“Teniamo per mano la pace”: in Cattedrale la veglia scout per far fiorire speranza dalle macerie

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“In un periodo geopoliticamente instabile come quello che stiamo vivendo, la pace nasce e deve nascere da tutti noi: dal più piccolo dei ragazzi, che nella sua semplicità vuole divertirsi, scoprire e giocare con tutti, al più saggio, che decide di vivere seguendo i principi della Legge Scout di fratellanza reciproca, nella speranza di un futuro più sereno, di dialogo e apertura verso il prossimo”. È questo uno dei passaggi che ha caratterizzato la Veglia per la pace promossa nella serata di venerdì 23 gennaio a Cremona dai gruppi scout Agesci Cremona2 e Cremona3, insieme al Masci, raccogliendo l’invito lanciato a livello nazionale di promuovere un momento di preghiera per una pace “disarmata e disarmante”.

A causa del maltempo la preghiera si è svolta completamente in Cattedrale e non ha potuto essere, come inizialmente previsto, una veglia itinerante – dal titolo “Teniamo per mano la pace” – la cui partenza era prevista alle 21 da piazza Giovanni XXIII per attraversare il centro storico fino a raggiungere il Duomo, dove si sono invece susseguiti tutti i momenti previsti dal programma.

La veglia, presieduta da don Pierluigi Fontana (assistente del Cremona2), affiancato da don Pierluigi Tizzi (Cremona3) e don Pierluigi Capelli, si è aperta con una netta dichiarazione d’intenti: “Davanti a un mondo sempre più in fiamme ci sentiamo interpellati profondamente. Non possiamo e non vogliamo restare indifferenti. Con questa veglia vogliamo scegliere di condividere la situazione che vive chi è stato svegliato dagli allarmi dei bombardamenti o di chi piange per la fame, il freddo, la paura; di chi non può dormire perché deve camminare per raggiungere un luogo dove spera di trovare qualcosa per sfamare i propri figli”.

Un impegno che raccoglie l’invito più volte ribadito dal vescovo Napolioni a essere operatori di pace e a costruire un laboratorio di pace all’interno degli oratori, dei gruppi scout e delle diverse realtà associative e di aggregazione.

Durante le sei tappe del percorso molte voci si sono alternate nella lettura e nel canto, sostenuto dai veterani Marco Bonini e Corrado Ignoti e da un nutrito stuolo di musicisti e cantanti dei gruppi scout della città.

Tra le letture proposte una testimonianza di san Francesco, apostolo di pace, un brano di Robert Baden-Powell, il fondatore del movimento scout, uno stralcio del Patto Associativo Agesci, un estratto dall’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco e alcune citazioni tratte dai discorsi di Papa Leone XIV ai rappresentanti del movimenti popolari per la pace.

La veglia è stata inoltre accompagnata da gesti e segni che hanno coinvolto in modo diretto i partecipanti, rendendoli parte attiva del cammino. Ciascuno, infatti, porta su di sé una responsabilità che non si esaurisce nel momento celebrativo, come spesso ricorda anche il vescovo Antonio Napolioni, ma deve necessariamente calarsi nella vita quotidiana e nei contesti in cui ognuno vive, lavora, opera e trascorre le proprie giornate.

In questo senso la proposta degli scout ha rappresentato un chiaro invito, rivolto a tutta la città: camminare insieme, tenendo per mano la pace, che non è un’utopia o qualcosa che riguarda solamente i potenti della terra, ma una scelta quotidiana che coinvolge tutti, come più volte è stato cantato durante la veglia, perché “se guardi la vita con occhi di Pace, allora la Pace verrà”.

Una scelta ben rappresentata dall’incontro tra san Francesco e il Sultano Malik al-Kamil nel 1219, durante la Quinta Crociata, in cui il dialogo assunse il ruolo di via privilegiata per la pace, rappresentando uno dei primi esempi storici di confronto non violento in un contesto di guerra feroce e disumana. Il coraggio di Francesco d’Assisi nell’andare incontro a quella che sembrava dover essere una morte certa, dimostra che l’incontro e l’ascolto reciproco possono superare la logica della violenza, anche tra nemici dichiarati e implacabili.

Tra canti, preghiere e letture, la veglia ha offerto ai molti partecipanti anche alcuni gesti simbolici e fortemente evocativi: “La guerra crea macerie nelle città e anche nei cuori delle persone. Raccogliamo ciascuno un frammento di queste macerie mentre ci incamminiamo”, hanno chiesto dopo la lettura di un testo di Baden-Powell, proseguendo il cammino verso la tappa successiva con quel frammento tra le mani di tutti i partecipanti. Macerie che hanno trovato posto all’esatta metà della navata centrale e sulle quali sono stati deposti i fiori costruiti da ciascun partecipante con dei fili colorati distribuiti ai presenti. Due momenti particolarmente toccanti che hanno fatto sperimentare concretamente quanto la costruzione della pace sia, al tempo stesso, una responsabilità collettiva e personale. Quei fiori, infatti, sono stati costruiti da tutti i partecipanti alla veglia come simbolo di un impegno che, per piccolo che sia, diventa nella dimensione collettiva qualcosa di molto più grande, capace di fare delle macerie della guerra un grande giardino di pace. Un giardino che è di tutti e per tutti, perché come lo scautismo ricorda “siamo tutti parte di un’unica famiglia, la famiglia umana”.

Una famiglia che, come indicato da papa Leone XIV, deve imparare che “la strada che porta alla pace è comunitaria, passa per la cura di relazioni di giustizia tra tutti gli esseri viventi. La pace, ha affermato san Giovanni Paolo II, è un bene indivisibile: o è di tutti o non è di nessuno”.

Un monito che non può lasciare indifferenti, perché nel mezzo di questa “terza guerra mondiale a pezzi” nessuno può rimanere spettatore senza temere di diventare a sua volta un altro pezzo e un’altra tragedia. “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace”, ha detto Leone XIV attualizzando il famigerato “Si vis pacem, para bellum”, ammonendo che solamente il dialogo e le relazioni tra i popoli possono garantire “una pace disarmata e disarmante” e invitando tutti a “essere presenti dentro la pasta della storia come lievito di unità, di comunione, di fraternità”.