Barnabiti, la solennità di sant’Antonio Maria Zaccaria si apre nel ricordo di suor Luisa Dell’Orto

Si apre, lunedì 4 luglio, presso la chiesa di San Luca, a Cremona, il programma in preparazione alla memoria di sant’Antonio Maria Zaccaria, cremonese fondatore dell’ordine dei Chierici regolari di san Paolo e patrono secondario della Diocesi di Cremona, che ricorre il 5 luglio.

La giornata di lunedì 4 luglio sarà caratterizzata dall’esposizione dell’Eucarestia nella chiesa di San Luca con l’adorazione continuata dalle 8.30 fino alle 17.30, quando vi sarà il canto dei Primi Vespri. A seguire, alle 18, la celebrazione eucaristica che terminerà con la supplica e la venerazione della reliquia del santo.

Alle 21 del 4 luglio la recita del Rosario, che sarà occasione per ricordare suor Luisa Dell’Orto, religiosa della comunità delle Piccole Sorelle del Vangelo di Charles de Foucauld, sorella del barnabita padre Giuseppe Dell’Orto, uccisa sabato 25 giugno a Port-au-Prince, capitale di Haiti, dove viveva a vent’anni dedita soprattutto al servizio dei bambini di strada. La preghiera del Rosario meditato avverrà con l’utilizzo dei testi di Charles de Foucault, fondatore delle Piccole Sorelle del Vangelo.

Martedì 5 luglio, invece, i barnabiti cremonesi ricorderanno la solennità del proprio fondatore a San Luca nelle Messe delle 7.15 e delle 8, alle quali seguirà la recita della supplica per gli ammalati e la venerazione della reliquia del santo. Alle 17.30 il canto dei Secondi Vespri, seguita, alle 18, la Messa presieduta dal novello sacerdote barnabita, padre Giacomo Maria Sala. La serata si concluderà con l’apericena nel chiostro di San Luca.

 

Sant’Antonio Maria Zaccaria

Antonio Maria Zaccaria nacque a Cremona nel 1502. Dopo gli studi di medicina all’università di Padova, rientrò a Cremona dove si diede a una intensa vita spirituale e caritativa. Ordinato sacerdote nel 1528, continuò a predicare la Parola di Dio e a promuovere il rinnovamento della vita cristiana tra i fedeli. Nel 1530, a Milano, con alcuni compagni diede inizio alla Congregazione dei Chierici Regolari di san Paolo, chiamati Barnabiti dalla chiesa di san Barnaba presso la quale si stabilirono. Pochi anni dopo fondò anche l’Istituto delle Suore Angeliche e la Società dei Coniugati. Tutta la sua attività ebbe come modello la vitalità apostolica di san Paolo, l’amore a Cristo crocifisso e all’Eucaristia. Morì a Cremona il 5 luglio 1539, consumato dalla fatica, a soli 37 anni. Canonizzato da Leone XIII nel 1897, il vescovo Giovanni Cazzani il 12 dicembre 1917 lo proclamò patrono secondario della diocesi, del clero e delle associazioni giovanili cattoliche.

 

Approfondimento su sant’Antonio Maria Zaccaria

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Comunità dei Barnabiti in lutto per l’uccisione ad Haiti di suor Luisa Dell’Orto




Adoratrici in festa a Rivolta d’Adda per la professione perpetua di suor Roberta Valeri

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Una famiglia, quella delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, in festa insieme a tutta la comunità di Rivolta d’Adda, per la professione perpetua di suor Roberta Valeri, effettuata nel pomeriggio di domenica 12 giugno nella basilica di Santa Maria e San Sigismondo, durante la Messa presieduta dal vescovo Antonio Napolioni e animata dai canti dalla corale della parrocchia della Sacra Famiglia di Modena.

Accanto a Roberta, fisicamente e idealmente, c’erano la superiora generale delle Adoratrici, madre Isabella Vecchio, le tante consorelle, ma anche numerosi compaesani (compresi il sindaco Giovanni Sgroi e la sua vice Marianna Patrini) che non hanno voluto mancare a questo evento. Si, perché di evento si può parlare per il borgo rivierasco, dal momento che Roberta, 33 anni, di stanza a Como e là attiva nel campo dell’educazione, proprio di Rivolta è originaria.  L’ultima rivoltana a fare una professione perpetua fra le Adoratrici era stata suor Lidia Giussani (anche lei presente alla Messa).

«Che meraviglia». Ha esordito con questa esclamazione il vescovo nella sua omelia facendo una contrapposizione con i due funerali celebrati sabato nella stessa basilica, seguiti a due drammatici lutti che hanno colpito il paese negli ultimi tempi. «Che meraviglia – ha detto Napolioni – per questa vocazione. Una vocazione che ha radici lontane, radici che vengono dal cielo. Abbiamo bisogno di questo respiro di eternità. Un respiro infinito, queste radici lontane sono il fine più profondo della nostra esistenza». Rivolgendosi a suor Roberta il vescovo Antonio ha proseguito facendo riferimento al suo sorriso, immancabile: «Dietro il tuo sorriso, che cosa c’è? C’è un senso di pace che Dio regala a quei cuori che osano fidarsi di lui».

