Don Paolo Scquizzato e il coraggio di guardare oltre

Cosa rimane di questi due anni? Questa prima domanda, spiazzante nella sua semplicità, apre l’intervento di don Paolo Scquizzato, autore di numerosi libri ed esperto formatore, lettore e interprete della Parola. Dopo mesi di sofferenze, limitazioni, regole, lutti, è possibile concludere che, tutto sommato, non è andato tutto bene come promettevano gli hashtag e i cartelloni. Il rischio, però, è fare finta che non sia successo nulla, nascondere la testa sotto la sabbia. E invece – da qui il titolo dell’incontro organizzato presso il teatro dell’oratorio di Sant’Agata dalla Libreria Paoline di Cremona – «la sfida sta nel guardare oltre, cioè guardare attraverso quello che è stato, non bypassare: non “malgrado”, ma “attraverso”».

D’altra parte, come insegnano le fiabe o la Divina Commedia, il protagonista deve necessariamente passare attraverso boschi magici o selve oscure per andare oltre, per proseguire nel suo viaggio. E il viaggio mette in crisi, ma – ricorda Scquizzato – «i vangeli sono pieni di crisi e Gesù è sempre stato in crisi. La crisi setaccia la vita, la scuote perché alla fine rimanga qualcosa».

Ogni crisi insegna che la vita è incredibilmente “una”: nelle sue ambivalenze, dualità e sfaccettature va accolta e compresa nella sua unità e totalità. Occorre quindi affrontare le crisi, lasciando da parte la ricerca della felicità, retaggio del sogno americano, scegliendo, invece, la salvezza. La connotazione moderna di felicità corrisponde alla rimozione delle zone d’ombra e dei limiti, all’anestesia dei conflitti, al rifiuto del buio e della sofferenza. La chiave di volta, invece, consiste nel riconoscere entrambe le facce della medaglia, nell’accogliere anche i lati oscuri e della vita – le brutture, il terrore, l’angoscia – che sono parte inevitabile della vita e del nostro essere, esattamente come la notte è imprescindibilmente e necessariamente parte del giorno insieme al dì.  Un “cristianesimo maturo” spinge a trovare un senso anche negli aspetti drammatici dell’esistenza: l’invito è dunque quello ad accogliere la totalità della vita, includendo soprattutto i limiti e le vulnerabilità dentro le quali si nasconde Dio, perché «il fondo dell’anima è scuro e lì abita Dio». Il tutto si può riassumere in un bellissimo aneddoto sullo straordinario pianista jazz Keith Jarrett. Il limite di un pianoforte scordato, che costrinse il musicista in tour a Colonia a suonare spaziando tra sole tre ottave, ha permesso allo stesso di sfoggiare il meglio, in uno dei concerti più amati ed eccezionali della storia. Un po’ come ha saputo fare l’icona jazz Jarrett, tutti siamo chiamati ad accogliere anche le crisi, ad abbracciare gli ostacoli, diventando protagonisti e responsabili di una vera risposta ai limiti e alle fragilità della nostra esistenza. Da questo scaturisce il “coraggio di guardare oltre”: perché «avere coraggio, alla fine, significa attraversare la paura in tutte le sue forme».