Settimana ecumenica, don Celini a “Chiesa di Casa”: «Come i magi, insieme verso Cristo»

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la rubrica settimanale Chiesa di Casa ha incontrato don Federico Celini, incaricato diocesano per la Pastorale ecumenica e il dialogo interreligioso. Anzitutto, don Celini, intervistato da Riccardo Mancabelli, ha descritto questa iniziativa internazionale come otto giorni in cui gli uomini e le donne di tutto il mondo, appartenenti a diverse tradizioni e confessioni cristiane, si riuniscono spiritualmente per pregare per una sola Chiesa». Questo dunque, lo spirito dell’iniziativa di preghiera ecumenica cristiana che si celebra ogni anno tra il 18 e il 25 gennaio ed è «preceduta significativamente dalla Giornata per il Dialogo tra Cattolici ed Ebrei, il 17 di Gennaio», dice don Celini.

La proposta affonda le radici già nel Settecento-Ottocento, quando nacquero «momenti di preghiera specifici per questo». Impulso particolare questi momenti di preghiera ecumenica l’hanno avuto nel XXI secolo, «quando si è passati dalla preghiera perché si fosse ricondotti nell’alveo della chiesa di Roma, alla preghiera perché tutti i cristiani si riconoscessero nell’ultima fede in Cristo». L’incaricato diocesano ha poi citato un intervento dell’abate Couturier per il dialogo ecumenico: “Dio vorrà, con i mezzi che egli vorrà, che non si preghi per la conversione ad una chiesa, ma per la conversione a Cristo”.

Come ogni anno nell’ambito della Settimana ecumenica, la diocesi cremonese propone da tempo la Veglia per l’unità dei cristiani, quest’anno nella chiesa di Borgo Loreto: sarà giovedì 20 gennaio, alle 21,00 nella chiesa parrocchiale della Beata Vergine Lauretana e San Genesio a Cremona, alla presenza del Vescovo Mons. Antonio Napolioni, del Pastore Nicola Tedoldi della Chiesa Evangelica Metodista di Piacenza e Cremona, di Padre Doru Fuciu della Chiesa Ortodossa Rumena di Cremona. La celebrazione sarà caratterizzata, nel suo svolgimento, da momenti di chiara impronta sinodale, come ha specificato don Celini, definendola un «momento di vera fraternità».  Quest’anno, il tema della Settimana è tratto dal Vangelo di Matteo: “In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti per onorarlo”. Tanti significati in una frase sintetica: «I Magi che sono il simbolo della diversità dei popoli; l’universalità della chiamata che è pure simboleggiata dalla stella; la ricerca inquieta del neonato Re da parte dei Magi, con la sete di verità, di bellezza, di bontà. Come i magi, tutti i cristiani condividono una comune ricerca di Cristo e un comune desiderio di adorarlo. In fondo è proprio questa la missione dei cristiani: chiamati ad illuminare la vita di tutto il mondo, in modo particolare in questo momento in cui tutti sono bisognosi» ha riflettuto don Celini.

Come rimarca l’enciclica “Fratelli tutti”, il dialogo ecumenico è una priorità, che si coniuga all’interno di un cammino iniziato da decenni. Così accade fra i componenti delle chiese non cattoliche e la Chiesa cattolica di Cremona, dove è in atto  «uno scambio fraterno di occasioni» che valica il limite della Settimana di preghiera. Oltre la veglia, infatti, sono già in atto altre iniziative, fra cui spicca la «lectio ecumenica con la condivisione della Parola di Dio, che si tiene una volta al mese fra protestanti, cattolici e ortodossi e condivisa da alcuni fratelli di Cremona, Crema e Piacenza. Altra iniziativa, spiega ancora l’incaricato diocesano, è «45 minuti per conoscersi»: otto Chiese ciascuna delle quali, una per mese, si presenta in modo sintetico. Il conoscere altre realtà aiuta a riscoprire se stessi: come i magi hanno offerto i loro doni; ognuno di noi «offre il dono della propria identità, che è per tutti» dichiara don Celini. Così, i pregiudizi cadono, poiché «il dono della comune fede arricchisce chiunque e fa rinvigorire il proprio cammino e le proprie speranze».