Infine, uno sguardo al carisma delle Adoratrici: «Da soli non siamo capaci di portare il peso di tutto ciò ci viene affidato dal Signore. E allora ecco l’invocazione quotidiana dello Spirito Santo. Adorare per servire è una continua esperienza dello spirito. Il servizio vi rimanda all’adorazione. Questo ci dà pace, sicurezza e fiducia e responsabilizza te, suor Roberta, e tutti noi, in preghiera oggi e per tutti i giorni della nostra vita».

Terminata l’omelia suor Roberta ha fatto la sua professione perpetua al cospetto del vescovo, prima rispondendo alle sue domande, poi prostrandosi a terra al canto delle invocazioni dei santi guidato dal vicario don Michele Martinelli. E, infine, recitando, accanto alla superiora generale, madre Isabella Vecchio, la formula di rito: «Io, suor Roberta Valeri, faccio voto per tutta la vita di castità, povertà e obbedienza secondo la regola di vita e di comunione delle suore Adoratrici del Santissimo Sacramento». Da neo-professa Roberta ha poi ricevuto l’anello, simbolo di assoluta fedeltà a Cristo.

A fine celebrazione il saluto del parroco di Rivolta d’Adda, monsignor Dennis Feudatari. «Grazie suor Roberta per la tua testimonianza e per la tua preghiera. Continueremo a pregare per te».

Poi le parole di madre Isabella Vecchio: «Ringrazio la tua famiglia (papà Pietro, mamma Giuliana, la sorella Sonia e il fratello Simone erano tutti presenti in chiesa), dove è nata la tua vocazione; ringrazio la parrocchia e ringrazio il nostro vescovo che fa sempre sentire noi Adoratrici parte importante della Chiesa”.

 

Domenica a Rivolta la professione perpetua di suor Roberta Valeri: ecco chi è




Alla Visitazione anche il Vescovo in preghiera davanti al Cuore di san Francesco di Sales

Nella mattinata di sabato 11 giugno, nel silenzio delle mura claustrali visitandine di Soresina, è arrivato il Cuore del fondatore san Francesco di Sales, accompagnato da madre Maria Natalina e suor Nazarena, del Monastero di Salò.

La reliquia è stata accolta alle 11 nella chiesa salesiana. È stata la superiora, madre Maria Teresa Maruti, a collocarla sull’altare, dove è rimasta durante il momento di preghiera guidato da don Enrico Strinasacchi, collaboratore parrocchiale a Soresina.

Commosse le persone presenti e consapevoli dell’occasione speciale che durerà tre giorni, fino alla partenza per il Monastero di Pinerolo lunedì 13 giugno dopo pranzo.

Commozione e raccoglimento anche nel pomeriggio nel canto del Vespro presieduto dal vescovo Antonio Napolioni. Alla celebrazione hanno preso parte anche il parroco di Soresina don Angelo Piccinelli, il collaboratore parrocchiale don Giuseppe Ripamonti, il vicario don Alberto Bigatti e il diacono permanente Raffaele Ferri.

«Quanto è attuale il messaggio che viene da quel Cuore – ha affermato monsignor Napolioni – per un vescovo, per i sacerdoti, per i diaconi, per le sue figlie, care monache della Visitazione, per le famiglie, per i genitori, gli educatori, per la comunità. Ed è bello che stasera ci siamo tutti: è un momento di chiesa semplice ma completa».

E continuando nell’omelia mons. Napolioni ha ricordato la figura di san Francesco di Sales e il suo cammino di vita e di fede.

A chiudere la giornata l’adorazione eucaristica serale, sempre nella chiesa del Monastero.

Domenica 12 giugno Messe alle 8 (in chiesa) e alle 10.30 (nel giardino del Monastero); nel pomeriggio alle 16.30 preghiera con adorazione del gruppo “La Dieci”.

Durante le tre giornate nella chiesa del monastero saranno possibili momenti di preghiera e venerazione personale davanti alla reliquia.

A caratterizzare la giornata di lunedì 13 in mattinata la visita e preghiera dei gruppi del Grest e alle 13 la partenza della reliquia per il Monastero di Pinerolo.

L’arrivo a Soresina della reliquia di san Francesco di Sales si colloca nell’ambito del Giubileo salesiano che commemora i 400 anni della morte del fondatore dell’Ordine della Visitazione (1622 – 2022); per questo la federazione dei monasteri della Visitazione del nord Italia ha proposto la “peregrinazione” del cuore integro del fondatore dell’ordine tra le comunità delle sue figlie spirituali.

