Giornata delle vocazioni: auspicare il raccolto o preparare la semina?

La cinquantanovesima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, come appuntamento, è importante, ma diciamolo pure, mettendo da parte qualche artificio retorico o diplomatico, anche scomodo, perché mette l’accento tanto su un punto caldo, quanto su un nervo scoperto. Le vocazioni non ci sono, o sono pochissime: alla vita consacrata, al matrimonio, a prendere la vita sul serio.

E proprio partendo da questo ultimo fattore, secondo me, cioè il prendere la vita sul serio, va affrontata la questione: prima di analizzare il fenomeno “vocazione”, che, della casa, è un po’ il tetto, come comunità ecclesiale dovremmo chiederci: abbiamo impostato (o stiamo impostando) le fondamenta? A livello di Chiesa, ma anche a livello di singoli, stiamo ragionando in un’ottica di lungo periodo, di solidità, di robustezza, oppure abbiamo dato la priorità ad altri “valori”, quali la flessibilità, lo stare a vedere, il navigare a vista, il cercare di riportare il minor danno possibile?
È vero, lo scenario globale (guerra, economia, prospettive per i giovani), sotto molteplici aspetti, non è incoraggiante, ma la fede dovrebbe emergere proprio nei momenti difficili. Non per niente il tema di quest’anno “Fare la storia”, si focalizza proprio sul nostro senso di responsabilità.
Parlare di vocazioni, cioè di case solide e “complete”, quindi, significa riporre la fiducia nelle fondamenta, essere convinti del fatto che sia ancora possibile gettarle, credere nella disponibilità del cemento, dell’acqua, della manodopera, delle conoscenze per realizzare l’impasto. Abbiamo, noi, come Chiesa, tutto questo? Siamo consapevoli di averlo? Pensiamo che ne valga la pena? Se la risposta è sì, ricominceremo a costruire: la nostra fede, la Chiesa, la serietà nell’impegno, e quindi anche le vocazioni. Se la risposta è no, anziché di una casa, ci accontenteremo di un sacco a pelo, di una tenda, di una roulotte o, se proprio siamo fortunati, di un appartamento in affitto. Ma si tratterà comunque sempre di una sistemazione dalla quale potremmo essere fatti sloggiare dalla sera alla mattina (dalle intemperie, dai rovesci della vita, da qualcuno che ci sfratta).
Ma, forse, ci stiamo dimenticando che una casa già c’è, dove ci attende un Padre Misericordioso (il riferimento alla parabola non è casuale) che, magari, ha bisogno anche del nostro aiuto per qualche opera di manutenzione, ma soprattutto ha bisogno della nostra convinzione di restarci a vivere rendendola ancora più grande e accogliente.
Quando, stanchi di dormire all’addiaccio, ci volteremo indietro e vedremo questa casa, che magari ogni tanto ha anch’essa (metaforicamente) bisogno di qualche bonus facciate o di un rinforzo qua e là, forse ricominceremo ad avere una vita autentica, stabile, feconda. E allora potremo tornare a parlare di vocazioni con minore imbarazzo, perché, poche o tante che siano, la nostra parte per facilitarne lo sviluppo potremo dire di averla fatta.
don Davide Schiavon
referente Centro diocesano vocazioni
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