Attentato di Pentecoste, il dolore della comunità nigeriana a Cremona: «Nel nostro Paese si rischia la vita ogni giorno»

«Siamo scoraggiati davanti alla sparatoria avvenuta in Nigeria durante la festa di Pentecoste». Parla con voce triste padre Patsilver, sacerdote nigerino guida spirituale della comunità africana anglofona a Cremona. «Siamo affranti perché è uno dei tanti soprusi a cui la popolazione è soggetta ogni giorno». La voce è rotta da una sorta di rassegnazione che a tratti diventa voglia di gridare al mondo il disagio vissuto dal suo popolo.

«Non vengono mai individuati colpevoli, pare che non ci sia voglia di una svolta da parte delle autorità». Ed ecco che ad un tratto la rassegnazione lascia spazio ad una denuncia. «Tutto il mondo deve sapere – aggiunge don Patsilver – che non si tratta di un caso isolato. Ovunque in Nigeria si rischia la vita sempre. Io stesso sono tornato qualche tempo fa nella mia terra, nella parte orientale della Nigeria, per festeggiare i 90 anni di mia mamma con le mie sorelle. Non potevo uscire dopo le 18 di sera. C’è da avere paura. Nessuno è sicuro».

Un quadro politico e socio religioso complicato che emerge da un racconto segnato dal dolore. «Non si tratta solo di scontri religiosi, ma tra tribù per il potere sul territorio». Le cronache parlano di scontri tra pastori nomadi Fulani, per lo più islamici e agricoltori Yoruba, stanziali e cristiani. Ma tutto effettivamente resta poco chiaro. «È una situazione complessa», conferma il padre che appartiene alla comunità di San Paolo.

Al Migliaro da gennaio, ogni quarta domenica del mese si ritrova la comunità anglofona dei nigeriani. «Stiamo muovendo i primi passi, per ora siamo poco più di una ventina ma anche perché la gente non sa che esiste questa comunità», spiega la loro guida spirituale. Il giorno di Pentecoste avevano celebrato alle 11 e poi tornati nelle loro case hanno appreso come tutti dai tg la notizia. «Ci siamo subito sentiti al telefono. Eravamo turbati e tristi».

Rapimenti e uccisioni pare siano all’ordine del giorno ma lo sconforto per un futuro che pare incerto prevale ogni volta che irrompono nelle loro vite queste notizie. «Qui a Cremona le famiglie nigeriane con i bambini sono ben inserite ma non possono che guardare con preoccupazione al loro Paese d’origine dove la pace sembra non trovare mai casa perché manca una volontà di cambiamento». Resta il conforto della preghiera, unica speranza insieme alla denuncia.




Il Vescovo con i giornalisti in ascolto di una «parola che guarisce»

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«La comunicazione inizia dall’ascolto della Parola che è vita». Ed è da qui, dalla vita, da una narrazione di qualità del quotidiano che è partita la riflessione del vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, sul messaggio del Papa per 56ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Una mattinata di dialogo, quella di sabato 28 maggio, a palazzo vescovile, tra monsignor Napolioni, don Mattia Magoni, responsabile delle comunicazioni sociali della diocesi di Bergamo, e i giornalisti che operano sul territorio cremonese. Un incontro (dopo due anni di stop dovuto alla pandemia) che, sulla scorta delle parole di Papa Francesco, si è fatto ascolto reciproco, scambio di opinioni, ma soprattutto «opportunità di confronto e aggiornamento e formazione professionale», come ha dichiarato, introducendo l’evento, Riccardo Mancabelli, responsabile delle comunicazioni in diocesi. Perché parlare, per ogni adulto e formatore e, a maggior ragione, per un giornalista, vuol dire prendere coscienza del potere delle parole, «potere di trasformare chi si fa raggiungere, potere di appianare i conflitti, dare speranza, ma anche di ferire», come ha spiegato Magoni, che ha guidato la riflessione.

