Padre Albanese: «L’Europa alzi la voce contro i regimi totalitari in Africa»

Le contraddizioni della politica estera europea nei confronti dell’Africa sono evidentissime. In cima all’agenda delle cancellerie del Vecchio Continente c’è sempre la mobilità umana. Quando si tratta, però, di alzare la voce nei confronti di regimi totalitari come quello del presidente eritreo Isaias Afewerki, un po’ tutti fanno orecchie da mercante.

Questo signore, leader del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, ha ordinato un paio di settimane fa la chiusura di 22 centri sanitari gestiti dalla Chiesa Cattolica. All’alba del 12 giugno scorso, infatti, polizia e militari, per ordine del governo di Asmara, hanno messo alla porta pazienti, medici ed infermieri. I presuli, il giorno successivo, hanno espresso “profonda amarezza” per quanto accaduto, in una lettera recapitata al Ministro della salute dell’Eritrea: “Un fatto che non riusciamo a comprendere né nei suoi contenuti, né nei suoi modi. In alcuni centri i soldati sono stati visti intimidire il personale a servizio delle nostre cliniche, costringere i pazienti ad evacuare i locali. In altri casi hanno perfino circondato e sorvegliato le case dei religiosi. Come è possibile che questi fatti si verifichino in uno Stato di diritto?”.

La Chiesa cattolica eritrea, si è comunque dichiarata “aperta e disponibile al dialogo e alla mutua comprensione”. Nel frattempo, duole doverlo scrivere, non risulta affatto che dal pulpito della politica europea si siano levate voci per condannare un simile misfatto. Stiamo parlando di un Paese africano, peraltro, da cui sono provenuti, in questi anni, molti dei migranti che hanno tentato, a volte con successo, altre volte perdendo la vita, di sbarcare sulle nostre coste. Da rilevare che l’Unione europea ha concesso recentemente al regime di Asmara 20 milioni di euro per la manutenzione di strade in cui saranno impiegati anche molti giovani militari.

Obbligatorio per uomini e donne tra i 18 e i 50 anni e oltre, il servizio nazionale di leva, con paghe irrisorie e trattamenti inumani, ha fatto di questo Paese una sorta di Sparta africana. In diversi documenti dell’Onu viene definito come “lavoro forzato” e rappresenta la causa principale per cui da decenni centinaia di migliaia di persone tentano la fuga dall’Eritrea, molti dei quali giovanissimi, impauriti dall’approssimarsi dell’età per la leva obbligatoria. La denuncia è venuta dalla Fondazione per i diritti umani degli eritrei (Foundation Human Rights for Eritreans – Fhre), organizzazione della diaspora in Olanda.

Lo stanziamento europeo grava sui fondi di emergenza per l’Africa (Emergency Trust Fund for Africa – Etfa), che dovrebbero servire, tra le altre cose, a fermare le migrazioni promuovendo l’offerta lavorativa nel continente africano. In questo caso specifico, sostenendo un regime dittatoriale alla stregua della Corea del Nord.

E cosa dire del Sudan? Con l’uscita di scena del presidente-padrone Omar Hassan el Beshir, da quasi tre mesi è al potere, a Khartum, il Consiglio Militare di Transizione (Tmc) che ha precluso alla società civile di affermare l’agognato cambiamento democratico. La dicono lunga le violente repressioni delle manifestazioni di protesta nei confronti di una giunta militare ai cui vertici spicca il nome di Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemedti’, vicepresidente del Tmc, leader indiscusso delle milizie Janjaweed, tristemente note per i crimini commessi nel Darfur.

Come mai i leader europei, tranne alcune lodevoli eccezioni, fanno finta di niente, omettendo nei loro discorsi sulla questione migratoria – ci sia concesso dire “permanentemente elettorali” – le responsabilità di certi regimi militari? Anche perché i militari sudanesi di cui stiamo parlando, in questa fase transitoria – in vista forse tra due, tre anni di ipotetiche libere elezioni – sono stati foraggiati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti per un totale di tre miliardi di dollari.

Una cosa è certa l’Unione Europea deve uscire dal letargo, in un frangente della Storia, il nostro, in cui vengono spesso misconosciuti i valori fondanti del diritto internazionale, nonché i diritti dell’uomo e dei popoli.

