IL CAPITOLO DI SAN SILVESTRO
Come passano la sera di S. Silvestro le monache Visitandine?
Consumano un ricco cenone? Brindano al nuovo anno?
Come si suol dire, la domanda è legittima, ma la risposta è complessa.
Infatti, c’è una modalità primitiva e generale, prevista dalle Costituzioni fondanti e poi c’è l’adattamento imposto dalle esigenze di ciascun monastero sulla base del numero delle monache, dei lavori svolti per la comunità, delle tradizioni del territorio.
Quel che è certo è che fin dalla fondazione, in ciascun monastero, la sera del 31 dicembre si celebra il CAPITOLO DI S. SILVESTRO.
In termini più moderni, si direbbe un’assemblea di tutte le monache presenti
nel monastero. Si pensi ad un monastero con 40 o 80 suore, come c’erano una volta.
Presiede ovviamente la Madre Superiora che tiene una breve esortazione e chiede pubblicamente perdono al Signore e alle Sorelle delle mancanze commesse verso la
comunità e le singole monache.
Dopo di lei ogni singola suora chiede similmente il perdono della Madre e delle sorelle.
Terminato questo momento penitenziale che “chiude” il passato, si guarda avanti verso il nuovo anno e ogni sorella estrae un foglietto sul quale stanno scritti il nome del Santo, o della Santa, che sarà il suo protettore per tutto il nuovo anno e un numero che corrisponde al numero della cella, del posto in coro e in refettorio che occuperà d’ora in avanti fino al prossimo sorteggio.
Le regole prevedono anche il cambio del “lavoro” svolto, ma questa norma aveva senso quando nei conventi c’erano tante suore ed era giusto che una sorella non facesse per tutta la vita la cuoca, o la lavandaia, o le pulizie. Oggi, nella scarsità delle vocazioni, prevale il lavoro “comunitario”: tutte le sorelle fanno un po’ di tutto.
Prima del Capitolo, in un cesto, sono state depositate le croci pettorali e le corone che ogni suora porta sul fianco destro.
Una alla volta le monache riprendono “a caso” una croce e una corona.
In altri tempi, c’era anche la tradizione di cambiare le immagini sacre che ognuna conservava nel proprio breviario, o in cella.
Ovviamente tutte queste procedure non sono un capriccio dei Fondatori, ma hanno un significato spirituale e assumono il valore di riti liturgici.
Le cerimonie del Capitolo di S. Silvestro attuano dunque il distacco da tutto ciò che può significare per una monaca un senso di proprietà: la mia croce, la mia cella, il mio lavoro, i miei santini …
E mentre me ne privo esprimo la mia mortificazione, la mia umiltà e la mia povertà, perché nulla è mio, ma tutto è dono che ricevo per me, per la comunità, per la Chiesa e per il mondo.
Si ritorna così all’inizio del Capitolo: cos’è l’atto penitenziale se non il desiderio di staccarsi dalle proprie abitudini non consone alla ricerca della santità che è il motivo esistenziale di ogni Visitandina in ogni anno del calendario dal 1610?