Settimana ecumenica, don Celini a “Chiesa di Casa”: «Come i magi, insieme verso Cristo»

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la rubrica settimanale Chiesa di Casa ha incontrato don Federico Celini, incaricato diocesano per la Pastorale ecumenica e il dialogo interreligioso. Anzitutto, don Celini, intervistato da Riccardo Mancabelli, ha descritto questa iniziativa internazionale come otto giorni in cui gli uomini e le donne di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni cristiane, si riuniscono spiritualmente per pregare per una sola Chiesa». Questo dunque, lo spirito dell’iniziativa di preghiera ecumenica cristiana che si celebra ogni anno tra il 18 e il 25 gennaio ed è «preceduta significativamente dalla Giornata per il Dialogo tra Cattolici ed Ebrei, il 17 di Gennaio», dice don Celini.

La proposta affonda le radici già nel Settecento-Ottocento, quando nacquero «momenti di preghiera specifici per questo». Impulso particolare questi momenti di preghiera ecumenica l’hanno avuto nel XXI secolo, «quando si è passati dalla preghiera perché si fosse ricondotti nell’alveo della chiesa di Roma, alla preghiera perché tutti i cristiani si riconoscessero nell’ultima fede in Cristo». L’incaricato diocesano ha poi citato un intervento dell’abate Couturier per il dialogo ecumenico: “Dio vorrà, con i mezzi che egli vorrà, che non si preghi per la conversione ad una chiesa, ma per la conversione a Cristo”.

Come ogni anno nell’ambito della Settimana ecumenica, la diocesi cremonese propone da tempo la Veglia per l’unità dei cristiani, quest’anno nella chiesa di Borgo Loreto: sarà giovedì 20 gennaio, alle 21,00 nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine Lauretana e San Genesio a Cremona, alla presenza del Vescovo Mons. Antonio Napolioni, del Pastore Nicola Tedoldi della Chiesa Evangelica Metodista di Piacenza e Cremona, di Padre Doru Fuciu della Chiesa Ortodossa Rumena di Cremona. La celebrazione sarà caratterizzata, nel suo svolgimento, da momenti di chiara impronta sinodale, come ha specificato don Celini, definendola un «momento di vera fraternità».  Quest’anno, il tema della Settimana è tratto dal Vangelo di Matteo: “In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti per onorarlo”. Tanti significati in una frase sintetica: «I Magi che sono il simbolo della diversità dei popoli; l’universalità della chiamata che è pure simboleggiata dalla stella; la ricerca inquieta del neonato Re da parte dei Magi, con la sete di verità, di bellezza, di bontà. Come i magi, tutti i cristiani condividono una comune ricerca di Cristo e un comune desiderio di adorarlo. In fondo è proprio questa la missione dei cristiani: chiamati ad illuminare la vita di tutto il mondo, in modo particolare in questo momento in cui tutti sono bisognosi» ha riflettuto don Celini.

Come rimarca l’enciclica “Fratelli tutti”, il dialogo ecumenico è una priorità, che si coniuga all’interno di un cammino iniziato da decenni. Così accade fra i componenti delle chiese non cattoliche e la Chiesa cattolica di Cremona, dove è in atto  «uno scambio fraterno di occasioni» che valica il limite della Settimana di preghiera. Oltre la veglia, infatti, sono già in atto altre iniziative, fra cui spicca la «lectio ecumenica con la condivisione della Parola di Dio, che si tiene una volta al mese fra protestanti, cattolici e ortodossi e condivisa da alcuni fratelli di Cremona, Crema e Piacenza. Altra iniziativa, spiega ancora l’incaricato diocesano, è «45 minuti per conoscersi»: otto Chiese ciascuna delle quali, una per mese, si presenta in modo sintetico. Il conoscere altre realtà aiuta a riscoprire se stessi: come i magi hanno offerto i loro doni; ognuno di noi «offre il dono della propria identità, che è per tutti» dichiara don Celini. Così, i pregiudizi cadono, poiché «il dono della comune fede arricchisce chiunque e fa rinvigorire il proprio cammino e le proprie speranze».

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A “Chiesa di casa” l’anno della famiglia, uno stile che rinnova la comunità


In occasione della festa liturgica della Sacra Famiglia, che la Chiesa celebra il 26 dicembre, nella puntata di questa settimana della rubrica di approfondimento pastorale “Chiesa di Casa” si parla di famiglia. E una famiglia è quella degli ospiti in studio: i coniugi Dainesi,  Maria Grazia e Roberto, incaricati diocesani per la pastorale famigliare.

