In Cattedrale il ricordo di don Giussani. Il Vescovo, guardando anche a Mazzolari: «Un profeta, un servo di Dio, uno strumento dell’opera del Signore»
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A pochi giorni dalla notizia che a maggio si chiuderà a Milano la fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Luigi Giussani, anche a Cremona gli aderenti a Comunione e Liberazione, come ogni anno, si sono riuniti attorno all’Eucaristia per ricordare l’anniversario della morte del fondatore (22 febbraio 2025) e il riconoscimento pontificio della Fraternità di CL. L’occasione è stata la Messa che nella serata di lunedì 2 marzo il vescovo Antonio Napolioni ha presieduto nella Cattedrale di Cremona.
Una celebrazione in cui ringraziare «per il dono di don Giussani e per l’incontro che ha cambiato la nostra vita» e invocare «di poter vivere il carisma al servizio del Regno di Dio e della Chiesa, perché tutti possano conoscere Cristo», ha detto all’inizio della Messa don Marco Genzini, assistente ecclesiastico diocesano di CL: «Celebrare l’Eucaristia significa essere invitati da Lui, compiere il gesto dello spezzare il pane, la parola, il perdono, per fare esperienza di salvezza e per testimoniare al mondo che non è la violenza, l’odio, l’indurimento che ci salva, ma un cuore che si spalanca su quello del Signore e dei fratelli. La memoria di don Giussani fa sì che questo diventi tangibile e ci faccia attingere a una sorgente ben più abbondante».
E proprio aprendo l’omelia il vescovo Napolioni ha ricordato che il prossimo 14 maggio, nella solennità dell’Ascensione, nella basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, l’arcivescovo Mario Delpini presiederà la celebrazione eucaristica che segnerà la conclusione della fase diocesana del processo di beatificazione di monsignor Giussani, avviato nel 2012 dall’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola. Tutta la documentazione raccolta sarà trasmessa al Dicastero delle Cause dei Santi della Santa Sede che verificherà il lavoro svolto nella diocesi ambrosiana per poi avviare le ulteriori fasi previste dalle norme, fino ad arrivare all’eventuale decisione del Santo Padre.
«Noi non sappiamo se lo dichiareranno santo», «ma certamente so che è un profeta, è un servo di Dio, uno strumento dell’opera del Signore», ha detto il vescovo Napolioni facendo poi un parallelismo con la causa di beatificazione del sacerdote cremonese don Primo Mazzolare. «Io non conosco la causa Giussani, – ha proseguito il Vescovo – conosco un po’ la causa Mazzolari e posso dire che può rimanere aperto tutto il dubbio possibile circa la santità, ma non ci sono dubbi sulla profezia. Perché la profezia è una scossa di novità, di linguaggio più adeguato ai tempi; una capacità di discernimento e di lungimiranza. Certe cose dette, scritte, vissute da don Giussani, da don Mazzolari, da altri grandi interpreti del nostro tempo ecclesiale, non le abbiamo ancora capite fino in fondo, perché come Paolo VI diceva di Mazzolari “correva troppo e faticavamo a stargli dietro”. Voi come state dietro a don Giussani? Se ne fate un idolo, siete fuori strada! Se riconoscete ciò che egli vi indica con la parola e con la vita, siete felici e portate ulteriormente frutto».
Il testo del profeta Daniele proposto nelle letture è stato spunto per un’ulteriore riflessione: «Se la causa di beatificazione, ma soprattutto l’esperienza quotidiana e il ritrovarci in comunità ci riempie e ci deve riempire di santo orgoglio, al fianco di quel santo orgoglio dobbiamo avere una santa vergogna. Dobbiamo sempre tenere insieme la fierezza del dono ricevuto e la consapevolezza che non ne siamo padroni». Una vergogna che deve coglierci «quando ci ostiniamo a credere che è la violenza, la forza, l’arroganza, i quattrini, il potere a drogare la vita: e ci inganniamo tremendamente. Quindi ci faccia bene ogni giorno la gioia, la gratitudine, ma anche quel pizzico di santa vergogna, in Quaresima un po’ di più, perché non ascoltiamo mai abbastanza i profeti che Dio ci dona».
In questa «altalena che non ci fa decollare nella vita», la forza che libera dallo stallo tra il dono ricevuto e la nostra inadeguatezza, è la misericordia, che trasforma la pretesa cristiana della santità, che talvolta diventa puritanesimo distaccato, in una condivisione profonda e concreta della fragilità umana, rendendo riflessi vivi dell’amore di Dio. Una «santa misericordia – ha concluso il vescovo – da ricevere da assetati e da far gustare ai tanti assetati, inariditi, impietriti che rischiano di non conoscerla e di non farla conoscere nemmeno agli altri».
Omelia del vescovo Napolioni
Al termine della Messa Paolo Siboni, responsabile diocesano di CL, ringraziando il vescovo per aver presieduto l’Eucaristia per don Giussani, così come per la sua guida e la sua amicizia, ha testimoniato l’impegno a vivere la Quaresima proprio attraverso quella “santa vergogna” con la disponibilità ad accogliere l’invito a essere una “Chiesa povera per i poveri”, lasciandosi evangelizzare dalla carne di Cristo.
Prima della benedizione il vescovo ha voluto lasciare l’assembla con una sorta di provocazione: «Don Giussani ha fatto più bene da vivo o da morto? San Francesco d’Assisi ha fatto più bene da vivo o da morto? E Gesù ha fatto più bene da vivo o da morto e risorto? – ha chiesto – Ecco, la santità è questa: dobbiamo fare da vivi tutto quel bene che ci permetterà di fare ancora più bene da morti. Ecco la vita eterna!».













