Salvador de Bahia, terminata l’estate missionaria dei giovani cremonesi

Giunge ormai alla conclusione l’esperienza missionaria dei cinque giovani della diocesi di Cremona che, dopo il mandato ricevuto dal vescovo Napolioni la domenica di Pentecoste, sono partiti, destinazione Brasile, per un’estate di carità nella parrocchia di Cristo Risorto di Salvador de Bahia. Tutti i ragazzi infatti hanno già fatto rientro “a casa”, nelle loro parrocchie, eccezion fatta per Davide Chiari, che tornerà in Italia il prossimo 29 agosto.

A far loro da guida, oltre al parroco don Davide Ferretti, i missionari laici Marco Allegri e Gloria Manfredini, don Maurizio Ghilardi, già incaricato diocesano della Pastorale missionaria, che ha espresso la sua soddisfazione per l’impegno dei cinque giovani: «È stata una buonissima esperienza per i ragazzi, bravi ad agire con cautela, capaci di osservare la difficile realtà prima di agire, onde evitare passi falsi». Una situazione certamente delicata quella della favela di Salvador de Bahia, in cui il peggioramento della situazione economica, e di conseguenza l’aumento della povertà, ha rafforzato l’insicurezza sociale. «Se le condizioni economiche, dopo la pandemia, sono peggiorate per tutti – prosegue Ghilardi – così è ovviamente stato anche per loro».

Esperienza missionaria che è gravitata, per i cinque giovani, attorno a tre aspetti fondamentali: il servizio caritativo in parrocchia, il servizio negli asili e il servizio nella pastorale giovanile. E don Maurizio Ghilardi si è soffermato proprio su quest’ultimo aspetto, raccontando che «i ragazzi sono stati molto bravi a relazionarsi, a instaurare rapporti e a mantenere il contatto con i giovani della parrocchia, quasi loro coetanei. Sono stati bravi a vivere con loro, in maniera abituale, la loro quotidianità».

Un’estate toccante per i ragazzi provenienti dalla diocesi di Cremona, chiamati a impegnarsi in una situazione tutt’altro che facile. «Questa occasione mi ha permesso di conoscere una realtà completamente diversa da quelle che conosciamo di solito – spiega Tommaso Grasselli, uno dei cinque volontari –. È significativo vedere come la nostra diocesi, anche se così distante geograficamente, abbia scelto l’impegno per affiancare una comunità che vive una situazione, quella delle favelas brasiliane, quasi irrimediabile a causa non solo della povertà, ma anche da un problema più culturale, legato alla arretratezza di un sistema sociale ancora segnato dalle ferite di una storia difficile, caratterizzata dallo sfruttamento e dalla schiavitù. È bello però vedere che esistono istituzioni che lavorano per provare a cambiare questa situazione».

Una differenza enorme tra le due realtà notata anche da Alessandra Misani, volontaria protagonista dell’estate missionaria, che racconta: «Sicuramente l’esperienza in Brasile è stata forte, ci ha fatto riflettere tanto sulle diversità che ci sono con l’Italia, sia a livello culturale e linguistico, ma anche per quanto riguarda le abitudini e lo stile di vita. È un’esperienza che aiuta tanto chi ha voglia di mettersi in gioco e di rischiare di cambiare il proprio punto di vista».

«La vita nelle favelas non è facile, e vedere così tante persone che vivono in condizioni precarie è davvero scioccante – aggiunge un’altra volontaria, Anna Capitano –. Mi ha colpito, nonostante ciò, l’ospitalità dei ragazzi che frequentano la parrocchia, ma anche di tutte le persone in generale: davvero una grande e immediata accoglienza».

Infine le parole del parroco di Cristo Risorto, don Davide Ferretti: «I cinque volontari sono stati accolti bene. Per la nostra parrocchia è sempre importante la presenza di giovani che si confrontano con i ragazzi di qui. Uscire dalla favela, anche solo con la mente, è davvero importante per loro».




Salvador de Bahia, primissimi giorni di missione per Alessandra, Anna e Tommaso

Dopo Martha Ferrari, altri tre giovani della Diocesi di Cremona hanno raggiunto la parrocchia di Cristo Risorto, a Salvador de Bahia, in Brasile, dando il via alla loro estate missionaria, iniziata quasi due mesi dopo il mandato ricevuto dal vescovo Napolioni il 5 giugno, domenica di Pentecoste, e che durerà fino alla terza settimana di agosto.

Arrivati in Brasile nella tarda serata del 28 luglio, i tre giovani hanno raggiunto la parrocchia il giorno successivo, dove hanno incontrato i ragazzi del posto: «Ci ha colpito chiaramente la diversità, dal punto di vista della mentalità, ma anche dello stile di vita – commentano – a tratti davvero insostenibile».

