La scelta di Gloria e Marco, missionari laici in partenza per il Brasile

Il pellegrinaggio di inizio anno pastorale a Caravaggio, è stata l’occasione per presentare ufficialmente alla diocesi i due giovani laici che nei prossimi mesi partiranno come missionari per Salvador de Bahia, in Brasile.

Si tratta di Gloria Manfredini, insegnante di scuola dell’infanzia dell’Unità pastorale cittadina di Sant’Omobono, e Marco Allegri, ingegnere dell’Unità pastorale cittadina Cittanova.

È stato il vescovo Napolioni a presentarli al termine del momento introduttivo nella Basilica di Santa Maria del Fonte, rivolgendo ai due giovani alcune domande sulle motivazioni e sulle attese che preparano il loro servizio missionario nella parrocchia di Gesù Cristo Risorto a Salvador de Bahia in Brasile, dove saranno al fianco di don Davide Ferretti, fidei donum cremonese che ha appena fatto il suo ingresso come parroco, succedendo a don Emilio Bellani, che per 11 anni ha guidato la comunità brasiliana.

In dialogo con il vescovo i due giovani hanno spiegato le ragioni della loro scelta: Gloria Manfredini ha voluto spiegare il motivo alla base di questo percorso: «Per me è stato un percorso, mettersi prima in ascolto e poi in viaggio: lo stile sarà quello dello stare in mezzo: in mezzo alle persone e alle situazioni e nel mondo dell’educazione non mancano certamente le sfide».
Anche Marco Allegri, l’altro giovane missionario in procinto di partire, ha voluto esprimere le motivazioni che lo hanno portato a scegliere questo percorso: «Questa è stata una scelta mia ma che è cresciuta nella fede: dopo l’esperienza di gennaio scorso in Brasile ho sentito il desiderio di condividere parte della mia vita con quella comunità cristiana, senza voler imporre nulla, rimanendo in ascolto e donando quello che potrò».

«Le nostre assemblee non possono escludere chi è di passaggio»: in dialogo con il Vescovo nella Giornata Mondiale dei migranti e dei rifugiati




Pellegrinaggio diocesano: «Qui nella casa di Maria, impariamo a farci piccoli gli uni per gli altri»

Photogallery completa della celebrazione

Il tradizionale appuntamento al Santuario di Caravaggio all’inizio dell’anno pastorale si è rinnovato nel pomeriggio di domenica 26 settembre in modo inusuale. Non solo perché il maltempo ha impedito di ritrovarsi negli spazi esterni, ma perché la preghiera si è fusa con i colori e le note di altri parti del mondo. L’occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, infatti, è stata occasione anche per dare voce alla comunità cattoliche di origine straniera presenti sul territorio diocesano.

Dopo la prima parte di riflessione e testimonianza, alle 16, il vescovo Napolioni ha presieduto l’Eucaristia. Una assemblea partecipata con tanti che, a motivo della capienza ridotta della basilica per le normative covid, non hanno potuto trovare posto all’interno, seguendo la celebrazione all’esterno, sotto i portici del Santuario, mentre la pioggia scendeva battente.

Nelle prime file, oltre alla rappresentanza del Comune di Caravaggio con il sindaco Claudio Bolandrini, dame e barellieri dell’Unitalsi con i malati, e le varie comunità straniere: in particolare quella romena e quelle africane, sia di tradizione francofona che anglofona.

«È bello iniziare da qui ogni anno pastorale», ha subito evidenziato il Vescovo aprendo l’omelia, ricordando come è Maria che «ci permette di ripartire dall’essenziale, senza dubbi». Maria che «tiene assieme tutto», ha detto ancora monsignor Napolioni, facendo riferimento alle diverse tradizioni e carismi chiamati a mettersi in gioco «in quella gara di piccolezza che c’è tra la madre e il figlio».

Piccoli, poveri e profeti le tre parole chiave riprese dalle letture della Messa, una vera «pedagogia di Dio» che non solo deve aiutare a farsi piccoli, ma anche a «coltivare la cura delle piccole cose». In questo senso l’invito è stato chiaro: «Facciamoci accanto gli uni agli altri, senza invadenze, ma con carità». Un atteggiamento che le linee pastorali, dal titolo “Va’ avanti e accostati”, indicano chiaramente come obiettivo del nuovo anno per le comunità.

Così da poter scegliere «vie di giustizia. Le vie della convivenza con chi non viene a minacciare la nostra sicurezza se gli tendiamo la mano, se ci mettiamo in ascolto della sua storia», ha detto con un chiaro riferimento all’odierna Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. E ancora: «Tutti abbiamo diritto di trovare rifugio quando siamo in fuga, quando siamo perseguitati, quando abbiamo perso tutto».

E il luogo di rifugio per eccellenza è proprio il Santuario della Madre, ha detto monsignor Napolioni, che ha affermato: «Qui veniamo a imparare, come ci si accosta gli uni agli altri».

Poi il richiamo al cammino sinodale, che in diocesi sarà inaugurato il prossimo 16 ottobre come nelle Chiese particolari di tutto il mondo, facendo dei prossimi anni «una sosta di ascolto». E anche qui «Maria è maestra di questa profezia. Lei che – ha sottolineato il Vescovo -, Vergine del silenzio, è tutta ascolto».

Altra indicazione chiara guarda all’iniziativa Giorno dell’ascolto, richiamata con l’invito a «fermarsi spesso attorno alla Parola per ascoltare e decifrare il disegno di Dio». «E allora il Signore avrà mano libera – ha concluso – nei nostri cuori, nella vita delle comunità per stupirci con la fantasia del suo amore».

Insieme al vescovo Napolioni hanno concelebrato diversi sacerdoti, giunti con le loro comunità da diverse parti della diocesi, alla presenza anche del vescovo emerito Dante Lafranconi e degli studenti del Seminario diocesano che hanno servito all’altare.

