oro” (quest’ultima dedicata alla formazione multiculturale e missionaria dei ragazzi), già fondatore di “Misna”, straordinario servizio stampa on line che si avvaleva della diretta collaborazione internazionale di missionari di diverse congregazioni religiose, esperto in comunicazioni e conoscitore del panorama geopolitico mondiale, membro del Comitato per gli interventi caritativi a favore dei Paesi del terzo mondo della Cei. I drammi dell’epoca che ci vede, nostro malgrado, coinvolti e inconsapevoli protagonisti sono stati decritti con lucidità e passione: la deformazione delle notizie, la connivente selezione degli avvenimenti nell’agenda della comunicazione planetaria, ma soprattutto la criminale finanziarizzazione dell’economia: «cancro per lo sviluppo mondiale» – come si è espresso padre Albanese in precisi riferimenti. Una serata che ha offerto spunti di severa riflessione.




La mappa dei cantieri che salvano i tesori della diocesi

Tirando le somme, il contributo annuale che arriva dall’8xmille della Cei per le attività diocesane legate ai beni culturali e all’edilizia di culto si aggira attorno al milione di euro. I cantieri aprono e chiudono continuamente in tutte le zone della diocesi.

Tetti, facciate e campanili delle chiese parrocchiali e dei santuari, impianti di sicurezza e videosorveglianza, contributi per l’allestimento dei musei, la manutenzione delle biblioteche, la conservazione degli archivi e ristrutturazione o nuove realizzazioni di oratori (dai fondi per l’edilizia di culto sono arrivati circa 950 mila euro per quello di Castelleone dal 2013 e poco più di 200 mila dal 2014 per quello di Torre de’ Picenardi, mentre a Caravaggio si attendono i contributi per il secondo e terzo lotto di lavori).

«Abbiamo tante opere, tante strutture e tanti edifici – spiega l’incaricato diocesano don Gianluca Gaiardi – e il tema della manutenzione ordinaria e straordinaria di questo patrimonio è molto complesso». In molti casi troppo per l’organizzazione e le risorse delle parrocchie. «Di solito – continua – ci si muove per affrontare le urgenze, mentre occorre un sistema più ordinato di programmazione condiviso con l’Ufficio da parroci, tecnici parrocchiali, consigli per gli affari economici». Così valutazione delle priorità, progetti finanziari, studi di fattibilità saranno al centro degli incontri di formazione che nelle prossime settimane saranno proposti nelle zone ai collaboratori con ruoli di amministrazione negli oratori, nei consigli pastorali e parrocchiali. «Si tratta di porre gli obiettivi pastorali legati a strutture e ambienti ad un piano di sostenibilità economica e amministrativa».
Anche quest’anno la diocesi ha presentato alla Cei una serie di progetti in attesa di approvazione per l’erogazione di contributi dall’8xmille tra cui il restauro conservativo della facciata nord della Cattedrale, dove nel frattempo sono al via il rinnovamento l’impianto di illuminazione (con il contributo anche di Banca di Piacenza e Centropadane)e la ristrutturazione della cappella di Santa Caterina. Nel Santuario di Caravaggio, invece, hanno fatto capolino i ponteggi per il recupero degli affreschi del transetto nord, opere del Cavenaghi e del Moriggia. Anche in Seminario i fondi annuali concorrono alla progettazione di un nuovo allestimento per il Museo e al restauro di opere storiche. Come la «Deposizione» di Calvaert, che sarà presentata domani in Seminario alle 16.30 nel primo incontro del ciclo «Dentro al dipinto 2019».




Don Luigi Ciotti: « Come don Primo scegliamo di stare dalla parte degli ultimi»

Don Luigi Ciotti esordisce confessando la sua emozione: «L’unico titolo per parlare qui oggi se non la straordinaria ammirazione che ho maturato per la vita, la storia e gli scritti di don Primo Mazzolari». Il salone dei Quadri non basta a contenere il pubblico arrivato in Comune per assistere all’intervento del sacerdote presidente dell’associazione Libera, ospite della presentazione del volume “Misericordia a bracciate” di don Primo Mazzolari, in occasione del 60° della morte del prete di Bozzolo. Il suo intervento è stato preceduto da quello di don Bruno Bignami, presidente della Fondazione Mazzolari e dai saluti del vescovo Antonio Napolioni e del sindaco di Cremona Gianluca Galimberti.

