#WMOF22, Zona 5: con Ezio Aceti lo sguardo rivolto al bene trasformato dall’amore

È stato lo psicologo Ezio Aceti a caratterizzare, attraverso la sua relazione sull’amore famigliare «meraviglioso e fragile», l’evento per le famiglie della zona pastorale 5 in occasione del X incontro mondiale delle famiglie. L’appuntamento è stato nel pomeriggio di sabato 25 giugno presso la parrocchia di Rivarolo Mantovano, in comunione con Roma e le altre quattro zone pastorali.

Dopo l’accoglienza e la preghiera iniziale a cura del vicario zonale don Davide Barili, il quale ha ringraziato don Ernesto Marciò per l’accoglienza dei partecipanti in parrocchia, è stato proiettato il videomessaggio del vescovo Antonio Napolioni, il quale ha dato il via alla riflessione di Aceti per l’approfondimento al tema della Giornata.

Il relatore ha infatti aiutato i presenti a ripensare sugli aspetti fragili della vita famigliare, numerosi e delicati nella quotidianità, oggi e da sempre, ma invitandoli a focalizzare la propria attenzione su quelli positivi, linfa vitale delle relazioni. Partendo dai fondamenti della persona, la quale è «immagine di Dio a partire dalla relazione d’amore della Trinità», lo psicologo ha ricordato gli aspetti principali della famiglia: ovvero «non solo gli aspetti fisiologici-biologici della diversità – maschio e femmina – da vivere e approfondire meglio, ma la relazione di amore nella dimensione profonda della ricerca del prossimo». Il presupposto educativo, dunque, per realizzare il percorso dei futuri genitori di domani è «ritrovare la gioia di donare», proprio come nella relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: «noi siamo famiglia perché siamo costituiti naturalmente dell’amore di Dio».

Dopo aver ripercorso i tratti della società passata, «fatta di regole e coerenze educative rispetto ai numerosi stimoli e all’importanza esagerata delle emozioni» del mondo contemporaneo, Aceti ha evidenziato come la famiglia di oggi ha subìto l’onda di una rivoluzione «che ci ha travolto: eppure Dio continua a creare anche in questa nostra epoca». La nuova umanità, infatti, «ha le sue problematiche, ma anche le sue bellezze». Eppure, questi cambiamenti sono stati così rapidi che hanno mostrato tutte le insicurezze delle persone e del nucleo famigliare. Ecco allora, «in questi tempi così difficili», secondo Aceti, «la fragilità delle nostre famiglie dev’essere una scelta d’amore: ovvero far vivere Dio, la nostra forza, nella nostra quotidianità e nel tempo presente».

Per il relatore, si tratta «di trasformare il male e la fatica del vivere in opportunità di mostrare la luce dell’amore». Prendere consapevolezza, insomma, che «non esistono famiglie perfette», ma ritrovare nel rapporto di coppia quei «cromosomi dell’umano» che sono «il naturale amore di Dio» e la sua prospettiva: quella che «ci chiama a vedere la luce del futuro», perché «l’essere umano è capace di avere uno sguardo più ampio». Un’assunzione di impegno e responsabilità nel mostrare la verità del cristiano: «cogliere le occasioni dello stare insieme e delle relazioni come sentimenti positivi su tutti i problemi che si presentano costantemente».

A seguire un momento di condivisione in cui le coppie si sono confrontate, in gruppo, sulla relazione dello psicologo.

Finite le conclusioni del relatore e dei lavori collettivi, è seguita una cena conviviale.

Durante il pomeriggio un’attenzione particolare è stata riservata anche ai bambini, affidati all’animazione del mago Beru.




Lo sguardo cristiano oltre la malattia, giornata di studi a Casalmaggiore

Dopo due anni di una pandemia da non sottovalutare ancora oggi, è tempo di riflettere sul presente e sulle sfide etiche, tecnologiche, assistenziali e sanitarie di un’umanità trasformata dagli effetti del Covid-19. Adottando uno «sguardo costruttivo e cristiano per essere veramente umani». Questo, infatti, è stato l’orientamento con il quale nella mattinata di sabato 21 maggio presso la sede della Croce Rossa Italiana di Casalmaggiore si è svolto il convegno di bioetica. Una giornata «di studio e testimonianza», come l’ha definita Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, già segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, e rivolta ad operatori sanitari, medici e cittadini per osservare il dramma del confinamento e della malattia dalla prospettiva di chi li ha vissuti in prima persona. All’incontro, promosso dall’associazione New Tabor, in collaborazione con Croce Rossa Italiana, Commissione bioetica “Save the Life”, Cappellania dell’Ospedale Oglio Po e con il patrocinato dalla Pastorale della salute diocesana, hanno partecipato anche monsignor Pierre-Jean Welsh, assistente ecclesiastico internazionale dei farmacisti, il dottor Gianfranco Salzillo, bioeticista clinico e presidente dell’Associazione medici cattolici di Capua. Insieme a loro, anche le testimonianze di Rossano Buoli, guarito dal Covid, e Mariangela Malavasi, coordinatrice infermieristica a Villa Aurelia di San Michele in Bosco.