Donatella Carminati

 

La reliquia di san Francesco di Sales

Nonostante il corpo del Santo riposi ad Annecy (Savoia), il suo “muscolo cardiaco”, trovato “grande, sano e completo” nell’operazione di imbalsamazione, venne affidato, per essere custodito come un tesoro prezioso, alle monache Visitandine di Lione, presso le quali il fondatore aveva trascorso gli ultimi giorni della sua vita: il cuore, conservato in uno splendido reliquiario d’oro donato da Luigi XIII re di Francia, nella ricognizione ufficiale del 1658 richiesta da Papa Alessandro VII, risultò “incorrotto, in ottimo stato ed effondente un profumo gradevole e penetrante”. A motivo delle turbolenze innescate dalla Rivoluzione francese, il 10 agosto 1792 le monache di Lione ripararono a Mantova portando con sé la reliquia. Una “quiete” di breve durata: nell’aprile 1796, infatti, Napoleone Bonaparte valicava le Alpi imperversando nella Pianura padana. Le claustrali, incalzate dall’esercito francese, portando con sé il cuore del loro Padre, fuggirono in Boemia, quindi a Vienna e finalmente, nel 1801, a Venezia. Ma poiché anche il monastero veneziano di san Giuseppe, appartenente, secondo le leggi del tempo, al demanio, rischiava la soppressione, le “eredi” del Salesio, per suggerimento di Papa Pio X, nel 1913 si trasferirono a Treviso per costituire una nuova Comunità: presso la quale, ancora oggi, è conservato e onorato il “segno carnale della dolcezza e della carità soprannaturale” del fondatore. Il cuore, paterno e materno, di Francesco di Sales, in effetti, fu il “motore” non solo di sentimenti genuini e umanissimi, ma anche di un dinamismo pastorale irrefrenabile, di un ottimismo realistico e incoraggiante, di un eroismo sorridente ma non stralunato; insomma, di un amore perfetto e concreto.

In una delle sue lettere il santo scrive di sé, quasi per giustificarsi: «È un fatto reale: non c’è nessuno al mondo, almeno così io penso, che voglia bene più cordialmente, più teneramente e, per dirlo in tutta sincerità, con un amore più grande del mio; ed è Dio che mi ha dato un cuore fatto così». Ecco, dunque, il segreto del più “amabile” tra i maestri spirituali: “un cuore fatto così”. Che ama sempre e comunque. Attingendo dall’Amore Eterno, che “arde e non si consuma”. Ma per l’anima “filotea”, cioè “amante di Dio”, l’invito a “partire dal cuore” rappresenta anche un’indicazione strategica: «Non ho mai potuto approvare il metodo di coloro che, per riformare l’uomo, cominciano dall’esterno, dal contegno, dagli abiti, dai capelli. Mi sembra, al contrario, che si debba cominciare dall’interno… Il cuore, essendo la sorgente delle azioni, esse sono tali quale è il cuore… Chi ha Gesù nel cuore, lo ha, subito dopo, in tutte le azioni esteriori». In effetti, secondo la Bibbia, il cuore è un organo “centrale” non solo nell’anatomia del corpo, ma anche nella struttura della personalità: vi hanno sede i sentimenti e le emozioni, ma soprattutto vi si elaborano le scelte della vita. Può essere limpido o perverso. Di carne o di pietra. E i puri di cuore, solamente loro, riescono a “vedere” Dio! La reliquia del cuore integro e incorrotto di san Francesco di Sales che sarà ospitato presso il monastero soresinese renderà visibile, pertanto, l’urgenza personale, comunitaria e mondiale di “ricominciare dal cuore”, dove arde la fiamma viva dello Spirito d’amore.




Domenica a Rivolta la professione perpetua di suor Roberta Valeri: ecco chi è

Nel pomeriggio di domenica 12 giugno, nella Messa delle 16 presso la chiesa parrocchiale di Rivolta d’Adda, davanti al vescovo Antonio Napolioni e alla superiora generale delle Suore Adoratrici, madre Isabella Vecchio, emetterà la propria professione perpetua suor Roberta Valeri, 33enne originaria proprio di Rivolta d’Adda.

Per lei, la più piccola di tre fratelli, l’infanzia è stata nel segno dell’educazione cristiana, del gioco e del servizio in oratorio, ma anche nella familiarità con l’Istituto delle Suore Adoratrici del SS. Sacramento, che proprio a Rivolta d’Adda hanno la loro Casa madre. Una suora adoratrice come maestra d’asilo, la presenza delle religiose in parrocchia e il volontariato a Casa Famiglia sono stati alcuni dei semi gettati che nel tempo hanno portato frutto. «Le suore adoratrici – racconta suor Roberta –  sono sempre state compagne di viaggio per me e per la mia famiglia. Il volto, la storia, la casa di don Francesco Spinelli, le “sue” suore, giocare nel loro giardino… sono ricordi e azioni che mi hanno accompagnato fin da bambina. E poi i momenti passati, tra tante attività, in Casa famiglia con gli ospiti: anche quel luogo e quelle relazioni “parlavano” di don Francesco come un santo amico, vicino, di una persona che ha fatto del bene a tante persone».

Dopo aver concluso il liceo socio-psico-pedagogico a Crema, Roberta frequenta la facoltà di Scienze dell’educazione all’Università Cattolica di Milano. Nel settembre 2010 avrebbe dovuto discutere la tesi e invece nel mese di agosto matura la scelta di dedicare la propria vita al Signore nella famiglia delle Adoratrici. Così inizia il percorso di formazione all’interno dell’Istituto non senza, nel frattempo, laurearsi in Scienze dell’educazione. Studi a cui è poi seguita la laurea triennale e quella specialistica presso la facoltà di Scienze religiose di Modena.