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Paritarie e ora di religione, la presenza cristiana nella scuola mette al centro «il cuore dello studente»

 

Nell’incontro settimanale di Chiesa di Casa, che racconta la pastorale della Chiesa cremonese, il tema è stato la scuola. Riccardo Mancabelli ha dialogato in studio con tre protagonisti della realtà scolastica: don Giovanni Tonani, incaricato diocesano per la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione cattolica; Roberta Balzarini, preside della Società cooperativa Cittanova che gestisce scuole paritarie di ispirazione cattolica di diverso grado, dall’infanzia alle superiori; Filippo Biaggi, professore di Religione presso l’ITIS di Cremona e il Liceo Manin.
Il fulcro del dialogo ha riguardato lo stile di insegnamento comune alle scuole paritarie di ispirazione cattolica e agli insegnanti di religione. Il punto di partenza imprescindibile, come spiega don Tonani, «è l’attenzione ai protagonisti della scuola che sono i ragazzi» e non solo «all’aspetto burocratico o le metodologie». Proprio questa la specificità delle scuole della Cooperativa Cittanova, dall’infanzia alle superiori, la cui identità si declina in «obiettivi comuni, nonostante le varie sedi» come dichiara la preside Balzarini, che aggiunge: «Questo significa avere quell’attenzione agli studenti, ai bambini, alle famiglie, che si calibra con modalità differenti per camminare insieme a partire dall’affidamento a Cristo».
La proposta, ispirata così ad un cammino di fede condiviso, guarda soprattutto alla crescita e all’unicità dello studente «ma con la collaborazione e un grande dialogo fra genitori e docenti». Tale sinergia si concretizza, ad esempio, nella presenza di insegnanti di sostegno, sfida determinante per le scuole paritarie in genere. Tuttavia, non solo alunni con fragilità certificata, ma ciascuno studente viene condotto attraverso i propri limiti e fatiche, alla scoperta dei propri talenti, ma anche delle criticità dell’oggi. Perciò, come prosegue la preside: «La scuola dev’essere nel territorio e nel qui e ora del tempo. Non esistono roccaforti, non esistono elementi immuni da quello che è il tempo di oggi. La sfida è dare i ragazzi gli strumenti per vivere la realtà in cui sono inseriti». In questo modo gli studenti sono educati anche a partire dalle sfide della società, non ultima «la complessità del sistema famigliare odierno», rispondendo con una progettualità e con senso critico.
Rispetto all’inserimento e al ruolo specifico della scuola paritaria all’interno del sistema scolastico nazionale, don Tonani spiega che si tratta sì di una parità effettiva «ma c’è bisogno di fare ancora dei passi a livello politico».

Guardando poi alla presenza cattolica nella scuola statale, un professore di religione può dare la propria testimonianza, come racconta il prof. Filippo Biaggi: «Dal punto di vista del metodo, secondo me, occorre partire dal senso religioso, dalle domande di senso che costituiscono l’essere umano e il suo profondo bisogno di felicità. E questo è trasversale, ha un valore per tutti: non solo per chi ha una fede strutturata, cattolici e non, ma anche per chi si dichiara ateo. Per quanto riguarda i contenuti della fede, che sono altrettanto importanti, non sono posti in modo direttivo, ma c’è costantemente un dialogo con gli studenti. La cosa più importante è non affidarsi all’esito, cioè pensare che il nostro insegnamento porti lo studente a credere. Questo è liberante e lascia aperto il dialogo».

Come ha precisato don Tonani, è auspicabile una scelta libera e consapevole da parte di famiglia e studente, sia nel caso della scuola paritaria, sia nel caso dell’ora di religione. «Si vede ancora di più nella scelta dell’ora di religione, quanto conti il ruolo dell’insegnante e il rapporto che si crea con lo studente» dichiara il professor Biaggi, chiarendo che non sempre la scelta è totalmente consapevole «ma le famiglie apprezzano molto il racconto fatto a casa dai ragazzi» e alle udienze spesso c’è molta affluenza.
Per quanto riguarda proprio quest’ora di religione, che è facoltativa per gli studenti e «non ha peso dal punto di vista del profitto» dice don Tonani «per ora non ci sono grandi cambiamenti normativi. Però, è necessario recuperare il rapporto con gli studenti, con le famiglie, essere capaci di una certa autorevolezza dentro la scuola. L’ora di religione guarda al cuore dell’alunno e a come questo si pone nella scuola. Perciò, anche l’Ufficio diocesano cerca di formare i docenti sia dal punto di vista pedagogico, ma anche spirituale e teologico. Il problema futuro, soprattutto per le scuole statali, sarà il concorso. Tuttavia, bisogna capire qual è l’indirizzo che la conferenza episcopale darà assieme al Ministero dell’Istruzione».
Il dialogo si è concluso con l’augurio da parte degli ospiti, anzitutto agli studenti, ma anche a famiglie e professori, di concorrere insieme all’uscita da questa situazione pandemica, ma anche di fare scelte consapevoli riguardo alle proprie passioni, come per i ragazzi che si accingono alla scelta della scuola superiori; infine, anche di trovare una scuola dove stare bene e dove si mantenga vivo il desiderio di conoscere e conoscersi.