Dopo i saluti iniziali di don Alfredo Assandri, cappellano dell’ospedale Oglio Po, gli interventi dei relatori sono stati moderati da don Paolo Tonghini. A partire dagli intensi racconti della malattia vissuta da Buoli in terapia intensiva e dalla gestione del virus in corsia da Malavasi. «Ho attraversato anche il pensiero di non farcela – ha raccontato l’uomo ricoverato in terapia intensiva che ha poi intrapreso il percorso di riabilitazione – ma mi sono affidato ai medici e al Signore. Prima vivevo la vita in modo tradizionale e abituale; dopo l’esperienza di non aver avuto percezione del mio corpo, ho capito l’importanza delle relazioni con gli altri». Mentre Malavasi ha descritto le difficoltà tecniche dell’isolamento dei contagiati negli ospedali e dei tentativi di creare un canale di comunicazione con i famigliari dei malati «per far sì che rimanessero in contatto; in qualche modo tra barriere in plexiglass o gli schermi di tablet o cellulari è stato in qualche modo possibile far sentire l’affetto dei propri cari».

Numerosi sono stati gli spunti e interrogativi offerti nell’indagare l’impatto della pandemia sulla società. Il rapporto mediato da uno schermo è stato infatti ripreso da Welsh, il quale ha invitato a «prendere coscienza» di questi cambiamenti, mettendo sul tavolo anche le nuove domande poste dalla digitalizzazione della sanità; dalla solitudine come «mezzo per interiorizzare l’esperienza e di comunione con Dio nel silenzio della croce». L’evoluzione dei rapporti tra paziente e medico e della responsabilità dell’assistenza sanitaria dopo questi due anni di pandemia, il precario equilibrio tra diritto alla salute ma anche i diritti – e obblighi – dei cittadini, i rapporti tra scienza e politica sono stati al centro della relazione il dottor Salzillo: «È emersa la necessità di costante dialogo tra esperti e governi, tra la comprensione della complessità di indagine da un lato e l’elaborazione delle strategie decisionali dall’altro – ha detto –. Il riferimento dev’essere la Costituzione e il rispetto della dignità di ogni persona».

Infine, monsignor Mate Musivi Mupendawatu ha offerto una relazione sul ruolo degli operatori sanitari, da lui definiti «buoni samaritani» a livello globale, e raccontato come «l’esperienza del dolore personale» possa diventare «ricerca del bene del prossimo». Citando la Salvifici doloris di San Giovanni Paolo II, il sacerdote ha concluso che «nell’esperienza della malattia nella nostra vita c’è il volto di Cristo, quindi l’esperienza ci avvicina al mistero pasquale di una speranza». Al termine di uno stimolante dibattito con il pubblico, l’appello a scoprire e continuare a riflettere sulle nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà dopo il Covid, i cui risultati saranno oggetto di un nuovo convegno.




Casalmaggiore in festa per il Ringraziamento

Dopo due anni di assenza si è svolta nuovamente in presenza la Giornata provinciale del Ringraziamento, organizzata dalla Coldiretti Cremona, svoltasi nella città di Casalmaggiore nella mattinata di domenica 14 novembre. L’appuntamento di festa, sempre atteso dagli agricoltori e dalle loro famiglie che vivono del lavoro dei campi e degli allevamenti, ha visto una grande partecipazione di imprenditrici e imprenditori del settore dopo una scorsa edizione limitata a causa delle restrizioni della pandemia.

All’evento erano presenti numerosi dirigenti di Coldiretti, diversi sindaci del territorio e figure istituzionali, insieme alle forze dell’ordine e rappresentanti del tessuto produttivo e sociale della provincia cremonese.

Dopo il raduno e la sfilata dei trattori dal centro sportivo comunale della Baslenga al sagrato del Duomo di Santo Stefano, la festa è proseguita con la Messa presieduta dall’assistente ecclesiastico di Coldiretti don Emilio Garattini, insieme al parroco di Casalmaggiore don Claudio Rubagotti.

