In Seminario la Giornata diocesana famiglie all’insegna del “noi”

 

Si è tenuta domenica 1 marzo a Cremona, presso il Seminario Vescovile, la Giornata diocesana delle famiglie. Un’intensa mattinata di approfondimento e confronto dal titolo “Le relazioni in famiglia: riscoprirsi per donarsi”, che ha preso il via, dopo un momento di preghiera guidato da don Alessandro Bertoni, con l’intervento della professoressa Emilia Palladino, docente alla Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma, esperta in Dottrina sociale della Chiesa ed Etica delle relazioni.

Palladino ha accompagnato le molte famiglie riunite nel salone Bonomelli in un percorso di esplorazione delle dinamiche di coppia per imparare a “costruire un noi“, tema centrale del suo ultimo libro “Io e noi. Un incontro inevitabile”, edito da San Paolo. Accanto a lei, sul palco, l’équipe diocesana della Pastorale familiare: i coniugi Stefano Boiocchi e Silvia Botti, i coniugi Marta Lucchi e Gilberto Gerevini e don Bertoni.

Nel suo intervento la professoressa Palladino – laureata in Fisica, Astrofisica e Cosmologia – ha esplorato l’universo delle relazioni e quel complesso sistema che è la famiglia intrecciando la sua formazione con le competenze in Scienze sociali e Dottrina sociale della Chiesa. Un percorso articolato ed eclettico che l’ha portata dall’infinitamente grande dello studio delle galassie all’esplorazione dell’universo umano, concentrandosi sulla necessità di ricucire strappi per ritrovare la fiducia nelle persone e nelle relazioni autentiche.

La docente ha aperto la sua relazione sottolineando la centralità della coppia: la stabilità e la salute dell’intera famiglia, infatti, dipendono in modo vitale dal legame tra i partner. La coppia non è un elemento statico, ma una realtà che richiede una cura costante e specifica. «Nessuna famiglia – ha detto – si poggia su qualcosa che non sia la coppia. Senza coppia la famiglia soffre, fa fatica. La coppia è un nodo cruciale di cura e di attenzione». In un certo senso anche «il  primo figlio di una coppia è la coppia stessa – ha detto la relatrice –. L’intimità e la “squadra” che i partner formano non sussistono automaticamente per il solo fatto di amarsi, ma devono essere costruite, nutrite e fatte crescere attivamente nel tempo».

Analizzando il contesto socioculturale attuale, Palladino ha poi ripreso il concetto di “società liquida” introdotto dal sociologo Zygmunt Bauman, caratterizzata da precarietà, incertezza e instabilità delle relazioni sociali, lavorative ed economiche L’incertezza globale, le guerre, le epidemie, l’instabilità economica e sociale influenzano profondamente i legami intimi: «Si assiste così alla ricerca della “relazione pura”. Se tutto crolla, se tutto è incerto, quale relazione ci aiuterà? Quale relazione ci può stabilizzare? Una relazione pura è quella in cui individui decidono di continuare a mantenere vivo il rapporto fino a quando soddisfa i loro bisogni emotivi e sessuali e ne possono trarre beneficio soprattutto in senso di autonomia e autorealizzazione». Un orizzonte desolante, soprattutto per chi crede. La famiglia, invece, è un sistema complesso, caratterizzato da innumerevoli elementi interagenti e interazioni non lineari. Un sistema in cui è spesso impossibile individuare un singolo legame di causa-effetto per ciò che accade. La Palladino ha spiegato questa imprevedibilità con chiarezza: «Le interazioni non sono interpretabili. Accade qualcosa, ma noi non sappiamo perché è accaduto. Lo possiamo intuire, ma non è mai abbastanza. Ci manca sempre qualcosa per capire davvero che cosa sta succedendo».

Davanti a questa complessità, la strategia suggerita non è il controllo, ma la pazienza di aspettare che il sistema si auto-organizzi e che il tempo aiuti a decifrare gli eventi. «Che cosa si può fare? Niente. Ci si sta dentro. Si vede che cosa succede, si segue l’evoluzione. Vedere come evolve il sistema richiede la pazienza di aspettare. E la pazienza di aspettare, nella nostra cultura, rappresenta una difficoltà enorme. Eppure è l’unica strategia possibile avere la pazienza e aspettare. Tante volte a me è successo di riconoscere che il tempo mi aveva aiutato a capire che cosa fosse successo».

Il cuore pulsante dell’intervento della Palladino è stato però nel concetto di riconoscimento: «Tra noi e gli altri c’è una dissimmetria originaria che non può mai essere completamente superata. Siamo diversi. Siamo diversi tra donne, siamo diversi tra uomini, siamo diversi tra uomini e donne, siamo diversi in termini generazionali. E questa asimmetria, cioè questo non essere simmetrici, fa la vita, costituisce la bellezza delle relazioni».

Il riconoscimento autentico, dire a una persona “io ti vedo” è qualcosa di estremamente potente: «È una frase che guarisce le relazioni, perché significa che ti sto osservando, ti vedo, io ti so. Vedo chi sei, ti riconosco». Riconoscere l’altro non significa però dargli un premio perché aderisce a un’immagine ideale, ma accoglierlo nella sua asimmetria e diversità. Senza questo sguardo, la relazione scivola in automatismi che portano alla noia e alla lacerazione interiore.

Attraverso una rilettura della versione originale e cruenta della favola di Cenerentola dei fratelli Grimm, in cui le sorellastre si mutilano i piedi per farli entrare nella scarpetta e sposare il principe, la professoressa ha messo in guardia dall’idea che, per essere amati, si debba “tagliare un pezzo di sé”: «Se tu non sei della misura giusta per essere felice ti devi tagliare violentemente un pezzo di te!? Ma rinunciare a un pezzo di sé significa rinunciare a se stessi; essere costantemente sottoposti all’idea di dover troncare qualcosa di sé per poter stare esattamente dentro quella scarpa significa morire».

Palladino ha poi sfatato il mito della “palla di vetro”: l’amore non conferisce il dono della telepatia: «Non diventiamo onniscienti perché amiamo, ma proprio perché amiamo diventiamo invece disponibili ad ascoltare».

Nella sua conclusione la professoressa ha indicato la famiglia come una forza sociale disarmante. L’impatto di una famiglia che pratica l’ascolto, il riconoscimento e il dialogo va ben oltre le mura domestiche, diventando un modello di bene comune per la società intera. Chi impara a disarmare il linguaggio e a rinunciare alla pretesa violenta sull’altro diventa un agente di pace in un mondo aggressivo. «Immaginate che potenza è, socialmente, che noi siamo disarmati. La pace disarmata e disarmante! Andiamo in mezzo al mondo così, pazzi scriteriati, disarmati in mezzo a un mondo violento. Su un substrato di accoglienza, di pazienza, di ascolto e di riconoscimento, si costruisce una società benevola, giusta».

 

 

In contemporanea alla relazione della professoressa Palladino, i bambini e i ragazzi figli delle coppie che hanno partecipato all’incontro hanno potuto trascorrere oltre un’ora in allegria con lo spettacolo “Patatrac” e un laboratorio di clowneria a cura dell’associazione “Il carrozzone degli artisti”: un momento carico di energia che il clown Cotoletta ha reso indimenticabile per tutti i partecipanti.

La giornata in Seminario è poi proseguita con la Messa, le cui offerte raccolte saranno devolute a sostegno di alcune famiglie del territorio segnalate dalla San Vincenzo, e si è conclusa con un pranzo insieme.