Dalle meraviglie del territorio a Lourdes. L’impegno di Ufficio Pellegrinaggi e Profilotours tra cultura e spiritualità

A pochi giorni dall’annuncio del pellegrinaggio diocesano a Lourdes che sarà guidato dal Vescovo nel prossimo mese di aprile, “Chiesa di Casa” questa settimana ha incontrato in studio don Roberto Rota, incaricato diocesano per la pastorale del tempo libero e dei pellegrinaggi, oltre che presidente dell’agenzia turistica Profilotours, insieme a Osvaldo Bonfanti, membro del consiglio di amministrazione dell’agenzia turistica diocesana. Il dialogo, condotto da Riccardo Mancabelli, ha avuto inizio con la spiegazione, da parte di don Rota, della proposta diocesana che – pur nella consapevolezza dei condizionamenti legati all’andamento della pandemia – rappresenta un segnale della volontà di ripartenza di un settore tra i più penalizzati in questa congiuntura storica: «Dall’autunno scorso si sono ripresi i pellegrinaggi a Lourdes, proponiamo anche noi per tre giorni un’esperienza di pellegrinaggio, dal 25 al 27 aprile». L’incaricato diocesano ha spiegato come il pellegrinaggio sia un «mettersi in viaggio, lasciare da parte le proprie sicurezze e abitudini, mettersi in discussione dal punto di vista della della fede». In particolare, rispetto a Lourdes «la meta è in se stessa significativa, perché richiama quel valore di relazione con Dio che Maria media e prende per mano». Inoltre, Lourdes richiama anche «la fragilità umana, nel senso del Mistero che è la vita dell’uomo in rapporto con Dio».

La Profilotours torna così in prima linea, non solo come supporto all’ufficio pellegrinaggi, ma anche nell’organizzazione «viaggi culturali», come chiarisce Osvaldo Bonfanti: «C’è uno zoccolo duro che elabora proposte. Prima sono state fatte proposte nell’ambito europeo, poi abbiamo allargato lo sguardo». L’obiettivo è quello di proporre mete che tengano presenti le esigenze e le curiosità di tutti, senza dividere nettamente l’idea del viaggio da uno sguardo religioso. Così afferma don Rota, sottolineando che il titolo del programma di viaggi della Profilotours è «Orizzonti di fede», proprio perché si cerca di guardare agli aspetti culturali con l’occhio della fede.

Durante questo periodo, particolarmente difficoltoso a causa della pandemia, sono stati proposti viaggio particolari, seppur a minore distanza, ad esempio: «Valencia e la Tuscia; poi abbiamo proposto altre cose in giornata, soprattutto verso il Veneto».

In attesa dunque di tornare a viaggiare sulle grandi distanze, anche l’agenzia turistica diocesana ha riscoperto il valore di un turismo di prossimità, del contatto con i territori, della ricerca del bello che ci sta accanto. E non è dunque casuale che proprio l’agenzia  sia oggi anche protagonista attiva della nuova sfida culturale e turistica del Polo culturale ed ecclesiale, che comprende Cattedrale, Battistero, Museo verticale del Torrazzo e – dallo scorso novembre – il Museo Diocesano, dove la stessa Profilotours ha la sua nuova sede. «È necessario – riflette don Roberto Rota – ribadire che per chi ha bisogno questa agenzia c’è», spiega don Rota e la Profilotours si rende disponibile per la valorizzazione del territorio, con la proposta di percorsi e pacchetti che valorizzino certamente il cuore culturale della Diocesi in città, ma anche le meraviglie sul territorio, come Sabbioneta o Soncino. L’agenzia turistica diocesana e l’Ufficio pellegrinaggi diventano così generatori di opportunità di conoscenza e di approfondimento spirituale per parrocchie, associazioni e gruppi: «I destinatari provengono da realtà territoriali anche ai margini della città, ma che sanno di poter trovare la possibilità di giocare il proprio desiderio e la propria curiosità» continua l’incaricato diocesano. Anche nei prossimi mesi, pur rimanendo limitata la programmazione organica, si propongono mete interessanti, sia per viaggiatori che per pellegrini: dalla Giordania, a Napoli, fino ad una Sardegna insolita e alla Polonia di Giovanni Paolo II.




Il Vescovo nel giorno di Natale: «Cominciamo dal Bambino a ricostruire un mondo più umano»

«A chi è stato dato molto, molto verrà chiesto. Credo che a noiitaliani, anzi, noi cremonesi verrà chiesto conto di come avremo goduto di tanta arte, nella vita. Ci abbiamo fatto l’abitudine, forse, a questo scrigno: la cattedrale, le altre chiese, le pitture, le sculture» Inizia guardando all’arte l’omelia che il vescovoAntonio Napolioni ha proposto durante la Messa nella solennità del Santo Natale, presieduta nella mattinata di sabato 25 dicembre in Cattedrale, alla presenza dei fedeli e dei Canonici del Capitolo della Cattedrale.