Prima della celebrazione, c’è stato il saluto del presidente di Coldiretti Cremona Paolo Voltini, il quale ha sottolineato il valore dell’agricoltura italiana e l’impegno dell’associazione a difesa del lavoro delle aziende, della bontà e salubrità del cibo, della trasparenza nei confronti dei cittadini, dell’attenzione alla società, al benessere degli uomini e degli animali, al dovere di custodire e rispettare la terra. «È l’occasione per rendere grazie a Dio per il raccolto dei campi e per chiedere la sua benedizione per la prossima campagna. Ci sentiamo Chiesa e siamo nella Chiesa; la nostra tradizione lo dimostra. E siamo in festa perché, nonostante tutto, vogliamo affidare a lui tutte le nostre soddisfazioni, ansie, suppliche e preoccupazioni» ha detto Voltini. Il quale ha voluto dedicare un pensiero «a tutte le persone che per vari motivi ci hanno lasciato in questi anni: in particolare gli amici Franco Cavalli e monsignor Alberto Franzini». Questa Giornata del Ringraziamento, dunque, è anche «la giornata della ripartenza: e deve trasmette all’intera comunità un messaggio di forza e di fiducia nel futuro».

Un tema, quello della speranza, ripreso anche da don Emilio nella sua omelia: «Abbiamo paura che il tempo passi troppo alla svelta perché ci riteniamo i padroni del tempo. Per noi non dev’esserci la paura delle ultime realtà, perché si parla del Signore che viene: è questa l’attesa del cristiano. Non dobbiamo guardare al futuro con preoccupazione, nonostante i momenti difficili della vita di una società e di una persona». Ecco allora il senso di dedicare una giornata per i benefici concessi, «senza mai dimenticare quanti doni riceviamo» ha detto il sacerdote.

Un momento di grande emozione è stato, secondo tradizione, il lungo corteo di fedeli che hanno portato i doni della terra all’altare, animando l’offertorio.

Dopo la preghiera dell’agricoltore, don Rubagotti ha ringraziato i presenti «per la possibilità di vivere intensamente la vostra realtà della terra, senza la quale l’uomo non esiste, e annodarla con quella di Colui che l’ha creata».

Al termine della celebrazione, è seguita la benedizione dei trattori, raccolti all’ingresso della chiesa in piazzale Marini e lungo tutta piazza Garibaldi, in una cornice di bandiere gialle e sotto qualche goccia di pioggia.

Il corteo poi si è spostato verso il rinnovato ufficio zona della Coldiretti di Casalmaggiore in via Cairoli, inaugurando così la nuova sede delle attività agricole del territorio.

La festa si è quindi conclusa in Auditorium Santa Croce, dove i partecipanti e la cittadinanza hanno potuto gustare le eccellenze dell’agricoltura cremonese e lombarda in un momento di convivialità.

Fino al tardo pomeriggio poi in piazza Garibaldi era presente anche il mercato contadino di Campagna Amica, con la vendita diretta dei prodotti naturali della terra, con il tutor dell’orto e la cuoca contadina in attività e laboratori didattici per i più piccoli.




La comunità di Casalmaggiore in cammino con la Madonna della Fontana

«Santa Maria, donna della strada, segno di sicura speranza e di consolazione per il pellegrinante popolo di Dio, facci capire come sulle mappe della geografia, dobbiamo cercare il carovaniere dei nostri pellegrinaggi».

La preghiera recitata lentamente da don Claudio Rubagotti, parroco dell’Unità Pastorale “Città di Casalmaggiore”, ha creato un’atmosfera di raccoglimento intimo e fiducioso nel centinaio di fedeli riunitesi alla sera sul sagrato della chiesa di San Francesco. Con le torce colorate accese attorno all’effigie sacra illuminata della Madonna del Santuario della Fontana, come da tradizione Casalmaggiore ha reso omaggio alla Patrona della città con la solenne processione della solennità dell’Assunta. La folla orante in cammino si è diretta, con la recita del rosario e dei canti, verso il luogo di spiritualità mariana.