Ed ecco allora che prima di parlare bisogna ricordare quale grande valore ha la parola e da dove le venga quel potere. «L’ascolto – ha continuato Magoni – è il farmaco che guarisce le nostre parole» e che davvero consente loro di essere, a loro volta, strumento di guarigione per chi le raccoglierà. «Ascoltare con l’orecchio del cuore», come ha scritto il Papa, è allora la strada maestra. Si può davvero sfruttare il potere salvifico delle parole, solo se si è in grado di ascoltare. In fondo ascoltare e parlare sono due verbi strettamente legati. Don Magoni ha ricordato come i greci avessero un unico termine (kofos) per indicare chi era sordo e chi era muto, perché in fondo le parole vere, generatrici e creative, nascono da un precedente ascolto. A questo punto della riflessione il responsabile delle comunicazioni di Bergamo ha chiarito in che cosa consista il vero ascolto: un esercizio di alterità, un gesto di gratitudine e una vera e propria immersione in ciò che si ascolta, si vive e si racconta. Prima di tutto, un gesto di alterità non facile in un tempo segnato dai social, dove «l’altro non esiste, ma si cerca un’affermazione del sé». Un esercizio di gratitudine perché ciascuno è «una trama» di parole e cultura che altri ci hanno donato e che abbiamo il compito di donare. E infine un atto di immersione in quello di cui, dopo aver ascoltato, parleremo.

Ascolta la relazione di don Mattia Magoni

Un’azione complessa dunque quella dell’ascolto con l’orecchio del cuore. Un ascolto che la Chiesa invita a fare a partire dalla Parola, da se stessi, dagli ultimi e dalla comunità, come suggerisce la scansione del messaggio del Papa per le comunicazioni sociali. E la Chiesa deve essere la prima ad aprire «l’orecchio del cuore». Per questo quella cremonese «riparte dall’abc del comunicare – ha commentato Napolioni – anzi dalla A: ascoltare, accogliere, annunciare e accettare anche un’esperienza di vulnerabilità per poter guarire se stessa e guarire con le parole».

Ascolta l’intervento del vescovo Antonio Napolioni

Un messaggio su cui riflettere e su cui si sono susseguiti alcuni interventi, concludendo poi con una visita al nuovo museo diocesano, capace di comunicare bellezza con le immagini, lasciando i visitatori in silenzio con le parole.

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Giornata mondiale della Comunicazioni sociali: un manifesto e materiali per l’approfondimento

“Chiesa di casa”: per una comunicazione “in uscita” ​​​​​​​oltre il metro dei “like”




Santa Rita, in via Trecchi tante preghiere e rose

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«Come fece Rita nel suo tempo, abbiamo bisogno oggi di umanizzare il nostro tempo, tra pandemia e guerra, tra crisi climatiche e scontri politici, tra accoglienza dei poveri e cultura dello scarto».  Ha rivolto questo invito, don Claudio Anselmi (rettore della chiesa delle Sante Margherita e Pelagia) ai tantissimi cremonesi che in questi giorni stanno affluendo presso la piccola chiesa di via Trecchi, a Cremona, per rivolgere preghiere e suppliche alla “santa degli impossibili”. Una donna umile, che nelle traversie della vita si è aggrappata alla fede e che la Chiesa ricorda il 22 di maggio. Un fitto programma di celebrazioni e Messe solenni (hanno celebrato oltre al rettore, don Antonio Bandirali parroco dell’unità pastorale “Sant’Omobono”, mons. Carlo Rodolfi canonico del Capitolo della Cattedrale e don Irvano Maglia parroco dell’unità pastorale “Cittanova”) si sono alternate al rito della benedizione delle rose che don Anselmi, nella giornata di domenica, ha ripetuto ogni 15 minuti con una continua affluenza di persone, rimaste in coda anche al di fuori della chiesa.