Il dialogo, condotto da Riccardo Mancabelli, ha rimarcato l’importanza che il Papa, così come la diocesi cremonese, attribuiscono al tema della famiglia. Infatti, dopo un anno dedicato a San Giuseppe, ci troviamo ancora immersi in quello dedicato alla famiglia Amoris Laetitia.

I due ospiti in studio hanno sottolineato come questa attenzione del Papa risulti preziosa, specialmente dopo una fase come quella del lockdown, nella quale è emerso, come ha osservato Roberto, che «La famiglia è un’opportunità, non un problema». Maria Grazia ha poi specificato che il tema la famiglia, a volte, è talmente basilare che passa inosservato, tuttavia – ha aggiunto –  «il covid ha già riacceso riflettori sull’argomento: quante cose non avremmo potuto fare se non ci fossero state le famiglie!».

I due incaricati diocesani per la pastorale famigliare hanno poi raccontato come si è declinato l’anno a livello territoriale, tra le comunità della Chiesa cremonese: «Con la commissione per la pastorale famigliare abbiamo fissato una serie di appuntamenti, fra cui la Giornata delle famiglie a gennaio», senza dimenticare quanto richiesto da papa Franceso, cioè che anche la Giornata Mondiale delle Famiglie, in programma a giungo 2022, sia vissuta nel territorio.

All’interno della nostra diocesi, inoltre, è lo stesso vescovo Napolioni a ricordare cche lo «stile famigliare» offra un modello nuovo di relazione per tutti i settori e le attività della pastorale diocesana. Ciò significa, come spiega Roberto:  «Pazienza, cura, esserci in modo costante» ma vuol dire anche, come continua Maria Grazia «dialogo, che nella famiglia siamo quasi più “forzati” a vivere». L’auspicio è quello che la diocesi guardi a questo stile, affinché esso possa plasmare il futuro della Chiesa.

A tal proposito, anche l’ultima lettera pastorale del Vescovo, “Ospitali e pellegrini. Sulle orme di San Facio”, invita sacerdoti e sposi ad una nuova alleanza e, come commenta Maria Grazia «questo si può giocare a vari livelli: può voler dire che le varie ministerialità devono collaborare, ma anche che devono riconoscere l’una il valore dell’altra».

Quindi, la famiglia come dimensione sempre più attiva e protagonista nella vita delle comunità cristiane, ma che richiede anche di essere rispettata, nei suoi tempi. Roberto e Maria Grazia mettono in evidenza la necessità di proposte che tengano conto dei bisogni della famiglia d’oggi «il lavoro e le varie attività le portano a stare poco insieme». In relazione a ciò, anche l’importanza di iniziative che siano leggere, comunitarie, così che più famiglie possano essere insieme: «I legami e la sana amicizia sono fondamentali» specifica Maria Grazia.

E questo aspetto è già stato osservato, tramite la proposta delle due esperienze a Tonfano e Folgaria: tre fine settimana dedicati alla famiglia e, in particolare, alle coppie. Il primo fine settimana, già svoltosi, con le coppie che accompagnano i corsi in preparazione al matrimonio; il secondo (dal 21 al 23 gennaio) proporrà un’esperienza spiritualità rivolto a tutte le coppie; il terzo riguarderà nello specifico coppie con bambini da zero a sei anni.

Tutte le iniziative le attenzioni dedicate a questo tema, mostrano la crescente consapevolezza che la famiglia è una risorsa. Questo è già un tassello imprescindibile di un cammino, che però deve continuare: «Poi ci “aggiustiamo” cammin facendo» ha sorriso con ottimismo Roberto.

Infine, anche il periodo di Avvento che ci conduce al Natale si rivela imprescindibile per le nostre famiglie, come chiarisce Roberto: «La Sacra Famiglia è una famiglia concreta che si collega alle bellezze e alle difficoltà delle nostre famiglie. Amoris Laetitia e quest’anno, in particolare, ci stimolano a tenere presenti questi temi». Una famiglia come le altre, ma speciale, che ricorda, come conclude Maria Grazia: «Ogni famiglia può essere luce per il mondo anche la più disastrata, per la sua capacità di amare».