 




Con la missionaria Buscemi un’occasione per leggere e comprendere il Sinodo dell’Amazzonia (AUDIO)

Il Sinodo per l’Amazzonia, conclusosi a Roma lo scorso 27 ottobre, rappresenta sicuramente un evento di fondamentale importanza per la vita della Chiesa universale. Vivace è infatti il dibattito che sta animando all’interno della comunità ecclesiale, mentre numerose e complesse sono le prospettive aperte dai suoi lavori.

Si è quindi rivelato particolarmente utile per fare chiarezza e liberare il campo da equivoci ed errate interpretazioni, l’incontro svoltosi nella serata di lunedì 11 novembre, presso il Centro di spiritualità del Santuario di Caravaggio, organizzato per la Zona Pastorale 1 dalla associazione Amici del Brasile in sinergia con l’Ufficio Missionario Diocesano. Relatrice di eccezione è stata Maria Soave Buscemi, da oltre vent’anni missionaria laica fidei donum in Brasile, formatrice al Cum di Verona e che, per conto del Repam ( Rete Ecclesiale Panamazzonica), ha partecipato agli incontri per la stesura del documento preparatorio del Sinodo.

«Come abbiamo camminato nel Sinodo? – ha premesso Buscemi , che da anni vive nella prelatura di San Felix do Araguaia, vicino al parco indigeno dello Xingu in Amazzonia, nel Mato Grosso – Il metodo è fondamentale per aprire processi. I giornalisti interrogano spesso sui risultati finali di tanto lavoro ma si tratta di un punto di vista non corretto. Dobbiamo essere più preoccupati di aprire processi piuttosto che di ottenere risultati e in America latina si è registrata una forte esperienza di cammino partecipativo. Un percorso entusiasmante ma che non privo di difficoltà e di incertezze: «Nessuno dei 104 vescovi padri sinodali aveva mai vissuto un Sinodo. Ci siamo dovuti preparare anche in cose concrete, affrontando molte difficoltà e tenendo conto che in un lavoro sinodale non è importante arrivare per primi ma arrivare insieme. Il Sinodo non vive di processi democratici ma di attività di discernimento». Oltre 85.300 le risposte pervenute da oltre trecento assemblee sparse su tutto il territorio amazzonico, che comprende oltre al Brasile (che ne detiene circa il 67%), altri nove Paesi : «Si è ascoltato quello che le comunità avevano da dire, con un complesso processo di discernimento che non era per nulla scontato» . Ne è innanzitutto uscito un grido di dolore: «Le popolazioni locali gridano: ci stanno ammazzando!» è stato il monito della relatrice. «Ad agosto è bruciata una porzione di Amazzonia grande come l’intera Germania e non si è fatto nulla per cercare di spegnere le fiamme e ridurre i danni . La finanza internazionale succhia quello che può da quello sconfinato territorio, senza chiedersi se sia effettivamente necessario.

Un’altra evidenza emersa è il diritto dei popoli indigeni ad una propria teologia. «Occorre superare un latente colonialismo che ancora caratterizza i nostri rapporti con le popolazioni locali – ha evidenziato Maria Soave Buscemi – E’ necessario andare oltre le distinzioni tracciate tra noi e loro, tra cultura e folclore, tra arte ed artigianato, tra lingua e dialetti». La Chiesa, in tale contesto, deve diventare fidata compagna di cammino di quella gente che è costretta a vivere in un contesto geografico molto particolare e che rende molto difficile l’esercizio quotidiano della fede. «Esistono comunità che da diciotto anni non possono assistere ad una Messa, la media amazzonica di partecipazione all’eucarestia si attesta su una volta all’anno- sono i crudi dati di una realtà tanto complessa – Chi anima di fede queste comunità? Per il 70% si tratta di donne, spesso madri di famiglia, alle quali tocca il compito di tenere viva la fede con la presenza alla celebrazione della Parola. L’Amazzonia chiede che la Chiesa non sia solo pastorale di visita ma che sappia essere testimone di una pastorale di presenza stabile» .

Quali sono quindi, le proposte sinodali per l’area amazzonica? «Sono essenzialmente quattro i cammini di conversione della Chiesa che vengono richiesti – ha concluso Buscemi – conversione pastorale, culturale, ecologia e sinodale».

Ora la parola è passata a Papa Francesco al quale toccherà fare sintesi e dare voce ad un lavoro tanto articolato, frutto di un grande impegno di ascolto e discernimento.

Ascolta l’intervento