Giovani in missione: un segno e una speranza

Le esperienze di Chiara Gallarini, Sara Tacchi ed Emma Bonvini di Castelleone e del gruppo guidato da don Davide Ferretti in Brasile
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Tra le tante persone e le numerose organizzazioni che durante l’estate partono o propongono dei servizi all’estero (che possono essere missionari, animativi o caritativi) ci sono le esperienze di alcuni giovani della nostra diocesi che ci sentiamo di evidenziare, non perché più importanti di altre ma perché possono costituire un segno e magari uno stimolo per altre persone che forse non conoscono le tante opportunità di crescita offerte dall’Ufficio missionario cremonese in collaborazione con altri Uffici missionari italiani.

Chiara Gallarini

Penso a Chiara Gallarini, Sara Tacchi ed Emma Bonvini di Castelleone che si sono suddivise in tre realtà molto diverse tra loro. Chiara, che si trova in Serbia già da fine luglio per un servizio animativo, è in un campo profughi – le cui nazionalità maggiormente rappresentate sono afghane, irachene, iraniane, siriane – con l’obiettivo di migliorare la qualità della permanenza in Serbia per questi migranti, attraverso attività di supporto psico-sociale e attività ricreative, educative e di socializzazione. Sara invece è partita per il Togo ed Emma per la Moldova dove tra i compiti che le sono stati affidati c’è anche quello di far visita ad ospiti di centri psichiatrici.

Ci sono poi alcuni giovani dell’unità pastorale guidata da don Davide Ferretti e don Marco Genzini, che anche quest’anno hanno vissuto la loro esperienza in Brasile.

Sono segni, sono speranze, sono inviti ad un’apertura, al viaggio, all’incontro. Molte altre occasioni si stanno costruendo per i mesi a venire, soprattutto con i nostri sacerdoti “fidei donum”.

a cura dell’Ufficio Missionario Diocesano

 

 

Di seguito proponiamo, attraverso le parole di Mattia, la testimonianza del gruppo guidato da don Ferretti al termine del periodo vissuto in Brasile.

Aparecida de Goiânia è una periferia di 400.000 abitanti, posta ai confini della capitale dello stato del Goiás, in Brasile.

Sono quasi 10.000 chilometri in linea d’aria dal paesino della provincia di Cremona da cui siamo partiti. Io, Alice, Claudia, Davide, Gloria e don Davide.

Un gruppo di giovani che hanno deciso di trascorrere tre settimane in Brasile con i bambini del posto, proponendo la “Colônia de férias” ogni mattina per due settimane: giochi e laboratori sullo stile dei nostri Grest diocesani. I pomeriggi invece erano dedicati alle visite nelle famiglie.

Questo programma è proposto da una decina di anni in collaborazione con l’associazione Amici dell’Ecovam di Cremona che sostiene da oltre 20 anni la missione iniziata dalle suore dell’Istituto Rifugio Cuor di Gesù e ora portata avanti in collaborazione con alcune suore brasiliane.

Prima di partire, mi sono chiesto cosa realmente mi spingesse ad attraversare l’oceano per fare cose che avrei potuto fare anche qui in Italia, con bambini in difficoltà, con anziani, con malati. Dove sta la differenza?

Il Brasile è un mosaico di umanità, mille colori di un popolo con un bagaglio di tradizioni e cultura completamente diverso dal nostro, che sperimenta condizioni di estrema povertà per molti e un’estrema ricchezza per pochi, dove i grattacieli stanno a pochi metri dalle catapecchie, dove i ricchi stanno in gabbie dorate, recintate da filo spinato e muri altissimi per nascondere e allontanare verità scomode.

Il nostro contributo al Brasile è stato insignificante. Ciò che invece ha regalato a noi è stato immenso: da una parte, la possibilità di regalare un sorriso ad un bambino anche solo per un secondo é un’esperienza che arricchisce l’anima; dall’altra, entrare a contatto con realtà lontane allarga gli orizzonti, apre gli occhi e ti permette di vivere una carità gratuita, quando invece qui ha troppo spesso il sapore di un’egoistica autocelebrazione.

Il senso della missione cristiana è quello di costruire ponti, non muri, per ricordarsi che siamo tutti parte di una chiesa universale, fatta di mille facce e mille colori e non possiamo non riconoscere che il nostro contributo al Brasile risulta insignificante rispetto a quello che abbiamo ricevuto.