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Molti sono in piedi, o seduti nelle salette laterali. Il pubblico segue in silenzio l’intervento di don Ciotti, scritto a mano sui fogli che tiene sotto al microfono e pronunciato con un trasporto appassionato: «Io mi sento molto piccolo rispetto alla complessità del mondo, piccolo e fragile di fronte a problemi che oggi ci devono creare una inquietudine». Come quella che accompagnava la vita e gli scritti di don Mazzolari, che il presidente di Libera cita abbondantemente, in un continuo gioco di rimandi al magistero di Papa Francesco: «Papa Francesco già nel suo primo Angelus – ricorda – ha parlato della Misericordia: questa parola cambia tutto, rende mondo meno freddo e più giusto».

Quella di don Primo, come ha sottolineato mons. Napolioni nella sua breve introduzione – è «Profezia che non ha confini nel tempo e nello spazio che possiamo comprendere oggi, sessant’anni dopo». Una straordinaria attualità che don Ciotti ribadisce con forza nelle sue parole che richiamano anzitutto i pilastri del pensiero mazzolariano: la centralità del Vangelo e l’impegno nella società.

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«Nella storia di ripetono alcuni passaggi in cui siamo chiamati ad uno scatto: non possiamo accontentarci di quello che stiamo facendo. Ognuno di noi è chiamato a fare di più nella quotidianità». Qui e oggi. Don Primo, osserva in un altro passaggio don Ciotti – «scriveva per graffiare le coscienze. E anche oggi la missione della Chiesa è quella esser coscienza critica della società ma anche voce» che porta nel mondo il Vangelo.

E la voce del fondatore di Libera quasi si rompe per l’emozione quando rivolge il suo appello incontenibile alla responsabilità, a «scegliere da che parte stare», a non stancarsi di denunciare un presente – citando ancora il Papa – «nella sua situazione angosciante»

«E’ un atto d’amore: vi prego, cogliamo i segnali! Il grado di umanità si sta abbassando a livelli preoccupanti nel paese che io amo. Non possiamo tacere»

Molti i riferimenti attualità, «ai disastri sociali e ambientali», alla conflittualità sociale, alla politica, al fenomeno delle migrazioni.

Tuona commentando al caso delle navi Sea Watch e Sea Eye: «Quando si permette che per 15 giorni una nave resti in mare in quelle condizioni si ignora che lì sono le fragilità» che richiedono la responsabilità della società.

Numerose le citazioni di Papa Francesco, ma anche di Paolo VI, David Maria Turoldo, don Tonino Bello. Un riferimento anche alla Costituzione Italiana, «nata come risposta al fascismo, all’ignoranza, alle leggi razziali, alle tragedie della guerra…

Oggi la rinascita dei fascismi e dei razzismi sono fatti reali. Non è folklore o nostalgia: la violenza dei fatti e delle parole, la degenerazione dei linguaggi pubblici e a volte anche politici e sotto gli occhi di tutti. Noi abbiamo una responsabilità»

E’ un appello alla partecipazione, a «mettersi nei panni dell’altro», a prendere posizione quello che don Ciotti – facendo proprie in molte parti del suo intervento le parole di Mazzolari – rivolge alla città e alla Chiesa di Cremona: «Non basta commuoversi, bisogna muoversi». E in don Primo ritrova una straordinaria «capacità di cogliere i segni dei tempi», di osservare con uno sguardo critico e di non restare neutrale («non c’è oggi parola più brutta di “neutralità”»). E la vicinanza con il messaggio del sacerdote cremonese trova un altro importante punto di contatto nella ricerca della pace: «Dove non c’è giustizia non c’è pace e dietro le guerre c’è l’industria delle armi … A Torino nella sede di Libera – aggiunge – ho messo un lenzuolo con un nome: Silvia Romano. Non se ne sa nulla». Il riferimento alla cooperante rapita in Kenya coinvolge il pubblico che sottolinea con un lungo applauso il pensiero di don Ciotti: «L’abbiamo dimenticata, persino denigrata…Ma sono meravigliosi i nostri ragazzi che si mettono in gioco!».