«La cosa che ci ha maggiormente colpito è stata il doposcuola – raccontano i tre ragazzi – che si svolge in uno spazio chiamato “kilombo”, in cui ci siamo resi conto che il livello di istruzione, oltre a essere molto basso, porta in sé anche una mentalità caotica, che si riflette anche sull’incapacità dei bambini di mantenere l’attenzione e la concentrazione e di attuare ragionamenti complessi. L’unico modo che si è trovato per ovviare a questo problema è stato quello di sviluppare un metodo di insegnamento basato sulla rigidità e sulla ripetizione mnemonica».

Un’impatto certamente forte per i primi giorni dei tre giovani in “missione”, di certo non privo di qualche difficoltà: «Se dovessimo scegliere tre parole per sintetizzare questi primi giorni – proseguono –, sarebbero “confusione”, “rumore”, “eccesso”. “Confusione” sia dal punto dell’organizzazione delle giornate, ma anche dal punto di vista delle stagioni, del clima, che qui è sempre più o meno uguale, caldo. Per quanto riguarda il “rumore” ci ha colpito sia la musica assordante proveniente dalle case e dalle macchine di passaggio, sia il tono di voce molto alto e la vivacità generale nel parlare. Infine, in contrasto con la povertà dei loro mezzi, si può notare come tendano a enfatizzare ogni momento della loro vita, colgono ogni occasione che hanno per fare festa, che sia il sabato sera o la vittoria di una squadra di calcio».

Infine l’auspicio di Alessandra, Anna e Tommaso per l’esperienza che proseguirà nelle prossime settimane in Brasile: «Speriamo di capire meglio la lingua, nei confronti della quale abbiamo riscontrato qualche difficoltà: questo ci permetterebbe di conoscere ancor meglio i ragazzi e capire qualcosa in più della loro vita».

«Un bellissimo scambio di esperienze tra le culture dei due paesi», si legge sul profilo Instagram della parrocchia brasiliana, testimone dell’entusiasmo con cui i ragazzi hanno atteso e accolto i giovani cremonesi, e con cui hanno apprezzato il lavoro svolto fin qui da Martha Ferrari, in Brasile già da inizio luglio. Nei prossimi giorni in arrivo a Salvador de Bahia anche l’ultimo dei volontari, Davide Chiari, che si andrà ad aggiungere al gruppo italiano già operativo in parrocchia.




«Bem-vinda a Salvador!», l’estate missionaria di Martha Ferrari in Brasile

Arriva da Salvador de Bahia il resoconto dei primi giorni “brasiliani” di Martha Ferrari, di 32 anni, la prima dei giovani cremonesi che sono partiti – o partiranno – dall’Italia per svolgere il proprio servizio presso la parrocchia di Gesù Cristo Risorto, dopo il mandato missionario consegnato loro dal vescovo Napolioni lo scorso 5 giugno, nella domenica di Pentecoste.

Di seguito la testimonianza dell’insegnante originaria di Brignano Gera d’Adda, nella Zona pastorale 1 della Diocesi di Cremona, che per circa un mese affiancherà don Davide Ferretti, Gloria Manfredini e Marco Allegri, già attivi da tempo a Bahia e pronti a guidare la missione di Martha e degli altri ragazzi che presto raggiungeranno la parrocchia brasiliana:

«Bem-vinda, Martha!». Sorrisi spalancati, occhi curiosi, mani destre allungate verso la mia. Molti volti incrociati, nomi ancora da imparare. Niente fretta, ritmo disteso (siamo in Brasile). Sono passati troppo pochi giorni perché io sia in grado di raccontare qualcosa di significativo sulla vita che ho incontrato. La sensazione che sento addosso è quella di sentirmi accolta. Lo capisco dalle sedie che mi sono state offerte quando sono entrata nelle case delle persone, dalla ricca colazione che ogni mattina trovo in terrazza, dalle conversazioni scambiate il pomeriggio nel cortile della parrocchia con le adolescenti che lì si ritrovano. Per le bambine del doposcuola forse sono più un’attrazione: l’italiana che parla inglese, lingua misteriosa, esotica. «My name is…» ripetono loro, imitando con poca convinzione il suono che sentono. Le strade sono piene di elementi che attirano la mia attenzione: altoparlanti a ogni incrocio, venditori di frutta e verdura in mezzo alla suburbana, carne appesa dietro la vetrina di un negozio, persone in attesa dell’autobus in pensilina, macchine e motorini carichi di persone e di cose, chiese evangeliche incastonate tra le case, dossi ogni dieci metri. Anche la notte non riposa: gatti che litigano, cani che abbaiano arrabbiati e galli che cantano ben prima dell’alba. Fortuna che ci sono le onde del mare che cullano il sonno. Il mio desiderio è osservare quello che accade attorno a me, senza la presunzione e l’esigenza di capirlo, lasciando che si imprima nella memoria. Questo per me è ancora tempo per ascoltare e guardare, non per parlare.