«Dopo l’edizione dell’anno scorso, post Covid, – spiega il rettore – questa del 2022, con meno restrizioni, ha visto un flusso di credenti maggiore. Si tratta di fede autentica, di pietà sincera, non di gesti ripetuti solo per tradizione. Si tratta di persone che davvero si ispirano alla libertà del Vangelo e si impegnano verso la santità», di cui Rita è un esempio importante. «Rita, la donna e la santa, ci richiama al nostro urgente bisogno di ritrovare umanità. Soffermiamoci su questo punto, una piccola grande donna, perché la donna è il simbolo dell’umanità ed è simbolo di umanità», continua don Anselmi. L’attualità del messaggio è più che evidente, visti i tempi che corrono, nei quali gesti brutali contro le donne o la loro mercificazione è cronaca quotidiana.

E che santa Rita possa davvero ancora essere una testimone credibile per i nostri tempi lo conferma quella fila di persone che con le rose in mano hanno occupato i marciapiedi e la carreggiata chiusa al traffico di via Trecchi. Il rettore ha predisposto un registro, fuori dalla chiesa, dove ciascuno può lasciare un messaggio, una preghiera, che saranno riformulati sull’altare i giorni successivi. Parole tribolate di chi anela alla pace interiore, parole forti di una fede che vede in Rita una roccia a cui aggrapparsi, richieste di aiuto davanti alle prove della vita. «Non c’è dubbio – spiega don Anselmi – che questa partecipazione sia un segno profetico in una città come Cremona che a tratti pare disorientata».

Lo confermano le volontarie del mercatino allestito nel cortiletto accanto alla chiesa. È lì che si vendono le rose ed oggetti vari tra cui libri di preghiera, di fede, magliette e oggettistica, il cui ricavato servirà a sostenere le spese che la chiesa e la sua comunità affrontano quotidianamente. «I credenti sono tantissimi – commenta Nuccia, che per la prima volta quest’anno affianca le volontarie – i credenti vengono qui numerosi anche per le rose».

Il rito della benedizione ha radici antiche, ricorda un particolare episodio della vita della santa. Si dice infatti che, sul letto di morte, santa Rita abbia chiesto una rosa del giardino dei suoi genitori. Era inverno. Tuttavia una bella rosa fu trovata sull’arbusto indicato dalla santa. Da allora Rita di Cascia è stata sempre associata alle rose.

E non solo di rose, ma di preghiere ed opere di carità si occupa l’Associazione Amici di Santa Rita onlus alla quale sono iscritti più di 400 cremonesi e non solo. «Ieri è passato di qui un signore di Bologna – spiega Lucia Arisi, segretaria dell’associazione che compie in questi giorni un anno – che voleva pregare proprio nella chiesa di Santa Rita. Intorno a questa santa c’è una grande devozione». E mentre lo racconta smista nel cortile ceri e rose che la gente compra per la benedizione nella chiesa attigua. «Lavoriamo da gennaio – spiega – per preparare queste giornate – in cui l’afflusso qui è incredibile, ma intorno a Santa Rita c’è una comunità che si raduna anche durante la settimana e per le messe prefestive e domenicali». Come a dire che se la festa è un’occasione particolare S. Rita resta una donna e una santa da scoprire ogni giorno.

La benedizione di rose e oggetti avverrà, sempre nel cortile interno, anche lunedì 23 maggio dalle 16 alle 19; alle 17.30 in chiesa la recita del Rosario e alle 18 la Messa, celebrata in suffragio degli iscritti e benefattori della Pia Unione.




A Cremona la processione lauretana ha aperto il mese di maggio con il Vescovo: «Un messaggio d’amore, di bellezza e di pace»

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Sale per le strade della città di Cremona l’invocazione a Maria Vergine lauretana oggi come nel 1600. Dopo due anni di fermo, causa Covid, è infatti ripartito il tradizionale pellegrinaggio della città alla Santa Casa (copia seicentesca di quella di Loreto) presso la chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio dove è custodita l’effige della Madonna nera, copatrona di Cremona. E se nel 1630 si svolse una processione cittadina per scongiurare il contagio della peste entro le mura, oggi la Chiesa cremonese rinnova quella tradizione con un pellegrinaggio di tutte le parrocchie dalla Cattedrale fino al santuario.