Come don Primo a cui – concludendo – don Ciotti invita a guardare come a un profeta. E come a un modello di vita ed impegno cristiano, animato dall’amore per il Vangelo e dalla passione per gli altri, testimoniato anche nei testi letti in sala da Roberta Benzoni.

In conclusione Omar Pedrini (ex Timoria) e Franco D’Aniello (Modena City Ramblers) hanno proposto alcuni brani, con una dedica speciale rivolta da monsignor Napolioni ad un detenuto del carcere cremonese, incontrato negli scorsi mesi anche dai giovani del Sinodo, che si è recentemente tolto la vita. In una delle periferie delle nostre città con cui proprio il messaggio di don Primo, ribadito con forza da don Luigi Ciotti, invita a «condividere la speranza».

 

 

 




Da Delpini il mandato ai giovani lombardi verso la GMG di Panama

Era rappresentata anche la diocesi di Cremona giovedì all’incontro dei giovani lombardi in partenza per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù di Panama con l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini che ha consegnato il mandato. Più di un centinaio i giovani che, provenienti da tutte le Diocesi della Lombardia e in rappresentanza degli oltre 160 partenti dalla Regione, hanno preso parte alla preghiera.

(foto chiesadimilano.it)

Saranno quattro i cremonesi alla GMG di Panama: una giovane della parrocchia di Pomponesco nel mantovano e due ragazze della parrocchia di Pandino accompagnate dal vicario don Andrea Lamperti Tornaghi.

«Sono onorato di rappresentare i Vescovi. Tutta la Chiesa lombarda vi vuole bene, vi stima, vi apprezza, vi invia e apprezza anche i sacrifici che questo comporta», ha detto l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, che ha poi continuato: «Di solito quando la GMG è in Europa il numero dei partecipanti è molto più alto. Tuttavia, voi non siete un frammento insignificante, ma una scintilla per un incendio. I giovani devono sentire la responsabilità della fede dei coetanei.

Voi dovreste essere quelli che fanno ardere il cuore di altri giovani, comunicando la speranza».

«La GMG non è un’occasione per fare un turismo – ha poi ricordato monsignor Delpini – che non costruisce granché e non porta vicino chi è lontano. Voi, invece, dovete costruire la Chiesa di domani, sentendo la vicinanza delle genti che vengono da ogni parte del mondo, ma che sono anche, qui, tra noi. Questa generazione giovanile, più abituata a viaggiare e a conoscere le lingue, va lontano, ma per capire che i muri non esistono, che le distanze si possono varcare, che le differenze non sono estraneità, ma una possibilità di confronto. Lontano per sentire vicini tutti i popoli della terra, perché possiate costruire la Chiesa dalle genti, fatta anche da persone che hanno alle spalle, a volte, storie dolorosissime. Occorre sentire la fraternità universale come vocazione.

Questo è il mandato che voglio affidarvi: vorrei che i giorni di Panama fossero a vantaggio di tutte le Chiese lombarde».




Arte e spiritualità nei calchi di Piero Ferraroni

Una nuova preziosa esposizione scultorea è stata inaugurata venerdì in Seminario a Cremona, con i calchi in gesso realizzati dallo scultore Piero Ferraroni. A donare le opere è stata la famiglia Ferraroni. «Studiando i gessi, custoditi con amore da nostra sorella Anna negli anni successivi alla scomparsa di papà – spiega Enrica, figlia dello scultore – abbiamo individuato alcune opere di interesse per il Museo e per il Seminario diocesani». Venti opere a tema biblico che saranno collocate lungo il tratto che i seminaristi percorrono quotidianamente per recarsi nella cripta per la preghiera. «Le sue opere – scriveva nel 2001 Ferruccio Monterosso nella monografia “Piero Ferraroni” – non hanno niente di retorico o formalistico perché, dove e quando arte e fede fecondamente si incontrano, lì c’è valida propositività di vita spirituale».




Intervista a mons. Carmelo Scampa: dopo 40 anni in Brasile la missione continua

Alla vigilia dell’Epifania ha festeggiato i suoi 16 anni di episcopato. Lo ha fatto nella “sua” Cattedrale di Cremona mons. Carmelo Scampa, vescovo originario della diocesi di Cremona (nativo di Scandolara Ripa d’Oglio), dal 2003 alla guida della diocesi di Saõ Luis de Montes Belos, in Brasile, dove la sua avventura pastorale era iniziata nel 1977. Il mese di gennaio per lui spesso è tempo di una sosta di riposo in Italia. Abbiamo approfittato di questa occasione per intervistarlo.

