Le piccole luci del “bairro”. Gloria Manfredini racconta il primo mese di missione a Salvador de Bahia

Pubblichiamo la testimonianza che Gloria Manfredini, la missionaria laica partita lo scorso ottobre per il Brasile, ha inviato raccontando le sue prime settimane a Salvador de Bahia.


Finalmente il 17 ottobre sono atterrata a Salvador de Bahia e confesso che dopo 2 anni di pandemia chiusi nelle proprie case, riducendo attività e incontri al minimo, mi ha fatto un effetto alquanto strano arrivare in una megalopoli piena di gente, passando in pochi minuti da alti e ricchi grattacieli a piccole case in mattoni una sopra l’altra.

Fino ad ora il mio mese e mezzo è stato pieno di incontri, di volti, di nuove conoscenze, di luoghi ritrovati e altri da scoprire. È stato ed è, un immergersi in una nuova quotidianità decisamente “altra” e a volte insolita: i ritmi di vita sono diversi da quelli italiani a partire dagli orari che seguono la luce del giorno (alle 5 il sole è già alto e alle 18 è già tramontato) e con le condizioni climatiche, già la mattina con più di 30 gradi camminare sotto il sole è veramente impegnativo, mentre se arriva la pioggia scrosciante può succedere che a causa della strada allagata non si riesca ad arrivare a scuola o al lavoro. Qui gli imprevisti e le lunghe attese sono cosa normale, sono da mettere in conto per ogni attività che fai e per noi, abituati ad essere efficienti e veloci, ci vuole un po’ per abituarsi!

«E con la lingua come va?» mi chiedono spesso dall’Italia. In realtà, dopo tanti viaggi, sapevo già il portoghese ma qui i bambini guardandomi un po’ strano, mi hanno ricordato che si parla il baiano (una sorta di dialetto diffuso ormai come una lingua): spesso i bambini mi chiedono perché parlo in inglese! Tra una risata e l’altra, specificando la mia italianità come don Emilio e don Davide, c’è l’occasione anche di fare un po’ di geografia…

Ho partecipato alle iniziative della parrocchia, al catechismo di piccoli e grandi che, iniziando l’estate, sta ormai finendo, ho potuto assistere alle prove di danza e agli allenamenti di calcio di bambini e ragazzi, visitare nelle loro case alcune famiglie seguite dalla parrocchia e altre solo per un semplice saluto, ho iniziato come volontaria in un doposcuola e ho visitato altre scuole dell’infanzia e comunità di aiuto presenti nel quartiere.

Questo mi ha permesso e mi permette di osservare, vedere, cercare di comprendere dove è possibile la realtà quotidiana che sta dietro alle prime impressioni che, come è normale, vengono filtrate dal proprio modo di vivere e pensare. Non è una realtà lineare come la nostra, dove le cose hanno un inizio e una fine: agli occhi di un occidentale la prima cosa che si nota è il grande caos che caratterizza questa società. Eppure, a guardare bene, si riconosce un ordine che ha regole e abitudini differenti. Se si vuole andare oltre, è necessario cercare di sospendere il proprio giudizio per poter entrare in questa realtà. Non è possibile capire usando solo il nostro pensiero. Per poter camminare a fianco è necessario osservare e ascoltare storie e situazioni, il che non significa spogliarsi dei propri valori, ma riuscire a stare davanti alla realtà per quella che è veramente. La vita del bairro (qui la favela si chiama così) è veramente dura e lo si percepisce anche solo visivamente camminando per strada e percependo l’automatismo di un sistema permeato dal divario sociale, dall’ingiustizia e dalla violenza. La prima sensazione è quella di sentirsi una goccia nell’oceano e davanti a tutto questo è inevitabile chiedersi: cosa può fare la differenza?

La risposta sta nell’umanità che scopri in alcune donne che nonostante tutto quello che devono affrontare trovano il tempo per aiutare chi ha meno di loro, nel saluto dei bambini che ti riconoscono per strada, in chi capisce la difficoltà dell’essere nuova e ti aiuta anche solo con un sorriso chiedendo «Como está?», come stai?

Sono quelle piccole luci che trovi girando per le case del bairro, per le piccole comunità che formano la parrocchia e che cercano tenacemente di scrivere una storia diversa fatta di aiuto e solidarietà. Può sembrare poco ma è ciò che può fare la differenza per molti.