A “Chiesa di casa” lo stile sinodale che connette le parrocchie alla Chiesa universale

Si torna a parlare di Cammino sinodale nella puntata di questa settimana di “Chiesa di Casa”, l’approfondimento pastorale curato dall’Ufficio delle Comunicazioni sociali della diocesi. L’occasione è offerta dalla conclusione della prima fase del percorso diocesano che ha visto negli scorsi mesi la programmazione dei cinque incontri di formazione nelle zone, dove in vesxcovo ha incontrato gli operatori e i rappresentanti dei gruppi di impegno pastorale sul territorio, per avviare un dialogo sul Sinodo. Ospiti in studio, in dialogo con Riccardo Mancabelli, sono stati don Gianpaolo Maccagni, vicario episcopale per la pastorale e il clero, con il diacono Walter Cipolleschi, membro dell’équipe diocesana del Sinodo.
Anzitutto, don Maccagni ha spiegato il significato della parola “sinodo”, letteralmente “camminare insieme”: «Non è un’esperienza limitata a una gerarchia, ai pastori della Chiesa, ma il Papa vuole che il Sinodo ritorni alla sua funzione originaria: il Sinodo è infatti lo stile del popolo di Dio chiamato a un cammino nella sequela di Cristo».

Questo il focus che rende particolare la scelta di Papa Francesco di coinvolgere tutta la Chiesa in un cammino di riflessione e – soprattutto – confronto – sulla sinodalità stessa: «La sinodalità è una caratteristica della Chiesa», dice don Maccagni, caratteristica dalla quale non si può prescindere per poter affrontare le sfide dell’oggi.

Aperto per la Chiesa Universale lo scorso 10 ottobre in Vaticano dal Santo Padre, il Sinodo richiede anche alle singole diocesi un proprio contributo di discernimento. Questo l’obiettivo dei primi incontri nelle zone: «Il Sinodo non deve diventare uno slogan che, alla fine, non cambia nulla. Vogliamo già sperimentarlo», continua don Maccagni, aggiungendo che tutte le figure che fanno parte di una comunità cristiana sono state chiamate in causa; tutte insieme, hanno riflettuto sulla visione di Chiesa che già ora si sta vivendo.

Rispetto ai prossimi passi del cammino sinodale, il diacono Cipolleschi si è concentrato sul ruolo delle singole realtà locali, sottolineando il desiderio che «le parrocchie possano vivere al proprio interno il messaggio del Sinodo e – aggiunge – ogni parrocchia è chiamata ad essere creativa» perché ognuna di esse ha particolarità che possono generare arricchimento. Inoltre, Cipolleschi ha rimarcato che in queste comunità parrocchiali sono inclusi tanto i più partecipi, quanto i più defilati, perché il Sinodo permette, anzi richiede, che tutti abbiano una propria voce.

Dunque, un coinvolgimento della comunità in senso ampio, ma, secondo don Maccagni, la comunione va vissuta per ciò che è, un dono dall’alto: «Grazie al Battesimo siamo figli di Dio chiamati a un cammino di fraternità». Per questo, una parte fondamentale del lavoro del Sinodo riguarderà la riscoperta della sorgente da cui nasce questa comunione. Ne consegue un invito alla partecipazione, perché «nessuno è utente, ma tutti sono chiamati a vivere il dono ricevuto». Responsabilità personale e insieme un’occasione di vivere la fraternità, attraverso la sequela di Gesù: «Noi ci ascoltiamo non per capire chi ha ragione, ma per aiutarci a capire cosa ci sta chiedendo il Signore».

Gli incontri zonali riprenderanno a gennaio, per una seconda fase che sarà rivolta alle realtà locali. Perciò, il dialogo in studio si è concluso con  un augurio di buon proseguimento di questo cammino, che è solo al suo inizio.


Questo il calendario della seconda fase di incontri

    • Zona 2:    21/22 gennaio
    • Zone  4 e 5:    28/29 gennaio
    • Zona 1:     18/19 febbraio
    • Zona 3:     25/26 febbraio

Questi incontri si svolgeranno in due fasi:

  • venerdì sera – Incontro soltanto in modalità online da vivere nella propria parrocchia o in unità pastorale con la proiezione di un intervento di monsignor Erio Castellucci vescovo di Modena-Carpi e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana e la testimonianza di alcune coppie di sposi che racconteranno come a partire dalla propria esperienza famigliare sognano una Chiesa che si rinnova, a cui seguirà un momento di reazioni e confronto
  • sabato – Dopo un momento assembleare di preghiera in stile famigliare, laboratori in presenza in due sedi distinte, una dedicata agli operatori dell’area “In ascolto dei giovani” e una per tutti gli altri, coordinati da un moderatore che avrà il compito di guidare il lavoro e di sintetizzare i vari contributi



Chiesa di Casa, musica per elevare lo spirito

Musica liturgica. Questo il tema dell’appuntamento settimanale di Chiesa di Casa. Ospiti in studio sono stati: don Graziano Ghisolfi, responsabile della Sezione musica dell’Ufficio liturgico diocesano, e il maestro Fausto Caporali, organista titolare della Cattedrale di Cremona e docente della cattedra di organo complementare e canto gregoriano al conservatorio di Milano.