Un segno di devozione che ha luogo ogni 2 maggio, in apertura del mese mariano, occasione per un messaggio del vescovo alla città. «Un messaggio d’amore, di bellezza e di pace a Cremona – ha spiegato mons. Lafranconi – un messaggio che rivolgiamo alla città ma che ci dobbiamo rivolgere gli uni gli altri, visto che la città siamo noi». Un invito a ciascuno «a essere operatore di giustizia e pace lungo le vie della città e del mondo» certi dell’aiuto di Maria «invocata con gioiosa preghiera di figli». E senza dimenticare «le altre città, come Mariupol (Città di Maria) martoriata in questo momento difficile».

Una riflessione quella del Vescovo arrivata in una Sant’Abbondio gremita (anche la piazzetta esterna ospitava fedeli) al termine della recita del Rosario lungo le strade che quotidianamente ogni cremonese percorre nel centro storico.

Dopo una breve preghiera in Cattedrale, infatti, la croce ha aperto la processione lungo la quale hanno cantato e invocato Maria, chierichetti, seminaristi, i parroci della città, il Capitolo della Cattedrale, il vescovo emerito Dante Lafranconi e il vescovo Antonio Napolioni, seguito dai religiosi, dalle suore e da parecchi fedeli con in mano i flambeaux accesi direttamente dalla fiamma del cero Pasquale. Una processione composta, «in una bella serata di maggio» – come l’ha definita il vescovo – dopo due anni che quelle strade non vedevano la comunità cristiana testimoniare pubblicamente il proprio credo. Intorno il silenzio, di una città partecipe, lungo largo Boccaccino, via Mercatello, Corso Matteotti fino a Vicolo Lauretano, sino alla piazzetta della chiesa di Sant’Abbondio dove ad accogliere i fedeli è stata la comunità della parrocchia stretta intorno al vicario don Francesco Gandioli (il parroco don Andrea Foglia era assente per indisposizione).

Le litanie lauretane sono state lo spunto per Napolioni per parlare ai cittadini e alle autorità presenti, ricordando come Maria sia invocata come «Turris davidica, Turris eburnea, torre dunque immagine che evoca attesa (come quella del Padre della parabola che attende il figlio), vigilanza, punto per guardare lontano, per vedere il Signore che viene». E per descrivere la Vergine nelle litanie ci sono altre immagini legate alla città come “Ianua Coeli” (Porta del Cielo). «Preghiamo che Maria – ha proseguito Napolioni – ci aiuti ad aprire le porte, ad accogliere», evitando di correre sulle autostrade senza fermarci ed accorgerci di chi è debole o soffre accanto a noi. Infine Maria è anche “Domus aurea”, nella quale Dio ha stabilito la sua dimora in mezzo agli uomini. E qui il vescovo ha ricordato come «a Cremona un terzo della popolazione vive sola ed ha bisogno di riscoprire la qualità dei rapporti, il dialogo».

Al termine della celebrazione il vescovo ha posto, nella Santa Casa, un cero davanti alla Madonna nera e un mazzo di fiori «per il più bel fiore». Due simboli per invocare una speciale protezione sull’intera città e su tutte le città del mondo «fiere e umili, fragili e delicate».

 

L’origine del Santuario

Nel 1625 il Consiglio Generale di Cremona decretò che la città fosse posta sotto la protezione della Vergine Lauretana di S. Abbondio. L’anno precedente, per volere del giureconsulto Gian Pietro Ala, si iniziò la costruzione del santuario riproducendo la Santa Casa custodita a Loreto. Nel 1630 l’effige della Vergine Lauretana fu portata per le vie della città in una grande processione in cui si invocò la sua protezione per la liberazione dalla peste. Risale al 1634 la prima incoronazione della statua; il 17 agosto 1732 si svolse un’altra importante celebrazione quando il Capitolo Vaticano la incluse tra le Madonne riconosciute come “coronate”.