«Il pieno di Spirito Santo»: il mandato ai giovani che si preparano ad un’estate di missione




A Salvador de Bahia un presepe vivente per ridare fiducia e normalità ai ragazzi

Di ragazzi per le strade di Salvador de Bahia ce ne sono tanti, piccoli e grandi che passano la maggior parte della giornata fuori da casa in cerca di qualcosa da fare insieme agli amici. Per strada, dove come è immaginabile, c’è di tutto, dove possono incontrare persone che li possono aiutare, che li possono anche sgridare se qualcosa non va. E dove ci sono anche persone che li trattano come già fossero adulti offrendo loro uno stile di vita non adeguato alla loro età. È chiaro: i pericoli che corrono sono evidenti, assistono e conoscono situazioni che un ragazzino non dovrebbe né vedere né sapere e per questo la loro crescita è un continuo bruciare le tappe, oscillando tra il voler essere riconosciuti come “grandi” e il desiderio costante di poter giocare come tutti i ragazzi della loro età.

La notte di Natale alcuni di loro hanno messo in scena un piccolo presepe vivente, con l’aiuto di alcuni ragazzi più grandi che frequentano la parrocchia di Gesù Cristo Risorto. La proposta è stata accolta molto bene e tutto si è messo in moto. Le difficoltà durante le prove non sono mancate, ma una buona parte di loro ha continuato fino ad arrivare alla vigilia di Natale e al momento della rappresentazione. Erano talmente emozionati che si sono presentati in chiesa con mezz’ora di anticipo: evento eccezionale visto che qui il tempo è abbastanza relativo!

Come spesso succede le prove sono andate meglio della rappresentazione: l’emozione, il pubblico, il mettersi in gioco per questi ragazzi non sono la quotidianità, tantomeno il fatto che una comunità adulta scommetta su di loro e sulle loro capacità di provare a realizzare qualcosa di costruttivo per la loro crescita.

Il fatto essenziale non era la recitazione, ma il fatto che fossero lì, che potessero vivere insieme un’esperienza diversa, in un modo diverso da quello che spesso la quotidianità gli offre. Il vivere lo stare insieme, l’amicizia, il divertimento in un modo più sereno, costruttivo e con una visione differente del vivere. Questi ragazzi, che normalmente vivono nella conflittualità, nella paura e nella ruvidità della vita, sempre all’erta e pronti a difendersi, la notte di Natale hanno messo in scena la nascita di Gesù. Hanno invitato le loro famiglie e molte di loro, non cattoliche, hanno partecipato alla Messa di Natale per la prima volta. La vita di questi ragazzi andrà avanti come sempre, il luogo non muta e nemmeno le persone che lo abitano, ma la cosa importante è stata che loro fossero lì, davanti a quel presepe che avevano appena raccontato, davanti a quel Gesù che nasce per tutti, ma ancora di più per loro.

Si tenta, si prova, si lanciano semi perché possano spuntare gemme laddove nessuno penserebbe, per dare un po’ di luce dentro a piccole vite già complicate, nei modi e nei tempi di Dio.




Progetto Bahia, due giovani missionari laici in partenza per un anno di missione

L’attualità potrebbe indurci a considerare la contemporaneità come tempo in cui annunciare ed evangelizzare sia ormai un fatto sterile, vivendo la grande tentazione di chiudere ulteriormente il nostro sguardo solo su ciò che esiste, ciò che sembra garantire la nostra vita di comunità cristiane di antica tradizione.

In realtà è un tempo nel quale si possono purificare le motivazioni di un’azione pastorale, implementare gli sforzi per un vera missionarietà e soprattutto è un tempo avvincente, di sfida, che chiama tutte le comunità parrocchiali, gli istituti religiosi e le associazioni laicali, così come i movimenti, a ricevere e attuare nuovamente il mandato missionario, non più secondo uno schema passato ma lasciando alla creatività e alla fantasia dello Spirito un ampio raggio di azione.