Mons. Scampa, le recenti elezioni in Brasile hanno portato a una virata politica. Nei 40 anni di missione all’estero come ha visto cambiare questo Paese? «Nel 1977 il Brasile era sotto il regime militare, dunque con restrizioni notevoli di libertà. Poi, attraverso i movimenti popolari, a metà degli anni ‘80 si è aperto per la democratizzazione. Una democrazia ancora faticosa, ma abbastanza in crescita. Ora, dopo una quindicina d’anni di governi di sinistra, che hanno favorito un inserimento concreto ed efficace dei poveri nel contesto nazionale, è stato eletto questo nuovo Governo, notoriamente di destra. Ma è presto per giudicare».

In questi anni, a livello globale, si è visto un periodo di crisi: è stato così anche in Brasile. «A fronte dei cambiamenti significativi vissuti negli ultimi 40 anni, ultimamente notiamo una marcia indietro. Sono 50 milioni i poveri che guadagnano metà del salario minimo (circa 100 euro al mese), 15milioni vivono in stato di miseria (con 20/25 euro al mese), senza contare i 14 milioni di disoccupati. Un quadro che fa emergere un Brasile disuguale e ingiusto: chi è ricco è sempre più ricco e i poveri sempre più poveri».

E quale la situazione a livello ecclesiale? «Per certi versi abbiamo fatto il cammino opposto. Se nel ’77, sotto il regine, la Chiesa era notoriamente impegnata con e per i poveri, profetica, capace di rischiare (molti sono i martiri dell’epoca), oggi le cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Certo c’è una maggiore consapevolezza nella persone impegnate, ma c’è l’ombra di una Chiesa che sta perdendo le molle di una profezia e di un impegno molto più inserito nelle realtà concrete».

Il Papa invita a essere una “Chiesa in uscita”. Cosa si sente di dire paragonando la realtà brasiliana a quella italiana? «È un’espressione tipica di papa Francesco, che in America Latina – e dunque anche in Brasile – è molto comune. Per una Chiesa che ha ancora l’odore della prima evangelizzazione è normale farsi carico di chi era nostro e non lo è più e di tante aree che non sono evangelizzate. Diciamo che fa parte del dna della giovane Chiesa latino americana, anche se certo non mancano rigurgiti di chiusura. In Italia vedo che è molto più difficile: la storia e la tradizione pesano e diventa molto difficile uscire dalla cerchia dei nostri gruppi. Ma è un lavoro profetico che dovrà anche qui essere affrontato, essendovi molte più opportunità di qualche anno fa. Ad esempio per l’enorme fetta di persone che vengono da altri Paesi, con culture e religioni differenti. Allora la Chiesa è chiamata non solo a dialogare, ma anche ad annunciare e uscire da se stessa».

Si è dunque chiamati tutti alla missionarietà. «Il rischio è che la missionarietà si sostenga solo su episodi missionari. Anche il fatto di avere una missione diocesana non dice di per sé che la Chiesa diocesana è missionaria: possono essere solo episodi. Da quanti anni, per esempio, c’è l’esperienza di sacerdoti “fidei donum”: ma Chiesa cremonese è diventata più missionaria? Dovrebbe esserci uno scambio: culturale, di fede, di forze; invece spesso si limita a un aiuto economico per cose concrete. Secondo me ci sono tante cose da rivedere, a cominciare dalla valorizzazione di queste esperienze, che dovrebbero favorire nelle comunità una sana inquietudine».

Una priorità anche nella sua diocesi? «Tra il 2007 e il 2010 abbiamo investito molto sulla dimensione missionaria, perché una Chiesa o è missionaria o non è Chiesa. Questo si è concretizzato in tre anni di missioni popolari: non basate su prete o una équipe, ma sulle forze locali del popolo. Un’azione capillare nelle comunità che direi è abbastanza riuscita e ha lasciato un segno. Poi abbiamo ripreso gli orientamenti della Conferenza di Aparecida che lanciava la missione continentale in tutta l’America latina. Una preoccupazione che ci ha impegnato, anche se non c’è stata quella risposta suscitata dalla missione popolare».