A Caravaggio torna il popolo dei pellegrini

Da secoli è un centro di spiritualità per l’intero Nord Italia, un luogo di devozione, ma anche di meditazione sulle radici della propria fede. Il Santuario di Santa Maria del Fonte, a Caravaggio (provincia di Bergamo, ma diocesi di Cremona), con l’allentarsi delle misure restrittive legate alla pandemia, torna a essere animato dalla presenza attiva di tanti pellegrini che desiderano tornare sul luogo dove nel 1432 la Vergine apparve all’umile Giannetta.

«Dopo questi anni – spiega il rettore, monsignor Amedeo Ferrari – segnati dal distanziamento e da minore afflusso, sta lentamente ripartendo la presenza al santuario. In realtà bisognerà attendere ancora qualche settimana per vedere se effettivamente la situazione è di ripartenza, ma già qualche numero ci rassicura». La scorsa domenica, anche grazie al pellegrinaggio mensile (sempre la prima domenica del mese) della comunità filippina, il santuario ha visto tutti occupati i suoi 650 posti per poter partecipare alla Messa. Le nuove norme riportano, infatti, le chiese alla loro capienza precovid, pur con la prudenza che è d’obbligo di questi tempi. La mascherina è la condizione necessaria per varcare la soglia della chiesa o dei luoghi annessi al santuario, ma altre misure non sono richieste. «Lo scorso fine settimana abbiamo attrezzato anche altri spazi per accogliere i fedeli che intendevano partecipare all’Eucarestia – aggiunge il rettore – perché i posti a sedere non erano sufficienti». La gente ritorna a visitare i luoghi della fede, a vivere la comunità cristiana come tale e a incontrarsi per una preghiera che sia a più voci. Sarà anche la situazione internazionale che spinge a maggiore riflessione sulle proprie certezze di fede, sarà il gesto di Papa Francesco di affidamento di Ucraina e Russia alla Vergine: sta di fatto che la devozione verso la Madonna pare, dai numeri, torni a essere un segno vivo, concreto.

«Per il prossimo mese di maggio – spiega Marco Macchi, dell’Ufficio Pellegrinaggi del Santuario – sono parecchie le prenotazioni di associazioni, fraternità, gruppi di preghiera: dall’Unitalsi all’ordine francescano secolare o al gruppo di preghiera Padre Pio. Verranno al santuario soprattutto dalla bergamasca, dal cremonese e dal milanese, non solo per celebrare la Messa, ma anche per ritiri spirituali, processioni in preghiera, incontri. Non siamo al livello di prima della pandemia, però stiamo iniziando a ripartire». Diversi gruppi hanno intenzione di sfruttare le sale del Centro di spiritualità (attrezzate anche per collegamenti e teleconferenze) e anche i 60 posti a disposizione per il pernottamento risultano una risorsa importante. Anche diversi gruppi di giovani che si preparano ai Sacramenti hanno già stabilito il giorno di presenza presso il Sacro Fonte.

«Il servizio offerto dal santuario – continua monsignor Ferrari – resta sempre lo stesso. Chiaramente si intensificherà la disponibilità alle confessioni nel periodo pasquale e saranno organizzate le celebrazioni aggiuntive previste per il mese di maggio».

Intanto Casa Maria, la struttura di ascolto, dialogo e confronto voluta dal vescovo Napolioni, sta continuando il suo servizio, pronta ad accogliere un numero sempre in crescita di pellegrini e di famiglie in cerca di un confronto.

Ripartenza per il santuario significherà anche ripresa dei lavori di restauro, sospesi per ragioni burocratiche nei mesi scorsi. «A giugno – precisa il rettore – quando l’afflusso di fedeli solitamente si allenta – saranno approntate le impalcature per ristrutturare la cupola e la zona dell’altare». Si tratta di una serie di lavori non semplice visto che i ponteggi dovranno arrivare fino alla lanterna, a 54 metri d’altezza. Sotto la zona interessata dal ponteggio c’è il Sacro Fonte, per cui sopra saranno montati dei pilastri d’acciaio per dar modo ai restauratori di salire sopra il tempietto del santuario e lavorare da una piattaforma. L’obiettivo è principalmente la ripulitura degli affreschi del 1851/54 di Giovanni Moriggia, dei pennacchi (1846) e delle colonne, ma anche la sistemazione dei danni causati dalle infiltrazioni d’acqua dovute alle trombe d’aria che nel tempo hanno colpito ripetutamente Caravaggio e la Bassa Bergamasca. L’operazione si presume durerà quattro mesi e nel frattempo sarà spostata l’effige della Madonna, consentendo comunque una fruizione quasi completa degli spazi della chiesa.