L’evangelizzazione infatti non è un’azione o un atteggiamento dettati dall’uomo o dal tempo corrente ma dal Vangelo stesso. La gioia del Vangelo passa e si mostra attraverso il compimento dell’esperienza gioiosa del Vangelo stesso che si esprime e si diffonde. La Chiesa esiste per evangelizzare; sì, ma quale Chiesa? L’immagine di Chiesa infatti non è secondaria. Non si può ergere a paradigma una Chiesa preoccupata di autoconservarsi e nemmeno autoreferenziale, ma deve necessariamente trattarsi di una Chiesa che è consapevole di essere in cammino, contrassegnata da tante variazioni “in corso d’opera”.

Il “Progetto Bahia”, innestatosi tra la nostra diocesi e la diocesi di Salvador de Bahia -, che in qualche modo avevano già un legame, grazie alla presenza di don Emilio Bellani (a servizio presso la parrocchia di Jesus Cristo Ressuscitado in Salvador de Bahia), ha visto un ampliamento con l’invio di don Davide Ferretti, due anni fa, al fine di generare uno scambio, favorire  fratellanza e cooperazione, e comprendere ancora di più il significato della missione ecclesiale che non si esaurisce mai.

Ora il percorso compie un nuovo passo; come scrisse il Vescovo Antonio nella stesura del Progetto stesso: «… con l’attenzione a creare un cantiere di solidarietà per facilitare le esperienze laiche (di singoli, gruppi di giovani o famiglie). Si cercherà di creare fra le due diocesi esperienze di scambio, prevedendo la possibilità di permanenze medio-brevi (…) per arricchire la propria esperienza ecclesiale, come pure accogliendo in Italia giovani dal Brasile per stage formativi mirati… ». È previsto, quindi, nel progetto, l’invio di laici.

La Chiesa è costituita prevalentemente di laici: i catechisti nella gran parte dei casi sono laici, gli operatori parrocchiali sono laici… il missionario laico ha capacità di evangelizzare e anche i laici non annunciano se stessi, ma un Vangelo che la Chiesa ha loro affidato in forza del sacerdozio comune dei battezzati.

Alla vigilia di un avvicendamento (quello di don Emilio Bellani che dopo l’estate rientrerà definitivamente in Italia) e dopo un percorso di valutazione (approfondendo le motivazioni di ciascun candidato), la Chiesa cremonese si appresta a condividere la collaborazione di due laici che verranno inviati come fidei donum in quel di Salvador de Bahia. Essi riceveranno il mandato missionario nel prossimo mese di ottobre, per essere inseriti nel Progetto Bahia proprio come parti attive, fattive e anelli di congiunzione con la nostra diocesi.

È un gesto per ricevere, non un andare ad insegnare agli altri come essere Chiesa.

Ma ricevere cosa? Il dono della non autoreferenzialità, il dono della povertà condivisa, il dono della fede disarmante vissuta in situazioni di pesante svantaggio sociale, il dono del senso comunitario che cresce là dove si è davvero minoranza, il dono dei carismi condivisi tra presbiteri e laici.

Deve essere una festa per la nostra diocesi, deve essere motivo di gioia perché la partenza di alcuni suoi figli, con uno scopo ecclesiale ben preciso, mantiene desta l’attenzione su uno dei compiti che all’intera Chiesa è affidato: “… fate mie discepole tutte le genti …”.

Ad essi saranno assegnati impegni secondo le competenze di ciascuno, da realizzare a fianco delle persone che là vivono, e che trovano la loro radice nelle azioni tipiche di una parrocchia: catechesi, liturgia e carità, ma anche compiti di carattere più esplicitamente educativo per i bambini e per gli adulti: scuola per l’infanzia, rinforzo scolastico, accoglienza di uomini senza fissa dimora, accompagnamento delle madri-adolescenti, formazione dei giovani. Questi sono alcuni degli spazi di servizio già sperimentati precedentemente da entrambi i laici in partenza ma che chiedono costanza.

Questa esperienza potrà servire per comprendere più a fondo risorse e potenzialità che potranno essere messe in campo per  garantire una fattiva continuità tra la Diocesi di Cremona e la Parrocchia di Jesus Cristo Ressuscitado, per una collaborazione che sia attenta alle esigenze e ai bisogni di ciascuna realtà.

