«C’è da salvare la verità sul Natale». Intervista al vescovo Napolioni

Dopo una «Pasqua speciale », ci prepariamo a vivere anche un Natale diverso, condizionato da mesi di sofferenze, dalla fatica della distanza, dall’incertezza nel futuro. Nelle brevi riflessioni che ha proposto durante tutto l’Avvento in tv e sul web, il vescovo Antonio Napolioni ha parlato di un «Natale da salvare».

Eccellenza, che cosa c’è «da salvare » di questo Natale? «C’è da salvare la verità sul Natale, che non ci salva in base a quanto shopping facciamo e a quali vacanze potremo raccontare agli amici, ma che ci salva solo per il fatto di quella nascita, di quel Bambino, che è Dio fatto uomo, e che dà senso e speranza alla vita umana, davanti ad ogni difficoltà o tragedia. Mi dispiace, ovviamente, che la pandemia abbia sparso morte e sofferenza, e che impedisca il lavoro e il guadagno di tanti onesti lavoratori. Ma non posso tacere che si svela così la menzogna di un sistema, consumistico ed edonistico, che sotto apparenze di vita semina morte e inquina il futuro. Il fatto cristiano funziona al contrario: sotto apparenze di morte, rigenera la vita. Anche ora».

Un’altra occasione per fare spazio in ascolto: quali sono le voci da ascoltare e quali invece i rumori che possono disturbare o turbare? «Abbiamo il terrore del silenzio, nonostante cresca enormemente il numero delle persone che vivono da sole, che in casa non hanno né il pianto né le risa di un bambino. Abbiamo bisogno e nostalgia della vera “colonna sonora” della vita: le voci amiche, i canti di gioia (magari intorno ad un fuoco in montagna!), le parole che Dio stesso continua a seminare nei cuori. Un rumore costante che può impedirci tale ascolto è il nostro monologo interiore (“Io… io… io…”), alimentato dal baccano mediatico che ci vorrebbe opinionisti, urlatori, tifosi da stadio».

La vita delle comunità cristiane affronta un momento di profondo ripensamento: da un lato la tentazione di chiudere le porte, dall’altro la fretta di tornare a «com’era prima». Qual è l’atteggiamento l’atteggiamento pastorale che suggerisce? «Il discernimento comunitario. La Chiesa italiana cerca di impararlo da decenni, papa Francesco ce ne insegna il metodo ogni giorno. Consiste nel guardare in faccia la realtà con le sue sfide problematiche, e non reagire d’istinto, ma fermarsi in ascolto del Vangelo e nella risonanza che esso ha nella comunità, nella diversità delle idee e delle esperienze. In un clima di obbedienza allo Spirito, così, si trova la strada buona, che non è mai quella di chi si barrica in casa né di chi fugge da essa. Ma è quella di chi cammina, incontra, dialoga, tende la mano (se non possiamo farlo col corpo, facciamolo intanto col cuore)».

I fedeli a lungo non hanno avuto la possibilità di partecipare fisicamente all’Eucaristia. Oggi rimangono tante paure. Come è cambiato il rapporto tra le persone e la celebrazione della Messa? E quali riflessioni se ne possono trarre? «Dovremmo chiederlo ai nostri fratelli, di varie età e sensibilità, senza proiettare su di loro le nostre interpretazioni. A me sembra che ci sia, dietro la minor scioltezza dei comportamenti e dei gesti, la possibilità di diventare più pensosi, riflessivi, magari anche contemplativi. Quando ci manca qualcosa, ne sentiamo il bisogno e forse ne comprendiamo il senso. Se ci manca la festa, come ricominceremo a viverla? Se ci manca l’abbraccio, come ne riscopriremo verità e bellezza? La Messa continua comunque a nutrirci, di Parola, di Pane e di perdono, e ciò vale più di tutte le forme celebrative che possono circondare e mediare il mistero».

Abbiamo parlato di timori: diffuso e profondo è quello legato alla solitudine che riguarda tante persone, in particolare gli anziani e i malati. Come farsi vicini pur nel rispetto delle norme di prudenza? «I nostri parroci potrebbero raccontare le mille forme di prossimità che hanno saputo attuare, direttamente o tramite tanti volti della comunità, a fianco di chi era ed è ancora più fragile e solo. Una telefonata, un collegamento online, il pacco dei viveri, l’acquisto delle medicine, lo sguardo dei vicini di casa, e ovviamente la preghiera. Particolare pena proviamo per la situazione delle rsa, luoghi di assistenza, condivisione e consolazione che conosco molto bene, ammirando la dedizione di chi vi opera. Questi giorni sarebbero stati allietati dalla presenza assidua di familiari e volontari, anche da belle celebrazioni, ma la pura che il virus semini ancora morte giustifica scelte di rigore. Non senza la fantasia messa in atto per offrire qualche pur minima possibilità di contatto, perché gli anziani hanno bisogno dell’affetto familiare come fosse dell’ossigeno ».

La crisi economica e lavorativa apre una prospettiva buia anche per i prossimi mesi, forse anni: quelli possono essere le risposte sul fronte della carità? «La carità deve affiancare l’impegno prioritario dello Stato e della altre Istituzioni per una società più giusta e solidale, per cui il primo impegno non dovrebbe essere supplire o integrare con sussidi economici e materiali (che pure continueranno a vederci impegnati), quanto il tenere alta l’attenzione sulle povertà più invisibili, sulle emarginazioni talvolta venate di razzismo o di altre forme di pregiudizio, su ciò che perpetua e aggrava strutture di peccato. Occorre la carità che cerchi di incidere sulle cause della patologia sociale che ci affligge sempre di più, soprattutto a scapito delle nuove generazioni. L’enciclica Fratelli tutti è giunta puntuale a darci la scossa necessaria e le prospettive di conversione su cui mobilitarci».

Lei ha vissuto in prima persona anche l’esperienza della malattia, quali pensieri fa seguendo il dibattito pubblico in questi mesi? «Sono stanco! Eppure continuo a sentire ancora parole che si rincorrono, che si contraddicono, che violentano l’intelligenza e la coscienza della gente. Grazie a Dio, l’opinione pubblica è in gran parte più saggia di come la si rappresenta. Vorrei richiamare ancora una volta quanti operano nelle comunicazioni alla loro delicatissima responsabilità: spesso fanno da risonanza a chi urla, a chi cerca consensi ad ogni costo, a chi alimenta pessimismo e rabbia. Non desidero certo media “di regime”, ma un servizio onesto alla verità e alla intera gamma di colori che essa possiede, come serbatoio di bellezza e di speranza. Nelle ultime settimane, qualche buona testimonianza è stata narrata anche dai tg nazionali, e ne abbiamo tanto bisogno».

Qual è il suo augurio per il nuovo anno? «L’augurio non si fa al tempo che viene, ma agli uomini e alle donne che lo ricevono in dono e compito. In tal senso ripeterei le parole di Gesù: “Non affannatevi per il domani… a ciascun giorno basta la sua pena”, ma perché ciò non sembri autorizzarci ad una sorta di spensierata superficialità, occorre rimarcare il criterio che Gesù premette a tutto: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33-34). Auguro alla mia Chiesa di proseguire il suo cammino con questa chiarezza che dà forza e libertà».