Rischiamo di guardarle solo dal punto di vista storico, artistico, o culturale, queste opere d’arte; il Vescovo ricorda che, invece, «non stanno davanti a noi per distrarci, ma per generare una contemplazione, uno stupore, una gioia profonda, una commozione». Riferendosi ad una sua recente visita al nuovo Museo diocesano di Cremona, insieme ad una scolaresca, mons.Napolioni spiega che la cosa che più attirava i ragazzi «Era il divano. Ci si fiondavano. Forse anche noi abbiamo la “divanite” acuta, magari giustificata dalla paura del contagio. Ma non basta. Abbiamo fame e sete di bellezza incarnata. Potremmo essere anche oggi passivi ascoltatori del discorso di Natale. Dobbiamo avere delle domande davanti a qualcosa che stride». Prendendo, poi, come spunto l’Annunciazione del Boccaccino, esposta al museo diocesano, continua: «Perché Maria non guarda l’angelo che Le sta portando l’Annuncio? È distratta? Non le interessa? Ha paura? Non se ne accorge? Oppure, è tutta presa da ciò che si sta realizzando in lei!». Il paragone con un presepio conservato in una teca del museo offre al Vescovo lo spunto per continuare la sua riflessione: «Il Verbo si è fatto carne. Carne di tutti. Carne umana. Perché non vedere in quel Bambino la sacralità della vita? – e continua – Quel bambino, quel grumo di cellule, quegli occhietti, quel bisogno di nutrimento e calore, quella solitudine è impronta della Sostanza e tutto sostiene con la Sua Parola potente. Vogliamo ricominciare da lui a ricostruire un mondo umano? Ci è dato questo giorno per avere un sussulto di verità nei nostri pensieri e nei nostri sentimenti! Concludo dicendovi che quella teca viene voglia di romperla, prendere in braccio il Bambino, di stringerlo, coprirlo, scaldarlo. Ma il problema non è quella teca di vetro: il problema sono le teche della nostra indifferenza, in cui noi costringiamo pezzi della nostra umanità, cassetti che non vogliamo riaprire, scheletri nell’armadio, conti in sospeso con parenti e amici». Infine, il vescovo Antonio ha concluso la predica rimarcando che: «Il Bambino che rinasce vuol far rinascere anche noi. La morte non ci farà paura se guarderemo il mondo, noi stessi e gli altri nella luce del Nascente».

La celebrazione, animata dal Coro della Cattedrale, dall’organo e dal suono solenne della tromba, si è conclusa con la concessione dell’indulgenza plenaria e, infine, con l’augurio di mons. Napolioni «di dar vita a ciò che abbiamo ricevuto». Un augurio speciale è stato rivolto a seminaristi e fidanzati, «per questi doni che il Signore fa alla comunità attraverso i “sì” dei nostri giovani».

 

Il vescovo nella notte di Natale: «Sono stato testimone del Nascente in una mappa di luoghi delicati ma traboccanti di speranza»




A “Chiesa di casa” l’anno della famiglia, uno stile che rinnova la comunità


In occasione della festa liturgica della Sacra Famiglia, che la Chiesa celebra il 26 dicembre, nella puntata di questa settimana della rubrica di approfondimento pastorale “Chiesa di Casa” si parla di famiglia. E una famiglia è quella degli ospiti in studio: i coniugi Dainesi,  Maria Grazia e Roberto, incaricati diocesani per la pastorale famigliare.

Il dialogo, condotto da Riccardo Mancabelli, ha rimarcato l’importanza che il Papa, così come la diocesi cremonese, attribuiscono al tema della famiglia. Infatti, dopo un anno dedicato a San Giuseppe, ci troviamo ancora immersi in quello dedicato alla famiglia Amoris Laetitia.

I due ospiti in studio hanno sottolineato come questa attenzione del Papa risulti preziosa, specialmente dopo una fase come quella del lockdown, nella quale è emerso, come ha osservato Roberto, che «La famiglia è un’opportunità, non un problema». Maria Grazia ha poi specificato che il tema la famiglia, a volte, è talmente basilare che passa inosservato, tuttavia – ha aggiunto –  «il covid ha già riacceso riflettori sull’argomento: quante cose non avremmo potuto fare se non ci fossero state le famiglie!».

I due incaricati diocesani per la pastorale famigliare hanno poi raccontato come si è declinato l’anno a livello territoriale, tra le comunità della Chiesa cremonese: «Con la commissione per la pastorale famigliare abbiamo fissato una serie di appuntamenti, fra cui la Giornata delle famiglie a gennaio», senza dimenticare quanto richiesto da papa Franceso, cioè che anche la Giornata Mondiale delle Famiglie, in programma a giungo 2022, sia vissuta nel territorio.