Nessuno però sarà titolare di se stesso: la vita comunitaria tra loro e con chi in quella comunità parrocchiale già vive esperienze di servizio importanti, dovrà essere un punto fermo, anche per l’esercizio dei carismi che lo Spirito suscita nella Chiesa e che la Chiesa non deve temere di accompagnare e sostenere. Sarà questo il giusto atteggiamento da mantenere affinché il “Progetto Bhaia” non perda la sua fisionomia parrocchiale e diocesana con l’obiettivo di generare sempre più invii, condivisioni e accoglienze.

don Maurizio Ghilardi
incaricato diocesano per la Pastorale Missionaria




Bahia, alla Casa di Marta, Maria e Lazzaro, una famiglia per gli “ultimi” della favela

Lo scorso 29 luglio la parrocchia di Gesù Cristo Risorto di Salvador de Bahia, ha celebrato la festa dei Santi Marta, Maria e Lazzaro, particolarmente sentita dalla comunità, come dimostra la presenza di una casa di accoglienza che ha proprio questo nome: “Casa di Marta, Maria e Lazzaro”.  Un struttura fondata più di dieci anni fa da Dona Edivania, che ha aperto questa casa per accogliere persone di strada.

Dona Edivania è una signora di poco più di 50 anni che ha scelto di dedicare la sua vita alle persone di strada. Ha iniziato molti anni fa aprendo una piccola comunità che ospita oggi uomini senza fissa dimora. Sono 10/12 uomini che vengono dal mondo della strada (a Salvador ce ne sono molti) e che accettano di entrare in questa comunità. Spesso sono persone che provengono da qualche periodo in ospedale o in altre comunità. Spesso non hanno più riferimenti parentali e cercano un modo per ricominciare a vivere.

Dona Edivania, dopo un colloquio, li accoglie. C’è un tetto sulla testa, un letto dove potersi riposare, dei pasti caldi e ben preparati, ma soprattutto c’è l’accoglienza di una amicizia, di una parola, di piccole e grandi attenzioni. C’è, in sostanza, un po’ di amore.

Chi ha vissuto per strada per mesi o anni, spesso ha dimenticato di tutte queste cose. Ha vissuto nella paura del nemico, dell’arrangiarsi come si può, del non guardare in faccia nessuno perché è la propria vita contro quella degli altri, ma soprattutto ha vissuto la tragedia del sentirsi inutile e abbandonato.

 

Così avviene il piccolo grande miracolo della “Casa di Marta, Maria e Lazzaro”: nelle stanze della comunità si vivono momenti di gioia per un nuovo ospite che arriva, per una piccola festa “in famiglia”, per una amicizia che si riscopre… ma anche momenti di tristezza: l’abbandono di chi non se la sente di continuare, qualche momento di tensione, due anni fa anche la morte di una persona.

È la vita della casa, scandita da una campana che richiama per la preghiera, per il momento del pranzo e della cena e per qualche momento da vivere insieme. Ognuno ha il suo compito: chi apre il cancello d’ingresso, chi prepara la tavola, chi lava i piatti, chi pulisce… ci si aiuta e si ricomincia a vivere. Da fratelli.

C’è anche una piccola chiesina dove ogni mattina Dona Edivania insieme a chi lo desidera inizia la giornata con la preghiera.
Non tutti sono cattolici, a volte alcuni non credono, ma – Dona Edivania ne è sicura – il Signore Gesù è presente nella casa di Marta, Maria e Lazzaro.




Missione, Don Davide Ferretti racconta la favela: giovani e carità per non cedere a povertà e violenza

Tra pochi giorni don Davide Ferretti tornerà in Brasile, nella sua Salvador de Bahia. Resta il tempo per la seconda dose di vaccino e per un altro incontro in oratorio. «Diverse parrocchie – racconta – mi hanno invitato durante il Grest per raccontare ai ragazzi la missione di Salvador. È sorprendente il numero di domande che mi hanno rivolto. Ed è bello vedere nei ragazzi questa curiosità, questa sensibilità verso chi vive lontano da noi e vive problemi diversi dai nostri».

Sono già passati due anni dalla partenza di don Ferretti per la missione nella parrocchia della favela.

«All’inizio non è stato facilissimo. Entri in un mondo completamente nuovo: c’è una lingua da imparare bene (vivere là non è come fare l’esperienza di un mese in estate), un clima a cui abituarsi perché là fa sempre caldo, ritmi di vita completamente diversi dai nostri. Poi però conosci le persone… E in questo devo dire che don Emilio mi ha dato un grande aiuto portandomi con lui ad incontrare le famiglie nelle case: è il modo migliore per inserirsi. Le persone ti conoscono e tu impari ad apprezzare le cose nuove».

Per don Emilio Bellani gli anni nella parrocchia di Jesus Cristo Ressuscitado sono stati quasi 12 ed ora è giunto per lui il momento del rientro (sarà collaboratore parrocchiale a Cassano D’Adda).