Dal cuore di Maria ​​​​​​​una Fontana di pace

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Una preghiera all’unisono con la Chiesa nel mondo, con Papa Francesco in San Pietro. Un’invocazione, che è insieme grido di dolore e speranza di una «fraternità» vera tra gli uomini, si è elevata venerdì pomeriggio dal Santuario della Madonna della Fontana di Casalmaggiore gremito dai fedeli. Una celebrazione che si è fatta «supplica a Maria affinché cessi la guerra e ogni uomo sappia riconoscersi fratello dell’altro e come tale vivere. Affinché trionfi il senso più vero della giustizia, dell’amore fraterno», come ha ricordato il vescovo emerito di Cremona Dante Lafranconi che ha presieduto la Messa (assente per indisposizione il vescovo Antonio Napolioni), insieme alla comunità di frati cappuccini custodi del santuario, al parroco di Casalmaggiore don Claudio Rubagotti e alcuni altri sacerdoti e consacrati.

All’Eucaristia è seguita la Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria di Russia e Ucraina, ma in realtà di ogni conflitto che insanguina la terra in questi tempi definiti bui dai più. E questo in un giorno particolare per il santuario, la sua comunità e il Casalasco in genere di cui la Vergine della Fontana è regina. Questo luogo mariano, infatti, è dedicato all’Annunciazione e il 25 marzo avrebbe comunque celebrato solennemente la giornata. Ma quest’anno la preghiera festosa si è fatta carico «delle angosce e speranze del mondo», come recita il testo di consacrazione voluto dal Papa e pronunciato a Casalmaggiore da Lafranconi nella cripta della chiesa davanti ad un affresco di Maria che risale al 1300. Pronunciato contemporaneamente in diocesi da tanti parroci e sacerdoti nelle chiese cittadine e presso i santuari della Bassa, perché non ci resta che «aggrapparci all’amore della Madonna – ha affermato il vescovo emerito di Cremona durante l’omelia – per ottenere il dono della pace, stabile e duratura e che non può nascere solo dalla volontà di chi governa ma dalla disposizione alla fraternità di tutti». Come a dire che solo una madre può consolarci e ricordarci che la pace ha radici profonde nel «riconoscere di essere tutti figli di Dio e quindi fratelli».

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E se il testo pronunciato da Papa Francesco chiede a «Maria Stella del mare» di «non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra», di non lasciare l’uomo solo a perdersi nell’odio fratricida, Lafranconi, sulla stessa onda, invoca la Madre di Cristo perché «accompagni il cammino di chi governa, ma anche di ogni popolo e persona verso l’esperienza così desiderata della fraternità». Un’esperienza che insieme al dolore, l’Italia e le diocesi stanno vivendo già in parte, con l’accoglienza dei profughi scappati dal rumore delle bombe.

Inutile dire che la preghiera può essere un’arma potente «capace di agire nel cuore degli uomini, – commenta il rettore della Fontana padre Francesco Serra – di trasformare in cuori di carne i nostri cuori di pietra». Ne sono convinti i frati che la pace possa fiorire, che «le cose possano cambiare», in fondo nei loro gesti riecheggia la figura di un uomo di pace come Francesco che non esitò a calpestare campi di battaglia. Ne è convinta la comunità di fedeli che era presente a Casalmaggiore e che ha animato la celebrazione dimostrando quanto la Fontana sia oggi un centro vivo di devozione mariana in terra lombarda. Questo sin dal Mille, quando sul luogo dove ora sorge la chiesa del 1463, si ergeva una cappella o un piccolo oratorio, in cui si venerava un’immagine della Beata Vergine, detta dei Bagni, accanto ad una fonte o pozzo, (Pozzo di Santa Maria) che serviva ai viandanti per dissetarsi. E agli uomini di oggi per ritrovare la fede e la speranza in un mondo senza conflitti.

