La commozione del Vescovo al cimitero nel ricordo «delle bare che non abbiamo potuto toccare»

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Nel pomeriggio di martedì 2 novembre le parrocchie della città di Cremona si sono ritrovare presso il civico cimitero per la consueta preghiera in suffragio dei defunti presieduta dal vescovo. Accanto a monsignor Antonio Napolioni il vescovo emerito Dante Lafranconi e il vicario zonale don Pietro Samarini con gli altri sacerdoti della città. Un momento particolarmente sentito in città e che ha visto la presenza del sindaco Gianluca Galimberti insieme alle autorità cittadine.

Presenze che testimoniano – ha sottolineato monsignor Napolioni – «la comunione delle parrocchie di città in questo luogo che a tutti appartiene». Il Vescovo ha quindi rivolto un sentito ringraziamento ai presenti e un particolare pensiero di vicinanza a chi ha seguito la preghiera da casa per l’impossibilità di recarsi al camposanto.

A guidare la riflessione è stata la pagina del Vangelo di Luca, che narra la risurrezione del figlio della vedova di Nain. Il Vescovo ha invitato a chiedere al Signore «che aumenti la nostra fede in lui morto, sepolto e risorto per la salvezza del mondo». E ha proseguito «Il Signore ci dia la certezza che anche i corpi mortali si risveglieranno e saranno associati a lui nel trionfo sulla morte».

La vicenda di Naim è storia di riconciliazione della città attorno alla figura di una madre che ha perso suo figlio, ed è il racconto di gesti d’amore compiuti da Gesù, che coglie nell’imprevista richiesta della donna la possibilità di manifestare la «potenza della sua compassione». «Gesù non era preso tanto dalle sue cose da non accettare un imprevisto – ha riflettuto il Vescovo -. Quell’imprevisto rivelerà la potenza della sua compassione, che si manifesterà con il suo avvicinarsi e toccare la bara».

E ha proseguito: «Non posso non pensare alle bare che un anno fa non abbiamo potuto toccare». E visibilmente commosso ha aggiunto «Non ho potuto baciare alcuni di quei miei preti e mi fa ancora male. Gesù ci insegna a riscoprire quei gesti di prossimità, ci insegna a non cancellare la memoria, ad abitare il dolore, a toccare la bara. Ci insegna a non cancellare in fretta le tracce, anche se ci fanno male».

E concludendo ha esortato la Chiesa, i cristiani e tutti «a continuare a toccare la morte affinché non ci faccia paura, ma la rispettiamo come momento riassuntivo di un’esistenza. Perché anche oggi – ha detto abbiamo bisogno di avere questo senso profondo delle cose, non la spavalderia di chi si gloria di se stesso ma il noi filiale di chi sa che il Padre ha cura dei suoi figli nella vita e nella morte. Questa è la certezza di fede con cui preghiamo per i nostri cari, camminiamo dietro di loro a testa alta, grati per ogni giorno della vita, pronti a riconsegnarla per vivere in eterno nella comunione dei santi».