«La comunità – spiega don Davide – è dispiaciuta per la sua partenza, ma sanno che i cambiamenti accadono. E sanno che nessuno cancellerà ciò che don Emilio ha fatto qui a Salvador: ha fatto tante cose, ha lavorato incessantemente per la parrocchia e per il quartiere».

Nei prossimi mesi ad affiancare don Ferretti in parrocchia arriveranno due missionari laici, due giovani che si porranno a servizio della comunità. Cosa cambierà?

«Certamente qualcosa cambierà nel modo di operare in parrocchia. Sarà un’esperienza nuova per Salvador de Bahia. L’intenzione del Progetto Bahia era proprio quella di generare una collaborazione più ampia, che non coinvolgesse solo sacerdoti. Ora, non so se erano questi i tempi previsti, ma sappiamo che il Buon Dio apre strade anche inaspettate – sorride sereno don Davide – e ci prepariamo a vivere una cosa nuova. I due missionari laici potranno aiutarci per una maggiore collaborazione con alcune realtà sul territorio vicine alla parrocchia come il centro educativo, l’asilo e la casa di accoglienza per abitanti di strada e offriranno il loro supporto nella catechesi e nelle attività dei gruppi parrocchiali».

Ma qual è la realtà della missione dei Salvador de Bahia? Che ambiente troveranno i giovani missionari che partiranno per il Brasile?

«La prima differenza che si nota è la presenza delle chiese protestanti, che sono chiese per lo più locali, non legate alle chiese cristiane europee. È una presenza molto forte: le persone passano spesso da una chiesa all’altra e il rapporto con la parrocchia non è facile perché queste chiese hanno un’impostazione per lo più anti-cattolica. E la sostengono fortemente anche in strada: pensate che ci sono casse alle fermate dei bus che trasmettono le radio protestanti. Per questo anche noi dedichiamo molto tempo alle visite alle case, all’incontro diretto con le persone, per capire, parlare, far sentire la vicinanza della Chiesa cattolica. Un’altra differenza evidente – continua don Davide – è l’età delle persone in parrocchia: sono soprattutto giovani. La pastorale si rivolge soprattutto alle famiglie, famiglie molto giovani. E alla Messa ci sono soprattutto adolescenti e ragazzi; e non certo per la spinta delle famiglie, sono loro a svegliarsi un’ora prima per venire in chiesa».

Quali sono le fragilità a cui la gente della favela deve far fronte?

«Anzitutto la povertà. È evidente ad una prima occhiata. La favela è povera. Poi c’è la violenza: vive a ondate ed è soprattutto legata alla droga, quindi regolamenti di conti o blitz della polizia. E questo incide sulla vita delle persone. E tocca sempre da vicino perché quando muore un ragazzo finito in brutti giri, spesso si tratta di giovani che hanno frequentato la parrocchia da bambini, o di cui consociamo le famiglie. Un altro problema, poi, è quello dell’istruzione. Il Covid ha aggravato la questione scolastica e anche se oggi dovrebbe essere ripartita, di fatto i ragazzi non stanno frequentando. Si è tentato con la dad, ma in favela la rete non è sempre disponibile e le famiglie che hanno più figli non possono garantire un cellulare o un computer per ogni figlio. Purtroppo ancora oggi qui a Salvador tanti ragazzi non sanno leggere e scrivere».

Quali sono le azioni che la parrocchia mette in campo per rispondere ai bisogni del quartiere?

«Per fortuna in questo periodo sembra si stia esaurendo la seconda ondata del Covid, così abbiamo potuto riprendere il calcio per i ragazzi e il balletto per le ragazze. Sono attività fondamentali per allacciare e mantenere i rapporti con i giovani e con le loro famiglie. Ma anche per educare al rispetto di regole ed orari: sembra banale, ma quando vivi per strada non lo è… Ora poi riprenderemo la musica ed è ripartita la catechesi anche per la preparazione di Comunioni e Cresime che si celebreranno ad ottobre».

E sul fronte caritativo?

«Grazie alla generosità di tanti cremonesi stiamo riuscendo a distribuire con continuità la cesta basica, una forma di sostegno molto preziosa per tante famiglie. Ne distribuiamo 70/80 al mese, e oltre 100 nei periodi di Natale e Pasqua. Ultimamente poi don Emilio ha letteralmente inventato una nuova forma di distribuzione di generi alimentari di prima necessità fuori dalla chiesa, in strada. È diverso perché è una forma di carità che non guarda in faccia nessuno: chi passa, riceve… E sono i nostri giovani a distribuire riso, latte e pane. Si fanno incontro, si rendono visibili».

La parrocchia come casa, luogo di incontro e di crescita.