A Modena Roberta vive l’aspirandato (la prima tappa del cammino di formazione) e poi il postulandato, presso Casa famiglia. Nel 2012 il trasferimento a Cremona per gli anni del noviziato, sino alla prima professione, emessa nel novembre del 2014. Anni nei quali suor Roberta ha l’opportunità di conoscere da vicino anche le comunità delle Adoratrici di Palmanova e Lenno. Poi per lei di nuovo tappa a Modena per il cammino di juniorato, sino al settembre 2021 quando ha raggiunto la comunità di Como, dove ancora oggi presta servizio.

«Com’è maturata la mia vocazione? Diciamo che il Signore è un abile e delicato conquistatore! – racconta la giovane religiosa – Quando ero più piccola non ho mai scartato la possibilità di abbracciare la vita consacrata, ma senza escludere nemmeno la possibilità di fare famiglia, una famiglia numerosa. Al Signore chiedevo spesso di farmi capire, di non farmi arrivare adulta senza aver colto il suo progetto su di me. Beh, devo dire che ho solo da ringraziarlo per come, passo passo, mi ha presa per mano e mi ha accompagnata in questo cammino. Per come mi ha rialzata nelle cadute e per avermi inviato i suoi angeli nei momenti di difficoltà e non solo».

Sin da bambina suor Roberta è stata abituata con naturalezza a passare per una preghiera nella chiesa delle Adoratrici davanti all’urna di don Francesco Spinelli, nel frattempo diventato san Francesco Spinelli. «Oggi lui mi ricorda che il Signore è l’unica vera sorgente di vita, di gioia, di amore. Mi invita a crescere come “sua” buona figlia in Cristo, fermandomi ogni giorno “cuore a cuore” con il Signore, lasciandomi nutrire della sua Parola e del suo Pane, per lasciarmi trasformare dall’amore in amore, come dice lui stesso in una delle sue Conversazioni eucaristiche. Con la sua storia non può non insegnarmi anche la bellezza e l’importanza del perdono del Signore e, per grazia, anche del perdono fraterno. È un santo semplice, ma proprio per questo bello: perché tutti siamo chiamati alla santità, come ci ricorda spesso anche Papa Francesco».

Il dono che san Francesco Spinelli ha lasciato come carisma alle sue suore si caratterizza, in estrema sintesi, nell’adorazione eucaristica e nel servizio ai poveri: «L’adoratrice – afferma suor Roberta – è colei che attinge dall’Eucarestia quell’amore che la spinge poi a farsi amore, a farsi pane per i fratelli. “Poveri” non sono solo i poveri “materiali”: sono tante le povertà di oggi, comprese le nostre povertà».

Ripensando al cammino di formazione fatto in questi anni, suor Roberta lo legge come «un dono», del quale spesso si sente di ringraziare proprio le suore Adoratrici, «perché è stato un cammino bello, serio, in cui mai mi sono sentita costretta a restare; sempre sono stata spronata a crescere, a camminare e fidarmi del Signore, della sua fedeltà, della sua grazia».

In questo senso rivolge un pensiero ai giovani, ai quali, alla vigilia della sua professione, augura «di non smettere mai di cercare il proprio posto nel progetto di amore del Padre». «E se questo posto, poi, fosse una chiamata alla vita consacrata, mi sento di dire che è un dono bello essere spose di Cristo. Alle ragazze che il Signore chiama a una vita di consacrazione vorrei dire di non avere paura a dire di sì! E poi di prendersi del tempo, per fermarsi e lasciarsi guardare dal Signore. E imparare, piano piano, a guardarci come ci guarda Lui, scoprendo quanto siamo amati e quanto siamo davvero preziosi ai suoi occhi».




125° della canonizzazione di sant’Antonio Maria Zaccaria: serie di eventi a San Luca

Il 27 maggio 1897 Papa Leone XIII canonizzava sant’Antonio Maria Zaccaria, cremonese e fondatore, nel 1530, dell’ordine dei Chierici Regolari di S. Paolo, meglio conosciuto come ordine dei Barnabiti. La cerimonia, avvenuta presso la Basilica di S. Pietro, rappresenta un vero e proprio punto di svolta per il pontificato dell’epoca: essa fu infatti la prima canonizzazione solenne dopo gli eventi culminati con la Breccia di Porta Pia.

E proprio in occasione del 125° anniversario della canonizzazione del loro fondatore, la comunità dei Barnabiti di Cremona si appresta a celebrarne il ricordo nella preghiera. Mercoledì 25 marzo, infatti, nel chiostro di San Luca, alle 20.30 si terrà il Rosario cristologico, celebrato attraverso l’utilizzo dei testi scritti dal santo fondatore dell’ordine.