All’interno della nostra diocesi, inoltre, è lo stesso vescovo Napolioni a ricordare cche lo «stile famigliare» offra un modello nuovo di relazione per tutti i settori e le attività della pastorale diocesana. Ciò significa, come spiega Roberto:  «Pazienza, cura, esserci in modo costante» ma vuol dire anche, come continua Maria Grazia «dialogo, che nella famiglia siamo quasi più “forzati” a vivere». L’auspicio è quello che la diocesi guardi a questo stile, affinché esso possa plasmare il futuro della Chiesa.

A tal proposito, anche l’ultima lettera pastorale del Vescovo, “Ospitali e pellegrini. Sulle orme di San Facio”, invita sacerdoti e sposi ad una nuova alleanza e, come commenta Maria Grazia «questo si può giocare a vari livelli: può voler dire che le varie ministerialità devono collaborare, ma anche che devono riconoscere l’una il valore dell’altra».

Quindi, la famiglia come dimensione sempre più attiva e protagonista nella vita delle comunità cristiane, ma che richiede anche di essere rispettata, nei suoi tempi. Roberto e Maria Grazia mettono in evidenza la necessità di proposte che tengano conto dei bisogni della famiglia d’oggi «il lavoro e le varie attività le portano a stare poco insieme». In relazione a ciò, anche l’importanza di iniziative che siano leggere, comunitarie, così che più famiglie possano essere insieme: «I legami e la sana amicizia sono fondamentali» specifica Maria Grazia.

E questo aspetto è già stato osservato, tramite la proposta delle due esperienze a Tonfano e Folgaria: tre fine settimana dedicati alla famiglia e, in particolare, alle coppie. Il primo fine settimana, già svoltosi, con le coppie che accompagnano i corsi in preparazione al matrimonio; il secondo (dal 21 al 23 gennaio) proporrà un’esperienza spiritualità rivolto a tutte le coppie; il terzo riguarderà nello specifico coppie con bambini da zero a sei anni.

Tutte le iniziative le attenzioni dedicate a questo tema, mostrano la crescente consapevolezza che la famiglia è una risorsa. Questo è già un tassello imprescindibile di un cammino, che però deve continuare: «Poi ci “aggiustiamo” cammin facendo» ha sorriso con ottimismo Roberto.

Infine, anche il periodo di Avvento che ci conduce al Natale si rivela imprescindibile per le nostre famiglie, come chiarisce Roberto: «La Sacra Famiglia è una famiglia concreta che si collega alle bellezze e alle difficoltà delle nostre famiglie. Amoris Laetitia e quest’anno, in particolare, ci stimolano a tenere presenti questi temi». Una famiglia come le altre, ma speciale, che ricorda, come conclude Maria Grazia: «Ogni famiglia può essere luce per il mondo anche la più disastrata, per la sua capacità di amare».




A “Chiesa di casa” lo stile sinodale che connette le parrocchie alla Chiesa universale

Si torna a parlare di Cammino sinodale nella puntata di questa settimana di “Chiesa di Casa”, l’approfondimento pastorale curato dall’Ufficio delle Comunicazioni sociali della diocesi. L’occasione è offerta dalla conclusione della prima fase del percorso diocesano che ha visto negli scorsi mesi la programmazione dei cinque incontri di formazione nelle zone, dove in vesxcovo ha incontrato gli operatori e i rappresentanti dei gruppi di impegno pastorale sul territorio, per avviare un dialogo sul Sinodo. Ospiti in studio, in dialogo con Riccardo Mancabelli, sono stati don Gianpaolo Maccagni, vicario episcopale per la pastorale e il clero, con il diacono Walter Cipolleschi, membro dell’équipe diocesana del Sinodo.
Anzitutto, don Maccagni ha spiegato il significato della parola “sinodo”, letteralmente “camminare insieme”: «Non è un’esperienza limitata a una gerarchia, ai pastori della Chiesa, ma il Papa vuole che il Sinodo ritorni alla sua funzione originaria: il Sinodo è infatti lo stile del popolo di Dio chiamato a un cammino nella sequela di Cristo».

Questo il focus che rende particolare la scelta di Papa Francesco di coinvolgere tutta la Chiesa in un cammino di riflessione e – soprattutto – confronto – sulla sinodalità stessa: «La sinodalità è una caratteristica della Chiesa», dice don Maccagni, caratteristica dalla quale non si può prescindere per poter affrontare le sfide dell’oggi.

Aperto per la Chiesa Universale lo scorso 10 ottobre in Vaticano dal Santo Padre, il Sinodo richiede anche alle singole diocesi un proprio contributo di discernimento. Questo l’obiettivo dei primi incontri nelle zone: «Il Sinodo non deve diventare uno slogan che, alla fine, non cambia nulla. Vogliamo già sperimentarlo», continua don Maccagni, aggiungendo che tutte le figure che fanno parte di una comunità cristiana sono state chiamate in causa; tutte insieme, hanno riflettuto sulla visione di Chiesa che già ora si sta vivendo.