«Tra i progetti sostenuti grazie alla carità dei cremonesi – anticipa don Ferretti – c’è anche la copertura del campo dal calcetto. Sembra una cosa da poco, ma per noi e per i nostri ragazzi è estremamente importante: ci permetterà di far giocare i ragazzi anche se piove e anche di sera. Sarà un servizio prezioso per la nostra attività sportiva, ma anche un’occasione in più per accogliere e incontrare la gente del quartiere».

La partenza di due missionari laici apre ora una pagina nuova del progetto missionario diocesano a Salvador de Bahia. Qual è la responsabilità della comunità cremonese?

«La sfida è quella di tenere vivo questo progetto. Parliamone sui mezzi di comunicazione e nelle parrocchie: è importante far capire che Salvador fa parte della nostra diocesi, che “mi interessa”. Faccio un piccolo esempio: a Robecco i bambini mandano i loro disegni a Bahia e i bimbi del nostro catechismo spediscono i loro alla parrocchia cremonese. È uno scambio semplice che tiene vivo un legame. Altrimenti cadiamo nell’errore di pensare che sia solo una questione di soldi. Certo, la generosità concreta è essenziale per sostenere i progetti della parrocchia missionaria, ma non può essere l’unico modo per essere vicini. Sono i legami che contano».

 




Il messaggio del Vescovo per gli amici di Salvador de Bahia: «L’avventura di comunione continua» (VIDEO)

Il messaggio di saluto del vescovo Antonio Napolioni diretto ai «carissimi amici di Salvador de Bahia» è affidato a un video realizzato da don Emilio Bellani che ha poi provveduto ad inviarlo (con traduzione in portoghese) alla comunità brasiliana che per undici anni lo ha accolto come sacerdote fidei donum.

Lo sfondo è quello delle montagne che disegnano il panorama dalla Casa Alpina Sant’Omobono, la struttura vacanze diocesana a Folgaria gestita da Caritas Cremonese, dove monsignor Napolioni ha trascorso alcuni giorni di riposo durante il periodo estivo.

«A presto! – esordisce nel suo messaggio rivolto alla comunità di Salvador de Bahia -. A presto per continuare l’avventura di comunione ecclesiale che da diversi anni lega la Chiesa di Cremona alla vostra parrocchia».

Nel suo saluto il Vescovo spiega la scelta che riguarda continuità della presenza missionaria della diocesi nella favela brasiliana: «Don Emilio sta organizzando il suo rientro in Italia, perché se un missionario sta troppo a lungo non è più missionario. E invece – continua – ha bisogno di continuare ad essere missionario in mezzo a noi: raccontandoci la sua esperienza, aiutandoci a rimanere aperti al mondo. E poi studieremo altre modalità per essere con voi e ricevere da voi tutto lo stimolo che viene dalla vostra bella esperienza di fede».

Intanto – prosegue mons. Napolioni – don Davide Ferretti, che da due anni affiancava don Emilio e che oggi prosegue il percorso pastorale, «sarà affiancato per un anno da due giovani che abbiamo preparato e che conoscete già, e poi vedremo cosa il Signore prepara alle comunità».

Prima del saluto anche un augurio fraterno: «Vi auguro di star bene, di superare presto tutte le difficoltà legate alla pandemia, di continuare a testimoniare la fede in modo che l’essenziale non manchi nel profondo del cuore di tutti noi»

 




Missione. Un mese speciale per Salvador de Bahia, dedicato alle mamme e alla Madre del Rosario (foto e video)

Ha vissuto un mese di maggio particolarmente intenso e ricco di iniziative la parrocchia Gesù Cristo Risuscitato a Salvador de Bahia, dove prestano il loro servizio pastorale don Emilio Bellani e don Davide Ferretti, sacerdoti cremonesi fidei donum.

Si è partiti con la celebrazione della S. Messa il 1 maggio presso l’associazione “1 Maggio”, una associazione cattolica che molto ha lavorato per aiutare le famiglie di questo territorio fin dal tempo delle palafitte. Durante il mese, poi la comunità ha espresso al sua profonda venerazione per la figura di Maria. Praticamente tutte le sere in qualche comunità si è tenuta la recita del Rosario; alcune volte nelle chiesine, ma il più delle volte in strada o in qualche piazza o davanti a qualche casa: «Un piccolo segno in una realtà che vede forte la presenza del mondo protestante, particolarmente critico nei confronti della venerazione alla figura della Madonna.

Il mese si è concluso con le celebrazioni dell’incoronazione di Maria, una tradizione semplice, ma molto sentita. Ogni comunità ha avuto la sua piccola celebrazione. Più solenne nella chiesa parrocchiale, dove un gruppo delle ragazze del balletto ha reso omaggio a Maria con una suggestiva incoronazione.