Continuando a guardare alla diocesi di Saõ Luis de Montes Belos, tra le attenzioni pastorali del suo ministero c’è stata quella al clero, di oggi e di domani. «C’è stato un salto di qualità consistente. Nel 2003 i preti erano 19, oggi sono 39. Allora erano 7 i diocesani, oggi sono 29, tutti giovani sacerdoti locali. Sarebbe stato aleatorio, per me – straniero -, non investire nella formazione del clero locale e continuare a chiedere aiuti fuori senza investire in ciò che si ha in casa. Proprio per questo abbiamo acquistato una struttura per il Seminario che oggi conta 21 studenti di Teologia al Maggiore e 4 ragazzi al Minore. Questo ci garantisce una o due ordinazioni per anno, che è il sufficiente per il nostro piccolo, una grazia. A questo tema si affianca quello della pastorale vocazionale, con Incontri frequenti – per tutte le vocazioni – nelle parrocchie e nelle regioni».

Altri fronte di impegno? «Dal 2004 abbiamo insistito sulla formazione biblica come fondamento di tutte le pastorali. Abbiamo istituito la Scuola biblica diocesana, che si realizza nelle cinque regioni pastorali quattro volte all’anno nel fine settimana. È bello sottolineare che si svolge con materiale prodotto in diocesi, anche grazie al contributo di due giovani sacerdoti che sono stati mandati a Roma a formarsi».

Nei 16 anni di episcopato lei è stato anche impegnato in più visite pastorali…  «Un tema importante è quello della diocesanità con la riscoperta della Chiesa particolare, con una sua storia e fisionomia, cercando di suscitare spirito di appartenenza alla Chiesa locale. Proprio le visite pastorali – che sono durate più di sette anni – hanno favorito una prossimità più concreta tra vescovo e comunità e tra comunità e diocesi. Ho cercato di visitare il più possibile le parrocchie: ho fatto due visite pastorali complete e una a metà; la prima della durata di una settimana, visitando ogni realtà della parrocchia (insieme di comunità, famiglie, malati). La seconda è stata di più breve durata».

Sappiamo che avete aperto una casa di recupero per tossicodipendenti, anche grazie al contributo dei cremonesi. «Questa casa è nata dall’esigenza emersa nelle viste pastorali per il numero sempre crescente di persone travolte dal fenomeno droga. Con aiuto anche della Diocesi di Cremona abbiamo comprato un terreno e qui è stata costruita una casa per 24 ospiti. Nel 2016 sono iniziate le attività: noi ci occupiamo degli aspetti più pratici e dell’accompagnamento spirituale, mentre il percorso di recupero dal punto di vista psicologico e terapeutico, in cui noi non abbiamo competenze, l’abbiamo affidato all’associazione “Fazenda de Esperança”, di San Paolo, legata al Movimento dei Focolari. Forse mi aspettavo qualcosa di più da questo progetto: pochissimi, infatti, riescono a fare il cammino completo. Ma è comunque lo sforzo di una Chiesa per cercare di affrontare un grave problema sociale».

Eccellenza, il 5 gennaio ha festeggiato i 16 anni di episcopato e a fine mese compirà 75 anni. Che cosa la attende per il futuro? «Più di un mese fa ho presentato, come da prassi, la mia rinuncia, che ora è nelle mani del Papa. I ritmi del Brasile sono un po’ differenti da quelli italiani: da noi gli avvicendamenti sono più lenti e possono passare da alcuni mesi a più di un anno dalla presentazione della domanda. Mi sento molto tranquillo e pronto a lasciare: quando mi diranno che è l’ultima stazione. Programmi specifici per il futuro non ne ho. All’inizio pensavo di andare in Amazzonia, ma con l’età che avanza non voglio essere un peso anziché una risorsa. Ritornare a Cremona è una possibilità, ma non la più realistica. Quello che più si conferma in me è restare in diocesi di Saõ Luis de Montes Belos, ma non proprio a Saõ Luis, e affiancare un prete, collaborando con lui nella pastorale. Il vescovo emerito è parte di un presbiterio locale, senza incarichi di direzione. D’altro canto sono contento di essere arrivato sino in fondo ed essere stato “marito” di una sola sposa, visto che in questi anni le tentazioni di passare il testimone ad altri non sono mancate».