Il dialogo, guidato da Riccardo Mancabelli, si è soffermato sul rapporto tra musica e spiritualità. «In qualunque nazione si faccia della musica, quella musica può essere fruita da chiunque: la musica sa entrare in un mistero, in qualcosa di più profondo di ciò che si vede», spiega don Ghisolfi. Anche secondo Caporali la musica sacra «è un sussidio al linguaggio verbale: la musica aggiunge una dimensione attinente alla trascendenza dell’uomo, questo mi porta ad esprimere con un linguaggio nobile».

Musica capace di emozionare ed elevare lo spirito, ma che si può fruire e fare anche divertendosi, come racconta il docente e organista: «Al fondo ci deve essere un desiderio di serenità e di coinvolgimento», aggiungendo poi che per la musica liturgica «il fine ultimo deve essere la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli».

In diocesi la tradizione è ben consolidata, sia per quanto riguarda i cori che gli organisti. Negli ultimi tempi sono gli stessi parroci a chiedere aiuto sull’aspetto musicale. Allo stesso tempo, però, don Ghisolfi sottolinea che «con il covid l’attività dei cori è molto in difficoltà». Rispetto alla tipologia la situazione è «molto variegata», ma il criterio che accomuna ogni tipo di musica liturgica è «l’attenzione al rito». Infatti, entrambi gli ospiti intervenuti in studio concordano sulla finalità che la musica liturgica si propone: l’importante non è far spettacolo, o far vedere che si è bravi; neanche il “mi piace questo brano” è un criterio. Il momento musicale ha come obiettivo quello di far vivere al meglio il rito. «L’aspetto tecnico si riversa in un campo pastorale e spirituale» di cui bisogna tener conto, secondo le parole di Caporali; infatti, tutti i dati tecnici, devono essere declinati nella celebrazione e in quella data comunità.

Il dialogo si è concluso sull’aspetto formativo della musica liturgica, che in diocesi può contare sulla presenza e l’attività della Scuola diocesana di musica sacra “Don Dante Caifa”: una scuola rivolta a tutti, all’adulto quanto al bambino.




Chiesa di Casa, il nuovo anno liturgico si apre guardando alla liturgia

In occasione dell’inizio del nuovo anno liturgico, il settimanale appuntamento di Chiesa di Casa mette a tema la liturgia: ospite in studio, in dialogo con il conduttore Riccardo Mancabelli, don Daniele Piazzi, incaricato diocesano per il Culto divino.

La riflessione ha riguardato, anzitutto, la partecipazione da parte di tutti alla liturgia. Essa è, infatti, «momento non solo personale, ma che deve esprimere la vitalità di una comunità concreta», come ha subito specificato don Piazzi. Il sacerdote ha poi spiegato che, durante la Settimana Liturgica nazionale, ospitata a Cremona lo scorso agosto, «si sono approfonditi alcuni snodi che riguardano la pastorale liturgica ed è emerso che, rispetto ai giovani, che non basta dire “vai a Messa”; la fede non può essere solo spiegata, ma va vissuta con un’esperienza esistenziale». La questione, però, non è «il moltiplicare le celebrazioni, ma è il prendervi parte ed essere accompagnati a prendere parte alla vicenda di Gesù Cristo, a un evento di salvezza che non è lontano, ma è presente».

Il pensiero corre immediatamente alla pandemia, quando non è stato possibile, per un certo periodo, partecipare alla Messa: «Il rischio è stato di un ritorno alla centralità del presbitero e non dell’assemblea», ha sottolineato don Piazzi. Inoltre, ha aggiunto che «non si può sostituire un evento al quale devi partecipare con una sua rappresentazione». Secondo l’incaricato per il culto divino, da un lato vedere la Messa in diretta televisiva o sui social «è comunque compresenza: un evento lontano nello spazio, ma non nel tempo. Però, è innegabile che la liturgia richiede di essere in presenza. Siamo ancora alla ricerca di un equilibrio».

Rispetto alla nuova traduzione del Messale, poi, ha affermato: «I vescovi invitano a riprendere una formazione all’arte del celebrare, per chi è ministro, ma anche una formazione dell’assemblea».