Prima di cominciare il percorso, don Rubagotti ha voluto condividere anche un pensiero di Tonino Bello, vescovo di Molfetta: «Se i personaggi del Vangelo avessero avuto una specie di contachilometri incorporato, la classifica dei più infaticabili camminatori l’avrebbe vinta Maria. Gesù a parte, naturalmente. Ma si sa, egli si era identificato a tal punto con la strada, che un giorno ai discepoli confidò addirittura: “Io sono la via”. La via. Non un viandante! Siccome allora Gesù è fuori concorso, a capeggiare la graduatoria è lei: Maria!».

Ad aprire quindi il corteo religioso con il gonfalone della città, il sindaco Filippo Bongiovanni e i rappresentanti delle forze dell’ordine. Nel mezzo i pellegrini si sono disposti in file ordinate lungo i margini della strada, rispettando le norme anti-COVID19, accompagnando il cammino notturno dell’immagine della Regina di Casale con la luce delle candele, giungendo così all’ingresso del Santuario. Durante il percorso la portantina con l’effigie sacra della Madonna della Fontana è stata portata anche da qualche fedele volontario.

A chiudere la processione i frati del convento, guidati dal rettore del convento dei Frati Minori Cappuccini padre Francesco Serra. Il quale, in un momento di preghiera sul sagrato, ha voluto ricordare «tutte le persone che garantiscono la nostra sicurezza, dalle forze dell’ordine ai medici e infermieri».

Una riflessione finale prima del canto conclusivo nella notte della campagna: «Vorrei augurare a ciascuno di voi che il cammino non termini stasera, ma possa proseguire nella chiesa dove è stato battezzato. È un gesto significativo per la propria fede: Lui ci fa sentire la sua presenza, rendendoci come veri uomini e vere donne nella nostra quotidianità».

 




Passa anche da Casalmaggiore il sogno del “Cammino di San Marco”

Nel pomeriggio di sabato 24 luglio è continuato il pellegrinaggio con canoe e gommoni dei giovani della Diocesi di Alessandria, guidati da monsignor Guido Gallese e ospitati dall’Unità Pastorale “Città di Casalmaggiore”, dove il vescovo ha presieduto la santa Messa nel Duomo di Santo Stefano.
Il parroco don Claudio Rubagotti ha ringraziato «il gruppo di coraggiosi nel percorrere il cammino sull’acqua di San Marco» e il vescovo per la condivisione di una tappa di questo percorso con la comunità maggiorina.


«Sono contento di essere qui a celebrare la messa insieme a voi – ha detto monsignor Gallese – e in questa bellissima tappa del pellegrinaggio. Affrontiamo questo percorso con la fatica di tutti i giorni, ma questo ritrovarci come due anni fa è segno della Chiesa e della nostra fede».

Rispetto al primo viaggio, nel quale Casalmaggiore fu una tappa di passaggio con la Messa a Santa Maria dall’Argine, stavolta il gruppo ha deciso di sostare in città per riprendere fiato, sempre contando sull’accoglienza della Società Canottieri, gli Amici del Po e delle comunità parrocchiali.

«Quest’anno il COVID-19 ci ha fatto arrivare tardi alla preparazione di questo pellegrinaggio – racconta Carlotta Testa, responsabile diocesana della Pastorale giovanile e vocazionale di Alessandria e dell’organizzazione logistica dell’intero cammino –. Non sapevamo, infatti, se le norme ce lo avessero consentito. In verità richiederebbe più tempo di un solo mese, proprio per costruire al meglio l’esperienza dei pellegrini e prendere contatto con il territorio».

 

 

Il gruppetto in viaggio sulle acque del Po nutre grandi ambizioni. In continuità con le attività estive degli ultimi anni di Pastorale giovanile, l’obiettivo è trasformare questo percorso fluviale in un cammino permanente in Italia. «Noi vorremmo instaurare una via di pellegrinaggio sull’esempio di Santiago de Compostela: da Alessandria a Venezia, verso la tomba di San Marco» spiega Gallese. Lo scopo di queste “versioni di prova” è quello di raccogliere il maggior numero d’informazioni sui territori, incontrare le comunità e stabilire una relazione per far conoscere il progetto e costruire nel corso degli anni una struttura solida. «In questo modo i partecipanti potranno avere tutti i riferimenti turistici per fruire delle tappe in modo rapido e consapevole» aggiunge il monsignore.