Ad animare la celebrazione con il canto l’unione corale “Don Domenico Vecchi”, in alcuni momenti affiancato dal coro Saint Michel che ha proposto canti in lingua francese, così come anche le preghiere dei fedeli sono state proposte nelle diverse lingue.

 

«Le nostre assemblee non possono escludere chi è di passaggio»: in dialogo con il Vescovo nella Giornata Mondiale dei migranti e dei rifugiati

La scelta di Gloria e Marco, missionari laici in partenza per il Brasile




«Le nostre assemblee non possono escludere chi è di passaggio»: in dialogo con il Vescovo nella Giornata Mondiale dei migranti e dei rifugiati

«Trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande», così il vescovo Napolioni – richiamando il tema della 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – ha raccolto la riflessione offerta dal momento di dialogo che ha aperto il Pellegrinaggio diocesano di inizio anno pastorale presso il Santuario di Santa Maria del Fonte in Caravaggio, che domenica 26 settembre è coinciso proprio con la Giornata mondiale di preghiera per chi lascia la propria terra in cerca di una vita migliore.

L’incontro ha alternato estratti del messaggio di Papa Francesco sulla giornata a diverse testimonianze e la preghiera è stata animata dal coro “Saint Michel” della comunità cattolica di lingua francese con i canti tradizionali.

Ad apertura il saluto del vescovo di Cremona che si è voluto rivolgere davvero a tutti: «Saluto i vicini, i lontani, i diversi, anche quelli che non immaginiamo, perché le nostre assemblee non possono avere delle porte che escludono chi è di passaggio, chi è in ricerca, chi è arrabbiato e chi non conosce l’amore del Signore».

Il vescovo Antonio ha poi proseguito sottolineando il tema scelto per quest’anno pastorale: «Quest’anno pastorale è all’insegna di quelle parole che lo Spirito rivolse al diacono Filippo che, sulla strada da Gerusalemme a Gaza, viene mandato incontro a uno straniero che se ne tornava dal tempio senza aver trovato le risposte alle sue domande: “Va’ avanti e accostati”, sulle orme di Gesù come i discepoli di Emmaus».
Da qui mons. Napolioni ha quindi rivolto il proprio augurio: «Vogliamo proprio che, dopo la pandemia che ancora ci affligge, la ripresa sia caratterizzata dal rieducarci alla prossimità: questa giornata è un’occasione splendida per rimetterci in cammino».

Il momento di dialogo, condotto da Chiara Allevi, è proseguito con le testimonianze da parte di due donne, rappresentanti delle comunità cattoliche straniere presenti in diocesi. Salomé Onueukwo, che arrivando dall’Africa ha voluto ricordare la propria difficoltà nel trovare un sacerdote con il quale confrontarsi che potesse parlare la lingua inglese, ha raccontato l’importanza per la sua vita dell’incontro con la comunità cristiana cremonese in cui ha trovato sostegno, accoglienza e aiuto.

Monica Petrina, di origini rumene, è stata la protagonista della seconda testimonianza nella quale ha voluto ricordare come nella sua esperienza di vita, segnata da un tumore raro alla colonna vertebrale, ha scoperto l’importanza del condividere il proprio dolore e la propria sofferenza, non solo con la famiglia, ma anche con i fratelli nella fede: «L’esperienza della malattia può fortificare la fede ma bisogna aprire e allargare i nostri orizzonti per capire che chi ci sta intorno ci può dare una mano, come anche noi possiamo dare un aiuto anche se nella sofferenza: non mi sono fidata fin da subito ma alla fine mi sono affidata al Signore e all’intera comunità».

Il vescovo Antonio ha quindi voluto riflettere su queste profonde testimonianze: «Capiamo che stiamo sentendo la stessa esperienza umana che si incarna nel tempo e nello spazio perché non sono dei migranti o dei fuggiaschi, ma sono cittadini delle nostre comunità che hanno radici in una cultura che viene ad arricchire noi: un esempio è la liturgia dove si vede come lo stesso Signore viene lodato in diversi modi mentre l’altro grande aspetto è la società, la convivenza civile».
Da queste premesse, quindi, l’augurio del vescovo: «Saremo un’Italia migliore se anche chi è “meno italiano” per motivi anagrafici può diventare pienamente italiano se lo vuole: la cultura dell’incontro ci rende consapevoli dell’interconnessione che esiste fra di noi; lasciamoci arricchire dalla diversità di ciascuno, trasformando le frontiere in luoghi privilegiati di incontro dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande».

L’incontro è proseguito con il racconto di don Pier Codazzi, direttore della Caritas diocesana, il quale ha raccontato l’esperienza di accoglienza di una decina di persone provenienti dall’Afghanistan: «I fatti dell’ultimo mese hanno avuto un’enorme esposizione mediatica con immagini molto crudi e forti: c’è una responsabilità molto forte dell’Occidente in questo caso e quando ci è stato chiesto abbiamo voluto dare una prima ed immediata risposta con un appartamento che può ospitare una decina di persone».

L’intervento è quindi proseguito con il racconto delle storie di divisione familiare vissuti dai due nuclei familiari ospitati dalla diocesi e con un semplice ma importante invito rivolto a tutti: «La Caritas cremonese ha aderito al progetto “Apri” con il quale i migranti che già hanno il permesso di soggiorno vengono affiancati da un tutor familiare che li accompagna non solo per cercare una casa e un lavoro, l’indispensabile per poter sopravvivere, ma anche per passare l’esperienza della vita cristiana che è forse il bagaglio più importante: vi invito caldamente, non c’è bisogno di avere grandi numeri ma di avere percorsi di comunità».