Il vescovo Enrico Assi tra carità e comunità

Quando il vescovo Fiorino Tagliaferri fu trasferito a Roma (1983) dopo un solo lustro di episcopato che faceva seguito all’altro breve episcopato di Giuseppe Amari, un prete di alto rango commentò: «Non penseranno adesso di mandarci Assi!», adombrando nella figura del prelato milanese, ausiliare di Martini, un profilo di modesto spessore, un curiale, grigio esecutore di direttive altrui. Il timore si avverò, ma, in realtà, il vescovo Enrico Assi mostrò subito, ad onta di un fisico gracile e di una voce non stentorea, di quale tempra fosse fatto. Aveva le idee chiare, capacità di visione, energia pastorale, esperienza temprata, solida concretezza ambrosiana. Fu puntuale e limpido nella dottrina, intraprendente e sedulo nella carità, valori che ne plasmarono e orientarono il servizio episcopale a Cremona.

Ricordarlo oggi non è solo per convenienza memoriale – ricorre quest’anno il centenario della nascita (Vimercate, 19 luglio 1919) e il 16 settembre, 27 anni dalla morte – ma per restituire dignità di storia ad una testimonianza episcopale autorevole, sottratta ad un ingeneroso oblio.

Da poco entrato in diocesi – 1985 – dal santuario di Caravaggio, luogo mariano amatissimo, nella festa dell’Ascensione ebbe a dire: «Credere nella vittoria della Grazia di Dio in un mondo in cui la dimenticanza di Dio riempie il cuore degli uomini di tristezza e solitudine, di violenza e corruzione», un pensiero centrale e ricapitolativo a fondamento di una fede cristocentrica, germe fecondo di autentica liberazione. Il suo servizio, senza risparmio di energie, poggia su questa generatività che introduce un secondo tema: la responsabilità dei cristiani. Se il mondo, la società, la cultura si disumanizzano, i cristiani non possono girare la testa da un’altra parte. L’incarnazione, Dio che si fa uomo, è cosa seria, i cristiani non possono «stare sul balcone», come dice oggi papa Francesco. E così diceva il vescovo Enrico in quegli anni dell’euforia libertaria, dell’individualismo senza limiti che intaccava non solo le grandi narrazioni ma pure il pavimento etico della società. Prete dal 1943, ordinato dal cardinal Schuster, insegnò Lettere classiche nel Seminario di Seveso.

Attivo nella Resistenza cattolica, incarcerato due volte dai fascisti di Salò, si rammaricò di non aver saputo impedire, per un ritardo, l’esecuzione sommaria di Roberto Farinacci a Vimercate, suo paese natale.

Da vescovo di Cremona, in un convegno del 1985, tracciò con rigore di storico e passione di testimone, le linee portanti e fondative della Resistenza cattolica. In quel drammatico frangente storico maturò una significativa sensibilità etico politica che mantenne vigilante per tutta la vita. Fu anche, per breve tempo, consigliere comunale, con una deroga speciale dell’arcivescovo. Fu assistente diocesano della Gioventù femminile di Azione Cattolica, poi prevosto a Lecco nel 1962.

Nominato Vescovo nel 1975, fu ausiliare del cardinal Colombo e poi del cardinal Martini con l’incarico di “Moderator Curiae”. Nei nove anni di episcopato cremonese, detto in rapida sintesi, due opere sono e restano icone esemplari della sua costruttività pastorale: la Casa dell’accoglienza (1988) vera e propria cittadella per l’accoglienza degli ultimi e il Centro Pastorale “Maria Sedes Sapientiae” (1990) per un progetto di pastorale integrato, innovativo e formativo. Nel 1996 indisse la visita pastorale “Evento di Grazia”.

Nella Festa di Pentecoste del 1989 annunciò il Sinodo. Fummo testimoni dell’alacrità e della sollecitudine personale con cui preparò e seguì la fase ante preparatoria. Per la morte del vescovo il Sinodo fu poi portato a termine dal successore, il vescovo Giulio Nicolini. Nell’ordinarietà della vita diocesana il vescovo Enrico esprimeva costante attenzione al rinnovamento delle strutture pastorali in modo particolare la parrocchia, gli oratori. Era prossimo ai preti e incontrava volentieri i laici impegnati, desideroso di ascoltare, conoscere, condividere valutazioni e discernimenti in colloqui in cui traspariva la determinazione dell’uomo di governo e la luce dell’uomo di preghiera. L’ultimo suo atto fu la visita a Cremona di Giovanni Paolo II (21 giugno 1992). La preparò e attuò con somma cura e dedizione. Quella che doveva essere l’apogeo dell’episcopato divenne, la sera stessa del saluto di congedo al Pontefice, propedeutica di Calvario. È Dio che dispone i tempi e i giorni dell’uomo. Anche questa fu una grande lezione.

Il vescovo Enrico entrò nella Pasqua senza fine il 16 settembre 1992.

Franco Verdi