In questo senso, questo cammino sulle acque non è soltanto un viaggio nel Nord Italia, ma anche un toccare con mano esperienze comunitarie e diocesane differenti. «Rispetto a due anni fa abbiamo calibrato meglio qualcosa, e come vescovo sono contento, da un punto di vista ecclesiale, di come abbiamo cambiato diocesi in ogni tappa giornaliera; attraversandole ho sentito un grande senso di fraternità oltre alla bellissima accoglienza e disponibilità nei confronti dei pellegrini», afferma Gallese. Ovviamente, questo viaggio sul Po è un percorso in grado di far vivere un’esperienza non soltanto spirituale ai partecipanti. «Oltre ad un discorso di fede, provando ad allargare lo sguardo, si tratta di un pellegrinaggio che può abbracciare un panorama ampio di persone interessate a prendervi parte con il desiderio di percorrere una via simile anche sotto gli aspetti culturali e gastronomici» afferma Testa.

Il Vescovo di Alessandria, dunque, sembra avere le idee chiare sul futuro e la potenzialità di questo pellegrinaggio di San Marco: «Speriamo che possa portare a valorizzare il nostro territorio, anche rurale, invertendo questo inurbamento appiattente e svilente dell’Italia nelle sue diverse dimensioni. Il flusso di un turismo lento poterà beneficio anche economico alle persone e magari possibilità di lavoro. Mi auguro anche che la gente si riappropri di questo fiume e s’interfacci con esso; spero che diventi l’elemento vitale che attraversa il settentrione. Le bellezze di questi territori visti dal Po sono straordinarie».

E la riprova è lo scenario della stessa Casalmaggiore. Dal Grande Fiume, affermano i pellegrini, «il panorama fino a ora è uno dei più suggestivi; vedi tutta la città in un colpo solo, dal campanile del Duomo alla torre del Municipio, facendosi abbracciare e riconoscere subito allo sguardo».

Dopo la nottata a Casalmaggiore, il gruppo di una quindicina di persone guidate dall’esperto Angelo Bosio è ripartito la mattina successiva il suo pellegrinaggio sul Grande Fiume in direzione Venezia. Con la fatica ma anche la fiducia e la speranza di aver ripreso un cammino sospeso per troppo tempo che oggi può guardare con fiducia ed entusiasmo al futuro.

 

Fa tappa a Casalmaggiore il pellegrinaggio in canoa dei giovani di Alessandria guidati dal vescovo Gallese




A Caruberto nuove opere dedicate alle “Madri Coraggio” nel ricordo di don Peternazzi

Il piccolo Santuario di Caruberto, ricco di ex voto e affreschi del 1300 e 1400 dedicati alla Natività, si arricchisce di nuove opere a tema mariano. Perché, come disse don Arnaldo Peternazzi nel suo ultimo viaggio in terra brasiliana, «è bello ammirare nei musei e nelle chiese le maternità dei grandi pittori; ma ancora più significative e commoventi sono le maternità in carne ed ossa che si incontrano ovunque». Così, sotto una leggera pioggia d’estate, in quella pieve strappata al degrado dallo stesso ex parroco, nel pomeriggio di domenica 4 luglio è stato illustrato il progetto artistico “Madri Coraggio” alla memoria di don Peternazzi, morto a 86 anni il 26 marzo scorso.

In un santuario colmo di fedeli e curiosi, si è tenuta la Messa seguita dalla presentazione e l’installazione dei dipinti realizzati da alcuni giovani artisti dell’Accademia Santa Giulia di Brescia. I quali saranno esposti per un breve periodo all’Ambasciata brasiliana presso la Santa Sede.

A introdurre l’evento, organizzato dall’associazione Amici del Brasile Onlus, committente dei cinque dipinti, è stato don Gianluca Gaiardi, responsabile Ufficio per i beni culturali ecclesiastici della Diocesi di Cremona, insieme al sindaco Dino Maglia e al parroco don Ettore Conti. Presenti anche la direttrice dell’Accademia Cristina Casaschi e il professor Adriano Rossoni, i quali hanno accompagnato i loro allievi Andrea Cigala, Cecilia Galli, Alice Redaelli, Samuele Rongoni e Lorenzo Tentori del Dipartimento di Arti Visive.

«Io non ho conosciuto tanto don Arnaldo, però l’ho visto concelebrare la Messa nella casa di riposo» ha ricordato durante l’omelia don Conti, affiancato durante la liturgica dal collaboratore don Luigi Carrai e al vicepresidente degli Amici del Brasile don Antonio Trapattoni. «Tutto il resto scompare, ma l’amore per le persone e nel modo di fare con gli ammalati rimane».