Invece, per quanto riguarda coloro che auspicano ad un ritorno alle celebrazioni di un tempo, don Piazzi ha spiegato che il problema non è la liturgia, ma «l’idea di Chiesa». Dunque, può succedere di trovare celebrazioni non curate, ma bisogna chiederci a che tipo di Chiesa di vuole appartenere.

Alla domanda sui ministri straordinari della comunione, che in sessanta hanno da poco ricevuto il mandato dal vescovo Napolioni, don Piazzi ha sottolineato: «è una necessità, ovvero che non venisse meno l’uso antichissimo di portare l’Eucaristia agli assenti; anche loro sono parte della comunità». Infine, don Piazzi ha posto in evidenza il termine “comunità”, il quale ha una doppia valenza: nel suo senso verticale, indica il rapporto con Cristo, nel suo senso orizzontale riguarda proprio il rapporto la comunità. Come emerso dal dialogo in studio, questi due aspetti sono entrambi presenti all’interno della liturgia.




A Chiesa di casa la voce dei giovani

 

Nell’appuntamento di questa settimana, Chiesa di Casa coglie l’occasione dell’imminente Giornata Mondiale dei Giovani per mettere a tema la Pastorale Giovanile. La Giornata Mondiale, per cui il Papa ha proposto il tema “Alzati, ti costituisco testimone di quel che ho visto”, sarà questa domenica, il 21 novembre, solennità di Cristo Re, come voluto dal Santo Padre che ne ha disposto lo spostamento dalla data tradizionale della Domenica delle palme.

Il dialogo, guidato da Riccardo Mancabelli, ha coinvolto don Francesco Fontana, incaricato diocesano per la pastorale giovanile e, insieme a lui, un giovane: Ettore Galimberti, tra i partecipanti all’incontro dei giovani con i vescovi delle diocesi lombarde, tenutosi lo scorso 6 novembre a Milano. Da questa esperienza ha riportato il desiderio comune, fra vescovi e ragazzi, di stare in ascolto. Desiderio fortemente sottolineato dal Papa, anche tramite l’istituzione del Sinodo per i giovani che si è svolto nel 2018, pochi mesi dopo la chiusura di quello Diocesano, sempre dedicato ai giovani: «Un sinodo per imparare la sinodalitá» come lo ha definito don Fontana.

I giovani, secondo l’incaricato diocesano di Pastorale Giovanile e direttore della Federazione Oratori Cremonesi, non hanno mai smesso di implicarsi nella realtà dell’oratorio, neanche durante la pandemia, quando le strutture erano chiuse, ma l’attività di volontariato contava sempre più protagonisti  fra i ragazzi. Come ha raccontato Ettore, i giovani non hanno il problema di scontrarsi con un disinteresse altrui, oppure con un allontanamento, anzi hanno la libertà di «porre domande» e a suscitare in loro un’appartenenza forte. Più che un discorso, è «un esempio» quello con cui le nuove generazioni, affacciandosi all’età adulta, chiedono di misurare la propria vita.

A tal proposito, ci si è domandati se l’oratorio sia strumento pertinente ed efficace non solo nel indicare esempi di «vita buona», come dice don Fontana, ma anche nel porsi in ascolto. Per don Fontana, la risposta è decisamente affermativa: l’oratorio ha sempre bisogno di  «adeguare iniziative e strutture», ma allo stesso tempo, continua ad essere una realtà importante perché «è fatto di relazioni, incontri. E questo è, da sempre, l’unico modo che i cristiani hanno di annunciare il Vangelo».




A Chiesa di Casa protagonista il nuovo Museo diocesano

Questa settimana in “Chiesa di Casa” al centro della riflessione non poteva che esserci il nuovo museo diocesano, che dopo la presentazione ufficiale alla viglia della solennità patronale di sant’Omobono, il 13 e 14 novembre aprirà per la prima volta – e gratuitamente – le proprie porte ai visitatori.  Per raccontare l’opera e svelarne la ricchezza, sono stati ospiti in studio don Gianluca Gaiardi, incaricato diocesano per i Beni culturali ecclesiastici, e Stefano Macconi, conservatore del Museo diocesano.

Nel dialogo è emersa, anzitutto, l’originalità del criterio seguito per la realizzazione del percorso espositivo. Come spiega Macconi, «non criteri cronologici, ma tematici». Il pensiero che sta dietro a questo lavoro di valorizzazione si focalizza, prima di tutto, sul rapporto tra museo e fede nel territorio: «Dal tema delle origini del cristianesimo e della diocesi di Cremona, attraverso la tematica cristologica e mariana, passando poi ai santi e ad alcune aggiunte tematiche, fra cui la collezione Arvedi».

