L’arcivescovo Delpini: «Laboriosi, generosi e lieti come sant’Omobono»

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«Voi, cristiani di Cremona, che cosa avete da dire alla gente di oggi e a questa terra?». È stata la domanda che l’arcivescovo di Milano e metropolita di Lombardia, mons. Mario Delpini, ha rivolto durante i Primi Vespri della solennità di sant’Omobono, il patrono della città e della diocesi di Cremona, che sono stati da significativo preludio alla presentazione e inaugurazione del nuovo Museo diocesano di Cremona.

A salutare monsignor Delpini, all’inizio della celebrazione, il vescovo Antonio Napolioni che ha voluto sottolineare che «la Chiesa di Cremona accoglie con gioia il suo arcivescovo», esprimendo anche la partecipazione di una comunità diocesana che intende camminare in piena comunione con le altre Chiese di Lombardia.

Accanto all’arcivescovo di Milano anche il vescovo emerito di Cremona, mons. Dante Lafranconi, e i canonici con il presidente del Capitolo, mons. Ruggero Zucchelli, e il rettore della Cattedrale, mons. Attilio Cibolini.

Tutta la città di Cremona era rappresentata, con le massime autorità civili e militari che non hanno fatto mancare la propria presenza, così come molti fedeli, tra i quali i rappresentati degli organismi di partecipazione diocesani. E naturalmente c’era la famiglia Arvedi, con il cavaliere Giovanni e la moglie Luciana, che hanno creduto e sostenuto il progetto del nuovo museo diocesano.

«Cristiani di Cremona, che cosa avete da dire alla vostra città? Quale contributo date perché l’umanità di questa terra sia abitata da una speranza?», sono state le domande con cui l’Arcivescovo ha aperto l’omelia. E ricordando la tradizione di impegno nella carità e nell’educazione, nell’assistenza agli anziani, nell’accompagnamento alla fede delle giovani generazioni, ha evidenziato tre parole d’ordine, con le quali «proporre uno stile di vita cristiana», valido per chi ha grandi responsabilità così come per i più piccoli. Quindi tre parole d’ordine, ispirate dall’apostolo Paolo, che descrivono lo stile dei cristiani: laboriosi, generosi e lieti.

Laboriosi perché «si trovano a proprio agio con la storia», «nel guadagnarsi il pane con le proprie mani, nel trasformare il mondo perché sia più amabile. Avvertono la responsabilità di mettere a frutto i talenti ricevuti». E ancora: «I cristiani sono laboriosi perché si appassionano alle imprese, sono fieri di dire che il bene che viene fatto è un bene che rimane nel tempo, che dà un volto alla città, al modo di produrre, di studiare, di curare chi ha bisogno di assistenza. Laboriosi perché è bello poter dire “non siamo gente che non ha combinato niente”, che dice che tocca sempre agli altri aggiustare le cose che vanno storte». «Laboriosi vuol dire far fatica – ha detto ancora – ma portare il peso della storia è cosa di cui andare fieri».

Laboriosi e generosi, perché «lavoriamo non solo per noi stessi, organizziamo le cose non per accumulare beni e patrimoni». E ancora: «Generosi perché sentiamo che la nostra laboriosità è un impegno a farci carico degli altri, anche delle istituzioni, anche di ciò che non ci rende niente. Non ci interessano il potere e il guadagno, portiamo fatiche con senso di appartenenza a una fraternità. Non amiamo l’elemosina (stiamo bene e diamo gli spiccioli a chi sta bene): no! Pratichiamo la solidarietà per fare il bene». Una generosità che nasce dall’appartenenza all’umanità che insegna a non passare oltre di fronte al povero della strada.

Laboriosi, generosi e lieti. Una letizia che le tribolazioni della vita, le fatiche del lavoro e i drammi del mondo non riescono a spegnere: «Desideriamo che questo mondo invecchiato e stanco trovi un motivo per cantare, per lodare Dio». E non è mancato un riferimento al patrono Omobono, «che interpreta in modo originale questi tratti caratteristici dello stile cristiano. Laboriosi, generosi e lieti».
«Tu chiesa di Cremona, che cos’hai da dire a questa terra? – ha concluso l’Arcivescovo – mi piace immaginare che non abbiamo da raccontare imprese gloriose, ma uno stile che pratichiamo tutti i giorni. Laboriosi, generosi e lieti».

La preghiera è stata animata con il canto da una selezione del Coro della Cattedrale con Michele Bolzoni come voce solista e guida dell’assemblea e all’organo il Marco Ruggeri.

 

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