Il sindaco Maglia, al termine della Messa, a nome dell’Amministrazione comunale ha elencato in sintesi tutti gli interventi realizzati da don Peternazzi per il restauro e il mantenimento della piccola chiesa. «Un grazie anche a tutti i volontari che si prendono cura del santuario nel loro tempo libero, a Giuseppe Bozzetti per il suo prezioso aiuto, a Danila Piloni e all’associazione Amici del Brasile, al coordinatore Rossoni, alla direttrice Casaschi e agli allievi dell’Accademia».

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L’incaricato diocesano per i Beni culturali don Gianluca Gaiardi, presentando le quattro pale dipinte ad olio raffiguranti, a grandezza naturale, madri brasiliane, «donne del popolo», con i loro bambini, più un tondo in grisaille raffigurante il ritratto di don Peternazzi, ha spiegato il valore dell’iniziativa: «Il tema è quello delle madri coraggio: in questa chiesa così significativa e cara a don Arnaldo, ricca di passione e devozione all’iconografia della Madonna, vediamo l’arte e la fede ma anche il vissuto dell’oggi». «Il coraggio è di tutte le madri, ma alcune si trovano nella situazione in cui devono dimostrarlo. Ed è bello pensare che gli Amici del Brasile abbiano voluto collegare tutto questo alla missione di don Arnaldo».

Gli artisti ci hanno messo la propria sensibilità e creatività, come ha spiegato poi Cigala: «È stata una sfida trovare una chiave interpretativa individuale in grado di esprimere comunque un’opera collettiva». Soprattutto, ha aggiunto Galli, «è stato impegnativo coniugare la condizione difficile di queste donne con la dolcezza di essere madri». Un progetto, come hanno ricordato il coordinatore Rossoni e la direttrice Casaschi nel ringraziare i propri allievi, nato al di fuori del progetto accademico ma in grado di «rappresentare bene lo spirito di servizio e passione per gli altri» e «esprimere un modo nuovo per interrogare le esperienze di ognuno sul tema».

Piloni ha poi riassunto le principali tappe dell’associazione, sottolineando come essa «sia il segno tangibile del legame tra le due realtà di questa chiesa e della terra brasiliana», ringraziando l’artigiano Paolo Serafini per le tavole lignee e la cooperativa di Mozzanica per il supporto.

Dopo la proiezione di un video realizzato nella missione di don Peternazzi, le opere sono state visitate dai presenti prima della loro partenza per Roma.

Don Arnaldo Peternazzi

Don Arnaldo Peternazzi è nato a Scandolara Ravara il 2 gennaio 1934 ed è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1960. È stato vicario a Castelverde (dal 1960 al 1963) e a Mozzanica (dal 1963 al 1975).

Nel 1975 la partenza come “fidei donum” per il Brasile dove è rimasto fino al 1987. Un legame mantenuto sempre forte, tanto da portarlo a essere ispirazione per la nasciata, nel 1994, dell’Associazione Amici del Brasile onlus, che finanzia progetti di solidarietà non solo nel paese latinoamericano, ma anche nella Repubblica Democratica del Congo.

Al rientro ha assunto l’incarico di parroco di Ca’ de’ Soresini e San Martino del Lago, dove nel 2017 ha continuato a risiedere ancora un anno, prima del trasferimento presso la Fondazione “Elisabetta Germani” di Cingia de’ Botti, dove è deceduto il 26 marzo 2020 all’età di 86 anni.




A Rivarolo Mantovano ricordato il parroco don Luigi Merisio a un secolo dalla morte

«Se oggi ricordiamo un prete che è stato geniale, moderno, coraggioso nei 16 anni di vita parrocchiale, abbiamo capito che possiamo fare tutto ciò insieme come comunità per combattere il male, demolire ciò che è superato e costruire qualcosa di vero». Sono parole di speranza quelle del vescovo Antonio Napolioni, durante la sua omelia nella Messa in suffragio di don Luigi Merisio, parroco di Rivarolo Mantovano, in occasione del centenario della sua morte.

Nella chiesa di Santa Maria Assunta, infatti, mercoledì 23 giugno si è svolta la celebrazione eucaristica presieduta da monsignor Napolioni, insieme a don Ernesto Macciò e don Luigi Carrai. Numerosi i fedeli per ricordare il parroco rivarolese; presenti anche il curatore della mostra Francesco Bresciani, presidente parrocchiale di Azione Cattolica, con il sindaco Massimiliano Galli e Luciano Gorni, presidente della Cassa Rurale e Artigianale.