Il percorso proposto offre spunti anche per il cammino catechistico. Quindi, più che un museo sulla diocesi, si tratta del museo della diocesi: «Vogliamo raccontare, attraverso l’arte, la fede del territorio», afferma don Gaiardi. Le parrocchie hanno, qui, la rilevanza di protagoniste. Protagoniste nella fruizione, ma anche nel prestito di alcune opere. A proposito del prestito, don Gaiardi ha sottolineato il desiderio da parte di alcune comunità di entrare a far parte di un percorso museologico, specificando: «Sottolineiamo che i proprietari rimangono tali, ma tutti così possiamo diventare fruitori del bello».

Questo museo è l’esito di impegno e professionalità da parte di molti. «Aprire oggi un museo non è facile – afferma don Gaiardi – sia per l’esposizione stessa, sia per la sua valorizzazione e tutela». Sono entrate in gioco energie e competenze: dall’architetto Giorgio Palù che ha curato la progettazione, alle agenzie che hanno cooperato. Senza dimenticare il decisivo contributo della Fondazione Arvedi Buschini che ne ha permesso la realizzazione.

Un punto forte, è il recupero di spazi interni al palazzo vescovile. Il museo diocesano è, infatti, ospitato in quelli che furono, un tempo, i locali di servizio del palazzo. Lo spazio espositivo consta di 1400 metri quadrati e conta circa 120 opere esposte.

Il nuovo museo è, però, solo l’ultimo tassello di una valorizzazione del patrimonio storico, culturale, religioso della città, a partire dalla Cattedrale, insieme al Battistero e al Torrazzo, che sicuramente contraddistingue la città e al cui interno, dal 2018, è stato realizzato un “Museo verticale”, tutto legato al tema del tempo». Si tratta, perciò, di un vero e proprio polo culturale, che tassello per tassello, diventa un tesoro sempre più valorizzato e accessibile.




«C’è un fermento di carità capace di generare»: a Chiesa di Casa numeri e azioni della Borsa di Sant’Omobono

 

Nell’appuntamento di questa settimana, la rubrica di approfondimento Chiesa di Casa affronta il tema della carità. Si avvicina, infatti, la tradizionale Settimana della carità, che come ogni anno ricorre per la diocesi in occasione della solennità di Sant’Omobono, patrono della città e della diocesi e padre dei poveri, e della Giornata mondiale dei poveri che da cinque anni si celebra nella seconda domenica di novembre.

Ospiti in studio, intervistati da Riccardo Mancabelli, sono stati don Pierluigi Codazzi, direttore di Caritas Cremonese e Alessio Antonioli, operatore del Centro di Ascolto della Caritas diocesana: al centro della trasmissione le iniziative di solidarietà proposte alle comunità della Chiesa cremonese, in particolare la Borsa di Sant’Omobono, il fondo istituito per far fronte alle situazioni di fragilità economica sul territorio, riproposto e rilanciato a un anno dalla sua istituzione.

Nel dialogo, don Codazzi descrive la carità come «una dimensione che deve essere vissuta da tutti, nelle nostre comunità» e, riferendosi ad Omobono, spiega che il Santo patrono «ha generato e continua a generare questa attenzione all’altro che è dimensione fondativa del nostro essere credenti».

Il messaggio per la Giornata mondiale dei poveri di Papa Francesco ha proposto come tema: «I poveri li avete sempre con voi». A questo proposito, Alessio ha portato all’attenzione i dati riguardanti la povertà nella nostra diocesi: è in aumento non solo numero dei poveri, ma anche dei cosiddetti «nuovi poveri», cioè persone, famiglie che mai si sono rivolte alle parrocchie, alle Caritas, o alle San Vincenzo parrocchiali.

Durante la trasmissione si è offerta poi l’occasione per un report sul primo anno di azione sul territorio della Borsa di S. Omobono: circa 400 sono i nuclei familiari aiutati nell’ultimo anno, con un contributo complessivo di circa 160 mila euro, erogato grazie all’impegno delle equipe Caritas nelle zone pastorali, delle parrocchie, delle associazioni, dei Comuni e dei gruppi di solidarietà. Gli ambiti di intervento sono vari e non esclusivamente di natura economica: dalle cure mediche non coperte dal sistema socio-sanitario nazionale alle esigenze dei più giovani, come lo studio o il doposcuola; inoltre, aggiunge Alessio «altra voce importante è la possibilità di aiutare a recuperare capacità lavorativa, oppure i corsi di formazione professionale che aiutino nella ricerca di un lavoro».