Come da radicata tradizione nella comunità della parrocchia, una attenzione particolare è stata data alla festa della mamma. In chiesa parrocchiale, dopo la S. Messa, la comunità ha voluto rendere omaggio ad alcune mamme della comunità che con la loro vita e le loro scelte hanno dimostrato grande fede e grande forza.

Se in Brasile le feste sono tante, la festa della mamma ha per tutti qui un valore straordinario. In un territorio e in una realtà dove la figura paterna è un po’ in difficoltà, la mamma, in ogni casa, è il punto di riferimento. «Attenzione – spiegano i sacerdoti cremonesi – quando si parla di mamma qui in quartiere non sempre si intende la mamma biologica, ma piuttosto quella che ti ha fatto crescere, perché qui una mamma ce l’hanno tutti. Per molti, per fortuna, è quella biologica; per alcuni è quella che, quando eri piccolo, ti ha preso in casa e ti ha fatto crescere con amore e cercando di non farti mancare niente.La mamma è la roccia della famiglia, tutti si attaccano lì, hanno questo punto di riferimento».

A Salvador ci sarebbero tante storie da raccontare, tutte uguali e tutte diverse. Dalla mamma di 3/4 (o più) figli che si prende in casa anche i figli del fratello o della sorella che non ci sono più, alla mamma che oltre ai propri figli aggiunge alla famiglia bambini che non sono parenti, ma semplicemente vicini di casa che non hanno più nessuno, alle “mamme-nonne” che si prendono cura dei nipoti proprio come fossero dei figli. Ci sono le mamme che si portano dietro esperienze di vita non facili, ma che accettano e vivono la maternità come il grande dono di Dio. Il figlio è sempre un dono, a 15 anni come a 30.

Donne forti, con una grande fede e un grande coraggio. Donne che credono nella vita, anche se spesso le vedi faticare sotto il peso della loro vita e della vita dei loro figli. Ma anche donne “fragili”, che vedi piangere perché lasciate sole o perché accompagnano i loro figli al cimitero perché la violenza e la droga se li è portati via.

La mamma poi, per i cattolici, è il ricordo di Maria. E allora, in tutto questo contesto, si capisce la grandissima venerazione per la Madonna. Maria è costantemente presente, nel ricordo come nella preghiera quotidiana e non è difficile trovare qualcuno che in strada o sui mezzi di trasporto sta recitando il rosario. Un modo semplice per annunciare la propria fede.

 

In parrocchia intanto sono ripresi, anche se non ancora a pieno regime a causa delle restrizioni per la pandemia, anche il corso di balletto per le bambine e le ragazze (per ora partecipano in 70 circa) e gli allenamenti di calcio al sabato mattina (50 ragazzi dai 6 ai 17 anni divisi in 4 gruppi), grazie al generoso impegno delle insegnanti del corso di balletto e degli allenatori. «Anche in un momento come questo – scrivono don Davide e don Emilio – stanno riuscendo a fare grandi cose. Balletto e calcio sono importantissimi per i ragazzi del nostro quartiere; un modo per imperare non solo a vivere insieme, ma anche per avere delle regole, degli orari, degli atteggiamenti da tenere, il rispetto per gli altri, il rispetto per gli adulti, ma soprattutto per se stessi e gli impegni che si prendono».

Un’altra iniziativa che ha coinvolto giovani e adulti è stata la realizzazione di un suggestivo tappeto colorato per la celebrazione del Corpus Domini che si terrà nella chiesa parrocchiale di Gesù Cristo Risorto.

 

Non sono mancate anche in questo periodo, come sempre, le iniziative caritative: dalla distribuzione della cesta basica alle famiglie bisognose, all’iniziativa, molto apprezzata, di distribuire in due occasioni, cibo per strada dopo la S. Messa. Una domenica sono stati protagonisti gli adolescenti che hanno distribuito pacchetti di riso, in un’altra domenica gli adulti che si stanno preparando alla cresima che hanno distribuito sacchetti di fagioli. A tutto questo si aggiunge l’attenzione quotidiana da parte dei sacerdoti e della comunità ad alcune situazioni particolari.

 

 

Infine un aggiornamento anche sull’andamento della situazione sanitaria: «Ci sono state molte aperture – raccontano i fidei donum cremonesi -e la vita sembra essere tornata alla “normalità”, anche se con tutte le attenzioni possibili e le restrizioni. Purtroppo questo fine mese ha visto una crescita dei contagi e anche il nostro quartiere ne sta sentendo le conseguenze. Speriamo in bene».