I testi accompagneranno anche le celebrazioni del giorno dell’anniversario: venerdì 27 maggio, infatti, alle 17, sarà occasione di un’ora di adorazione eucaristica nella chiesa di S. Luca, dove alle 18 padre Emiliano Redaelli presiederà la Messa solenne.

 

La storia del Santo

Sant’Antonio Maria Zaccaria nasce a Cremona nel 1502. Nel 1524 si laurea in medicina a Padova. Tornato a Cremona, decide di spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Viene consacrato prete nel 1528. Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530. Qui trova sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari. Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo. Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. Denunciato come eretico e come ribelle Antonio va a Roma, dove però verrà assolto. Durante un viaggio a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni.




A Trigolo l’ultimo saluto a Giuseppina Cattaneo, una vita in compagnia del Signore e in ascolto della sua Parola come i discepoli di Emmaus

Il gran numero di persone che ha partecipato al funerale di Giuseppina Cattaneo, per tutti semplicemente Giusi, nella chiesa parrocchiale di Trigolo nel pomeriggio di mercoledì 20 aprile, è stata la prova più autentica del bene da lei seminato in tutta la comunità, nei tanti anni di servizio presso la Casa delle Figlie di Sant’Angela Merici, istituto secolare di cui era superiora. Le esequie sono state presiedute dal vescovo emerito Dante Lafranconi, che ha portato la vicinanza della Diocesi e del vescovo Antonio Napolioni, assente in questi giorni.

La celebrazione è stata concelebrata dal parroco di Trigolo, don Marino Dalè, e alcuni altri sacerdoti, tra i quali il vicario episcopale don Gianpaolo Maccagni e il rettore del Seminario don Marco D’Agostino; ha prestato servizio all’altare il diacono permanente Raffaele Ferri.

Nella sua omelia monsignor Lafranconi ha ricordato come celebrando la memoria della morte e della risurrezione del Signore, la si celebri partecipando alla morte di Giusi, che già gode il volto del Signore in attesa della resurrezione finale. Una coincidenza che ricorda che il senso ultimo della vita è la risurrezione. Secondo Lafranconi attraverso la lettura del Vangelo dei discepoli di Emmaus si può leggere qualcosa che contrassegna la vita di tutti. I discepoli di Emmaus camminavano tristi e desolati, ma quando riconoscono il Signore scompare la tristezza, ritorna l’entusiasmo e vogliono ritrovare gli amici con cui hanno condiviso tanti momenti di vita con Gesù e annunciare che Gesù è veramente risorto. Da qui discende che la gioia e il senso della vita, che lo si trova solo in rapporto al Signore: senza di lui la vita è triste. Giusi ha vissuto la sua vita come i due discepoli di Emmaus – ha evidenziato il vescovo Lafranconi – in compagnia del Signore e in ascolto della sua Parola. Proprio da qui, secondo il Vescovo emerito, nasce la serenità del gusto di fare il bene in tutte le occasioni della vita con la parola, con il sorriso, con la carità. Dalla volontà di vivere in comunione con il Signore derivava per Giusi l’amore per la Chiesa, vissuta concretamente sul territorio della parrocchia, nell’ascolto delle persone, nella vicinanza alle situazioni difficili, nel senso dell’ospitalità, nella capacità della battuta di spirito per risollevare il morale di chi si sentiva abbattuto.

Prima della benedizione conclusiva, tre testimonianze hanno tracciato il senso del percorso di vita di Giusi, deceduta il Lunedì dell’Angelo presso la casa di riposo Brunenghi di Castelleone dove era stata trasferita alcuni giorni prima, dall’Ospedale di Cremona dove era stata ricoverata per un malore. La prima tenuta da una rappresentante delle Figlie di Sant’Angela Merici, che ha ricordato la sua attività e la sua fedeltà nella vita della Congregazione; la seconda del sindaco di Trigolo, Mariella Marcarini, che ha sottolineato il suo impegno verso l’intera comunità; la terza di una giovane, che ha messo in risalto il suo servizio come educatrice.

 

Profilo di Giuseppina Cattaneo

Nata a Valleve, in provincia di Bergamo, nel 1942, aveva lì conosciuto la Compagnia di S. Orsola e aveva deciso di aderirvi il 31 dicembre 1973 nella cappella della casa madre in via Geromini, a Cremona, davanti all’assistente spirituale mons. Folchini e alla direttrice Ida Balzacchi aveva emesso la professione perpetua. Presso la Casa delle Figlie di Sant’Angela Merici, istituto secolare che opera ininterrottamente a Trigolo dal 1863, era arrivata giovanissima, formandosi spiritualmente e culturalmente, diplomandosi come maestra dell’infanzia e prendendo i voti.

A Trigolo, dove risiedeva, ha profuso in tanti anni tutto il suo impegno generoso a servizio della parrocchia e della gioventù femminile, diventando un punto di riferimento per tanti situazioni di fragilità.

Sempre disponibile, aveva accettato di ricoprire il ruolo di superiora delle Figlie di Sant’Angela Merici per diversi mandati.

