“La scuola riapre, riapriamo la scuola!”, il messaggio per l’inizio del nuovo anno

In occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico l’Ufficio diocesano per la Pastorale scolastica rivolge un messaggio a studenti, docenti e operatori scolastici che vuole proporre una riflessione e suggerire un impegno di fronte alle sfide che si aprono di fronte al mondo della formazione in un momento storico così particolare, in cui l’aula – oltre che luogo dove si impara – si riscopre spazio privilegiato di incontro. E dunque di crescita. E ripartenza.

La scuola riapre, riapriamo la scuola! Uno slogan che sembra essere uscito dalle pubblicità televisive, ma non è mai stato tanto vero quanto quest’anno. I portoni delle scuole vengono spalancati, come anche le porte delle aule, aperte per far entrare tanti fanciulli, ragazzi e giovani che riprendono possesso di un ambiente in cui vivranno moltissima parte dei nove mesi che ci stanno davanti. La scuola è l’ambiente di vita che maggiormente segna i ragazzi dai tre ai diciott’anni. Molti se lo dimenticano; abbiamo scoperto l’importanza della scuola solo quando è stata chiusa e non unicamente perché può essere vista come un parcheggio, ma perché in essa si gioca il futuro del nostro Paese e della nostra società. Allora prima di vedere la scuola come un problema, è necessario recuperarla come una risorsa. E per fare questo passaggio è necessario il buon senso.

Si parla di classi pollaio perché tanti sono in una stanza e non c’è il distanziamento. Il problema non è (solo) il distanziamento contro la pandemia ma chiedersi: essere a mucchio o essere in tanti in una classe serve? Serve per il progresso dei ragazzi? Classi pollaio piene e non si diminuiscono i divisori per formare la classe. Quale è la risorsa? Non solo diminuire il numero di ragazzi in aula, ma anche trovare tutte quelle strategie che li fanno davvero crescere, che offrono un futuro, in cui si apprende e si impara a fare (il vecchio motto: “sapere e saper fare”).

Riaprire la scuola a tutte quelle forme di “bellezza e bontà” che fanno tanto bene ai ragazzi e ai docenti. Esperienze legate al territorio, alla tradizione locale, alla cultura del luogo.

Riaprire la scuola a quel “buon senso” che va oltre a tutte quelle forme di burocrazia, che insabbiamo la buona volontà di tanti insegnanti fantasiosi e appassionati del loro lavoro.

Riaprire la scuola a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che la vedono come una “nemica”, da fuggire o da sconfiggere, perché fatta di voti, di giudizi, di note e di poco cuore.

Riaprire la scuola a tutti coloro che stanno ancora curando la ferita della disfatta, la ferita della bocciatura, che ancora sanguina.

Riaprire la scuola per accogliere ragazzi, docenti, personale, famiglie, che la vedono lontana, asettica.

Riaprire la scuola per accogliere, per dire la propria gioia dell’incontro; lo stupore della crescita, la sorpresa del cambiamento.

La scuola riapre non perché tanti soldatini in fila si siederanno ai banchi, tireranno fuori i quaderni e cominceranno a sentire il “bla bla” degli insegnanti. Riapre perché in essa non solo si impara, ma perché si viene educati alla vita, non da soli, non buttati nel mondo, ma accompagnati e protetti. Sì, perché i nostri ragazzi hanno anche bisogno che qualcuno li protegga da tutti quei “persuasori” che vendono vento; hanno bisogno di abbandonare, almeno per un po’, tutti quei social che diventano dipendenza negativa e fuorviante. La scuola lo può e lo deve fare!

Il compito della scuola è questo, direbbe don Milani: «La scuola è un fuoco di fila di gioie e si vede i ragazzi rifiorire di minuto in minuto.» (Lettera alla madre, 03/02/55).

Papa Francesco nel “discorso alla scuola italiana”, evidenziava «la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino. È un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie… È un luogo di incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme… Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia» (discorso del 10/05/2014).

Riaprire la scuola e scuola luogo di incontro: sembra che si voglia sfidare il COVID. Siamo in un tempo complesso, e proprio per questo diventa necessario che la scuola si compatti, proprio attraverso l’incontro, che avviene solo aprendo le porte e tenendole serrate o solo socchiuse.

L’augurio è quello che tutti, ragazzi, docenti, personale e dirigenti, costruiscano una scuola aperta al mondo, capace di trasmettere valori e coraggiosa nel condividere le gioie e le fatiche di un percorso lungo, difficile, ma sempre affascinare: il percorso della crescita, l’avventura della vita.

 

don Giovanni Tonani
Responsabile Ufficio Pastorale Scolastica

 




«Salire al Torrazzo può essere un’esperienza interiore»

E’ stato inaugurato nel pomeriggio di domenica 11 novembre il Museo Verticale del Torrazzo. Dopo la presentazione in un Battistero gremito, è stato il vescovo Antonio Napolioni ad aprire per la prima volta al pubblico la porta della Sala del Meccanismo, la prima delle tre nuove stanze allestite per il percorso del nuovo Museo che accompagna la salita verso la cima della torre campanaria della Cattedrale di Cremona.

«Non si può salire al Torrazzo per sentirsi padroni del mondo. Ma si sale al Torrazzo per scoprire quanto è bello essere piccoli». Così nella sua riflessione, durante la presentazione ufficiale in Battistero del nuovo Museo Verticale, monsignor Napolioni propone una chiave di lettura che va oltre la rappresentazione della torre campanaria come monumento iconico per la città e – da oggi – come percorso di conoscenza storica, artistica e scientifica. «La salita al Torrazzo – suggerisce il Vescovo – può essere un’esperienza interiore: dal tempo al cielo».

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E se il Museo Verticale – presentato nella sua idea progettuale e nella sua struttura da don Gianluca Gaiardi, incaricato per i Beni artistici ed ecclesiali, e dall’architetto Fabio Bosio, e apprezzato dal Soprintendente Gabriele Barucca come «una gemma in più di questa bellissima città – offre ai cittadini e ai tanti visitatori una nuova occasione di scoperta del monumento che da secoli è al centro della vita sociale, civile e religiosa di Cremona, le tappe della salita «alla gran torre» (come recita il cartello all’ingresso, sotto la Bertazzola) generano una nuova opportunità per riappropriarsi dell’originario significato della torre del Duomo: «Segni, gesti, visioni, esperienza fisica, stanchezza… – evidenzia il vescovo Antonio – come la vita».

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E così l’esperienza della salita può essere anche un’esperienza di riflessione: «Si può meditare sul tempo, sulla diginità della persona, sugli orizzonti che si aprono, sul senso della vita. E gustare quel silenzio per ringraziare e ritrovare la misura del proprio tempo, quella misura che oggi stiamo perdendo, ammalati come siamo del peccato di dismisura, di senso di onnipotenza».

Così salire i 502 scalini del Torrazzo, fermandosi ad ammirare il meccanismi perfetti con cui scienziati e artigiani hanno misurato nei secoli il tempo, gettando uno sguardo che abbraccia la città e la pianura circostante, può davvero diventare qualcosa di più di una visita di conoscenza: un’esperienza. «Perché non pensare – aggiunge il vescovo – ad un’altra brochure con quattro o cinque tappe di meditazione per sostare durante la salita? Magari color oro…». Per tornare a terra, poi, un po’ più ricchi.

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