Rispetto ai prossimi passi del cammino sinodale, il diacono Cipolleschi si è concentrato sul ruolo delle singole realtà locali, sottolineando il desiderio che «le parrocchie possano vivere al proprio interno il messaggio del Sinodo e – aggiunge – ogni parrocchia è chiamata ad essere creativa» perché ognuna di esse ha particolarità che possono generare arricchimento. Inoltre, Cipolleschi ha rimarcato che in queste comunità parrocchiali sono inclusi tanto i più partecipi, quanto i più defilati, perché il Sinodo permette, anzi richiede, che tutti abbiano una propria voce.

Dunque, un coinvolgimento della comunità in senso ampio, ma, secondo don Maccagni, la comunione va vissuta per ciò che è, un dono dall’alto: «Grazie al Battesimo siamo figli di Dio chiamati a un cammino di fraternità». Per questo, una parte fondamentale del lavoro del Sinodo riguarderà la riscoperta della sorgente da cui nasce questa comunione. Ne consegue un invito alla partecipazione, perché «nessuno è utente, ma tutti sono chiamati a vivere il dono ricevuto». Responsabilità personale e insieme un’occasione di vivere la fraternità, attraverso la sequela di Gesù: «Noi ci ascoltiamo non per capire chi ha ragione, ma per aiutarci a capire cosa ci sta chiedendo il Signore».

Gli incontri zonali riprenderanno a gennaio, per una seconda fase che sarà rivolta alle realtà locali. Perciò, il dialogo in studio si è concluso con  un augurio di buon proseguimento di questo cammino, che è solo al suo inizio.


Questo il calendario della seconda fase di incontri

    • Zona 2:    21/22 gennaio
    • Zone  4 e 5:    28/29 gennaio
    • Zona 1:     18/19 febbraio
    • Zona 3:     25/26 febbraio

Questi incontri si svolgeranno in due fasi:

  • venerdì sera – Incontro soltanto in modalità online da vivere nella propria parrocchia o in unità pastorale con la proiezione di un intervento di monsignor Erio Castellucci vescovo di Modena-Carpi e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana e la testimonianza di alcune coppie di sposi che racconteranno come a partire dalla propria esperienza famigliare sognano una Chiesa che si rinnova, a cui seguirà un momento di reazioni e confronto
  • sabato – Dopo un momento assembleare di preghiera in stile famigliare, laboratori in presenza in due sedi distinte, una dedicata agli operatori dell’area “In ascolto dei giovani” e una per tutti gli altri, coordinati da un moderatore che avrà il compito di guidare il lavoro e di sintetizzare i vari contributi



Chiesa di casa incontra la comunità del Seminario

È nella terza Domenica d’Avvento che la Chiesa cremonese colloca tradizionalmente la Giornata del Seminario. E del Seminario si è trattato nell’appuntamento settimanale di Chiesa di Casa. Il dialogo, guidato da Riccardo Mancabelli, ha coinvolto don Francesco Cortellini, vicerettore del Seminario di Cremona, e Paolo Zuppelli, presente a nome di tutta la comunità di via Milano 5.

Anzitutto, don Cortellini ha spiegato il senso della Giornata: «La terza Domenica d’Avvento introduce la figura di Giovanni il Battista, colui che “indica” Gesù. Come lui, anche i seminaristi saranno presto chiamati ad indicare la presenza del Signore».

L’occasione anche per presentare la fisionomia di questa particolare “scuola”, con le lezioni che si svolgono a Lodi in collaborazione con altre quattro diocesi. «I nostri seminaristi sono quattordici, più un quindicesimo che è diacono».

La Giornata del Seminario pone all’attenzione anche il tema delle vocazioni, il cui calo è vissuto dal Seminario con «un po’ di preoccupazione per il futuro – come afferma Cortellini – ma, allo stesso tempo, con speranza». È proprio Paolo, l’altro ospite in studio, a dare testimonianza di questa positività, riferendosi alla propria esperienza: «La vocazione non è un segnale luminoso, ma qualcosa che cresce dentro di te; io ho iniziato a sentire bisogno di maggior vicinanza con il Signore, me ne sono accorto in quello che facevo, nel mio lavoro, in momenti che mi davano più felicità. Allora ho iniziato il percorso di discernimento, con tutti i dubbi del caso. Ma il percorso serve appunto per discernere!».

Percorso di discernimento che, però, chiama in causa l’intera comunità cristiana: per aiutare a capire la vocazione di una persona, risulta necessaria «una équipe formativa – dice Cortellini -. Infatti, anche il cammino fatto insieme determina la capacità di rispondere al Signore». Ciononostante, c’è anche il livello del singolo «che si mette in gioco e si interroga».