Le necessità dei poveri includono anche «quelle solitudini nel microcosmo delle nostre comunità che non passano attraverso il Centro di Ascolto», come spiega don Codazzi, aggiungendo anche che, per capire le esigenze reali delle persone, « si corresponsabilizza il territorio perché lo si ritiene l’elemento più vicino al bisogno», dunque la gestione della Borsa non è centralizzata, ma dalle parrocchie, dalle zone pastorali. Secondo don Codazzi, infatti, «C’è un fermento, nei territori, che è davvero generativo».

Anche il Centro di Ascolto si muove per i bisogni effettivi dei poveri. Da un lato, come ricorda Alessio, esiste chi approfitta dei servizi offerti e, per questo, viene richiesta sempre la documentazione; dall’altro lato, però, c’è anche chi, per vergogna, rimane fuori da questa attenzione e non comunica il proprio bisogno. A tal proposito, secondo Codazzi, la sfida sta nell’educarsi a entrare in questa mentalità: «dev’essere contagiosa l’attenzione all’altro, dovrebbe diventare una normale aspetto della vita». L’invito,  non è solo quello di fare offerte, ma soprattutto una sollecitazione ad accorgersi, vedere il bisogno dell’altro, sempre in rapporto ad una comunità che si muove nella medesima direzione.

 

Borsa di sant’Omobono: un anno di impegno da rinnovare




Verso la Giornata di Avvenire con il direttore Tarquinio

Domenica 31 ottobre Chiesa cremonese celebra la Giornata diocesana del quotidiano Avvenire con una distribuzione straordinaria del giornale di oltre 2mila copie all’uscita delle Messe nelle numerose parrocchie che hanno aderito all’iniziativa. Proprio questa iniziativa e il valore del quotidiano dei cattolici italiani sono al centro della nuova puntata di Chiesa di casa, impreziosita dalla presenza del direttore di Avvenire Marco Tarquinio, insieme a don Federico Celini, coordinatore dell’area pastorale “Capaci di comunicazione e cultura”.

Il nucleo della trasmissione condotta dall’incaricato diocesano per le Comunicazioni sociali, il giornalista Riccardo Mancabelli, è stato il rapporto tra il quotidiano Avvenire e il territorio, come conferma Tarquinio: «Paolo VI pensava Avvenire radicato nei territori e nelle Chiese locali, aperto a tutti. Il nostro scrivere è specchio di questa Chiesa fra la gente, ma per tutti, credenti e non».

Dunque, un quotidiano nazionale, ma in stretto contatto con la vita della Chiesa sul territorio, come dimostrano le due pagine che, ogni domenica, all’interno del dorso lombardo, raccontano la vita della Chiesa cremoense.

Un giornale lontano dai cliché e segnato da «ecclesialità e laicità», come ha sottolineato don specifica Cellni, associando questo modo di intendere l’informazione ad «una Chiesa inserita nell’oggi, sempre più sinodale». Inscindibile, dunque, il legame con la realtà e, perciò, anche con le sfide dell’oggi. Fra queste, le difficoltà della comunicazione stessa: secondo il direttore di Avvenire, in un panorama in cui spesso la comunicazione non fornisce riferimenti certi, Avvenire risponde «consumando le suole delle scarpe», come si leggeva nel messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni dello scorso anno. Ciò, come spiega Tarquinio, «non vuol dire camminare a vuoto, ma sapere dove si va e perché ci si va, per aiutare percorsi di senso e solidarietà veri».

Secondo don Celini, poi, a generare tali percorsi sono l’unione di fruibilità e qualità, tipiche del quotidiano dei cattolici: «Ogni essere umano ha bisogno di senso e chiede, anche non esplicitamente, modalità di approccio alla realtà». In quest’ottica, nel periodo pandemico proprio Avvenire si è interessato, per primo, alla cosiddetta «pandemia sociale», espressione poi mutuata anche da altri giornali per indicare gli effetti del morbo sul nostro modo di vivere.