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Nella sua omelia, il Vescovo ha sottolineato l’importanza di questo anniversario e di come l’operato di don Luigi Merisio abbia fatto crescere una comunità nel segno del Vangelo. «Nessuno di noi ha conosciuto, eppure una comunità lo ricorda. Mancano i ricordi umani e affettivi; ma parlano le opere, le iniziative, le idee, le esperienze di solidarietà, di educazione e servizio». Prendendo spunto dalle letture del giorno di San Giovanni Battista, ricordando la figura di don Merisio quale studioso delle Sacre Scritture, il Vescovo ha precisato come don Luigi abbia svolto un compito missionario «nascosto, umile, di preparazione». Dimostrando come egli «ha saputo amare un popolo in alcuni aspetti di tradizione ed espressione diversi dal mondo in cui era cresciuto», e che «è possibile voler bene alle gente e impegnarsi per il bene di tutti», tutelando i più deboli «affinché avessero delle possibilità di crescita e sviluppo e non essere schiavi dell’ingiustizia» per disporre la comunità «a fare con gioia la volontà di Dio», ha detto il Vescovo. Spronando la comunità a «affrontare le sfide nuove e diverse di questo tempo, e ripartire insieme» e continuare il cammino intrapreso da don Luigi. «Qual è il regalo più bello che un sacerdote vissuto tanto tempo fa può godersi dal cielo? Vedere i frutti della sua missione e del suo operato», ha chiosato monsignor Napolioni.

Al termine della Messa, Luciano Gorni ha spiegato brevemente lo spirito con cui nacque la Cassa Rurale, una delle attività più importanti compiute da don Luigi. Un’attività nata dall’ispirazione della Rerum Novarum di Leone XIII e della “questione operaia” e dall’attenzione ai più deboli del parroco rivarolese. «Parlando di don Luigi “banchiere”, non posso che trovare una citazione di don Mazzolari: “È finito il tempo di fare lo spettatore sotto il pretesto di essere onesti cristiani. Troppi ancora hanno le mani pulite, perché non hanno mai fatto niente”. Don Merisio ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani. E noi come comunità, siamo oggi a tributare il dovuto riconoscimento».

Per onorare la figura di don Luigi e la sua esperienza parrocchiale nella comunità di Rivarolo Mantovano, è stata allestita una mostra con testimonianze documentali sulle attività durante i suoi sedici anni di servizio in paese.

Don Luigi Merisio, nato nel 1858 a Caravaggio e ordinato sacerdote nel 1879, fu professore di Studio biblico, Sacra Scrittura e Religione nei primi anni di sacerdozio e arrivò come parroco a Rivarolo nel 1905 rinnovando l’entusiasmo, l’interesse e la generosità nei confronti della parrocchia grazie alla sua instancabile attività.

«La mostra è frutto di ricerche e di approfondimenti personali – spiega Bresciani –, in particolar modo i documenti provengono dall’archivio parrocchiale e dalla biblioteca del Seminario vescovile di Cremona». Grazie a fotografie, ritagli di giornali dell’epoca e manoscritti, è possibile ripercorrere, in maniera cronologia e descrittiva, l’esperienza di don Merisio parroco. Dagli inizi come professore di Studio Biblico, ai primi giorni del suo arrivo a Rivarolo Mantovano fino alla sua improvvisa morte avvenuta il 23 giugno 1921 (le sue spoglie riposano nella cappella centrale del locale cimitero).

«L’intenzione poi di questa installazione è quella di raccontare anche i temi cari a don Luigi: la famiglia e i ragazzi – spiega Bresciani –. Ad esempio, importante fu la costituzione nel 1907 dell’Associazione Madri Cattoliche, così come fin da subito l’attenzione per le giovani generazioni accogliendoli nella sua casa parrocchiale, grazie anche all’aiuto prezioso della sorella Luigia». Da lì poi l’entusiasmo per l’attività del parroco crebbe, «al punto che la signora Silvia Ripalta donò la sua abitazione alla parrocchia, dentro alla quale don Luigi realizzò il “ricreatorio per la gioventù maschile parrocchiale” nel 1911». L’intraprendenza di don Merisi si spinse oltre: istituì la Cassa Rurale e Artigiana Cattolica di Rivarolo Mantovano, i circoli di S. Sebastiano per la formazione cristiana dei giovani, e quello femminile cattolico S. Giovanna d’Arco retto dalle suore di S. Vincenzo de’ Paoli e avviò la costruzione di un teatro. Degno di nota, infine, è lo scambio epistolare tra il parroco e il suo vicario don Alceste Ruggeri, chiamato al fronte della Prima Guerra Mondiale nel 1915. «Le lettere qui presenti sono perlopiù la corrispondenza tra don Alceste e mio padre – racconta Bresciani –; da esse emergono non soltanto la tristezza e il dolore della guerra dei tanti giovani al fronte, ma anche il ritratto di don Luigi: un parroco serio ma affabile, dal carattere forte e con l’attenzione alla formazione della fede e dell’apostolato dei giovani». La mostra sarà visitabile fino al 27 giugno.