 

Le Figlie di Sant’Angela Merici

La Compagnia di Sant’Orsola, comunemente conosciuta come Compagnia di Sant’Angela, è stata fondata da Angela Merici il 25 novembre 1535 a Brescia. Dopo una prima diffusione in città l’esperienza della Compagnia si è dilatata in molte altre diocesi italiane e all’estero. Nel 1810 ha subito la soppressione decretata dalle leggi napoleoniche; nel 1866 è rinata a Brescia ad opera del vescovo Gerolamo Verzeri e delle Sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli.

Il carisma è ben delineato dalle parole che Angela stessa propone nel proemio della Regola: le sue Figlie sono state “… elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio…” e lo spazio in cui vivono questa luminosa chiamata – che afferma il primato dell’amore – non è la solitudine di un chiostro ma il mondo, il luogo vasto e complesso del convivere umano nel quale sono chiamate a servire il regno di Dio con responsabilità propria, nella fedeltà alla santa madre Chiesa, in comunione con il vescovo diocesano.

Pur essendo nata senza dedicarsi ad opere specifiche, la Compagnia nel corso dei secoli ha orientato l’attività delle Figlie all’insegnamento della dottrina cristiana, alla educazione della gioventù femminile e all’apostolato parrocchiale in genere.

Anche oggi le Figlie di Sant’Angela (chiamate familiarmente Angeline) vivono nelle proprie famiglie, esercitano un lavoro con il quale si sostengono, partecipano alla vita sociale e civile, alle condizioni ordinarie della vita; non si distinguono esternamente dagli altri né accentuano questa distinzione in alcuna altra forma.

Sono presenti nelle realtà del mondo con l’intento di vivere all’interno di esso lo spirito evangelico, perché non prevalga la logica dell’uomo egoista, ma la logica di Dio e quindi dell’amore, della solidarietà, della pace, della giustizia.

Vivono intensamente la loro appartenenza alla Chiesa ed esprimono il loro amore ad essa ponendosi al servizio della chiesa locale, nella Parrocchia, all’interno della quale operano preferibilmente nei settori della catechesi, nell’animazione di iniziative e gruppi a favore della gioventù, particolarmente della gioventù femminile.




Istituto secolare Sant’Angela Merici, deceduta la superiora Giuseppina Cattaneo

Lunedì dell’Angelo, presso la casa di riposo Brunenghi di Castelleone è deceduta Giuseppina Cattaneo, superiora dell’Istituto secolare Sant’Angela Merici. Nata a Valleve, in provincia di Bergamo, nel 1942, aveva lì conosciuto la Compagnia di S. Orsola e aveva deciso di aderirvi il 31 dicembre 1973 nella cappella della casa madre in via Geromini, a Cremona, davanti all’assistente spirituale mons. Folchini e alla direttrice Ida Balzacchi aveva emesso la professione perpetua.

A Trigolo, dove risiedeva, ha profuso in tanti anni tutto il suo impegno generoso a servizio della parrocchia e della gioventù femminile, diventando un punto di riferimento per tanti situazioni di fragilità. Sempre disponibile, aveva accettato di ricoprire il ruolo di superiora per diversi mandati.

Ricoverata per un malore presso l’ospedale di Cremona, non si era più ripresa ed era era stata trasferite da alcuni giorni a Castelleone.

Il vescovo Antonio Napolioni, assente in questi giorni da Cremona, ha espresso a tutto l’Istituto le condoglianze della Diocesi e la gratitudine per quanto la Compagnia di S. Angela ha fatto a servizio della diocesi.

Le esequie si celebreranno mercoledì 20aprile alle 15 nella chiesa parrocchiale di Trigolo e saranno presiedute dal vescovo emerito di Cremona, Dante Lafranconi.

 

Le Figlie di Sant’Angela Merici

La Compagnia di Sant’Orsola, comunemente conosciuta come Compagnia di Sant’Angela, è stata fondata da Angela Merici il 25 novembre 1535 a Brescia. Dopo una prima diffusione in città l’esperienza della Compagnia si è dilatata in molte altre diocesi italiane e all’estero. Nel 1810 ha subito la soppressione decretata dalle leggi napoleoniche; nel 1866 è rinata a Brescia ad opera del vescovo Gerolamo Verzeri e delle Sorelle Elisabetta e Maddalena Girelli.

Il carisma è ben delineato dalle parole che Angela stessa propone nel proemio della Regola: le sue Figlie sono state “… elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio…” e lo spazio in cui vivono questa luminosa chiamata – che afferma il primato dell’amore – non è la solitudine di un chiostro ma il mondo, il luogo vasto e complesso del convivere umano nel quale sono chiamate a servire il regno di Dio con responsabilità propria, nella fedeltà alla santa madre Chiesa, in comunione con il vescovo diocesano.

Pur essendo nata senza dedicarsi ad opere specifiche, la Compagnia nel corso dei secoli ha orientato l’attività delle Figlie all’insegnamento della dottrina cristiana, alla educazione della gioventù femminile e all’apostolato parrocchiale in genere.