Vocazione per la gente e tra la gente, la strada del sacerdozio prevede sì una parte di «separazione», come dichiara don Cortellini, «rispetto agli altri percorsi scolastici e alla comunità», ma con lo scopo di raggiungere un’apertura sempre maggiore e profonda. Ciò è testimoniato dal tipo di studio che si affronta in Seminario: formazione sui libri, ma anche sul campo. Varie sono le esperienze di servizio richieste ai seminaristi e molte sono le realtà che si offrono alla loro conoscenza: «Ogni comunità, come una famiglia, ha le sue particolarità», spiega Paolo, aggiungendo che si tratta proprio di imparare un metodo «non solo per una crescita dal punto di vista pastorale, ma anche per un arricchimento umano».

Nel dialogo in studio, don Cortellini fa emergere come il vivere insieme la comunità, oggi, sia una sfida: «Siamo tentati dall’individualismo – racconta – cioè di essere in un posto guardandone altri». Spesso non veramente presenti dove siamo chiamati a stare, l’unico modo efficace è «imparare reciprocamente nella relazione con gli altri. Il vivere in comunità sfida l’individualismo», come afferma don Francesco. Su questo tema si è soffermato il messaggio del vescovo Napolioni, nello slogan per la Giornata di quest’anno: “Insieme si arriva lontano, li inviò a due a due davanti a sé”. Don Cortellini ha chiesto di continuare a pregare per nuove vocazioni, sottolineando la necessità di un cammino sempre comunitario: «la strada è il luogo in cui la fraternità si vive: la comunione si vive camminando insieme».




Chiesa di Casa, musica per elevare lo spirito

Musica liturgica. Questo il tema dell’appuntamento settimanale di Chiesa di Casa. Ospiti in studio sono stati: don Graziano Ghisolfi, responsabile della Sezione musica dell’Ufficio liturgico diocesano, e il maestro Fausto Caporali, organista titolare della Cattedrale di Cremona e docente della cattedra di organo complementare e canto gregoriano al conservatorio di Milano.

Il dialogo, guidato da Riccardo Mancabelli, si è soffermato sul rapporto tra musica e spiritualità. «In qualunque nazione si faccia della musica, quella musica può essere fruita da chiunque: la musica sa entrare in un mistero, in qualcosa di più profondo di ciò che si vede», spiega don Ghisolfi. Anche secondo Caporali la musica sacra «è un sussidio al linguaggio verbale: la musica aggiunge una dimensione attinente alla trascendenza dell’uomo, questo mi porta ad esprimere con un linguaggio nobile».

Musica capace di emozionare ed elevare lo spirito, ma che si può fruire e fare anche divertendosi, come racconta il docente e organista: «Al fondo ci deve essere un desiderio di serenità e di coinvolgimento», aggiungendo poi che per la musica liturgica «il fine ultimo deve essere la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli».

In diocesi la tradizione è ben consolidata, sia per quanto riguarda i cori che gli organisti. Negli ultimi tempi sono gli stessi parroci a chiedere aiuto sull’aspetto musicale. Allo stesso tempo, però, don Ghisolfi sottolinea che «con il covid l’attività dei cori è molto in difficoltà». Rispetto alla tipologia la situazione è «molto variegata», ma il criterio che accomuna ogni tipo di musica liturgica è «l’attenzione al rito». Infatti, entrambi gli ospiti intervenuti in studio concordano sulla finalità che la musica liturgica si propone: l’importante non è far spettacolo, o far vedere che si è bravi; neanche il “mi piace questo brano” è un criterio. Il momento musicale ha come obiettivo quello di far vivere al meglio il rito. «L’aspetto tecnico si riversa in un campo pastorale e spirituale» di cui bisogna tener conto, secondo le parole di Caporali; infatti, tutti i dati tecnici, devono essere declinati nella celebrazione e in quella data comunità.

Il dialogo si è concluso sull’aspetto formativo della musica liturgica, che in diocesi può contare sulla presenza e l’attività della Scuola diocesana di musica sacra “Don Dante Caifa”: una scuola rivolta a tutti, all’adulto quanto al bambino.




Chiesa di Casa, il nuovo anno liturgico si apre guardando alla liturgia

In occasione dell’inizio del nuovo anno liturgico, il settimanale appuntamento di Chiesa di Casa mette a tema la liturgia: ospite in studio, in dialogo con il conduttore Riccardo Mancabelli, don Daniele Piazzi, incaricato diocesano per il Culto divino.