Dal dialogo, è emersa più volte la caratteristica di laicità del quotidiano, che comunque paga spesso lo scotto di essere percepito come giornale clericale. «Alcuni – ha ricordato Tarquinio – puntano il dito perché abbiamo un editore importante e ingombrante come la Cei, ma ci tengo a dire che operiamo attraverso una Fondazione no profit e questo fa di noi un giornale libero. Non dobbiamo inchinarci ai poteri forti e possiamo fare un’informazione non impacciata. Siamo equilibrati ma non equidistanti quando c’è da parlare di bene e male. Noi abbiamo imparato da Cristo che tenere la parte della vittima è stare dalla parte giusta. Vale nelle questioni internazionali come in quelle italiane. In questo cerchiamo di accompagnare la vita della Chiesa, mettendo la persona al centro».

L’appuntamento settimanale con i protagonisti della vita pastorale della Chiesa Cremonese è ogni giovedì alle 20.30 sui canali web e social della Diocesi di Cremona (Facebook, Youtube, IGTV e diocesidicremona.it) e in tv ogni domenica alle 8.00 e alle 12.15 circa (dopo l’Angelus) su Cremona1, alle 11.45 e alle 20.40 su TelePace.




A “Chiesa di casa” si parla di catechesi: «Un cammino da vivere insieme»

 

L’inizio dell’anno catechistico è stato il tema del dialogo nella quarta puntata di “Chiesa di Casa”, l’approfondimento televisivo sulla vita pastorale della Chiesa cremonese. Ospiti don Luigi Donati Fogliazza, incaricato diocesano per la Catechesi, e Ada Ferrari, catechista e membro dell’équipe diocesana.

«La ripartenza nasce dalla speranza e dalla vita cristiana che non si è fermata. Anche la catechesi, dunque, continua», spiega don Donati fogliazza. E la catechesi continua, come spiega Ada Ferrari, per una necessità: «Perché attraverso le attività riparte la vita comunitaria e anche le famiglie avvertono il bisogno di ricominciare a vivere un’esperienza di fede nella condivisione».

Il dialogo, infatti, ha riguardato anche la questione della catechesi e dei percorsi di iniziazione cristiana in rapporto alla famiglia. Secondo don Luigi: «Molto dipende da quanto le famiglie sono accompagnate, ascoltate ed accolte: chi si sente accolto si sente anche protagonista del cammino di formazione dei propri figli».

Un protagonismo che chiama anche ad un’attenzione verso i giovani: «I percorsi formativi, soprattutto universitari e giovani lavoratori, non possono essere svolti se non in contatto con il territorio. Le proposte siano culturalmente valide, tenendo conto di chi si affaccia al mondo del lavoro o sta studiando».

Quindi, proposte di catechesi pensate per tutte le generazioni, ma sempre tramite un percorso personale e di formazione da parte del catechista. Ada, infatti, racconta: «La parte più importante, per un catechista, è avere una relazione personale e famigliare con il Signore. È questa – continua – la base per dare una risposta alla propria vocazione». Secondo la catechista il passo successivo è quello di «testimoniare quello che tu sei come cristiano, senza inventare niente, lasciando che la vocazione venga sorretta da chi ti ha chiamato a fare questo servizio». Dunque, l’esperienza di fare catechesi come risposta ad una chiamata, come vocazione. Inoltre, la Ferrari ha sottolineato l’importanza di una formazione sul metodo e sul contenuto, sempre, però, lasciandosi sostenere da un lavoro di équipe. «Non è detto che chi lavora in equipe abbia un rapporto di amicizia profonda – aggiunge il sacerdote – per cui serve un cammino. Anzitutto, si valorizzano le diversità dell’uno e dell’altro, nasce una stima reciproca e si impara a lavorare per l’uno e per l’altro».

Durante la puntata si è riflettuto anche sul “Giorno dell’ascolto”, momento in cui le comunità si trovano settimanalmente per mettere al centro la Parola. Ada spiega: «È stato un momento importante, soprattutto durante il lockdown. Infatti, è diventato un modo per ridirci quello in cui crediamo». Il “Giorno dell’Ascolto” è un momento che si mantiene parallelo alla catechesi e, quindi, la arricchisce ulteriormente.

Don Luigi Donati Fogliazza ha concluso ringraziando, anche a nome del da vescovo, i catechisti, veri e propri «artigiani di comunità».

L’appuntamento settimanale con i protagonisti della vita pastorale della Chiesa Cremonese è ogni giovedì dalle 20.30 sui canali web e social della Diocesi di Cremona (Facebook, Youtube, IGTV e diocesidicremona.it) e in tv ogni domenica alle 8.00 e alle 12.15 circa (dopo l’Angelus) su Cremona1, alle 11.45 e alle 20.40 su TelePace.