Anche oggi le Figlie di Sant’Angela (chiamate familiarmente Angeline) vivono nelle proprie famiglie, esercitano un lavoro con il quale si sostengono, partecipano alla vita sociale e civile, alle condizioni ordinarie della vita; non si distinguono esternamente dagli altri né accentuano questa distinzione in alcuna altra forma.

Sono presenti nelle realtà del mondo con l’intento di vivere all’interno di esso lo spirito evangelico, perché non prevalga la logica dell’uomo egoista, ma la logica di Dio e quindi dell’amore, della solidarietà, della pace, della giustizia.

Vivono intensamente la loro appartenenza alla Chiesa ed esprimono il loro amore ad essa ponendosi al servizio della chiesa locale, nella Parrocchia, all’interno della quale operano preferibilmente nei settori della catechesi, nell’animazione di iniziative e gruppi a favore della gioventù, particolarmente della gioventù femminile.




Suore Adoratrici, il 20 marzo pellegrinaggio a Stezzano

In occasione dell’inizio della Quaresima, le Suore Adoratrici del SS. Sacramento di Rivolta d’Adda propongono due iniziative rivolte a tutti i giovani che, in preparazione alla Pasqua, desiderano prendersi una sosta per ascoltare, pregare e adorare.

La prima proposta, “Corro incontro a Te”, è un’iniziativa rivolta ai giovani maggiorenni, un vero e proprio ritiro spirituale quaresimale, in programma nel weekend del 5 e 6 marzo presso la Casa madre delle Adoratrici a Rivolta d’Adda. L’accoglienza, prevista per le 16.30 del sabato 5 marzo, darà il via al ritiro; alle 17 la preghiera iniziale, seguita da un momento di meditazione e silenzio. Alle 19.30 sarà il momento della cena in compagnia, seguita dall’adorazione notturna. Il 6 marzo, dopo il pernottamento, i ragazzi avranno modo di fare colazione tutti insieme e, successivamente, di partecipare alla celebrazione eucaristica della parrocchia. Per partecipare al ritiro spirituale sarà necessario possedere il green pass.

La seconda proposta, invece, è “Adora on the road”, in programma domenica 20 marzo. Alle 8 la partenza da Rivolta verso il santuario di Stezzano, dal quale avrà il via la giornata. Punti cardine dell’evento sarà l’ascolto della testimonianza dei genitori di Giulia Gabrieli, giovanissima “santa della porta accanto”, ragazza bergamasca venuta a mancare nel 2011, vero simbolo di tenacia e di fede, per la quale è in corso il processo di beatificazione. A caratterizzare la proposta anche il pellegrinaggio a piedi da Stezzano a Bergamo alta per la celebrazione eucaristica conclusiva. Il rientro è previsto per le 17. Ai partecipanti è richiesto di comunicare la propria partecipazione entro il 15 marzo al numero 338 4273127 (suor Giulia) e un contributo di 10 euro.

 

 




«Un prete, un cristiano, un cittadino di queste terre…», il vescovo a Rivolta per la festa di san Francesco Spinelli

Interrotta l’anno scorso dalla pandemia, la tradizione che vuole il vescovo di Cremona presente a Rivolta in occasione della festa di San Francesco Spinelli è ripresa quest’anno.

Così il 6 febbraio, nel 109° anniversario della morte di colui che è stato il fondatore dell’ordine delle suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, monsignor Antonio Napolioni ha prima presieduto i vespri nella chiesa della Casa madre delle religiose stesse, durante i quali due di loro, suor Silvia Calcina e suor Valentina Campana, hanno rinnovato le promesse, e successivamente la Messa solenne delle 18, spostata in basilica per ragioni di spazio.

«Un prete, un cristiano, un cittadino di queste terre che ha generato e rigenerato la storia tanto da vederne nuovi frutti anche in questo tempo»: così il Vescovo ha definito san Francesco Spinelli, ricordando come oggi il suo esempio sia più vivo che mai. Un uomo semplice, Francesco, accolto nella diocesi di Cremona dopo il periodo di grande difficoltà attraversato durante il servizio nella diocesi di Bergamo, capace di caratterizzare il suo ministero con la vicinanza ai poveri e agli ultimi. Beatificato nel 1992 da papa Giovanni Paolo II, è stato canonizzato nell’ottobre del 2018 da papa Bergoglio.

«Dopo una pesca difficile e poco fruttuosa in quel di Bergamo – ha detto don Dennis Feudatari, parroco di Rivolta, nel suo saluto iniziale a monsignor Napolioni, alle Adoratrici e a tutti i presenti – Cristo Signore ha condotto san Francesco Spinelli qui a Rivolta, dove sulla sua Parola si è lanciato di nuovo a pescare nel profondo e a riempire così la sua rete. Continui, il santo, a pescare anime per la famiglia da lui voluta e anche cristiani convinti per questa comunità».

