“Educare chiede fedeltà al Vangelo”. Le parole del vescovo sulla formazione presbiterale

In occasione della consegna del testo “Chiamati col due. Appunti sulla formazione presbiterale” al clero cremonese, abbiamo pensato di rivolgere qualche domanda anche al vescovo Antonio.

“Chiamati col due” è stato ufficialmente presentato ai sacerdoti della nostra diocesi. Quale idea sta dietro a questa scelta?

Il testo di cui stiamo parlando offre il racconto, la condivisione, di quello che altrimenti rimane spesso occulto o semplicemente chiacchierato: lo stile formativo del seminario. Tutti noi sacerdoti sappiamo come si educano i preti: ci sono i documenti, i ricordi del proprio passato… Ma la vera sfida è calare tutto questo nella realtà. Educare chiede fedeltà al Vangelo, che è sempre incarnato nel presente. Per questo serve un’evoluzione continua nella formazione. Il formatore deve avere un’inquietudine di fondo, non si può sentire arrivato. In questo senso, credo che la condivisione con il presbiterio diocesano di ciò che credono e fanno i nostri educatori in seminario possa costituire un importante valore aggiunto.

La lettera post-sinodale, prima, e questo testo, ora, dedicano una grande attenzione al mondo giovanile. E’ questa la direzione in cui la chiesa cremonese è invitata a camminare?

La chiesa deve ascoltare tutti. I giovani sono un’antenna particolare, che può aiutarci a comprendere il futuro della comunità. Per questo, nulla va affrontato a prescindere dai giovani. Non è un discorso esclusivamente legato alla pastorale giovanile o agli oratori. Riguarda tutta la comunità. Il seminario, in quest’ottica, permette di immaginare come sarà il presbiterio di domani. Ma è la realtà stessa che, a sua volta, aiuta a capire come formare i seminaristi di oggi affinchè siano i preti di domani. Così si instaura una circolarità virtuosa, nel segno di quella sinodalità, nello spazio e nel tempo, di cui tanto si parla oggi. Per questo Papa Francesco insiste tanto nel dire di non fidarsi del “si è sempre fatto così”. Si cammina davvero insieme se si permette all’oggi di essere finestra aperta sul domani.

Nel libro viene usata la metafora della briscola chiamata. Su che piano si gioca la partita? Come la si “vince”?

La partita, di fatto, non la perderemo mai, perché la Pasqua di Gesù ci garantisce la vittoria. Non c’è limite alla possibilità della Grazia e alla differenza che Essa fa quando “scende in campo”. Questa certezza, però, non ci deve indurre a snobbare le esigenze della natura, dell’uomo. Altrimenti saremmo noi a decretare la fine della partita. Se invece vogliamo giocare per davvero, la strategia vincente non può che puntare anche sull’umano e sulle relazioni. Guardarsi negli occhi, saper aspettare e rispettare i fratelli, dare vera attenzione alla persona. Cercando la comunione, proprio come quella che Cristo ha introdotto nella vita degli uomini. E’ questo l’invito che mi sento di rivolgere ai seminaristi: cercate la comunione con Gesù e nello stile di Gesù, in modo da poter essere contenti per davvero e mai per finta.

Ringraziamo il vescovo Antonio per averci concesso il suo tempo e per l’augurio e la fiducia che dimostra nei nostri confronti.