 

 

Consacrazione al cuore di Maria: venerdì alle 17 campane a distesa di tutte le chiese della diocesi




Preghiera per la pace con il Vescovo. Le donne ucraine in Cattedrale: «I nostri cari sotto le bombe; nella fede l’unico conforto»

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Una preghiera per la pace colma di speranza anche se segnata dalla preoccupazione e dal dolore di quanto sta avvenendo in Ucraina. Un’invocazione, quella del Rosario di venerdì sera in Cattedrale, davanti ad «una storia della salvezza tradita e insanguinata dalla smania di potere, dall’odio fratricida, dai nazionalismi e persino dalla divisione tra i cristiani», come ha spiegato il vescovo Antonio Napolioni rivolgendosi ai presenti e a tutti coloro che si sono collegati ai canali web e social della diocesi. «Non la paura ma la speranza, unita a una sacrosanta indignazione – ha continuato Napolioni – muovono alla preghiera per la pace, per la giustizia, per il rispetto dei popoli e perché la Genesi che ci vede protagonisti di una nuova fraternità nel mondo non si arresti».

Con la recita dei misteri dolorosi ieri la Chiesa cremonese ha infatti risposto all’appello di Papa Francesco secondo cui «Gesù ci ha insegnato che all’insensatezza diabolica della violenza si risponde con le armi di Dio, con la preghiera e il digiuno», in piena sintonia con tutte le chiese italiane, invitate dalla Cei ad unirsi in una preghiera corale che vorrà farsi digiuno il prossimo 2 marzo, mercoledì delle ceneri.

La Cattedrale ha pregato all’unisono, in maniera composta, sobria, inframmezzando ai misteri l’ascolto di brani evangelici e di scritti e parole del Papa. Una meditazione ed una invocazione che ha unito i fedeli in una voce sola, perché «il contagio benefico dell’ascolto profondo della Verità – come ha spiegato monsignor Napolioni – orienti verso scelte di dialogo e di pace». Nessuna illusione, perché «Dio non si sostituirà alla libertà dell’uomo», ma la certezza che la fede non resterà inascoltata.

Tra i presenti, fedeli laici delle parrocchie cittadine, sacerdoti, religiosi e numerosi rappresentanti di associazioni e delle istituzioni, che hanno preso parte in forma privata al momento di preghiera comunitaria. Fianco a fianco, cremonesi ed ucraini. Perché in Cattedrale c’erano anche loro, quelle presenze discrete di donne che abitano tante case dei cremonesi aiutando gli anziani. Donne che hanno pregato con le lacrime agli occhi raccontando, al termine del rosario, a chi avevano accanto, dei loro cari. «Mia figlia – ci ha detto Maria – sta per partorire nella nostra terra, con la paura di un bombardamento. Non vuole andare via. Con il marito vuole difendere la nostra terra. Le nuove generazioni vogliono restare nella loro patria». Nel cuore hanno le parole, i racconti di nipoti e genitori, con i quali sono ancora in comunicazione, ma temono il peggio. «La nostra unica salvezza – ripete Maria, con le connazionali Alina e Olga – è solo Dio che può sconfiggere chi ha intenti diabolici».

Condividono con la chiesa cremonese l’invocazione alla pace, gli occhi però rivelano l’angoscia di queste ore, ferite che non si rimargineranno con facilità. Sulle spalle hanno storie di fatica e lavoro, la conquista, trent’anni fa, di una libertà che ora vedono calpestata. «Unico conforto è la fede», ripetono con convinzione, e la vicinanza di una Chiesa che le ha accolte come sorelle e che promette di non lasciarle sole, di stare accanto a loro, alle loro famiglie e al loro popolo con la preghiera, e con gesti concreti di solidarietà e fratellanza.