«C’è un bisogno di salvezza, di speranza, c’è una ressa interiore – ha spiegato il Vescovo nella sua omelia –, c’è un traffico di pensieri che finisce con l’intasare l’anima. In questo tempo in cui la pandemia ci ha tolto il respiro, ci ha affannato il cammino, ci ha diviso e reso sospettosi, oggi siamo in festa grazie a Francesco Spinelli, più vivo che mai perché continua ad avere figlie ed amici che vogliono essere come lui, discepoli di Gesù. In questo tempo strano, in cui la Chiesa è sempre meno la capoclasse del mondo, un tempo in cui le parrocchie non sono più punto di riferimento dell’educazione e della vita sociale, in cui anche noi preti ci sentiamo smarriti, in cui le famiglie si sgretolano… in tutta questa realtà che cosa farebbe lui e cosa ci insegnerebbe? Ci insegnerebbe ad osare, perché san Francesco è stato uno che ha saputo osare. Ci ha creduto, ma tanto. È stato intraprendente sotto tre aspetti: quello spirituale, quello della carità e quello vocazionale. Lui ha chiamato, nel senso non solo di invitare qualcuno a farsi suora o a farsi prete ma di un richiamo alla conoscenza del Signore. San Francesco ha anche insegnato alle sue figlie che non esistono scarti. Questa è la Chiesa del futuro, una Chiesa che osa partire da un cambiamento interiore di tutti noi. Possiamo guardare avanti con il coraggio di chi deve mettere mano al cambiamento di sé e delle rispettive comunità verso un ritrovamento della vita consacrata e della vita sacerdotale. Aiutiamoci quindi tutti a vivere questo momento che proprio perché difficile diventa un tempo pasquale, di morte e resurrezione e san Francesco potrà essere per noi compagno di viaggio e maestro sicuro dal quale ricevere l’esempio».




Il Vescovo ai religiosi: «Non vi diciamo mai grazie abbastanza»

La fotogallery della celebrazione

«Il vescovo, il presbiterio e il popolo di Dio conoscono la vita consacrata? Ci ricordiamo di loro, preghiamo per loro? Gioiamo per la varietà dei doni e per la fantasia dello Spirito che attraverso uomini e donne nel tempo ha dato vita a tante forme di consacrazione?». Con queste parole il vescovo Antonio Napolioni si è interrogato nell’omelia della festa della Presentazione del Signore, ricorrenza nella quale ogni anno il 2 febbraio si celebra la Giornata mondiale della Vita consacrata.

La liturgia è stata occasione per ringraziare e ricordare il valore di chi dedica la propria esistenza al Vangelo con una vocazione particolare. A comporre l’assemblea in particolare religiose e religiosi provenienti dalle diverse comunità presenti sul territorio diocesano, membri degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica. Sul presbiterio, insieme ai canonici del Capitolo della Cattedrale, hanno concelebrato diversi sacerdoti membri di famiglie religiose e don Giulio Brambilla, delegato episcopale per la Vita consacrata.

La Messa si è aperta con la tradizionale benedizione delle candele, invocata dal vescovo Napolioni nel fondo della navata centrale della Cattedrale.

Nella sua omelia mons. Napolioni ha voluto sottolineare la gratitudine verso le diverse famiglie religiose: «Non vi diciamo mai grazie abbastanza: venire qui in Cattedrale oggi è un’occasione per ringraziarvi e restituirvi la centralità e la dignità piena nella chiave di cammino sinodale che urge praticare insieme».

A seguire il vescovo si è soffermato sulle letture del giorno: «Nelle letture spiccano le figure di Simeone e Anna, nella loro vecchiaia compiuta, non sofferta e lamentosa: non hanno ansia di raccontare e stanno lì ad aspettare che si compia l’attesa e se ne sperimenti la gioia eterna». Proprio prendendo spunto da queste figure, ha quindi proposto una riflessione sulla intergenerazionalità ecclesiale: «La Chiesa dovrebbe avere nei suoi vecchi testimoni di questa pacificazione interiore, compimento e saggezza e un terzo del lavoro sarebbe fatto – ha quindi proseguito –. Un altro terzo tocca alle generazioni di mezzo, come Maria e Giuseppe che portano il bambino al tempio pur conservando dentro di sé un turbamento interiore. Anche oggi abbiamo un bisogno enorme di adulti, di paternità e maternità, di assunzione di responsabilità».

Mons. Napolioni ha quindi concluso: «Infine, il futuro: questa Chiesa ricca di passato alle prove del presente come guarda al futuro? Il futuro non può essere previsto, può essere temuto, sognato, ma soprattutto accolto, come un bambino, che è segno di contraddizione. Perché sappiamo già di quel bambino che non necessariamente farà la felicità dei genitori secondo le migliori aspettative umane, ma finirà in croce. Anche il nostro futuro è rassicurato dalla croce».

Al termine della celebrazione sono stati ricordati gli anniversari di consacrazione religiosa: il 50° di suor Angela Simioni, di suor Emilia Martelli; il 60° di suor Silvina Ruggeri e di suor Luciana Porro, alle quali il vescovo ha voluto consegnare un dono in memoria di questo anniversario.

 

 

«Una vita consacrata al Vangelo significa una vita a servizio di Dio, della Chiesa e degli uomini». A Chiesa di Casa, la testimonianza di due religiosi