Che cosa i giovani dicono alla pastorale giovanile?

Per mesi ce lo siamo ripetuti: andrà tutto bene. Poi ci si è accorti che la posta in gioco era molto più complessa: e non solo perché le tempistiche si allungavano, con il su e giù delle zone diversamente colorate e il susseguirsi di ondate e varianti; ma anche perché aumentava la consapevolezza che sotto molti punti di vista una normalizzazione, un rientro in ranghi più consueti e un sostanziale azzeramento dei “guadagni” di più saggia attenzione alla vita… beh erano dietro l’angolo.

Sono bastate poche, comprensibili occasioni per disarcionare certe acquisizioni, apparentemente cementate per tutti dal dolore e dall’emergenza: la cura, l’attenzione all’altro, il desiderio di relazioni più autentiche e piene, la custodia dell’essenziale. Ed è parso più volte che avessero ragione quei profeti di sventura che, un poco a buon mercato, puntavano e puntano sempre sulla intrinseca malvagità dell’umano e su di un suo saldo sempre negativo.

Di una consapevolezza tutt’altro che superficiale narra la recente indagine dell’Istituto Toniolo nel volume curato da Paola Bignardi e Stefano Didoné Niente sarà più come prima. Giovani, pandemia e senso della vita: dall’indagine emerge un universo giovanile molto attento alla situazione pandemica e disposto a rileggerne il senso, espressione di una ricerca sul perché oltre che sul come affidato alle certezze tecnologiche, non sopita nelle nuove generazioni. Queste ultime restano segnate dalla loro propria cultura e dunque ne emerge un quadro di forte disillusione e pragmatismo, ma anche di apertura alla domanda di senso, che pare crescere in proporzione inversa al diminuire di alcune sicurezze (legate alla salute, ad una libertà immaginata come autoreferenzialità…). Non va dimenticato che i giovani in questione stavano già pagando in termini generazionali la crisi economica del 2008 e dunque sono chiamati a crescere in una situazione di enorme incertezza, in un periodo in cui proprio il mondo adulto lascia intendere una profonda crisi di elaborazione di contenuti e una altrettanto grave mancanza di punti di riferimento. Dai dati raccolti pare che siano ora i giovani ad evidenziare l’incredulità degli adulti rispetto alla vita e alle sue potenzialità, come se una frattura generazionale, di per sé poco avvertita nel clima di una rassicurante adolescenza lunga, riemergesse con forza. Emerge così una sorta di consegna intergenerazionale: tornare ad un ascolto autentico e non superficiale dei vissuti, far parlare la vita di tutti, abitare quanto è più autentico rispetto a schemi precostituiti. Ciò vale anche per il campo specifico della trasmissione della fede, fortemente in crisi dal versante istituzionale e più fluida su quello informale: i giovani si confermano come pellegrini post-secolari, interessati alla dimensione interiore della vita, ma sfuggenti rispetto alla forma “canonica” delle chiese. Da una parte la vera differenza è affidata ancora ai volti concreti che incarnano messaggi e ruoli, da papa Francesco alle comunità di cui si è fatta esperienza e che segnano, nel bene e nel male, la mediazione simbolica dei vissuti di fede. Dall’altra sono forti i segni di continue e profonde contaminazioni spirituali che rendono più incerta l’appartenenza, sempre meno ortodossa.

La ricerca di fatto consegna alcune conferme di fondo, dentro la cornice emergenziale della pandemia che ha svolto una funzione di acceleratore e condensatore di pensieri e stili di vita che attendono la prova dei fatti: quel “ritorno” (alla “normalità”? alla presenza? alla socialità?) che sarà il vero banco di prova di una sapienza acquisita o di una esperienza rimossa. Il grande antagonista di una faticosa occasione di maturazione è costituito dalla costellazione di fattori distraenti che discendono innanzitutto dal modello sociale prevalente: scarsi investimenti sulle esperienze, poco tirocinio sulla gratuità e sul servizio, insufficienti politiche per l’autonomia dei giovani e un certo familismo che blocca su canoni adolescenziali l’iniziazione dei giovani alla giovinezza stessa, scambiata per un limbo di passività che non le appartiene e che non le consente di sviluppare – se non nell’equivoco tappeto del “tempo libero” – le potenzialità generative di un’età di frontiera.

Senza alcuna pretesa di completezza, l’ennesima pubblicazione che ha per oggetto la voce e lo stile dei giovani può far emergere qualche preziosa considerazione di natura strettamente pastorale.

Innanzitutto, da questo come da altri approfondimenti torna evidente il tema della vita: quella vera, percepita e vissuta anche in termini emotivi; quella biografica del possibile e non solo della narrazione mitica che crea sensi di colpa e illusorie imitazioni; quella che va benedetta e aiutata ad esprimersi. È la vita vera anche dei vissuti di fede. È il capitolo immenso della credibilità dei testimoni, chiamati a narrare a tutto tondo la propria umanità, compresi i fallimenti e le disconnessioni.

Torna poi seria la questione delle esperienze: senza un vissuto forte alle spalle la parola anche testimoniale si estenua, di impoverisce, perde smalto. Il buon vecchio metodo oratoriano, dell’essere attraverso il fare, del formare attraverso l’animare, torna con la sua pertinenza e sfida le trasformazioni culturali anche odierne: non si è più interpellati dalla cura generica di gruppi-massa, fusionali e generalisti (il gruppo, la classe), ma si è sfidati all’accompagnamento delle esperienze, alla loro rielaborazione. L’”io” dei giovani non può più essere ignorato: il gruppo di per sé non garantisce più alcuna portabilità, pur restando un prezioso contesto di attivazione; né la parola enunciata (predicata in chiesa o comunicata per messaggio) conserva una forza di persuasione sufficiente. Occorre fare e fare insieme, occorre “essere/fare con te”, rivisitando relazioni mature e motivanti. Ecco ad es. la cura dei tempi e dei luoghi, come le esperienze di servizio, di vita comune e – perché no? – di spiritualità in cui emerga davvero la novità del Vangelo rispetto all’esecuzione materiale delle forme (se si sceglie il Vespro, si è sicuri che la sua forma basti a se stessa?).

Di più: una pastorale giovanile consapevole, più nomadica e meno strutturata in eventi/percorsi/tappe, farà i conti con una fatale occasionalità: occorre reggere questo carattere sporadico, accelerato, destrutturato della vita e dunque delle occasioni. In questo senso ogni incontro non è solo “un” incontro, ma muta in occasione, in parola intelligente e gesto eloquente; oppure precipita nell’insignificanza di uno sfiorarsi. Ne è prova eloquente anche il rito che accompagna in tanti casi ancora i passaggi cruciali dei giovani: quando coinvolta è la loro pelle o la storia dei propri cari. Anche gli ambienti di vita dei giovani seguono la stessa logica: attraversare spazi e tempi come quelli universitari e scolastici, sportivi e culturali sta sotto questa condizione dell’occasionalità intelligente che ha qualcosa da dire.

Infine, si fa per dire, la percezione più o meno profonda del senso chiama in causa la capacità di generare cultura, abitarla con le sue regole: quelle del gioco delle libertà, del dubbio che affronta le contraddizioni, della complessità del reale, della profondità di contenuti che non si arrendono agli slogan. Saper distinguere un pensiero “adolescente” (massimalista, semplice, dualista) da uno “giovane-adulto” (capace di reggere il complesso e coglierne il valore) è una sfida preziosa per la dignità stessa della pastorale giovanile.