La riflessione ha riguardato, anzitutto, la partecipazione da parte di tutti alla liturgia. Essa è, infatti, «momento non solo personale, ma che deve esprimere la vitalità di una comunità concreta», come ha subito specificato don Piazzi. Il sacerdote ha poi spiegato che, durante la Settimana Liturgica nazionale, ospitata a Cremona lo scorso agosto, «si sono approfonditi alcuni snodi che riguardano la pastorale liturgica ed è emerso che, rispetto ai giovani, che non basta dire “vai a Messa”; la fede non può essere solo spiegata, ma va vissuta con un’esperienza esistenziale». La questione, però, non è «il moltiplicare le celebrazioni, ma è il prendervi parte ed essere accompagnati a prendere parte alla vicenda di Gesù Cristo, a un evento di salvezza che non è lontano, ma è presente».

Il pensiero corre immediatamente alla pandemia, quando non è stato possibile, per un certo periodo, partecipare alla Messa: «Il rischio è stato di un ritorno alla centralità del presbitero e non dell’assemblea», ha sottolineato don Piazzi. Inoltre, ha aggiunto che «non si può sostituire un evento al quale devi partecipare con una sua rappresentazione». Secondo l’incaricato per il culto divino, da un lato vedere la Messa in diretta televisiva o sui social «è comunque compresenza: un evento lontano nello spazio, ma non nel tempo. Però, è innegabile che la liturgia richiede di essere in presenza. Siamo ancora alla ricerca di un equilibrio».

Rispetto alla nuova traduzione del Messale, poi, ha affermato: «I vescovi invitano a riprendere una formazione all’arte del celebrare, per chi è ministro, ma anche una formazione dell’assemblea».

Invece, per quanto riguarda coloro che auspicano ad un ritorno alle celebrazioni di un tempo, don Piazzi ha spiegato che il problema non è la liturgia, ma «l’idea di Chiesa». Dunque, può succedere di trovare celebrazioni non curate, ma bisogna chiederci a che tipo di Chiesa di vuole appartenere.

Alla domanda sui ministri straordinari della comunione, che in sessanta hanno da poco ricevuto il mandato dal vescovo Napolioni, don Piazzi ha sottolineato: «è una necessità, ovvero che non venisse meno l’uso antichissimo di portare l’Eucaristia agli assenti; anche loro sono parte della comunità». Infine, don Piazzi ha posto in evidenza il termine “comunità”, il quale ha una doppia valenza: nel suo senso verticale, indica il rapporto con Cristo, nel suo senso orizzontale riguarda proprio il rapporto la comunità. Come emerso dal dialogo in studio, questi due aspetti sono entrambi presenti all’interno della liturgia.




A Chiesa di casa la voce dei giovani

 

Nell’appuntamento di questa settimana, Chiesa di Casa coglie l’occasione dell’imminente Giornata Mondiale dei Giovani per mettere a tema la Pastorale Giovanile. La Giornata Mondiale, per cui il Papa ha proposto il tema “Alzati, ti costituisco testimone di quel che ho visto”, sarà questa domenica, il 21 novembre, solennità di Cristo Re, come voluto dal Santo Padre che ne ha disposto lo spostamento dalla data tradizionale della Domenica delle palme.

Il dialogo, guidato da Riccardo Mancabelli, ha coinvolto don Francesco Fontana, incaricato diocesano per la pastorale giovanile e, insieme a lui, un giovane: Ettore Galimberti, tra i partecipanti all’incontro dei giovani con i vescovi delle diocesi lombarde, tenutosi lo scorso 6 novembre a Milano. Da questa esperienza ha riportato il desiderio comune, fra vescovi e ragazzi, di stare in ascolto. Desiderio fortemente sottolineato dal Papa, anche tramite l’istituzione del Sinodo per i giovani che si è svolto nel 2018, pochi mesi dopo la chiusura di quello Diocesano, sempre dedicato ai giovani: «Un sinodo per imparare la sinodalitá» come lo ha definito don Fontana.

I giovani, secondo l’incaricato diocesano di Pastorale Giovanile e direttore della Federazione Oratori Cremonesi, non hanno mai smesso di implicarsi nella realtà dell’oratorio, neanche durante la pandemia, quando le strutture erano chiuse, ma l’attività di volontariato contava sempre più protagonisti  fra i ragazzi. Come ha raccontato Ettore, i giovani non hanno il problema di scontrarsi con un disinteresse altrui, oppure con un allontanamento, anzi hanno la libertà di «porre domande» e a suscitare in loro un’appartenenza forte. Più che un discorso, è «un esempio» quello con cui le nuove generazioni, affacciandosi all’età adulta, chiedono di misurare la propria vita.

A tal proposito, ci si è domandati se l’oratorio sia strumento pertinente ed efficace non solo nel indicare esempi di «vita buona», come dice don Fontana, ma anche nel porsi in ascolto. Per don Fontana, la risposta è decisamente affermativa: l’oratorio ha sempre bisogno di  «adeguare iniziative e strutture», ma allo stesso tempo, continua ad essere una realtà importante perché «è fatto di relazioni, incontri. E questo è, da sempre, l’unico modo che i cristiani hanno di annunciare il Vangelo».