A Casalmaggiore l’oratorio diventa “casa degli studenti” (VIDEO)

Alla presenza di un buon gruppo di universitari e qualche curioso attratto dall’evento, sabato 5 giugno all’Oratorio Maffei il vicario parrocchiale don Arrigo Duranti ha presentato ufficialmente alla comunità di Casalmaggiore i nuovi ambienti, ristrutturati e ammodernati, che l’oratorio mette a disposizione dei giovani universitari, come luogo di studio e di ritrovo.

«Più che una vera e propria inaugurazione è questo un momento di partenza – ha spiegato il vicario – perché il “fare l’oratorio” non sia soltanto riempire gli ambienti a tutti i costi, ma che ognuno possa sentirli suoi e, dunque, creare una compagnia per ritrovarsi anche per una proposta culturale più ampia».

Sono stati poi gli stessi studenti a spiegare raccontare l’origine e lo spirito dell’iniziativa nata dall’incontro tra un bisogno dei giovani studenti e il percorso di ripensamento del “Cortile dei sogni” avviato in Diocesi proprio per immaginare una presenza sempre più incisiva degli ambienti parrocchiali nella vita dei territori e delle giovani generazioni: «Grazie alla perseveranza di don Arrigo, fervente sostenitore dell’iniziativa – ha spiegato Annapaola Buoli Comani, 21enne studentessa di Lingue e culture per il turismo e il commercio internazionale – le aule OGM (acronimo di Oratorio Giacomo Maffei) hanno preso vita in tempi rapidi rispondendo a tutte le nostre esigenze, anche quelle più tecniche».

Ma lo scopo non è soltanto abitare questi spazi per studiare. «Frequentare le aule studio offre infatti l’opportunità di ricreare uno spirito di gruppo di cui ora più che mai noi ragazzi siamo estremamente bisognosi – ha concluso Annapaola -. OGM, infatti, si propone come una realtà avvincente ed entusiasmante dove le lunghe ore trascorse sulle “sudate carte” sono ricompensate dal piacere dello stare assieme».

Dalle nuove sedie ai tavoli con le prese per ricaricare il computer in ogni postazione e la connessione Wi-Fi veloce, senza dimenticare l’acquisto di una stufa per l’inverno, tutti gli ambienti sono autogestiti dagli stessi studenti che contribuiscono alle spese di gestione. «L’apertura e la chiusura avvengono in base alle nostre esigenze così come la pulizia e la gestione del riscaldamento, al fine di non gravare eccessivamente sul bilancio della parrocchia» ha precisato la studentessa. La presenza poi del bar dell’oratorio e degli ampi spazi aperti consente poi di vivere al meglio questi luoghi secondo le esigenze di ognuno.

«Un altro vantaggio che abbiamo a disposizione è a sala bar, e quindi dopo qualche ora di intenso studio possiamo staccare e fare qualche partita a ping pong oppure a biliardo» ha spiegato Alessandro Valenti, 23enne studente-lavoratore di Ingegneria meccanica. «E uno dei punti cardine di questo progetto è l’aver conosciuto nuove persone e rafforzare ulteriormente i legami che già avevo, grazie a quest’aula pensata per lo studio ma anche per stringere nuovi rapporti» .

Prima del taglio del nastro ha preso poi la parola anche l’assessore per le Politiche giovanili del Comune di Casalmaggiore Sara Manfredi, raccontando la sua esperienza di studentessa universitaria e il bisogno di avere un luogo diverso da una biblioteca o una semplice sala studio «per ritrovarsi con gli amici e, finito lo studio, poter trascorrere del tempo insieme».

Un’occasione preziosa per l’oratorio, come ha sottolineato lo stesso don Arrigo Duranti nell’intervista rilasciata alla rubrica televisiva diocesana “Giorno del Signore”: «Una volta che i giovani abitano questi ambienti e vengono vissuti, diventa per noi l’occasione di crescere insieme ma anche di proporre qualcosa mirato solo per loro: da una semplice cena a un incontro di catechesi a una riflessione culturale».